Pensare il futuro

[*le immagini sulla città futura in stile cartoon sono di Lucrezia Benvenuti, grafica e illustratrice pisana].

Sul finire del XIX secolo alcuni illustratori francesi furono invitati a disegnare immagini relative alla Francia dell’anno 2000: ne uscì una serie di proiezioni sul futuro, in forma di carte postali: l’idea fu presentata all’Exposition Universelle di Parigi del 1900 e sviluppata per alcuni anni  (1899-1910) [vedi un articolo sulla Public Domain Review].  Riporto a fine post parte della serie. Premetto però alle immagini il testo base di una mia relazione sul futuro immaginato oggi da bambini tra 6 e 11 anni, per ispirare ai lettori qualche confronto e qualche conversazione al riguardo.

La seguente relazione è stata presentata da Luca Mori a: INTERNET FESTIVAL – Forme di Futuro – LIVING CULTURA – Spazio Internet Comunità – Sabato 10 ottobre 2015 – Scuola Normale Superiore – Piazza dei Cavalieri, Pisa.

Premessa

Questa storia non è vera, ma si può ritenere che sia verosimile, poiché è interamente basata su ciò che centinaia di bambine e bambini tra i 6 e gli 11 anni hanno detto, tentando di immaginare come effettivamente sarà il mondo del futuro e come desidererebbero fosse un mondo ideale in cui vivere bene insieme. Raccontando ciò che secondo loro è verosimile aspettarsi nell’uno e nell’altro caso, la storia evidenzia che il futuro previsto e l’utopia disegnata dal desiderio sono ben lontani dal coincidere. Proprio tale mancata coincidenza costituisce il punto su cui invitiamo a riflettere chiunque tenti di immaginare e progettare lo spaziotempo futuro delle relazioni umane e le tecnologie che ne tracciano vincoli e possibilità.

La città futura…

Ci sarà una volta una città fluttuante, i cui abitanti vivranno in grattacieli altissimi costruiti su piattaforme girevoli, oppure in case e ville più basse, sospese nell’aria grazie a gigantesche calamite respingenti, studiate per ridurre l’impatto di alluvioni e terremoti. Compariranno qui anche le prime case volanti, che si libreranno nell’aria assieme ad autobus, macchine, biciclette e bolle volanti – mezzi più innovativi e resistenti di tutti gli altri – che scorreranno lungo rotte tracciate da complessi sistemi di proiezione d’immagini. Tutti i mezzi di trasporto saranno in grado di muoversi senza pilota. Per agevolare il viaggio degli eventuali passeggeri, molti altri oggetti appariranno come sospesi nel cielo: ad esempio, bancarelle per fare acquisti. Quelle che un tempo erano strade d’asfalto saranno ancora percepibili, in basso, come letti di fiumi ormai prosciugati: strisce progressivamente riconvertite ad aree verdi in cui passeggiare e coltivare, non appena ci si accorgerà del fatto che troppi saranno gli esseri umani sul pianeta e troppo poche la terra libera e la vegetazione rimaste.

Sarà questo uno dei fili del rasoio su cui la città futura camminerà, incerta tra l’inebriante sentimento di potere che consegnerà ai suoi abitanti – come il potere del volo individuale – e il diffuso sentimento della fragilità dell’insieme: fragilità dovuta al persistente squilibrio tra le connessioni curate e quelle trascurate. Nella città fluttuante e iper-connessa, infatti, le connessioni trascurate potrebbero aumentare più velocemente di quelle effettivamente monitorabili e curate, sia all’interno della città stessa e tra i suoi abitanti, sia tra la città e gli ecosistemi naturali.

Tra gli indici dello squilibrio continuerà a esserci l’inquinamento, in forme vecchie e soprattutto nuove, con una parziale e forse sciagurata consolazione: ci saranno più malattie dovute all’inquinamento, ma anche più medicine per curarle.

