Utopia di Bari, 16 febbraio 2016

Luogo: Scuola Piccinni, ICS Umberto I San Nicola Bari
Data: 16 febbraio 2016, martedì (4 ore)
Gruppo: Classe IV C (24 bambine/bambini presenti su 27)
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013
In aula con me: Insegnanti Maddalena Casella, Agata Ferrara, Isabella Rotolo; Giuseppina Boccasile; [riprese a cura di] Cinzia de Candia
Bambini: Mariagrazia, Luca, Giuseppe, Cristina, Stefania, Andrea C., Odigitria, Pierluca, Erika, Piergiovanni, Gigliola, Daria, Carlo, Lorenzo, Fulvio, Ivan, Alessandro, Massimo, Francesco, Andrea L., Angelica, Francesca, Bianca, Rebecca

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Bari.

Bianca e altri dicono acqua; Andrea L. dice cibo. Massimo dice una casa e Gigliola una famiglia. Agli «utensili per cacciare» pensa subito Andrea C. (come «lance per colpire i pesci»). Cristina pensa a «campi dove fare crescere delle piante». Gigliola dice che avremo bisogno di aria e precisa che «l’inquinamento non ci dovrebbe essere»: intende dunque dire che non dovrebbe esserci aria inquinata. Daria pensa all’esigenza di «qualcosa per curarsi», come medicine o ospedali. A qualcosa per fare sport pensa un bambino, Andrea C., che pensa in primo luogo alla pallanuoto. Andrea L. pensa allora a maschere e altre attrezzatture per nuotare.

Gigliola pensa poi a «mezzi di trasporto per spostarsi nell’isola», mentre Cristina pensa all’esigenza di caldaie per riscaldarsi se fa freddo. Andrea L. torna sulla proposta di Gigliola, avvertendo che i mezzi di trasporto possono inquinare. «Non dovremo utilizzare l’olio, il petrolio», dice Gigliola. «Serve anche un porto, perché se c’è il mare…», dice un bambino; e Massimo aggiunge che ci potranno essere mezzi non inquinanti come barchette in legno, come anche Erika.

Stefania pensa ora a «un posto d’alloggio per le persone che vengono». Qualcuno dice che dovrà essere un hotel.

Cristina interviene perché non è d’accordo con Gigliola, in quanto «il petrolio serve». «Tutte le cose che abbiamo sono fatte di petrolio», dice un bambino. Riassumendo, i bambini notano che: non si vorrebbe il petrolio, però si è detto che ci sarà bisogno di mezzi di trasporto e di altre cose di plastica che sono fatte con il petrolio. C’è chi pensa allora a forme di energia alternative. Un bambino ha sentito parlare di una “benzina di girasole”, che potrebbe essere meno inquinante. Esiste? Poi si è parlato di metano: inquina meno della benzina?

Per prendere posizione su tutte queste cose, ci accorgiamo che abbiamo bisogno di approfondire, di cercare informazioni precise e attendibili. Dovremo fare una ricerca, oppure chiedere a qualche persona competente di darci indicazioni.

Francesco a questo punto pensa all’esigenza di costruire dighe e protezioni «per evitare inondazioni», tenendo conto del fatto che l’isola è attraversata da un torrente che scende dalle montagne e va verso il mare; mentre Piergiovanni si augura di «non trovare la guerra» e di non portarla sull’isola: lo si può fare trovando modi «per essere d’accordo», per mettersi d’accordo tra gli abitanti dell’isola.

Carlo segnala qui l’esigenza di leggi: anche queste potrebbero aiutarci.

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Ricordiamo qui, mettendo insieme i due riferimenti alle inondazioni (e quindi al cattivo tempo) e alla guerra, un passaggio del filosofo Thomas Hobbes, che in uno libro intitolato LEVIATANO, usava proprio il cattivo tempo come immagine per parlare della guerra: «La GUERRA, infatti, non consiste solo nella battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata: la nozione di tempo va dunque considerata nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni atmosferiche. Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede in due acquazzoni, bensì nella tendenza verso questo tipo di situazione, per molti giorni consecutivi, allo stesso modo la natura della guerra non consiste nel combattimento in sé, ma nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario [there is no assurance to the contrary]».

Giuseppe pensa ora a un sacco a pelo, «per dormire la notte». Massimo pensa a una canna da pesca (una ciascuno). Pierluca penserà poi a «un’enorme zattera per andarsene in caso di terremoto». Fulvio penserà a ombrelli «in caso che piova» e Lorenzo a parafulmini per le tempeste.

Gigliola: «In ogni caso delle mura per proteggere quest’isola: io ho immaginato quest’isola con diciamo delle mura, come dei grossi pali che arrivano fino alla profondità del mare». Questi pali circonderanno l’isola come mura, piantati lungo il contorno dell’isola.

«Io visto che quasi tutte le zone del mondo sono inquinate, io farei un’area protetta: sennò uno viene e inquina tutto», dice Andrea L.. Il bambino è scettico sulla possibilità ipotizzata da Gigliola in precedenza, di mantenere tutta l’isola protetta dall’inquinamento. Forse non si riuscirà: sarà dunque bene predisporre un’area protetta.

Carlo: «Io volevo dire che, visto che noi non vogliamo l’inquinamento in quest’isola, di mettere più bicilette e di fare una legge di non buttare le sigarette o di non fumare tanto». Ecco dunque due vie per ridurre l’inquinamento: portare alcune cose anziché altre e fare delle leggi.

Andrea C.: «Volevo dire che secondo me senza inquinamento non potremmo vivere: perché tutte le cose che abbiamo detto sono fatte di inquinamento ed è impossibile vivere: non avremmo potuto fare le mura, non avremmo potuto fare le case [senza inquinamento]: cioè, facendo le case ci staremmo dentro e non avremmo niente…».

Questo è un problema notevole. Segnalo il libro di Guido Chelazzi: “L’impronta originale. STORIA NATURALE DELLA COLPA ECOLOGICA”. Come se noi esseri umani non potessimo vivere senza inquinare. Potremmo impegnarci per inquinare meno, secondo Andrea C.: «meno, ma non proprio zero».

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Ivan interviene per segnalare un’altra possibile contraddizione nelle cose dette finora. Dopo il problema della contraddizione possibile tra il NON VOLERE L’INQUINAMENTO e il BISOGNO ESPRESSO DI COSE INQUINANTI, troviamo ora una contraddizione tra BISOGNO DI PACE e scelte compiute: «Voglio dire che le mura non servono: perché se vogliamo la pace con gli altri paesi, non ci dobbiamo difendere».

