Utopia di Cascina, 13 ottobre 2015

Luogo: Biblioteca Comunale Peppino Impastato, Cascina (Pi)
Data: 13 ottobre 2015, pomeriggio (4 ore)
Gruppo: 15 bambine/bambini di età tra i 6 e gli 11 anni
Nome attribuito all’isola: Isola dei bambini
Filosofo: Luca Mori
Supporto in itinere: Manuela Simoncini & Manuela Lotti
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Erodoto, Storie (III, §§80-82); J. Giono, L’uomo che piantava gli alberi; enciclopedie/testi su paesaggi e stili di costruzione in diverse regioni e paesi d’Italia e del mondo.

Quindici bambine e bambini di età diverse: questo è il primo gruppo che ha accettato la sfida di viaggiare con l’immaginazione verso un’isola ancora disabitata e sconosciuta, di cui non possiamo dire con certezza che esista davvero da qualche parte; per il nostro gioco – che si rivelerà ben presto serio, un “gioco serio” nel senso di Platone – è tuttavia sufficiente la possibilità di fare finta che essa esista, contando sul fatto che la finzione ci permetterà di scoprire cose che altrimenti non scopriremmo, innanzitutto su di noi e su ciò che siamo capaci di dire, desiderare, concepire e immaginare insieme.

Questo è, in parte, il senso del viaggio: a proposito di ciò che è bene e di ciò che è male, di ciò che è bello o brutto, di ciò che va fatto oppure no, bambine e bambini ricevono già continuamente consigli, suggerimenti, precetti, indicazioni, tanto dalle persone adulte, quanto dai protagonisti delle storie di cui si nutrono; generalmente tuttavia hanno poche (o nessuna) occasione per articolare autonomamente i propri dubbi e le proprie ipotesi al riguardo, prendendo coscienza di ciò che pensano e provano, dicendolo ad altri ed ascoltando ciò che altri hanno da dire. Eppure questo passaggio è importante per la loro crescita e per l’esercizio dell’autonomia.

Spinto dal gusto della finzione e della sfida, l’obiettivo del gruppo sarà quello di fare dell’isola un luogo in cui si possa vivere bene, dove sarebbe bello vivere: potendo per così dire “iniziare tutto daccapo” – o, come dirà una bambina, entrare in un’altra dimensione – ai bambini è chiesto di immaginare come ridurre in modo significativo – se non possono proprio essere eliminate del tutto – molte delle cose cattive e delle cause di infelicità che gli esseri umani possono imputare a se stessi, alle proprie abitudini e ai propri comportamenti. Questi marinai dell’immaginazione sono: Alice (9 anni), Antonio (8), Armando (9), Asia (9), Chiara (9), Clara (11), Gabriele (7), Giulia (9), Greta (6), Jacopo (8), Lucia (7), Rachele (9), Tommaso (9), Vincenzo (9), Viola (7).

Il gruppo è concorde sul fatto che nel mondo ordinario ci sono cose che non vanno e che potrebbero andare meglio. Ci se ne accorge camminando per strada, guardando la televisione, andando nei parchi e in molte altre circostanze. Ecco alcuni casi su cui il gruppo richiama l’attenzione e insiste in modo particolare. Alice cita innanzitutto quelli che «buttano le lattine per terra». Greta fa un cenno agli incidenti che possono capitare per disattenzione: «una volta mia mamma mi ha raccontato che si stava dondolando con la sedia, accanto ai fornelli, e si è tagliata [cadendo, ferendosi la testa]». Ciò è accaduto per distrazione, ma poteva andare peggio: altri segnalano che cadendo in quel modo ci si potrebbe fare anche molto più male, oppure che, sempre per distrazione, si potrebbe fare male ad altri. Da qui si torna tuttavia ai danni che si fanno – pare – con l’intenzione di farli, anche se per i bambini è difficile capire perché: «a volte ci sono anche dei ragazzi che fanno disegni sui muri che a volte non sono molto belli e rovinano i beni pubblici» (Clara). Si pensa anche alle panchine e ai giochi rovinati nei parchi giochi pubblici. Da segnalare che in città, durante l’estate, è accaduto un episodio che ha suscitato indignazione diffusa e una significativa reazione di parte della cittadinanza e di alcune associazioni del territorio: una scuola dell’infanzia (Il panda), distante poche centinaia di metri dalla biblioteca in cui stiamo immaginando l’utopia, è stata devastata da alcuni ragazzi introdottisi nella struttura, forse – pare – “per noia”, per passare un pomeriggio in modo diverso.

