Dicono di me

Rassegna stampa

 

9 luglio 2017 (domenica), “L’Osservatore Romano”, p. 5

 

http://www.osservatoreromano.va/it/news/lisola-dei-bambini

18 Giugno 2017, “Domenica” de Il Sole 24 Ore

Giugno 2017 (12 giugno), DONNA MODERNA

Articolo di Giovanna Lasalvia (La filosofia è più utile che mai nell’era di Whatsapp)

31 Maggio 2017, RAI RADIO 3

PODCAST della presentazione nella trasmissione “Fahrenheit” / Il libro del giorno

3 Maggio 2017, RAI RADIO 3

PODCAST della presentazione di Attilio Scarpellini, trasmissione “Qui comincia”

24 aprile 2017, Il Giornale

Recensione di Claudia Gualdana, Bambini: filosofi in erba specializzati in utopie.

http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2017/04/24/utopia-la-filosofia-dei-bambini

La conclusione della recensione di Claudia Gualdana:

6 aprile 2017, Il Tirreno (Grosseto)

27 marzo 2017, Eco di Bergamo

24 marzo 2017

Il Corriere della Sera ha dedicato al libro “Utopie di bambini” e al progetto un articolo firmato da Daniela di Iori: “L’isola ideale dei bambini…”

 

22 febbraio 2017

Intervento nella trasmissione Fahrenheit di Rai Radio 3. 


2 – 6 gennaio 2017

Interventi nella trasmissione Fahreragazzi / Fahrenheit di Rai Radio 3, per presentare il viaggio in Italia (con estratti dalle conversazioni con i bambini)

Qui la puntata del 2 gennaio

Qui la puntata del 3 gennaio

Qui la puntata del 4 gennaio

Qui la puntata del 5 gennaio

Qui la puntata conclusiva del 6 gennaio


GIUGNO 2016

Esce un articolo molto bello di Simone Casiraghi, pubblicato su “eco.bergamo”, supplemento de “L’Eco di Bergamo”  (Giugno 2016).

100 utopie D pag. 1

100 utopie D pag. 2

100 utopie D pag. 3


17 APRILE 2016http://meridionews.it/articolo/42561/un-filosofo-raccoglie-le-utopie-dei-bambini-italiani-in-sicilia-esperimento-a-gela-corleone-e-favara/


31 MARZO 2016

La Vita Scolastica (La rivista dell’istruzione primaria, Giunti Editore)

http://www.giuntiscuola.it/lavitascolastica/magazine/articoli/filosofia-in-gioco-con-i-bambini/


2 OTTOBRE 2015

Il progetto del Gioco delle 100 utopie viene presentato durante la trasmissione radiofonica Fahrenheit di Rai Radio3 / Fahrescuola
fahrenheit-2015


15 APRILE 2015

Intervista di Annalisa Colavito su RadioCusano Campus
ASCOLTA: GIOCO DELLE 100 UTOPIE in Radio
– da Radio Cusano Campus


20 MAGGIO 2011

Articolo su La Repubblica (di Michele Smargiassi) scritto a partire da un mio incontro sull’utopia nelle scuole dell’infanzia comunali di Modena (quotidiano cartaceo: Filosofi sono i bambini, «La Repubblica», 20 maggio 2011, p. 52): http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/05/20/filosofi-sono-bambini.html

Esmeralda non ci ha dormito. All’inizio sembrava tutto così facile: un’isola disabitata, una città tutta da inventare a piacere, senza neanche un consiglio dei grandi, per viverci bene ed essere felici. E invece tutto s’è complicato.

Se non si può far del male a nessuno, neanche a un animale, mangeremo solo i tremendi finocchi bolliti? Visto che abbiamo proibito tutte le armi, come faremo a fermare i cattivi? Anzi, come si riconosce un cattivo? È sempre cattivo o può diventare buono? E cos’è la bontà? Mamma mia, tata mia, che cosa strana progettare un’Utopia se hai solo cinque anni.