«Posti per lo svago: perché se non ci fossero in una città posti per lo svago, cadrebbe nella depressione», dice Stefania. Mentre Cristina pensa ad «alleviamenti biologici». Daria aggiunge «un posto per l’istruzione», dunque una scuola.

Gigliola: «Io voglio dire due cose. Prima cosa: Andrea ha detto prima che senza inquinamento non potremmo vivere. Però nell’antichità mica c’era l’inquinamento, non c’erano i mezzi di trasporto [inquinanti]». Anche questa è una bella possibilità di RICERCA. Alcuni bambini fanno riferimento ad Assiri e Ittiti. Io avevo letto che il problema ha origine con gli insediamenti stabili del Neolitico: avevo letto più precisamente di una città vicino ad Amman, nel sito di Ain Ghazal, che fu abbandonata due millenni dopo la fondazione per lo squilibrio ecologico provocato dalla sua crescita (cfr. P. Bairoch, Storia economica e sociale del mondo. Vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi, 2 voll., Einaudi, Torino 1999, vol. II, p. 1519).

Gigliola: «Prima alcuni hanno detto che se volevamo la pace le mura non ci dovevano essere. Allora io le avevo pensate non come problema di scontro tra un popolo e l’altro ma come problema di sicurezza: nel senso cioè che se c’era un’inondazione dal mare. Io sono dalla parte della pace». C’è chi pensa anche a tsunami e cose simile. Ma non si concorda a questo punto sul materiale con cui costruire quelle mura.

Vediamo nel frattempo quanti sono d’accordo nel predisporre sistemi di “protezione” dall’isola nel senso appena indicato: 18 voti. Una buona maggioranza.

Gigliola aggiunge: «Le mura di Bari sono state costruite per difendersi dagli altri popoli: per costruire non solo difese naturali, ma anche difese da altri popoli». In effetti, qualcuno osserva che «nell’antichità si facevano molte guerre». Oggi «un po’ di meno», dice Carlo. Mentre «nell’antichità tutti i popoli partecipavano alle guerre, oggi non proprio tutti». In 20 pensano che nell’antichità effettivamente si facessero meno guerre rispetto a quelle che si fanno oggi.

Ma pensiamo ancora, seguendo Andrea, alle conseguenze inattese del sistema delle mura come palizzate: un bambino non può andare a fare il bagno mentre «se arriva uno tsunami, l’isola la inonda tutta». Lo tsunami scavalca le mura: inoltre, non potrebbe accadere che il deflusso dell’acqua sia rallentato dalle mura? «Le probabilità che le scavalchi [le mura], sono poche», dice però un bambino.

Giovanni cambia prospettiva passando all’esigenza di «non tagliare troppi alberi». Compare qui una preoccupazione comune a tante altre utopie immaginate da bambine e bambini fino ai 10 anni di età. Potremmo chiederci, se volessimo fare una legge al riguardo: quando diventa troppo? «Quando li tagliamo tutti», dice subito una bambina. Su questo siamo d’accordo. Quando non ne tagliamo nessuno, è poco. Ma il troppo, quando inizia? L’85% dice qualcuno. Le percentuali «le sappiamo così così», dice un bambino. Una bambina dice che il 20% è già troppo. Cristina: «Secondo me si dovrebbero tagliare gli alberi: però ogni volta che si taglia un albero se ne dovrebbe piantare un altro». Questa proposta introduce una prospettiva diversa. Pierluca: «Io sto sulle percentuali: 65%». Per Carlo sarà il 50%. Quanto alla prospettiva di Cristina, qualcuno osserverà che dovremmo tenere conto anche del TEMPO necessario ad ottenere degli alberi grandi e adulti: l’albero tagliato, insomma, non viene immediatamente sostituito con quello piantato, perché questo ci metterà del tempo a crescere.

A parole il discorso rimane un po’ astratto. Ma se facessimo un disegno, come un cerchio, con uno sfondo di alberi, e iniziassimo a togliere fette diverse (20%, 65%, 85%…), ci renderemmo conto anche visivamente di cosa vogliono dire le diverse scelte.

Andrea: «Visto che nel mondo si sentono dire tante cose di bambini che non hanno più famiglie, e queste cose brutte, io direi di costruire questa città e la darei ai bambini bisognosi: perché loro non hanno niente…». «Senza adulti», precisa Francesco.

Daria interviene ora: «Io voglio dire che… le due cose di cui ci sarebbe bisogno: servirebbe la polizia per le persone che… [vanno] in carcere; e poi anche per gli incendi ci servirebbero i vigili del fuoco. Io non sono d’accordo con Andrea sul fatto che non ci dovrebbero essere gli adulti: perché gli adulti possono fare cose che noi non possiamo ancora fare».

Gigliola: «Io vorrei dire tre cose: intanto batto un attimo sulla percentuale, io voterei per il 47% e un’altra cosa. Anche io sono un po’ contro Andrea, ma non per puntare il dito… allora, se non ci fossero gli adulti come ha detto anche Daria allora i bambini non possono prendere delle decisioni da soli; perché ad esempio quando la mamma ci vieta qualcosa, noi ci chiediamo il perché, quando noi invece alcune volte la vogliamo a tutti i costi, e invece noi non possiamo imparare da soli ad essere autonomi. Sono anche le maestre e i genitori che ci devono dare dei rinforzi. Quindi noi da soli non potremmo essere subito autonomi». Sottolineiamo questa parola, AUTONOMIA, di cui parleremo.

Segnalo qui un piccolo esercizio pubblicato sul progetto “Il barrito dei piccoli”, dal Centro Mammut (che mi ha ospitato durante l’incontro per l’utopia di Scampia, a Napoli):

http://www.barritodeipiccoli.org/it/8.2_54/il-girello-per-bambini.htm

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Massimo suggerisce di «stabilirsi in una zona pianeggiante».

Ivan: «Allora vivrei insieme, perché così ci possiamo anche aiutare se abbiamo dei problemi».

Carlo: «Anche secondo me bisogna vivere insieme. Le case io le inventerei di legno, anche perché ho visto una settimana fa un programma di uomini che costruivano delle case di legno, e però delle specie di villette, come Chicago». Ogni famiglia dovrebbe avere la sua casa, «anche perché quattro o cinque famiglie [insieme] sarebbe una specie di palazzo». Carlo non vuole palazzi, perché il palazzo «inquina anche di più». Da notare qui che LA STORIA DEI GRATTACIELI INIZIA PROPRIO A CHICAGO.