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Ancora: «Una ho visto che ci sono quelli che con la bomboletta hanno disegnato sul muro e hanno bevuto una lattina e l’hanno buttata via» (Chiara); «Dai miei nonni si vedevano sempre un sacco di spazzatura, ogni volta che andavamo in macchina si vedeva un sacco di spazzatura… immondizia una sopra l’altra. Addirittura a casa dei miei nonni c’era una tavoletta del water» (Gabriele); «a volte la gente incendia i monti» (Jacopo); «una volta ero andato in vacanza e avevano fatto un incendio con la roba tossica» (Antonio); «Un giorno lì vicino al parco abbiamo visto dei ragazzi che scrivevano proprio sullo scivolo, dicevano parolacce e altro» (Lucia). A questo punto Armando aggiunge che ci sono quelli che si comportano male non soltanto nei confronti della natura e dei beni pubblici, ma anche (direttamente) nei confronti degli altri, facendo male (picchiando, rubando, rapidando i supermercati eccetera). D’altro canto, come vedremo presto grazie a una considerazione di Greta, “trattare male” la natura e i propri ambienti di vita significa trattare male gli altri e se stessi.

Fatta questa prima, breve rassegna di cose che sarebbe meglio non accadessero, ci si avvia verso l’isola. Come accade nella Repubblica di Platone, secondo l’esempio di Socrate, ci chiediamo innanzitutto quali sono le prime cose di cui avremo bisogno:

Greta: «Mai inquinare il mare e sempre tenerlo pulito».

Chiara: «Rispettare l’ambiente».

Antonio: «Avere cibo e acqua: sennò come si vive?».

Notiamo che le prime due risposte vertono su dei comportamenti, mentre la terza introduce il riferimento alle condizioni materiali necessarie a sopravvivere. L’elenco prosegue:

Jacopo: «Non buttare mai il petrolio nei ruscelli. C’entra con la questione di non inquinare».

Altra voce: «Amarsi gli uni gli altri».

Armando: «Servirebbe pure una capanna per vivere».

Altra voce: «Se hai finito il cibo devi comunque sopravvivere. Se c’è per esempio un animale, come si dice, si prendono e si cosano e abbiamo del cibo».

Dunque, il cibo che portiamo potrebbe finire.

Clara torna sui comportamenti con una considerazione generale: «Dovremmo avere la voglia di fare sempre bene e migliorare le nostre aspettative durante questo viaggio».

Altre voci: «Buttare le cose nel cestino»; «Supermercati»; «Non picchiare»; «Non buttare la spazzatura».

Il primo attrito significativo emerge a proposito degli animali. Armando alludeva alla necessità di animali per procurarsi il cibo. Lucia sostiene che «non [si devono] uccidere gli animali, ma farci amicizia». «Allora fai il vegetariano», commenta qualcuno. Alice ribadisce: «Mai fare male agli animali e nemmeno alle piante perché le piante e gli alberi ci danno ossigeno». Ma Vincenzo, seguito poi da altri, non è d’accordo: «Se tu vuoi fare amicizia con gli animali e non ucciderli e mangiare solo le piante, [questo] fa male perché, cioè non proprio, essere vegetariano, perché la carne ti fa bene…».

Un’altra ipotesi, considerando che l’isola è sul mare, consiste nell’evitare di uccidere animali terrestri, compensando con il pesce: «Sennò siccome è sul mare l’isola, si può pescare».

Entrano in questo momento nel gruppo Viola e Rachele. «Mangiamo i pesci!», esclamano alcuni. C’è chi osserva tuttavia che i pesci non possono sostituire la carne nella dieta: «il cibo va consumato in varie cose, non mangiare mai la carne [può fare male]…».