Sarà un mondo pieno di cose, quello della città fluttuante, ma non di cose qualsiasi, come potevano essere concepite fino a tutto il Novecento: saranno cose automatizzate, capaci di connettersi e scambiare informazioni con altri oggetti, ambienti o persone. A un immaginario viaggiatore che provenisse dal ventesimo secolo saranno ancora riconoscibili alcuni tratti essenziali della città superamericana descritta da Robert Musil, dove «[a]ria e terra costituiscono un formicaio, attraversato dai vari piani delle strade di comunicazione. Treni aerei, treni sulla terra, treni sotto terra, posta pneumatica, catene di automobili sfrecciano orizzontalmente, ascensori velocissimi pompano in senso verticale masse di uomini dall’uno all’altro piano di traffico; nei punti di congiunzione si salta da un mezzo di trasporto all’altro, e il loro ritmo che tra due velocità lanciate e rombanti ha una pausa, una sincope, una piccola fessura di venti secondi, succhia e inghiotte senza considerazione la gente, che negli intervalli di quel ritmo universale riesce appena a scambiare in fretta due parole. Domande e risposte ingranano come i pezzi di una macchina, ogni individuo ha soltanto compiti precisi, le professioni sono raggruppate in luoghi determinati, si mangia mentre si è in moto, i divertimenti sono radunati in altre zone della città, e in altre ancora sorgono le torri che contengono moglie, famiglia, grammofono e anima». Fin qui Musil, che non poteva tuttavia immaginare l’evoluzione successiva di quel mondo formicolante, riassumibile in due categorie di oggetti: schermi e robot.

Schermi fluttuanti o incorporati nelle pareti più diverse, schermi indossabili con gli abiti e schermi grandissimi e al tempo stesso portatili, capaci di espandersi e di ripiegarsi in forma di cubetto ad un semplice tocco. Nell’evoluzione del mondo multischermo che ancora agli inizi del XXI secolo appariva nuovo ad uno degli attori principali dell’epoca – Google – le immagini visualizzate saranno abitualmente fruibili in 3D senza bisogno di occhialini. Saranno tanto realistiche quelle immagini, che si potrà così pensare di avere a disposizione una sorta di tecnologia del teletrasporto, o della “multi-presenza”: poiché un corpo potrà essere “qui” e quasi altrettanto realisticamente nei molteplici “altrove” connessi. D’altro canto, per chi sarà ormai abituato alla costante sovrapposizione tra online ed offline e all’osmosi tra esperienze e schermi, le differenze tra originali e copie appariranno più sottili che in passato.

… e i suoi abitanti

Come gli schermi, i robot saranno dappertutto. Robot sempre più perfezionati, dalle case robotizzate agli animali-robot uguali a quelli veri, indistinguibili come voleva Cartesio, che si diffonderanno perché controllabili agevolmente con telecomandi. «Con il telecomando si dura meno fatica» – sarà il ragionamento di fondo – com’è chiaro ad esempio considerando ciò che accade se si vuole portare a passeggio un cane. La gente vorrà in generale durare meno fatica nel fare le cose: sarà perciò più pigra, più sedentaria e anche più diffidente nei confronti degli altri rispetto al passato, avendo più occasioni d’incontro con gli avatar delle persone che con le persone stesse. Si sarà meno abituati a stare insieme agli altri, nel senso antico dello “stare insieme”.

I robot sostituiranno gli esseri umani in molte circostanze: innanzitutto nel pulire, nel cucinare, nel mettere in ordine le case (almeno per le case che non saranno fornite di pulsanti auto-ordinanti); poi sostituiranno gli esseri umani nel lavorare e in particolare nei compiti di aiuto agli altri. Sostituiranno ad esempio maestre, badanti, babysitter e forse anche i genitori per giocare con i bambini, così – si dice – i genitori potranno «essere più tranquilli». Ma su questo punto non tutti saranno d’accordo il dibattito sarà grande in città: «i bambini sono abituati a stare con babbo e mamma»; «i robot non potrebbero parlare, non capirebbero i bambini, non potrebbero pensare a loro tutti i momenti, tutti i giorni»; «i robot possono servire, ma non possono guardare i bambini»; «con i genitori non ci si annoia»; «i genitori ti fanno sentire bene, protetto»; ma i robot hanno il vantaggio che non si ammalano e non si annoiano, che se sono programmati per fare una cosa non pensano a farne altre, anche se può accadere che, «se vogliono troppo bene, impazziscono».

Ci saranno robot che lavorano guadagnando soldi per il proprietario e altri controllabili con telecomandi e comandi vocali, studiati per la difesa e per l’attacco: serviranno per difendere gli uomini da altri uomini, in città. I robot faranno anche la guerra al posto degli esseri umani e le guerre di conseguenza potranno essere più distruttive di quelle del passato, perché «i robot distruggono tutto, anche se possono essere programmati per non distruggere proprio tutto».