Fulvio: «Io volevo dire che il villaggio dovrebbe essere con le case tutte vicine, così si possono aiutare la gente, e ogni casa deve essere per una famiglia».

Erika: «Volevo dire che per riscaldarsi in casa quando farà più freddo [dovremmo] usare i termosifoni con l’elettricità e non i camini perché fanno fumo».

Pierluca: «Io sto contro Andrea, perché ha detto che non ci devono essere adulti: ma se ci devono essere delle scuole, come facciamo?».

Piergiovanni: «Io volevo dire che però ci sono delle case di legno… possono attirare i fulmini quando c’è il temporale… [Le farei] di un materiale naturale, però non che attiri fulmini o cose del genere e che si incendi subito».

Mariagrazia: «Secondo me le case dovrebbero essere di meno, perché così c’è più spazio per stare a contatto con la natura». Ecco un’idea sulla quantità delle cose costruite e sull’esigenza di spazio libero: «secondo me potrebbero anche stare con due o tre famiglie in casa, perché così si sta più a contatto con gli altri»; inoltre, Mariagrazia preferisce l’idea di abitare in un villaggio con gli altri, per stare tutti raggruppati. Anche Luca preferisce il villaggio e la costruzione di una zona di svago.

Francesco: «Vorrei stare in tante case separate, [una] per famiglia, ma vicine, e poi un’area tutta verde; ma queste case le farei di pietra squadrata e dall’interno di legno per non avere troppo freddo».

Stefania non è d’accordo sulle costruzioni di legno, perché sono troppo fragili. Preferisce quindi mattoni alle pietre, pur tenendo presente l’esigenza di ridurre l’inquinamento.

Lorenzo fa notare che al crescere del numero di abitanti crescerà anche il numero delle case: di questo si dovrà tenere conto, considerando quanto è stato detto sul bisogno di non occupare troppo spazio.

Cristina interviene a questo punto per manifestare il proprio accordo con Stefania: «Secondo me si dovrebbero fare anche delle case a più piani, così ci possono essere più abitanti in una zona più ridotta; poi, con il legno in una casa si incendia tutto». Vanno bene, per Cristina, case fino a cinque piani, senza arrivare ai grattacieli. Anche qui si ripresenta il problema del “troppo”: quando i piani diventano troppi?

Daria: «Io voglio dire che sono d’accordo con Stefania, ma [per l’idea di avere] una casa per uno: se invece bisogno essere tante famiglie insieme, pensavo di fare un recinto per una casa e mettercene due [di famiglie] all’interno».

Gigliola: «Io non per fare polemiche lo dico, ma sono contro tre persone». Ma è anche contro se stessa, in relazione ad alcune cose dette precedentemente sull’inquinamento: «Non so se si ricorda Andrea che prima ha parlato un po’ delle case e che anche Carlo ha parlato sulle case di legno, che non dovevano essere costruite con il cemento e con niente che riguardava l’inquinamento. Ora andiamo al discorso degli alberi: se non c’erano proprio alberi, se si tagliavano tutti, le case di legno come si potevano costruire? Se si distruggevano le persone rimanevano senza casa e allora c’era bisogno anche dell’inquinamento: con delle industrie che anche se non c’era il legno potevano costruire con altri materiali le case, anche più resistenti». «Si è ricreduta», dice un bambino, pensando alla posizione precedente sull’inquinamento.

Piergiovanni: «Io direi di eliminare i soldi e usare lo scambio». Ecco così un nuovo problema. Ne dovremo parlare. Pierluca dirà: «Non sono d’accordo, perché se su quest’isola [come abbiamo detto] ci dev’essere il petrolio… dal petrolio si ricavano i soldi».

Bianca: «Io sono d’accordo sia con Cristina che con Mariagrazia, perché anche se lo spazio delle case diventa più stretto, le altre persone che vengono sull’isola possono vivere anche in tenda». Anche Francesco vorrebbe vivere in case tutte vicine, per lasciare più spazio verde.

Alcuni bambini preferirebbero però un’ipotesi diversa rispetto a quella prevalente finora: anziché vivere in un villaggio o tutti vicini, si potrebbe vivere sparsi per l’isola, ognuno dove vuole. Rebecca ad esempio sostiene che così «forse gli abitanti si potrebbero costruire tante nuove case». Bianca: «Secondo me è meglio abitare separati, perché così gli uomini sono più liberi di fare quello che vogliono». Mariagrazia: «Secondo me, se uno fa una casa dove vuole, poi non c’è spazio per stare con la natura». Insomma, diventa un’isola «un po’ incasinata», se lasciamo che ognuno costruisca le case dove vuole. Si occupano in modo disorganizzato tanti spazi che altrimenti rimarrebbero alla natura.

Stefania: «Non è una buona idea: certo perché bisogna stare sempre insieme, però ognuno ha diverse esigenze»: ad esempio, c’è chi è freddoloso, c’è chi ha altre esigenze; c’è chi vuole abitare al mare e chi in montagna: «invece se si costruiscono i villaggi e stabilisce [dove costruirli] la persona che è a capo del villaggio, può essere che ad alcune persone non va bene». Dunque, non è soltanto questione di gusti, ma di esigenze. Ode sostiene per dire che si potrà lasciare libertà di scelta in questo senso: ci saranno quelli che scelgono di abitare in un villaggio, per stare vicini agli altri, e quelli che preferiranno costruirsi una casa in punti diversi dell’isola. In questo modo si esclude l’alternativa secca tra villaggio e case sparse.

Andrea, tenendo presente che lo spazio diventerebbe poco se si fanno troppe case, torna sull’idea di costruire case di cinque piani (al massimo): «e poi vorrei aggiungere un parco giochi, perché sennò se un bambino lì si annoia, vorrei costruire un posto dove lui si può divertire». Andrea C. richiama poi l’esigenza di non creare confusione, per sostenere l’ipotesi di costruire case ognuno dove vuole.

La scuola gioiosa

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Le regole e cosa succede a chi non le rispetta

Iniziamo a discutere anche sulle regole e Bianca solleva subito un quesito sulla loro necessità. «Perché ognuno poi deve essere libero: non è che un re deve stare a capo di tutta la città». Anche qui Bianca sottolinea l’esigenza di libertà. Le regole potrebbero limitare la libertà.

Vediamo quali leggi proporrebbero i bambini che invece pensano che sia necessario stabilire alcune per l’isola.