Ma che cosa entusiasmante vederli al lavoro, i piccoli Thomas More, i mini Tommaso Campanella della scuola materna “Loris Malaguzzi” di Modena, in cerchio come un consiglio di anziani, compresi nel ruolo, un bosco di mani alzate, e nessuno che scantona via con la scusa che gli scappa la pipì. Sono le “Piccole ragioni”, già al lavoro da qualche settimana, è l’esperimento di filosofia con i bambini forse più precoce tra quelli finora tentati qua e là. È stata la Fondazione San Carlo, che organizza ogni anno il Festival filosofia, a donare il progetto al Comune di Modena e alle sue celebri scuole d’infanzia (questa è intitolata al pedagogista reggiano che fu il padre degli “asili più belli del mondo”), e dopo un corso preparatorio tenuto da due docenti di filosofia, Alfonso M. Iacono e Maria Antonella Galanti, adesso ognuna delle ventidue scuole materne della città ha un’insegnante maieuta, che sa come portare per mano i bambini nell’avventura del pensiero astratto, nei labirinti dell’intelligenza cognitiva. Qui si chiama Giovanna Pradelli, eccola sulla soglia del pensatoio: «La stupiranno», anticipa ammiccante, «hanno stupito anche me».

Ha ragione. Al momento, seduti sulle microseggioline, Marco Matilde Matteo Federico e tutti gli altri stanno dirimendo una questione rognosa. Sull’isola dei bambini filosofi è arrivato un ladro, dicendo: «Se mi ospitate, io a voi non ruberò, anzi vi regalerò cose che ho rubato ad altri». «È un cattivo», «Ma a me non ha mica rubato niente», «Però può farlo», «No, ha promesso», «Magari è bugiardo e si ruba tutta l’isola per lui», «Allora lo arrestiamo», «Ma non abbiamo ancora deciso che c’è la polizia sull’isola», «Ha detto che ci fa dei regali», «Io non voglio regali rubati», «Così diventiamo ladri anche noi». Luca Mori, col pupazzo del ladro in mano, si è limitato a lanciare l’argomento e ora dà la parola a chi la chiede.

«Non facciamo una lezione di filosofia ai bambini, facciamo filosofia con i bambini». È operatore del laboratorio filosofico Ichnos, e in questa fase d’avvio del progetto ci mette l’esperienza maturata a Rosignano Marittimo, in Toscana, già dal 2005, per iniziativa del Comune e dell’Università di Pisa. Che qui a Modena scende di qualche gradino nell’età anagrafica, fino a soglie che qualcuno potrebbe ritenere inappropriate. Filosofi a cinque anni? «I bambini sono filosofi, è proprio questa l’età dei perché», taglia corto l’assessore alla scuola Adriana Querzé.

«Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì?», cantilenava la Canzone dell’infanzia di Peter Handke per Il cielo sopra Berlino di Wenders.

E poi la filosofia è un’isola gigantesca e ospitale. E qui si esplora, per cominciare, la sua provincia meno metafisica: l’etica, la filosofia delle relazioni.

Tema: “Il bene e il male”, mica spiccioli. Lo scopo? «Filosofi ne abbiamo già tanti», ironizza Roberto Franchini, presidente della Fondazione San Carlo, «non sarebbe male avere qualche cittadino in più». Ma non è una forma sofisticata di educazione civica, no. È pensiero che nasce dal pensiero e non dallo studio. Insiste Iacono: «Non portiamo una nuova materia a scuola, ma un nuovo strumento per governare i contenuti: abilità che è più importante dell’informazione». «Per questo», spiega Carlo Altini, curatore del progetto per la Fondazione, «abbiamo scartato tutti i protocolli stranieri sulla “Filosofia spiegata ai bambini”, per quanto siano abilissimi e accattivanti». Non c’è ipse dixit, neanche ben confezionato, neanche colorato come un fumetto. Per pensare basta avere il pensiero, e il pensiero infantile è un territorio smisurato tutto da esplorare. E del tutto privo di ipocrisie e imbarazzi. «Ho cambiato idea!» garrisce una biondina con le efelidi, orgogliosa come se annunciasse di aver fatto la scoperta più bella del mondo.

Azzardatevi voi.

Luca sapientemente inserisce ogni tanto uno stimolo. La discussione sulle armiè giuntaa un punto morto (si può usare un’arma per il bene? Può un’arma spingerti a fare il male? Si può usare violenza per combattere la violenza?), ed ecco che si presenta un Re: «Ciao Ragazzi, se volete penso a tutto io, decido io e le colpe sono mie». «Sììììì», sollevati, entusiasti. «Ma se poi decide di farmi del male?», accidenti al dubbio metodico: siamo daccapo. «Sei buono o cattivo?», «Io? Buonissimo!», «E se fa finta?», «Facciamo che decidi tu, ma prima chiedi a noi», «Secondo me vuole venire per fare come gli pare a lui», «Lo mandiamo via?». Si vota. Vincono gli scettici. Exit il Re in affitto.