Si presenta anche la domanda: ma i pesci sono animali oppure no? Secondo Lucia, che per prima ha suggerito di non uccidere animali, i pesci si possono pescare: in un certo senso, considerandoli dal punto di vista della possibilità di cibarsene, non li mettiamo nella categoria degli animali, anche se sono animali. Clara propone un altro tipo di ragionamento, facendo leva sul bisogno di darsi dei limiti e di non andare verso il “troppo”: «Credo che non dovremo mai uccidere troppi animali, come facciamo ora nelle zone in cui abitiamo, perché poi si estinguono e dovremmo sì a volte anche mangiarli, ucciderli, però li dovremmo anche far ricrescere almeno ce ne sono sempre e noi potremmo mangiare tranquillamente».

Vincenzo coglie subito il senso della proposta: «Non dobbiamo esagerare».

Se il problema fosse soltanto quello di non esagerare nel cacciare animali, correndo così il rischio di farli sparire dall’isola, la soluzione può essere quella dell’allevamento: «O sennò prenderli, metterli in un recinto e quando si sono moltiplicati si possono mangiare». La questione però non sta tutta qui: a turbare alcuni fondatori dell’utopia c’è proprio l’idea dell’uccisione. Ecco altri due espedienti per affrontare questa esitazione.

Una bambina dice, in modo paradossale, che «c’è un altro modo per non mangiare gli animali: se un animale diventa vecchio, si uccide e si mangia». Greta sostiene invece che «non bisogna mai fare male agli animali che sono sulla terraferma e i cuccioli che sono nell’acqua non bisogna mai ucciderli».

Antonio riporta l’attenzione sulla questione del “troppo”: «Non [bisogna] fare incendi, però per accendere un attimino il fuoco ma non troppo sì, sennò come fai a cucinare?». Vincenzo riprende un’osservazione di Alice e si collega ad Antonio dicendo che gli alberi vanno tagliati, ma nella giusta misura (non troppo, ancora una volta), tenendo conto delle circostanze: ad esempio, se ci fosse «un certo batterio che può infestare tutte le piante», diventerà necessario tagliarne: «Per evitare [il contagio ad altre piante, ogni albero malato] andrebbe tagliato e tolto subito e per le cose più necessarie, come il legno e le cose che ci possono tenere in vita, si possono tagliare ma senza esagerare, perché sennò rimaniamo senza legna».

L’insistenza sulla giusta misura di cui tener conto nell’isola, forse per il confronto che inevitabilmente suggerisce con ciò che accade nei paesaggi di vita ordinari, spinge Chiara ad una prima considerazione decisa: «Questo mondo [quello in cui viviamo] è tutto da rifare. Osservazione che ci permette di ribadire che la sfida dell’utopia è precisamente un modo per esplorare cosa vorrebbero rifare bambine e bambini tra i sei e gli undici anni, ipotizzando di averne la possibilità.

Torniamo al tema dell’alimentazione sull’isola e ricorriamo a questo punto a una votazione. Chi ritiene che su quest’isola non si dovrebbero mai mangiare animali? Nessuno alza la mano. Prevale l’idea, dopo la discussione, che debba essere consentito cibarsi di carne e pesce, «quando serve, senza esagerare». Vedremo poi se la votazione e la regola di maggioranza sono buone o no per gli abitanti dell’isola.

La discussione riparte subito con un’osservazione inaspettata di Greta, che evidentemente non è convinta dal fatto che sia prevalsa l’idea di cibarsi anche degli animali terrestri: «Mai distruggere l’isola e mai fare male alle altre cose che ci circondano perché sarebbe una brutta cosa, soprattutto per la nostra vita». Greta, che ha sei anni e mezzo, coglie e ricorda a tutti il fatto che, facendo male alle cose fuori e attorno a noi, faremmo male alla nostra vita. Ciò che Greta intuisce e riesce a formulare a parole è l’ipotesi di una trama che connette l’essere umano al suo ambiente e dell’esistenza di retroazioni indesiderabili, che fanno sì che il male commesso contro la natura e l’ambiente ritorni su cui lo commette. Il male compiuto contro la natura ci torna per così dire addosso «perché poi diventiamo soli e non sappiamo più cosa fare», perché «se tagliamo gli alberi non abbiamo più l’ossigeno».