Massimo: Rispettare l’ambiente

Francesco: In quest’isola non ci devono essere ladri e persone che possono fare male alle altre

Andrea L.: Non si dovrebbe tagliare gli alberi senza permesso

Francesca: Non fare la guerra tra persone

Rebecca: Non fare a botte

Lorenzo: Non uccidere

Daria: Non bisogna… le sigarette secondo me dovrebbero essere proibite

Fulvio: Gli uomini devono essere liberi

Carlo: Sul fatto delle auto… meno auto, oppure ci sono delle automobili che sono elettriche e quindi non inquinano: [andranno usate queste]. Costruire queste macchine, però poche, e poi non fumare e non fare lavorare i bambini che non hanno famiglia: per esempio sento che in Afganistan e in quelle parti là i bambini vengono messi in palazzi dove costruiscono giocattoli, scarpe, vestiti e questa cosa non va bene, perché è contro i diritti dei bambini.

Carlo introduce così il tema dei DIRITTI DEI BAMBINI, in modo esplicito.

Gigliola: «Non so se questo c’entra molto, però io voto sulla privacy. Prima ci sono stati dei bambini che avevano detto che è necessario vivere tutti insieme. Secondo me, io questa cosa non penso che sia sbagliata… penso che la privacy ci dovrebbe pure essere». «Avremmo bisogno di un po’ di privacy», quindi. Gigliola cita anche la vergogna e ci ricordiamo qui del fatto che Platone, in un dialogo intitolato “Protagora”, legava l’arte politica al senso della giustizia (dike, in greco) e al sentimento del pudore (aidòs, in greco).

Piergiovanni: Non costruire molte industrie

Notiamo che dovremmo precisare quante industrie costruire.

Mariagrazia: Secondo me non ci dovrebbe essere proprio uno che comanda, né schiavi che lavorino…

Luca introduce una regola che richiama l’attenzione sulla pulizia dell’isola.

Giuseppe: Restare in armonia, non litigare e essere amici di tutti

Cristina: Farei solo parcheggi per le macchine. Infastidita dal problema dei parcheggi e dalle macchine lasciate sulle strisce pedonali, stabilirebbe la regola secondo cui le macchine possono essere messe soltanto nei parcheggi. Inoltre, si dovrebbe ridurre il numero delle auto in circolazione.

Stefania: Un modo per fare i villaggi [rispettando] le esigenze di tutti, è quello di fare diversi villaggi: ad esempio in montagna e al mare, così ognuno potrebbe andare a vivere dove sta meglio.

Domanda di un bambino: si occupa lo stesso spazio costruendo un grande villaggio per tutti oppure costruendone due, in modo da dividersi in due villaggi. «Lo spazio [totale] è lo stesso!», dice qualcuno. «Lo spazio [totale] è diverso», dice un altro.

Andrea: Eviterei ogni forma di razzismo. Introduce inoltre l’idea del carcere

Ode: Se bisogna spostarsi di 5 km, si usa la bicicletta o si va a piedi. Se tipo bisogna fare 10 km si può usare anche la macchina

Pierluca è contrario all’idea di proibire le sigarette, perché «ognuno deve avere delle idee proprie di vita». Ma farebbe la regola di non buttare mozziconi e gomme da masticare a terra

Erika: Non tagliare gli alberi e rispettare l’ambiente. Cercare di stare tutti insieme e non provocare le guerre
Alessandro: Non litigare

Angelica: Essere tutti amici e non escludere nessuno

Bianca, dopo questa rassegna, dice la sua regola: Rispettare l’ambiente e rispettare gli animali

Ivan: Non bisogna privare un uomo della propria casa e dei suoi diritti

«Quante regole ci sono nel mondo e però non le applichiamo!», esclama Andrea C..

Consideriamo questo problema, allora. Cosa dovrebbe succedere su quest’isola a chi non rispetta le regole. Galera e prigione sono le prima parole che circolano. Poi la multa e la pena: «se fanno una cosa verrà fatta la stessa cosa». Come la legge del taglione dei Babilonesi, dicono alcuni. Si sta parlando del codice di Hammurabi.

Carlo: «Volevo solo dire un’altra regola che ora mi è venuta in mente e su questa regola c’è anche la pena: la regola è che si accettano le persone di altre religioni. Chi non le accetta va in carcere, perché sennò poi l’isola finirebbe come [quello che è successo con] tutti gli Ebrei che sono stati uccisi da Hitler».

Daria: «Io voglio dire che chi fa qualcosa, se non ci sono testimoni, non si può sapere se è stato veramente lui: quindi prima direi di fare un processo, poi se è colpevole viene mandato in carcere». Questa esigenza di fare un processo non era mai stata evidenziata nelle utopie dei bambini incontrate finora.

Gigliola: «Io sono contro Bianca e Mariagrazia, che hanno detto che non ci devono essere regole». Correggiamo: solo Bianca. «Secondo me ci dovrebbero essere delle regole: tornando al fatto che Andrea L. aveva detto che l’isola dovrebbe essere costituita tutta da bambini… Però se non ci dovevano essere le regole, già i bambini sono un po’ – parliamo della scuola – senza le maestre sono come cavalli imbizzarriti, cioè perdono il controllo; pensiamo senza delle regole, senza un sindaco, e poi i bambini secondo me… nemmeno io sarei capace di amministrare tutta un’isola. Le regole secondo me sono importanti, perché si impara anche dalle regole, e dalle regole si possono diramare altre leggi e altre leggi e quindi è tutto un processo, che secondo me è importante».

Giuseppe: «Secondo me si dovrebbero differenziare le regole. Se uno [non rispetta] una regola più lieve, avrà una punizione minore. Se uno invece non rispetta una regola di una maggiore importanza, subirà una pena maggiore». Così Giuseppe invita a non parlare soltanto in generale: le conseguenze per chi non ha rispettato le regole andranno differenziate a seconda della gravità. Quale conseguenza, però, nel caso peggiore? «Carcere a vita», ad esempio, ossia l’ergastolo.

Alessandro: «Per me quando uno infrange tre regole, dovrebbe essere cacciato dall’isola, per sempre».

Massimo: «Ci dovrebbe essere un testimone per ogni famiglia, perché chiunque potrebbe essere stato a non rispettare le regole».

Francesco: «Io sono dalla parte di Giuseppe, però dico che in questa isola il massimo di carcere dovrebbe essere di un anno o due anni, perché in questa isola voglio che tutti siano liberi; anche se una persona commette un reato, stando in prigione anche per un po’ di tempo, spero che capisca».

Ecco una difficoltà ricorrente: come si fa a “capire”, nel senso introdotto ora da Francesco?

Bisognerebbe «avere degli istruttori quando si sta in prigione, che cercano di correggerli», così Stefania.

«Ma dicono le bugie!», dice un bambino.