Il corpo umano sarà integrato con parti robotiche, che permetteranno ad esempio di allungare braccia e gambe. Ci saranno macchinari automatici indossabili che cureranno le persone e dispositivi portatili che faranno arrivare le cose che servono dove ne abbiamo bisogno (con mezzi di trasporto personali senza pilota – come droni – che arrivano dove uno ne ha bisogno).

Nuove abitudini e antiche ossessioni

Nonostante le innumerevoli nuove abitudini della città fluttuante, le guerre – antica ossessione – continueranno ad esserci, anche più che in passato e soprattutto a causa del non risolto problema della diseguaglianza tra la minoranza dei ricchi e la maggioranza dei poveri. Chi potesse avventurarsi nei recessi più segreti della città vi incontrerebbe un nuovo paradossale vertice della distruttività umana: da un lato, laboratori dove si costruiscono armi simili alla bomba atomica, ma più distruttive; dall’altro lato, laboratori dove si progettano robot molto avanzati e praticamente indistruttibili, in grado di sopravvivere a un’eventuale catastrofe che potrebbe distruggere la Terra. Dunque armi distruttive come non mai e robot indistruttibili, capaci di sopravvivere alla distruzione del pianeta e all’uomo stesso!

Intanto negli spazi pubblici della città tutte le nuove abitudini troveranno modo di esprimersi e di essere pubblicizzate. Risalteranno i dispositivi che permetteranno di modificare l’esperienza di gioco integrandola con potentissimi elementi di virtualità. Ci saranno campi da gioco che, a seconda del codice digitato entrando, cambieranno aspetto, diventando campi da pallavolo o da calcio o adatti a qualsiasi altra attività, con spettatori virtuali e giocatori virtuali capaci di riprodurre caratteristiche e fattezze dei campioni più famosi (del passato e del presente). Sistemi portatili di telecamere e proiettori permetteranno di produrre immagini con cui giocare e interagire, rendendo visibili e interagibili cose distantissime o immaginarie. Tutto accadrà come se cose e personaggi fossero usciti dagli schermi: in questo modo tutti potranno interagire con oggetti e persone che non potrebbero permettersi altrimenti. Lo spaziotempo della città fluttuante sarà dunque carico di virtualità: non solo una realtà aumentata, ma una deutero-realtà di fantasie svolazzanti nell’aria, come fantasmi divenuti visibili e interagibili.

I bambini impareranno a usare tutte le tecnologie nelle scuole, dove gli schermi touch e le lavagne digitali saranno conservate come reperti archeologici. Lì ci saranno dispositivi che faranno apparire lettere e immagini davanti agli occhi, quasi galleggianti nell’aria, mostrando al bisogno cosa e come scrivere, leggere e cercare. Lì «non si sa se si usa la testa o no»: secondo alcuni abitanti della città, usare questi dispositivi porterà a «dire senza capire». «Pigi un bottone e sei facilitato», ma forse «le immagini scappano via prima che si possa capire».

Lo stesso problema si presenterà in altri ambiti: Per imparare a fare sport, ad esempio a danzare, potranno esserci tute meccaniche robotiche in cui si entra lasciando il corpo un po’ “abbandonato” e “rilassato”: saranno le tute a muoversi come si deve per fare le mosse giuste: così tu «ti vedi come fai e ti valuti». Non mancheranno coloro che riterranno tutto ciò limitante e perfino pericoloso per le possibilità dell’essere umano: i più decisi e arditi si uniranno e fonderanno comunità di persone ostili al proliferare eccessivo delle nuove tecnologie, impegnandosi nella ricerca di nuovi e vitali equilibri tra “naturale” e “artificiale”; o, forse, di diverse forme dell’artificialità, più vivibili, aggiornabili ai bisogni dell’uomo e non tali da costringere l’uomo a trasformare troppo in fretta se stesso, per aggiornarsi. Le domande cruciali saranno, per ogni nuova tecnologia introdotta: quali nuove possibilità ci offre davvero questa tecnologia? Quali vecchie possibilità trasforma? Quali possibilità e capacità ci farà perdere?