Vincenzo, un po’ più grande di Greta, ne traduce la preoccupazione in una sorta di promemoria sulle scelte da compiere: «Allora, puoi cercare pure di realizzare fonti più rinnovabili come l’acqua e il vento, anziché usare fonti poco rinnovabili come il petrolio e altre cose. Anche sole: i raggi del sole sono rinnovabili. E poi pure cercare di inquinare meno, pure a livello di carburante; fare meno industrie; fare più macchine elettriche, produrre più macchine elettriche che non inquinino».

Su questi temi si tornerà a breve. Proseguiamo con una nuova domanda: come andremo ad abitare sull’isola? Come saranno le abitazioni? Come quelle a cui siamo abituati ora, oppure diverse? Si vivrà in villaggi e vicini, oppure ognuno potrà costruire dove vuole?

Antonio: «io [le case] le faccio di legno, tutte fatte di legno, che non crollano con il vento, abbastanza resistenti».

Jacopo: «Fare un buco dentro una grotta e abitare dentro così non crolla e sei riparato dall’acqua».

«Niente male», commenta qualcuno. Si sottolinea subito la possibilità di combinare le due opzioni.

Viola: «si può fare con paglia, intrecciandole anche con il fango».

Vincenzo: «Io non sarei molto d’accordo con quello che hanno detto Antonio e Viola. Perché per quello che ha detto Antonio, secondo me, si tagliano troppi alberi per fare produzione di legno, e poi sono ad alto rischio di incendio, e però la cosa maggiore è che si tagliano tanti alberi rispetto a quanti se ne tagliano ora; mentre [costruendo le case] di paglia e fango, cioè, se viene una tromba d’aria… che spazzano in certi posti anche quelle di cemento. Quelle di paglia basta una soffiata di vento e ti crollano».

Che fare allora? Forse tiene l’ipotesi delle grotte?

Vincenzo: «Grotte, però modificate dentro, cioè rese più a nostro servizio, più rese a nostro servizio, più rese alle nostre abitudini».

Bambina: «Poi le grotte possono anche loro crollare».

«Sì, crollano», confermano altri.

Incontriamo nuovamente un punto su cui – lo si intuisce – non sarà facile trovare un accordo.

Emerge come ulteriore alternativa la proposta di costruire «case di roccia». Greta pensa che «a volte si potrebbe fare casa legno, paglia e un po’ di fango. Tipo un legno che resista a lungo. Mai andare in una grotta e spaccarla perché sennò crolla tutta».

«Però non esiste il legno che resista tanto», obietta qualcuno.

«Basta un po’ d’acqua e marcisce», sostiene qualcun altro.

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Le cose forse non stanno proprio così. Un bambino dice che in Germania esistono case di legno. «E resistono», aggiunge Antonio. Qualcuno non è convinto: «Però le persone ci vivono raramente». D’altro canto, le baite in montagna esistono, proprio dove la pioggia e la neve non mancano, e non sembra che marciscano. Forse hanno bisogno di manutenzione, ma come tutte le case, di qualsiasi materiale siano costruite. Da qui si potrebbe partire per una ricerca su modi e materiali per costruire le abitazioni in luoghi diverse, per una storia degli insediamenti umani nel paesaggio. Diventa infatti chiaro che, per compiere certe scelte, occorre avere anche un certo sapere, prendersi il tempo per approfondire come stanno le cose. Qui, al momento, possiamo fare ricorso a ciò che sappiamo e alle esperienze che abbiamo fatto, approfittando del fatto che, essendo in gruppo, ce ne sono diverse, e possiamo mettere assieme tali esperienze e idee che ci siamo già fatti per ipotizzare alcune scelte. In seguito, dovremo approfondire se abbiamo visto giusto. Approfittando del fatto che siamo in una biblioteca con un’interessante sezione per bambini, segnaliamo che ci sono alcuni libri pensati apposta per bambini nei quali si potrebbero trovare informazioni e illustrazioni sull’argomento. Rimandiamo a quelli per eventuali approfondimenti e proseguiamo la discussione.