Una bambina dice che si può invece pensare all’esilio, per gli imputati riconosciuti colpevoli: di qualche anno o per sempre a seconda della gravità del crimine commesso: «Perché io desidero che in questa isola almeno non ci siano delinquenti: perché purtroppo ce ne sono tanti…».

Cristina: «Allora, secondo me se ci sono delle cose non troppo gravi, anche tre possibilità: se lo fanno più di tre volte si mandano in prigione. Se sono gravi anche direttamente [in prigione».

Un bambino, ripensando all’ipotesi del crimine più grave, sostiene che oltre all’ergastolo si potrebbe prevedere anche la pena di morte. Un altro bambino si dirà d’accordo. «Io sono contrarissimo alla cosa di Francesco, perché se fa una cosa della massima gravità non è che lo puoi mandare in carcere per due o tre anni: perché poi riesce e lo rifà, e lo rimandi in carcere per due o tre anni e riesce e lo rifà. Almeno lo tieni in carcere per un po’ più di tempo». Bisognerebbe farglielo capire, «ma è difficile». «Perché se una persona è così tanto cattiva e così tanto furba, potrebbe farlo [di nuovo, quello che ha già fatto]».

Ode: «Io sono d’accordo con Alessandro e Stefania: che se non è una cosa molto grave si manda via dall’isola per qualche anno. Se è una cosa molto grave si manda via per sempre. Poi volevo dire che secondo me le regole non ci deve essere una persona che decide, ma che si decidono un po’ tutti insieme».

Ivan: «Io sono d’accordo con Alessandro e Stefania».

Carlo: «Io volevo dire che sono d’accordo con Luca sul fatto della pulizia, però voglio mettere anche la pena: non solo a quelli che buttano i mozziconi di sigarette, ma anche agli spazzini stradali che le tolgono, ma non tutte. Anche per esempio il sindaco chiede a quelli che costruiscono case, marciapiedi, di ricostruire qualcosa: però la ricostruiscono, ma male. Per esempio ricostruiscono un palazzo male: non perché lo vogliono, ma possono portare a fare morire chi ci vive», facendo cadere i palazzi.

Andrea L.: Non è d’accordo con l’esilio né con la pena di morte: «se poi si pente, forse diventa un uomo migliore», anche chi ha commesso un crimine. «La pena di morte in Italia è vietata è sta solo in America: ed è la cosa più terribile del mondo». Occorre «chiedergli perché ti è venuto quell’atto di vandalismo o qualcos’alro, perché lo hai fatto, come ti è venuto…». «Può mentire», «al 99% ti dirà una bugia», dice qualcuno. «Magari dirà che la vittima uccisa gli aveva fatto una minaccia o altro…».


La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

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Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Bari?

Prima di parlarne i sì e i no sono distribuiti come segue: 20 pensano che gli adulti debbano esserci; 1 pensa che non debbano esserci. Andrea L. sostiene che è meglio non ci siano «perché in tutto il mondo stanno gli adulti: quando c’è un bambino, un tutte le case c’è anche un adulto. Ma in questa città, visto che deve essere diversa, perché tu ci hai chiesto aiuto, per me una cosa… visto che queste cose sono tutte quelle che noi facciamo… [per avere] una cosa diversa. Perché poi gli adulti… se noi facciamo qualcosa di sbagliato, forse noi pure lo capiamo e facciamo come loro e impariamo ad essere come loro». Insomma: anche se i bambini non sanno fare le cose che fanno gli adulti e a volte sbagliano, forse potrebbero da soli diventare come gli adulti, imparando dai propri sbagli.

Ode: «Io volevo dire: Andrea voleva un posto dove ci fossero solo i bambini. Però un giorno ci saranno sempre gli adulti, perché poi i bambini diventano adulti». È un’osservazione ricorrente: qui precisiamo che il problema di Platone era costituito dagli adulti cresciuti al di fuori della “città giusta” che lui immaginava: cioè, nel nostro caso, dagli adulti che arrivano sull’isola con brutte abitudini prese in altri contesti. Quanto al fatto che i bambini dell’isola diventino adulti lì, non ci sarebbero problemi per Platone.

«Ma poi come si istruivano? Cosa dovevano fare senza adulti?», chiede l’altro Andrea.

Francesca: «Però poi ci sono anche adulti che, anche se non sono cresciuti proprio in quella città, sono cresciuti bene… come posso spiegarmi? In maniera che loro sono gentili, che condividono le cose, che rispettano la natura e non è soltanto un fatto che… i bambini che sono nati lì e cresciuti lì possono restare solo loro». In questo modo Francesca ci sta invitando a NON GENERALIZZARE: non dobbiamo cioè pensare agli “adulti” come se fossero tutti uguali. Platone sembrava avere una sfiducia abbastanza generalizzata.

Erika aggiunge: «Io sono al contrario di Andrea. Perché secondo me senza adulti noi non potremmo cucinare, che ne so?, la carne e il pesce. Non potremmo mangiare».

Qui si incontra ancora la questione dell’AUTONOMIA.

Gigliola: «Io vorrei dire che l’idea di soli bambini in un’isola non è brutta. Però avevano detto che i bambini diventano adulti: però non si può, se non c’è un adulto che fa i bambini, come possono nascere?». Senza adulti, insomma, non ci sarebbero bambini e l’isola sarebbe disabitata. «Io sono molto d’accordo con Andrea – prosegue Gigliola – perché l’educazione è fondamentale per i bambini: i genitori vietano ai bambini alcune cose…». Così, è giusto quando un adulto vieta ai bambini qualcosa che non fa bene, come la Nutella con l’olio di palma: «è giusto vietare ai bambini, perché i bambini devono capire da un altro punto di vista che ci sono cose che si possono mangiare e – faccio l’esempio con il cibo – altre cose che né si possono né si devono mangiare. Quindi secondo me l’educazione è una cosa fondamentale».

Torniamo però al dubbio di Platone, sugli adulti con le cattive abitudini. Che fare con costoro? «Allora, io non li escluderei perché a me non piace escludere. A me piacerebbe diciamo insegnare, perché si può insegnare anche a degli adulti come comportarsi. Possono anche vedere da un altro punto di vista, da un punto di vista positivo, perché loro possono anche non rendersi conto del loro comportamento. E quindi possono prendere un po’ spunto dalle altre persone, che possono essere anche garbate, e quindi possono diventare un po’ più disciplinati secondo me», conclude Gigliola.

10:49

Fulvio: «In un’isola come questa ci sono le scuole: se non ci fossero i genitori, chi pagherebbe le scuole?».