«Pensiero ipotetico», commenta soddisfatto a parte Luca, «a questa età è sviluppatissimo, sorprendente. Le prime risposte sono sempre quelle già sentite dai genitori. Ma poi si affaccia il dubbio e devono buttarsi avanti da soli». Esplorare il mare un po’ spaventoso che c’è fra realtà e desiderio, esistente e possibile, ipotesi e contraddizione. Un capelli-spazzola si blocca a metà ragionamento: «Aspetta, te lo dico dopo, adesso ci devo pensare». La scoperta emozionante dell’argomentazione. Sull’isola, intanto, è sbarcato un mago: «Perché fare tanta fatica? Se volete, ecco una bacchetta magica, e quello che volete si realizza subito, senza stare tanto a pensarci». È un colpo basso. Il popolo di Piccola Utopia vacilla. «Lo prendiamo?».

Pensare è fatica, in fondo. Ed è quasi ora di merenda. «Puoi fare tutto tutto? Basta volerlo?».

Che tentazione. Ma Esmeralda, merenda o no, non è una che si fa fregare: «Se pensa a tutto la bacchetta magica noi smettiamo di pensare, e se smettiamo di pensare il cervello non esiste più». Lo capisce anche un bambino. Chissà se ci arriva perfino un adulto.

30 APRILE 2010

Articolo su L’Unità (di Vladimiro Frulletti) sul progetto “Utopie” condotto con bambini e genitori a Rosignano Marittimo (quotidiano cartaceo, Scuola e utopia: il progetto delle maestre di Rosignano, «L’Unità», 30 aprile 2010, pp. 14-15)