Ma il desiderio porterà ancora altrove

L’uomo conserverà ancora, nonostante tutto, la sua originaria prerogativa di non coincidere con il punto in cui si trova. Quale utopia immagineranno gli abitanti della città fluttuante non è dato dirlo; ma sappiamo che le bambine e i bambini, che all’inizio del XXI secolo hanno immaginato la città fluttuante del futuro, concepiscono ben diversamente le loro utopie. Nelle loro isole utopiche sono stabiliti molti limiti e cautele all’utilizzo degli schermi, in particolari di televisioni e videogiochi, che “trattengono”, “incantano”, “fanno perdere tutto il divertimento fuori, all’aria aperta” e rendono i genitori assenti, anche quando sono presenti e vicini, ma assorbiti da smartphone e tablet tra giochi, mail e social network.

Nelle utopie contano gli spazi aperti e verdi, l’aria pulita, l’assenza di traffico e di ritmi troppo veloci; contano gli spazi pubblici ben curati per mangiare, giocare e fare avventure insieme all’aperto. Il tema ricorrente che emerge in tutti i dettagli della progettazione è quello di evitare il troppo: non bisogna costruire troppo, consumare troppo, permettere solo a uno o a pochi di governare per troppo tempo, tagliare troppi alberi, pescare troppi pesci, consumare troppa energia, pretendere di avere troppe cose e troppe comodità, permettere troppa differenza tra chi ha troppo e chi ha troppo poco; giocare troppo ai videogiochi e stare troppo davanti alla televisione…

Si cerca la misura e le tecnologie che aiutano a trovarla, che aiutano cioè ad esercitare il senso normalmente deficitario del limite, sono le benvenute. Le tecnologie più dispendiose in termini energetici e d’impatto ambientale continuano ad essere quelle destinate a difendere l’utopia dagli estranei, a difendere i suoi abitanti da altri esseri umani. Non sempre è così, ma lo è in molti casi significativi.

Dunque la morale della storia non c’è. Come in passato, siamo sempre e ancora “tra”: tra creazione e distruzione; tra tecnologia che impigrisce o “incanta” e tecnologia che libera e moltiplica le possibilità di agire e scoprire; tra ciò che il senso di realtà ci mostra e ciò che il senso di possibilità ci fa presagire. I piccoli Prometeo, che sanno immaginare città fluttuanti e utopie, sentono oggi molti discorsi che annunciano la prossimità di una soglia critica; sentono parlare di crisi ambientali e sociali imminenti, come vasi di Pandora che pericolosamente oscillano e sembrano sul punto di rovesciarsi; al tempo stesso, continuano a sperare di essere sulla soglia non di uno, ma di tanti “inizi” possibili, alcuni dei quali potrebbero essere belli e ragionevolmente felici.

ENGLISH VERSION

Once upon a time there will be

Foreword

This is not a true story, but it could be considered near to the truth, because it is entirely based on what was said by hundreds of girls and boys aged between 6 and 11, as they tried to imagine what the world of the future will really be like, and how they would like to see an ideal world where everyone can live happily together. By recounting what they believe is possible in each of these cases, the story highlights that the predicted future and the Utopia designed by desire are very far from corresponding. It is precisely this lack of correspondence on which we invite reflection by anyone attempting to imagine and plan the future space and time of human relations and the technologies that provide them with connections and possibilities.

The future city…

Once upon a time there will be a floating city whose inhabitants will live in super-high skyscrapers built on rotating platforms, or in low-level houses suspended in the air by enormous repelling magnets, specially designed to reduce the impact of floods and earthquakes. Here too will be the first flying houses, freely floating in the air alongside flying buses, cars, bicycles and flying bubbles – the most innovative and resistant of all – which will travel along routes signposted by complex systems of projected images. All the methods of transport will be self-driving. To make travelling more pleasant for the passengers, many other things will be suspended in mid-air: for example, stalls for shopping. What were once paved streets will still be visible below, like dried-up riverbeds: strips of land gradually returned to green areas for walking and growing things, as soon as it is realised that there are too many people on the planet and not enough free land and plant life remaining.

This will be one of the razor edges upon which the city of the future will walk, vacillating between the intoxicating feeling of power it will grant its residents – such as the power of individual flight – and a widespread awareness of the fragility of the whole: a fragility caused by the ongoing imbalance between connections that are looked after and those which are neglected. In this fluctuating and ultra-connected city, in fact, the neglected connections could grow faster than those which can be monitored and thus taken care of, both within the city itself and between its residents, and between the city and natural ecosystems.