Potrebbero essere gratis, dice qualcuno. Potrebbe anche essere tutto gratis: si dovrà dedicare un’analisi specifica al tema del denaro e alle alternative al suo uso.

Alessandro: «Senza adulti non ci sarebbero le scuole: gli adulti prima di tutto le costruiscono; poi le maestre sono adulti che insegnano ai bambini».

Andrea L.: «Se un adulto si mettesse in quell’isola, sicuramente viste le sue abitudini costruirebbe una casa, poi verrebbe un altro adulto, perché noi non li possiamo fermare, e costruirebbe un’altra casa e poi comunque una città. Perché poi dopo la città diventa sempre più grande e tutto è normale, [diventa] normale [come è ora]». Gli adulti non sentirebbero l’esigenza che i bambini hanno sentito, di non esagerare con le costruzioni: Andrea lo pensa anche perché… «ho visto un film che c’era un’isola e che quando tanto tempo fa un adulto costruiva tante case, poi venivano sempre più adulti, più adulti, più adulti e poi è diventata una città, e poi questa città la comandano solo loro e non mi sembra giusto».

Gli adulti insomma non avrebbero il senso del limite che hanno dimostrato i bambini. Carlo dice: «Io sono contro Andrea, ma vado d’accordo con Gigliola: perché poi naturalmente i bambini diventano grandi e come fanno a essere educati da grandi se gli adulti quando erano piccoli non gli hanno fatto imparare l’educazione? Poi noi volevamo nell’isole costruire le case, la scuola, il carcere… e i bambini come fanno a costruire questo?». Ma l’obiezione di Andrea come può essere affrontata? «Loro decidono, mica chiedono aiuto a un bambino», ribadisce Andrea.

Un altro Andrea si fida invece di ospitare gli adulti nell’isola: basta dire che l’isola è nostra e gli adulti ci ascolteranno. Ma l’altro Andrea non si fida. Ci dovrebbero essere allora guardiani che li controllano? Secondo Andrea C. sì: altri adulti «che conosciamo almeno un po’ di più». Oppure «i nostri genitori», dice un bambino.

Cristina: «Secondo me non c’è bisogno neanche di guardiani. Ci possiamo affidare a delle leggi che obbligano a rispettare le cose che ha imposto il sindaco e si obbligano a cambiare le abitudini [gli adulti ospiti sull’isola]». Dunque, ci si può affidare alle leggi.

Bianca: «Io sono contro Gigliola e sono con Andrea L., però sono anche con Cristina che ha detto che bisognerebbe applicare delle leggi e però ai bambini bisogna anche dargli dei soldi».

Francesca: «Come ha detto Gigliola, i genitori, cioè gli adulti, dicono che cosa è meglio per noi e cosa non possiamo fare, mangiare o dire… e quindi i genitori, cioè, in un’isola servono gli adulti, perché se è soltanto di bambini ognuno fa quello che vuole; però poi… andiamo in un bosco per esempio, troviamo dei funghi velenosi, un bambino li vuole mangiare e poi si sente male. Se non c’è nessuno che dice che non deve mangiarlo, poi si sente male…».

Giuseppe: «Gli adulti secondo me rivoluzionerebbero l’isola. Costruirebbero cose che magari a noi bambini non piacciono… ad esempio un’industria».

Un bambino ha un’altra idea: «Con la città ci sarebbe più inquinamento. Ma se noi facciamo un sindaco che può essere adulto e che noi conosciamo, e che mette delle pene forti (ad esempio per chi inquina l’ergastolo) gli adulti non lo fanno e quindi, oppure che ne so, se gli adulti non ascoltano i bambini, vengono uccisi…».

Andrea C.: «Allora, io sto con Andrea L., tranne che per una cosa: il sindaco, la persona che deve governare, dev’essere adulta, perché sennò le leggi dei bambini sarebbero strambe… perché i bambini direbbero “mangiare sempre la Nutella perché mi piace”…». Ma notiamo che le regole fatte in precedenza dai bambini della classe non sono poi così strambe. Ma «i bambini si fissano: nel senso che fanno queste regole che ora abbiamo detto, ma poi siccome vogliono diventare importanti ed è una città solo di bambini, con queste leggi (per esempio mangiare la Nutella), poi diventano molto importanti…», ma con gli adulti non c’è lo stesso rischio, perché «sono meno strambi».

Ivan: «Io sono con Andrea L., anche secondo me gli adulti non se ne importerebbero e taglierebbero gli alberi…», «e vivrebbero una vita normale», interviene qualcuno.

Ma qualcuno fa ancora notare che gli adulti servono per educare i bambini. Andrea L.: «Sono contro Carlo per una cosa: perché lui ha detto che un sindaco, anche per dire nostro padre, potrebbe diventare sindaco: sì, ma se un genitore normale parla con il sindaco di questa città e gli fa cambiare idea e gli dice “Questa cosa è una pazzia!”, se lui cambia idea poi la città diventa tutta stramba». In questo caso sono gli adulti che potrebbero rendere stramba la città. Ma Carlo interviene: «Ma se il sindaco ad esempio era mio padre, e un altro adulto gli fa cambiare idea, io lo tolgo [il sindaco]». Ma se lui è il sindaco, come si fa?, obietta qualcuno.

Francesco: «L’isola diventerebbe come le città di oggi [con gli adulti]». Anche lui pensa che potrebbero costruire tante cose inquinando l’aria e tagliando gli alberi, trascurando che gli alberi fanno ossigeno.

Gigliola: «Secondo me, sì, sarebbe un’isola normale [con gli adulti], però questo accade solo quando si mantiene il controllo. Perché in un’isola ci deve essere un equilibrio: altrimenti è come se noi bambini iniziamo a sconvolgere tutta l’isola e quindi i bambini si alzano un po’ di più e non c’è più equilibrio [Gigliola fa con i gesti l’immagine di una bilancia a due piatti]; quindi secondo me gli adulti potrebbero dare anche una calmata ai bambini; cosa che potrebbero fare anche i bambini con gli adulti». Una bambina fa il seguente esempio: «Per esempio i miei genitori fumano: allora io fino al 2015 dicevo: “papà, mamma, non dovete fumare!”. Perché non ce la facevo più. Addirittura rubavo i pacchetti di sigarette dalle tasche. Allora, da gennaio di quest’anno mamma ha deciso, io ho detto “Mamma ti prego smetti di fumare”, ha detto: “Io da questo momento smetto di fumare”. E ha smesso di fumare. Sta fumando soltanto la sigaretta elettronica che non ha nicotina… quindi se noi vogliamo, non per dominare sugli adulti, ma possiamo anche condividere delle cose con gli adulti. Perché il fatto che gli adulti siano più grandi di noi non significa che possono essere superiori. Ci sono bambini che possono essere superiori agli adulti e viceversa. Quindi bisogna andare d’accordo». Troviamo qui l’immagine di un’isola in cui si dovrà cercare UN NUOVO EQUILIBRIO TRA ADULTI E BAMBINI. Il bambino potrà “contenere” certi aspetti dell’adulto, e viceversa.