Lucia: «Farei una casa di rocce grandi»

Un bambino: «Pericolo di crollare, perché più le rocce sono grandi più possono crollare».

Ma, di nuovo, ci sono paesi costruiti di pietra. Basta pensare, trovandoci qui vicino a Pisa, a due zone non troppo distanti, la Lunigiana e la Garfagnana.

Viola: «Si potrebbe fare una casa anche di ferro».

Rachele: «Si potrebbero portare le cose da dove viviamo noi e si potrebbero usare per costruire delle cose». Potremmo ad esempio portare dei mattoni.

Dalla scelta dei materiali si passa a discutere dell’alternativa tra il fare il villaggio e il non farlo. Tommaso, che finora ha ascoltato gli altri senza intervenire, avanza qui una sua proposta: «[biosgna] fare una specie di città, perché così se ti senti male puoi chiedere aiuto». Un bambino, senza opporsi all’idea, osserva che «però il problema della città è quello che si inquina».

Giulia: «[è preferibile] vivere in una specie di villaggio con tutte le case vicine, per aiutarci a vicenda».

Due bambine preferirebbero vivere distanti dagli altri e quindi non sono d’accordo con l’ipotesi del villaggio. Chiara ad esempio: «Mi piace stare da sola, perché… posso fare quello che voglio». Alice: «Meglio stare da soli perché così… hai un po’ più cose per te». Jacopo a questo punto introduce, anche qui, un riferimento alla misura e al “troppo” da evitare: «Stare isolati, però non troppo lontani, ma sempre un po’ lontani». Non troppo vicini, né troppo lontani, insomma.

Ecco come la mette Clara, la bambina più grande del gruppo, che ascolta attentamente gli altri intervenendo poi con garbo e proposte ben articolate: «Credo che dovremmo stare in un luogo, ma non tutti insieme appiccicati sempre. Ognuno con la propria casetta, con dietro il proprio terreno, in cui potrebbe fare le cose che vorrebbe; quando per esempio bisogna andare a pescare ci ritroviamo tutti insieme».

Seduta vicino a Clara c’è Greta, la bambina più piccola del gruppo, che in più occasioni durante la conversazione vorrebbe intervenire dicendo “Io so una cosa”, e che anche qui fa una proposta interessante: «A volte non bisogna stare… si può stare un po’ lontani; però bisogna stare un po’ vicini, perché se una volta c’è un temporale e qualcuno da solo non riesce a resistere, perché sempre si dice a volte che l’unione fa la forza». Tommaso, che per primo era intervenuto proponendo di fare una città, si mostra d’accordo con la piega che ha preso la discussione. Greta aggiunge subito: «Se siamo tutti distanti e c’è un temporale e qualcuno non riesce a resistere, può anche morire».

Vincenzo chiede: «In che senso resistere?».

Greta precisa: «Alla paura e anche al rischio del temporale. Perché se magari una casa fatta (male?), tipo pietre, potrebbe anche… portare il rischio che potrebbe andare su un terzo e sulle altre case e causare un brutto danno».

Qui troviamo i concetti di rischio e danno che, assieme al concetto di pericolo, meritano un approfondimento a parte. Antonio coglie l’occasione per intervenire con la proposta di costruire un castello: «Perché nel castello ci siamo tutti e si fa tutto un muro»; inoltre, questo castello è «tipo una casa di riposo», con un muro intorno, dove ognuno ha il suo spazio e, quando uno ha la casa rotta, ad esempio per qualche incidente come quello temuto da Greta, va con gli altri e non rimane senza casa: «Fare una casa [il castello] dove, se qualcuno gli crolla la sua casetta, lui va in quella casa, però dev’essere grande».

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Gli interventi a questo punto si susseguono rapidamente.

Viola: «Si potrebbe stare insieme così se ti senti solo potresti invitare qualcuno e condividere».

Alice: «Io invece vorrei una casa semplice ad un piano, fatta di cemento. Un pochino distante dagli altri».

Tommaso: «Lontano dai vulcani». E dai pericoli, aggiunge qualcuno.

«Lontano dai villaggi e dalle città».