Signs of this imbalance will include continued pollution, in its old form and also, especially, new forms, and with it a partial and perhaps deplorable consolation: there will be more illnesses caused by pollution, but also more medicines to cure them.

This world of floating cities will be a world full of things, but not normal, everyday things, as we may have thought until the twentieth century: these will be automated things, able to connect and exchange information with other objects, places or people. An imaginary traveller from the twenty-first century would still be able to recognise some features of the super-American city described by Robert Musil, where “Air and earth form an ant-hill, veined by channels of traffic, rising storey upon storey. Overhead-trains, overground-trains, underground-trains, pneumatic express-mails carrying consignments of human beings, chains of motor-vehicles all racing along horizontally, express lifts vertically pumping crowds from one traffic level to another . . .. At the junctions one leaps from one means of transport to another, is instantly sucked in and snatched away by the rhythm of it, which makes a syncope, a pause, a little gap of twenty seconds between two roaring outbursts of speed, and in these intervals in the general rhythm one hastily exchanges a few words with others. Questions and answers click into each other like cogs of a machine. Each person has nothing but quite definite tasks. The various professions are concentrated at definite places. One eats while in motion. Amusements are concentrated in other parts of the city. And elsewhere again are the towers to which one returns and finds wife, family, gramophone, and soul”. Musil goes thus far, yet he could not imagine the subsequent evolution of that ant-hill city, which can be summed up in two categories of objects: screens and robots.

Floating screens, or screens built into various walls, wearable screens in clothing and enormous yet portable screens, which can expand and fold away into a small cube at the touch of a button. In the evolution of the multi-screen world, which even at the beginning of the twenty-first century still felt new to one of the major players of the age – Google – the images viewed will be commonly available in 3D without the need for special glasses. These images will be so realistic that one might even believe in the existence of a kind of teleportation technology, or “multiple presence”, in that a body can be “here” and almost equally realistic in multiple “somewhere elses” connected to it. On the other hand, those who are already accustomed to the constant overlapping of online and offline, and the osmosis between experience and screen, the differences between original and copy will be more subtle than they used to be.

and its inhabitants

Just like screens, robots will be everywhere. Increasingly perfect robots, from robotized houses to robot-animals just like the real thing, indistinguishable as Descartes described, popular because they are easily and remotely controlled. With the remote control it’s “less effort”, the reasoning will go – clearly exemplified by what happens if we want to take the dog for a walk. People will want to endure less effort in doing things: and so they will be lazier, more sedentary and also more suspicious of others than in the past, as they will come across avatars of people more frequently than the people themselves. They will less accustomed to spending time with others, in the old sense of “being together”.

Robots will replace human beings in many situations: above all in cleaning, cooking, tidying the house (at least in houses without automatic tidying buttons); they will also replace humans at work, especially in tasks to do with helping others. For example there will be robots instead of teachers, carers, babysitters and maybe even parents for playing with children, and so – they say – parents will be able to be “calmer”. But not everyone will agree on this point, and there will be great discussions in the town: Children are used to being with Daddy and Mummy; Robots cant talk, they wouldnt understand the children, they wouldnt be able to think about them all the time, every day; Robots can serve us, but they cant look after children; You dont get bored with parents; Parents make you feel good, they protect you; but robots have the advantage that they dont get ill and theyre never bored, theyre programmed to do one thing and they dont think about anything else, although it might happen that If you love them too much, they go mad.

There will be robots that work to earn money for their owners, and others, controlled by voice command and remote control, designed for defence and attack: these will be used to defend men from other men in the city. Wars will also be fought by robots instead of human beings, and consequently, wars could be more destructive than they were in the past, because “robots destroy everything, although they can be programmed not to destroy absolutely everything”.

The human body will have robotic additions, which will make it possible, for example, to extend arms and legs. There will be wearable automatic machines for curing people, and portable devices that will take the things we need to wherever we need them (using personal pilotless transport methods – like drones – which arrive when required).