Piccola aggiunta di Gigliola: «Infatti noi bambini tendiamo spesso a imitare tante espressioni degli adulti. Cosa che invece non dobbiamo fare, perché altrimenti noi bambini non siamo più bambini. Cerchiamo di imitare i grandi, però non è così. Noi dobbiamo essere i bambini… perché altrimenti non saremmo più il futuro: perché se già ci atteggiamo da adulti a questa età, da grandi come ci dovremmo atteggiare?».

Daria: «Io voglio dire che sono d’accordo con Andrea L., perché gli adulti prenderanno il sopravvento su di noi».

Cristina: «Però questa isola non dev’essere nell’Italia: perché comunque alcune leggi devono essere per tutta l’Italia. Dobbiamo andare su un’altra nazione…».

Ode: «Secondo me Gigliola ha ragione; però comunque siccome gli adulti sono persone grandi comunque bisogna portargli rispetto». E così Ode introduce la parola “rispetto”.

Ivan: «Io sono d’accordo con Gigliola. Però la cosa che ha detto succede con gli adulti che sono ragionevoli e ascoltano noi bambini. Invece ci sono adulti che non lo fanno e non se ne importano».

Andrea L.: «Per me Gigliola ha detto una cosa bella, sì, ma è stata brava sì, ma… per me se i nostri genitori, pure se si convincono di non costruire città, palazzi… poi questa storia sicuro si diffonde in giro, poi uno viene con un sacco di persone e costruiscono un sacco di città».

Andrea C.: «Io sono contro completamente Gigliola, perché lei dice che gli adulti e i bambini dovrebbero essere uguali come importanza; ma non è vero perché gli adulti sono più importanti perché possono aiutarci e bisogna sempre mantenere una distanza tra un adulto e un bambino… Non si può trattarlo come un bambino, cioè come un nostro coetaneo, perché lui ha la vita vissuta».

Massimo: «Secondo me gli adulti devono prendere un po’ di abitudini dei bambini». Qualche esempio? «Giocare un po’ di più», interviene Piergiovanni.

«Loro se succede qualcosa a lavoro non devono arrabbiarsi con noi», dice un bambino che diffda della presenza degli adulti sull’isola.

Bianca: «Allora io sono contro Gigliola e sono con Andrea. Andrea ha ragione perché bisogna avere rispetto per gli adulti… Anch’io credo che gli adulti siano più importanti».

Riflettiamo sul fatto che però Gigliola non ha detto che bisogna mancare di rispetto agli adulti, né sminuirne l’importanza.

Gigliola: «Io sono contro Bianca e Andrea. Secondo me, ritornando al punto degli adulti, gli adulti si dovrebbero prendere in considerazione… perché l’equilibrio secondo me ci dovrebbe essere, perché gli adulti non dovrebbero essere sopra come equilibrio ai bambini: [cioè] non li devono sottovalutare, ciò che al giorno d’oggi succede molte volte. Riguardo all’educazione, Andrea ha detto che noi dobbiamo prendere tante volte spunto dagli adulti. E siccome dobbiamo prendere spunto dagli adulti, io dovrei prendere spunto dagli adulti a fumare?».

Notiamo anche la parola “considerazione” usata da Gigliola, in relazione all’immagine della “bilancia” tra adulti e bambini, che dovrebbe stare in equilibrio. Dunque l’isola sarà luogo di ricerca di un nuovo equilibrio e di una nuova CONSIDERAZIONE (dei bambini da parte degli adulti e viceversa).

A questo punto consideriamo come sono cambiate le posizioni:

No, gli adulti assolutamente no sull’isola: 9 [notiamo la forza di persuasione dell’idea di Andrea]

Sì, gli adulti possono venire sull’isola, senza problemi (come ora): 2

Sì, possono venire, ma soltanto realizzando il nuovo equilibrio di cui si è detto: 13

Se noi decidessimo ora a maggioranza, avremmo una soluzione a maggioranza ridotta. Quasi la metà degli abitanti dell’isola non sarebbe molto contenta. La fatica della democrazia consiste a volte nell’accettare decisioni prese in questo modo, o nella paziente e persistente ricerca di ipotesi che generino accordi più estesi.

genitoribambini equilibrioadulti

TIPI DI MAGGIORANZA

MAGGIORANZA (fr. majorité; sp. mayoría; ted. Majorität; ingl. majority). – Si intende per maggioranza l’eccedenza di voti che prevale nella votazione di un’assemblea, e anche – meno propriamente – il partito che raccoglie più voti. Si dice semplice la maggioranza che supera appena la metà dei voti (metà più uno), qualificata quella che deve raggiungere, per la validità dello scrutinio, una quota (2/3, 3/4,…) della totalità. Una maggioranza si dice relativa o assoluta in due sensi: a) relativamente ai votanti, quando alcuni aventi diritto al voto non vi partecipano (p. es.: di 100 aventi diritto solo 80 votano: 41 voti sono la maggioranza relativa, 51 quella assoluta); b) relativamente ai voti dati ad altri partiti, quando si votano insieme più di due partiti (p. es.: votanti 100; 40 voti ad A, 30 a B, 20 a C, 10 a D; A avrà la maggioranza relativa, cioè rispetto a B, C e D; l’avrebbe assoluta soltanto se gli fossero toccati 51 voti, cioè la metà più uno o la somma più uno degli altri voti comunque distribuiti). [Testo di Eduardo Ruffini Avondo, da http://www.treccani.it/enciclopedia/maggioranza_%28Enciclopedia-Italiana%29/]

Per approfondire, link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/principio-di-maggioranza_%28Enciclopedia_delle_scienze_sociali%29/

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

Andrea L.: «Si trova o un trattato di pace o se quelli vogliono conquistare l’isola si combatte. Oppure quelli invadono la città e ci buttano in mare».

Stefania: «Li accogliamo: ma se come ha detto Andrea vogliono conquistare il nostro territorio, al posto di fare la guerra possiamo sempre dividerlo con loro».

Ivan: «Vedere prima chi sono, da dove vengono e se sono pacifici».