Vincenzo: «Io invece direi di abitare in abitazioni sotterranee di modo che quando ci sono terremoti, trombe d’aria,… è un po’ più soggetto a inondazioni, ma quando ci sono incendi, trombe, d’aria terremoti, ti resiste di più la tua abitazione».

Bisognerebbe vivere sempre in abitazioni sotterranee? «Sempre sotterranee. Neanche sono soggette alle inondazioni perché le inondazioni avvengono sopra la superficie del suolo, mentre io vorrei fare le case sotto la superficie del suolo, quindi neanche soggette a inondazioni».

Antonio non è convinto e ribadisce la sua idea: «Posso dirti una cosa? Ecco perché volevo fare i castelli, per le inondazioni». Pensando alla proposta di Vincenzo, Chiara trova i pro e i contro: «Ci sono notizie positive e notizie negative di questa cosa. Una cosa negativa è che fa male agli occhi, perché non ti abitui più alla luce. Poi una cosa positiva: anche alcuni animali ci stanno, quindi potremmo farlo anche noi». Con la precisazione che queste case vanno fatte lontano dall’acqua, perché potrebbe essere pericoloso altrimenti. Vincenzo intanto continua a precisare l’idea in base alle obiezioni del gruppo: «Riguardo a quello che ha detto lei: potremmo con la tecnologia trovare nuovi sistemi di illuminazione anche sotterranei, luci più potenti».

Facendo un provvisorio conteggio delle preferenze, troviamo che sei dei presenti accetterebbero l’idea di vivere in abitazioni sotterraneee, mentre nove vorrebbero vivere in una specie di villaggio, stando non troppo vicini, né troppo distanti. Non è però chiara, a questo punto, una cosa: se per vivere felicemente sull’isola debba “vincere la maggioranza”, e quindi imporre a tutti una certa scelta, oppure no, lasciando liberi gli abitanti di fare le proprie scelte. Anche qui, si intuisce, ci sarà un problema di limiti, di misura, di “troppo”. A proposito delle abitazioni, Clara tenta nuovamente di individuare alcuni punti di convergenza tra le ipotesi emerse: «Io credo che ci siano due opzioni. Ognuno nella sua casa potrebbe avere una botola, dove sotto vivere anche sottoterra, oppure ognuno potrebbe vivere come vuole». Insomma: si può fare il villaggio per tutti, in modo che tutti ci vivano, secondo l’ipotesi preferita dalla maggioranza, ma le case potranno essere costruite in modo tale da avere ambienti sotterranei, che soddisfino i sei desiderosi di vivere in tal modo. Una bambina interviene sulla stessa linea: «Facciamo alcune case in superficie e alcune case sottoterra e facciamo un tunnel che collega le case sottoterra e quelle in superficie così se uno vuole stare in superficie e anche sottoterra può usare quel tubo».

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Ma, inaspettatamente, Vincenzo non è d’accordo: «Io invece direi di no. Perché io direi più per le abitazioni sotterranee più per motivi di sicurezza, perché tu non te l’aspetti mai che deve venire un incendio, un qualcosa… però non te lo aspetti mai, qualsiasi pericolo, non te lo aspetti mai. Quindi potrebbe essere buona una casa sotterranea. Poi in caso ti si dovesse incendiare la casa che è sopra, ti viene il fuoco nella casa sotto».

Eccoci ora alle prese con un problema sfaccettato: da un lato, c’è la questione dell’accordo raggiungibile in una conversazione, quando le posizioni appaiono così difficilmente componibili; dall’altro lato, c’è la questione del modo d’intendere il rapporto tra rischio, pericolo, sicurezza e, implicitamente, libertà.

Vincenzo ammette infatti che una persona si sentirebbe più libera in una casa “sopra”, non sotterranea, ma l’esigenza di sicurezza induce a sceglierne una sotterranea: «Secondo me [una persona si sentirebbe] più libera in una casa sopra, però [si potrebbe] creare una specie di cosa: c’è una scala per risalire, perché puoi uscire, sennò saresti chiuso in casa come in una cella… puoi uscire però, basta, cioè ti senti più libero nella casa sopra perché… forse perché hai più luce naturale, ma poi abbiamo detto che se dev’essere così, si evolve la tecnologia e si mettono luci più potenti [nella casa sotterranea]».