«Seconda stella a destra…». Se le indicazioni offerte da Edoardo Bennato per trovare l’isola che non c’è vi sembrano un po’ troppo generiche si può prendere la A12 (ma va bene anche la vecchia Aurelia) uscire prima che finisca (da lì ripartirà il famoso Corridoio Tirrenico verso il Lazio) e salire su per la collina che porta a Rosignano Marittimo in provincia di Livorno. Qui “l’Isola che non c’è” appare qualcosa di molto più concreto. Anche se tutti chiamano “Utopia” il progetto che stanno seguendo le scuole materne (bambini di 5 anni) e le elementari (fino alla quinta). Un percorso che mette insieme filosofia, danza e teatro. Ma soprattutto che coinvolge in lezioni parallele i bambini, i loro genitori e le maestre. Un viaggio di idee che come primo risultato concreto ha quello di mettere insieme delle persone e di farle discutere fra loro, faccia a faccia. Di aprire la scuola alla società e di realizzare, in un periodo in cui ognuno s’attacca a relazioni virtuali (attraverso i social network come Facebook o Twitter), relazioni sociali vere.
Obiettivo raggiunto attraverso «esercizi di democrazia», come li definisce il professore Luca Mori, fatti con parole, disegni, pupazzetti e il proprio corpo che come obiettivo hanno, appunto, quello di costruire la città ideale. Un bel posto dove vivere bene. Esercizi perché «ci si esercita ad ascoltare gli altri. Ad argomentare i propri punti di vista, ma anche a rispettare quelli altrui, apprezzando le idee che possono venire da chi la pensa diversamente da noi». Il filosofo Mori va in una classe e racconta una favola. «Immaginiamo – dice ai bambini – che sia stata scoperta un’isola che sembra disabitata. L’autore della scoperta non vuole che la notizia si sappia in giro. teme che diventi meta di persone che la trasformerebbero in un posto come tutti gli altri. E decide che dirà dove si trova solo a chi lo convincerà di avere abbastanza immaginazione per farne un posto dove si può vivere bene». Da qui partono le … successive lezioni che in realtà sono delle vere e proprie assemblee in cui i bambini costruiscono l’isola. E lo fanno sia discutendo, sollecitati dalle domande del filosofo, sia usando il proprio corpo con gli operatori che insegnano danza e teatro coordinati dal registra Alessio Pizzech.
Parallelamente alle lezioni in classe si svolgono quelle con i genitori e gli incontri con gli insegnanti. Mamme e papà si vedono, al pomeriggio e dopo cena, divisi in gruppi in base all’età e alla classe frequentata dai loro figli: 5-6 anni (materna e prima elementare); 7-8 anni (Seconda e terza elementare); 9-11 anni (quarta e quinta elementare). «I genitori – spiega l’operatrice Paola Conforti – fanno lo stesso percorso dei loro bimbi con gli stessi operatori e anche le insegnanti hanno incontri di formazione sempre divise per fasce d’età». Ma poi succede, come sta succedendo (le lezioni sono iniziate a febbraio e finiranno a maggio) già ora, che alla sera, dopo cena, all’incontro col filosofo e con i genitori di una fascia d’età si ritrovano maestre anche di altre classi per scoprire come sta prendendo forma l’isola costruita da altri bimbi e da altri genitori. Perché “Utopia” è sì un gioco, una finzione, ma non una chimera. «Non è l’utopia che si identifica con l’irrealismo – come ha spiegato Maria Antonella Galanti, ordinaria di pedagogia generale all’Università di Pisa che assieme al preside di Lettere e Filosofia di Pisa Alfonso Maurizio Iacono ha la supervisione scientifica sul progetto -, ma quella che consiste nel sapere qual è l’ideale a cui si aspira». Ed è così che il gioco, ascoltando quello che dicono bambini e genitori, diventa serissimo. «Il far finta è un modo maledettamente serio – ricorda il professore Iacono – di costruire mondi».
Una sera dentro la Sala Nardini ne abbiamo avuto un esempio concreto. In platea i genitori (più mamme che papà) e un gruppo di maestre. Sullo schermo le immagini girate dal professor Mori di alcune lezioni-assemblee fatte con in bambini di II e III° elementare: discutono di problemi attualissimi. Le regole servono? Fare ognuno come gli pare all’inizio è un’opzione molto attraente, Poi un bimbo si pone un dubbio: se qualcuno è libero di parcheggiare dove vuole e mette la macchina davanti a un cancello impedisce a un altro di poter uscire. Si convincono che senza regole non si è più liberi. «In una quinta – dice Mori – mentre stavano scrivendo le proprie regole, hanno chiesto alla maestra di poter rileggere la Costituzione». Per i più piccolo però la prima regola sarà che tutti devono essere gentili. E i confini? Le misure di difesa si sprecano: barriere sotterranea trasparenti che si alzano (contro gli squali) e s’abbassano con un telecomando, torrette, mura, anche filo spinato. Ma poi c’è una bambina che pone un dubbio a tutti gli altri: «con tutte queste cose attorno all’isola diventa brutta, perché poi non ci sentiamo più liberi». Che è poi il dubbio attualissimo di quanto il bisogno di sicurezza stia riducendo gli spazi di libertà delle persone. E se arrivano altre persone che vogliono vivere sull’isola che si fa? Si respingono o come, propongono alcuni, li si accetta a patto che studino «tutte le regole che abbiamo scritto». Anche perché poi il professore rovescia la prospettiva spiegando ai bambini che potrebbero essere loro che arrivano in nave e scoprono che sull’isola già ci vivono altre persone. E discussioni accese scoppiano sul ruolo dei genitori. C’è chi sull’isola proprio non li vuole (un bimbo arrabbiato col papà che non l’ha fatto giocare a pallone in casa) temendo che rovinino tutto perché adulti («sono gli adulti che fanno la guerra » spiega una bambina) e c’è chi propone di metterli alla prova: «tu – hanno chiesto a Mori – gli fai le stesse domande che fai a noi, noi ci mettiamo intorno, stiamo zitti e sentiamo cosa dicono, che isola vogliono fare, e poi decidiamo…».
E in effetti anche i genitori sono chiamati a fare la propria isola scoprendo spesso- fa notare Mori – quanta sia distante non solo il proprio mondo con quello dei figli, ma anche quanto scarto c’è fra la città vera che vivono ogni giorno e quella che vorrebbero per i propri figli. Scoprono ad esempio che tra i loro figli c’è chi preferisce giocare a tennis sulla wi-fi che dal vero perché è più semplice. basta schiacciare un bottone. «dal vero invece bisogna chiedere al babbo di portarti al campo…». «Una mamma – racconta Mori – dopo un paio d’incontri ha deciso di spegnere più spesso la tv perché in casa hanno iniziato parlare di queste cose con i figli e tutti lo hanno trovato più divertente». A fine maggio tutte queste scuole, invece che la serata con il tradizionale spettacolo di fine anno scolastico, faranno quella che qui chiamano «messa in assemblea». «Volevamo evitare – spiega una maestra – la solita divisione di ruoli. Il bambino sul palco e il genitore giù che assiste. Così tutti saranno protagonisti allo stesso modo. Tutti attori, nessun spettatore». Sarà infatti una tre giorni (al Castello Pasquini di Castiglioncello) in cui bambini, genitori e insegnanti confronteranno le loro isole. Per scoprire che nella ricerca dell’isola che non c’è qualcosa fra loro è già cambiato, e probabilmente in meglio. Anche perché, come spiega Bennato, «… Se ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te!».