Daria: «Sono d’accordo con Stefi, solo che al posto di dividere il territorio [si potrebbe] fare un villaggio solo tutti insieme».

Cristina: «Sì, possono entrare nella nostra isola, però devono rispettare le nostre regole; non è che possono cambiarle».

Gigliola: «Allora, se noi abbiamo detto che prima in quest’isola c’erano anche delle leggi, giusto? Io avrei fatto una cosa: siccome non sapevamo in quanto tempo potevano arrivare, cioè non potevamo prevederlo… noi scrivevamo queste leggi mostrandole quando dovevamo accoglierle a queste persone. Quindi io sono dalla parte dell’accoglienza».

Andrea C.: «E se questi ci vogliono conquistare?».

Francesco: «Stavo pensando: se questi sono adulti… noi prima avevamo detto che questa isola è solo di bambini…». «L’isola è pur sempre dei bambini», dice Francesco, anche se si è deciso di ospitare gli adulti.

Mariagrazia: «Potremmo accoglierli, spiegando le nostre regole».

Piergiovanni: «Secondo me bisogna accoglierli, però comunque le leggi vanno rispettate e quindi anche se sono appena entrati, se infrangono una legge comunque bisogna… [fare come si fa in generale in questi casi]».

Alessandro consiglia invece di prepararsi per la guerra. Rebecca sarebbe disponibile a dividere l’isola con i nuovi arrivati. Lorenzo: «I nuovi arrivati… io direi al sindaco che ci sono dei nuovi abitanti». Diventano insomma nuovi abitanti e lo si formalizza davanti al sindaco.

Pierluca: «Io sono contrario a Cristina e Gigliola. Perché se loro sono nemici, noi mica dobbiamo accoglierli. Dobbiamo già prepararci [a difenderci, ad affrontarli come nemici]». Ma come rendersene conto? «Dalla bandiera», «Dall’abbigliamento», «Dal loro atteggiamento», «Se sono sospetti», dicono alcuni.

Bianca: «Io li accoglierei e li farei anche entrare nel villaggio, ma loro devono imparare prima a rispettare delle regole».

Massimo: «Per vedere se ci vogliono attaccare, dobbiamo vedere se nelle tasche hanno delle armi e dobbiamo controllare tutta la loro nave». Si tratta insomma di capire cosa portano con sé, per capire chi sono, che intenzioni hanno (intenzioni, abitudini ecc.).

Giuseppe: «Io chiamerei degli adulti e li manderei un po’ a parlare». Giuseppe nota un altro aspetto: si può capire qualcosa dei nuovi arrivati parlando con loro. Di cosa parlare però? Parlare delle loro abitudini.

Erika: «Io sono dalla parte dell’accoglienza, perché un uomo si capisce quando non vuole fare del male e quando invece ti vuole attaccare. E allora sono d’accordo con l’accoglienza, perché bisogna accoglierlo per capire se ti vuole attaccare». Notiamo: per capire com’è una persona devo accoglierla, ma per accoglierla dovrei capire prima com’è… «Si capisce dall’atteggiamento», ribadisce qualcuno. Però notiamo in questo circolo la base della difficoltà che troviamo, tra apertura e diffidenza.

Andrea C.: «Abbiamo, [come elementi per capire], già l’abbigliamento, la faccia che hanno, la bandiera, tutte le armi… [Se l’aspetto è quello di persone non affidabili, non dobbiamo accoglierle:] è lo stesso concetto che un ladro ti viene davanti alla porta, ti ruba tutte le cose e tu dici: “No, no, vieni: ti accolgo!”».

Carlo: «Sono con Ivan. Ivan ha detto che bisogna parlare con loro e chiedergli anche cosa serve: da dove vengono, perché sono venuti, le loro abitudini. Poi tutta la notta ci si sta vegli, le guardie magari e i militari che sono lì sull’isola, rimangono svegli per capire se loro vogliono ingannarci, quindi la sera attaccare. Quindi siamo pronti per la guerra… se non attaccano [però] li accogliamo».

Andrea L.: «Allora devo dire una cosa: sono contro tutti quelli che dicono di ospitarli. Vedo se sono buoni la sera. Poi se quella sera le guardie ci dicono che sono cattivi, noi gli rubiamo la barca e ce ne andiamo».

Stefania: «Si può capire se ci vogliono attaccare o no. Non è che ce lo dicono. Invece secondo me li dobbiamo accoglierle e poi vedere [se ci vogliono attaccare o no]».

Piergiovanni: «Io prima di tutto manderei degli adulti ad ispezionare la barca e le loro abitudini: poi se sono buoni li accoglierei; poi se sono cattivi li metterei in carcere oppure costruirei delle mura attorno all’isola per non farli entrare». Ecco comparire un’immagine classica anche delle utopie di Tommaso Moro e Campanella: le mura.

Gigliola: «Io vorrei dire una cosa. Io sono un po’ con Andrea C., perché dal suo punto di vista sono con lui. Come ha detto Cristina: mica quando entra un ladro a casa si dice: “Eh, ciao, come stai? Vuoi prendere un caffè?”. No, non è così. Se io fossi stata la più grande bambina su quest’isola, avrei costruito tipo una caserma, almeno in metà isola, dove c’erano tante sezioni e in ogni sezione si facevano ispezionare queste persone. Se il segnale era rosso significa che quella persona era sospetta; invece se il segnale era verde, poteva passare; se il segnale era giallo dovevamo decidere. E quindi secondo me si doveva costruire una cosa del genere».

Dividere insomma una parte dell’isola in varie caserme. Daria interviene per dire di essere con Andrea, dicendo che andrebbero ispezionati «senza che se ne accorgano: sennò si insospettiscono e attaccano prima».

Massimo: «Io sto con Andrea e contro Piergiovanni, perché la nave è molto grande e può sfondare le mura».

Francesco: «Prima di farli salire nella nostra isola dobbiamo capire se sono persone buone, con intenzioni buone e non cattive. E dovremmo costruire delle mura in caso che ci attaccano prima dell’ispezione».

Francesca: «Io quando ieri la mia maestra ha detto che sarei venuta in questa classe, già un po’ conoscevo alcuni bambini. E quando ieri tutti quanti hanno… come posso dire?… hanno applaudito, io anche un po’ mi sono vergognata… Però oggi mi hanno accolto molto bene». E Francesca, che è appena arrivata in questa classe (da un giorno), lo dice con un sorriso e un piacere che ci fa capire più delle parole quanto possa essere piacevole incontrarsi e sentirsi accolti, riconoscersi amici.

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