New habits and old obsessions

Despite the countless new habits in the floating city, the ancient obsession of war will continue to exist, perhaps even more than in the past, and caused above all by the unresolved problem of inequality between the wealthy minority and the poor majority. Those who venture into the most secret corners of the city will find there paradoxical new heights of human destructiveness: on the one hand, laboratories where they build weapons similar to the atom bomb, but more destructive; on the other hand, laboratories where they design highly advanced robots that are practically indestructible, which can survive any kind of catastrophe affecting the planet. So, armies which are more destructive than ever before, and indestructible robots which can survive the destruction of the planet and mankind itself!

Meanwhile, in the public spaces of the city, all the new habits of the people will find expression and publicity. There will be devices that allow you to modify your experience of play by adding powerful elements of virtual reality. There will sports fields which can change their form according to the code typed in, to become volleyball courts or football fields or any other kind of space, with virtual spectators and virtual players who can reproduce the style and actions of top champions (of the past and the present). Portable video cameras and projection systems will make it possible to produce images which you can play and interact with, making very distant or imaginary objects visible and interactive. It will be exactly as if things and people came out of the screens: in this way everyone will be able to interact with people and objects they would otherwise not be able to afford. In consequence, the space and time of the floating city will be full of virtual reality: not only enhanced reality, but a deutero-reality of fantasies floating in the air, like ghosts made visible and interactive.

Children will learn how to use all the technology at school, where touch screens and smart boards will be preserved as archeological exhibits. There will be devices that make letters and images appear in the air, floating at eye-level, demonstrating what and how to read, write and search. “You won’t be able to tell if you’re using your brain or not”: according to some residents of the city, using these devices will allow you to “say without thinking”. “You press a button and it guides you”, but it could be that “the images go away before you can understand”.

The same problem will occur in other contexts: for example, to learn a sport, for example, dance, there will be robotic bodysuits which you wear, leaving your body slightly floppy and relaxed: the suit will make the correct movements: and so you’ll be able to “see how it’s done and know how you’re doing”. There will be some people who think that all this limits and perhaps even endangers human potential: the boldest and most extreme of them will get together and form communities of people hostile to the excessive proliferation of the new technologies. They will devote themselves to researching new and essential balances between “natural” and “artificial”; or perhaps, different forms of artificiality, easier to live with, which can be updated according to people’s needs rather than forcing people to change too rapidly in order to keep up with them. The critical questions for each new technology invented will be: What new possibilities does this technology really offer? Which old possibilities does it transform? What possibilities and skills will we lose by adopting it?

But desire will also lead elsewhere

In spite of everything, people will continue to have their inborn trait of not being in tune with the point theyre at. It is impossible to say what Utopias the inhabitants of the floating city will foresee; but we know that the girls and boys who imagined the city of the future, at the beginning of the twenty-first century, have a very different conception of their ideal worlds. Their utopian islands contain many limits and words of caution about the use of screens, especially television and video games, which “suck you in”, “bewitch you”, “make you lose all enjoyment outside in the open air” and make parents absent, even when they are present and nearby, but absorbed in smartphones and tablets, playing, emailing or on social networks.

In their utopian communities, green space, clean air and the absence of traffic and excessive speed are desirable, as are well-maintained public spaces for eating, playing and spending time together out of doors. The recurrent theme emerging in the details of all the plans is the avoidance of excess: not to build too much, consume too much allow one or a few people to govern for too long, cut down too many trees, catch too many fish, use too much energy, aspire to have too many possessions or too comfortable a life, allow too much disparity between those who have too much and those with too little; play too many video games or spend too much time watching TV…

The search is for moderation, and technologies for achieving it, in other words those devices that help to exercise the often-deficient sense of limitation, are to be welcomed. The most extravagant and costly technologies in terms of energy and environmental impact remain those developed to defend the Utopia from outsiders, to defend humans from other humans. It is not always like this, but in a significant number of cases it is.

Therefore there is no moral to this story. Just as in the past, we are always and still “between”: caught between creation and destruction; between technology that makes us lazy or “bewitches” us and technology that frees us and multiplies opportunities for action and discovery; between what our sense of reality shows us and what our sense of possibility makes us predict. The young versions of Prometheus, capable of imagining floating cities and Utopias, are today hearing many people say we are approaching a critical threshold; they hear talk of imminent social and environmental crises, like Pandora’s boxes that are teetering dangerously and on the point of tipping over; at the same time they continue to hope that they are on the verge of not one, but many possible beginnings, some of which might be pleasant and reasonably happy.

LA FRANCIA DEL 2000 IMMAGINATA 100 ANNI PRIMA

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