Riflettiamo sul fatto che ci sono scelte in cui libertà e sicurezza sembrano essere come due piatti di una bilancia, che si spostano in direzioni opposte, verso l’alto o verso il basso. Se voglio più sicurezza, devo forse ridurre la mia libertà, e viceversa. È proprio così? Rinviando ad un altro momento gli approfondimenti che sarebbero possibili, Vincenzo ci riflette un po’ su e torna a sottolineare la garanzia di libertà a cui tiene: «No, [nella casa sotterranea] ci fai una porticina, ci fai una scaletta che poi ritorna in superficie e sei libero di uscire quando vuoi, questa è la mia idea».

L’immagine della porticina ispira Chiara, che aveva già detto che questo mondo è tutto da rifare. Ecco qui l’immagine di una porta attraverso cui «entri in un’altra dimensione. Fare una porta e così vai in un’altra dimensione». Si tratta di una dimensione dove «nessuno muore, nessuno viene rapito, niente virus, niente maleducazione». Inoltre vigono e sono rispettate le regole di «non sprecare mai l’acqua, rispettare l’ambiente, essere educati con tutti».

Un’altra bambina interviene, mostrando di non essere d’accordo con le precauzioni di Vincenzo e con la sua idea che non si possano prevedere in tempo certi rischi: «Si potrebbe fare una casa, una botola, così se te vedi che arriva qualcosa, un terremoto o qualcos’altro, apri la botola e la richiudi».

Ma come si fa ad accorgersi che arriva qualcosa? «Lo guardi dalla finestrina». «E se ti si rompe la finestrina?». «Se mi si rompe la finestrina lo vedo senza vetro».

Rachele: «[Se uno] vive sottoterra, però, non potrebbe mai sapere se è caldo o freddo. Poi con un’acquazzone, l’acqua va tutta sotto terra, e viene un freddo».

Vincenzo: «Dipende, perché…».

Armando: «[Si potrebbe fare qualcosa] sottoterra, come nascondiglio per ripararsi».

Jacopo: «Sennò farci delle mura».

Antonio: «Infatti, il castello!».

Sospendiamo a questo punto la conversazione sull’argomento, considerando che la distribuzione dei voti segnalata in precedenza non si sposta e che chi preferisce il villaggio in superficie sarebbe disposto, al massimo, a costruire delle botole per accedere ad ambienti sotterranei soltanto in caso di emergenza.

Antonio intanto introduce un altro argomento: «Chi non rispetta le cose, inquinare o bla bla bla, o si mette in cella o si bandisce dall’isola…». È la questione che si doveva finalmente toccare: quali sono le regole, o le leggi dell’isola, ammesso che il gruppo ritenga che ce ne debbano essere? E cosa si dovrebbe fare con chi non le rispetta?

A ben considerare alcune regole sono già emerse nelle risposte sui primi bisogni, quando si indicavano dei comportamenti da tenere e da evitare. Siccome Antonio ha già menzionato alcune possibili punizioni – prigione ed esilio – Clara interviene subito su questo punto: «Andare in galera no, perché anche ora le persone vanno in galera, ma per me in galera non capiscono quello che hanno sbagliato. Per me, invece, per capirlo dovrebbero essere isolati da tutti gli altri, in un posto in cui non potrebbero fare niente, e lavorare per fare dei beni alle persone che magari stanno sull’isola. E quindi non dovere stare in galera e poi magari non sapere neanche quello che hanno sbagliato. O meglio, saperlo sì, perché glielo hanno detto, ma non sapere come rimediare. Invece sarebbe meglio se qualcuno glielo spiegasse e se dovesse stare in isolamento da solo a fare dei lavori per le persone che stanno sull’isola».

Vincenzo si dice d’accordo.

Giulia invece, pensando a chi non rispetta le regole, preferisce una delle opzioni di Antonio: «Esiliarlo dall’isola». «Fra le mie opzioni c’era», ricorda infatti Antonio. Secondo Giulia, bisognerebbe mandare via «chi non rispetta qualsiasi [regola]», non soltanto le regole importanti. Ed è su questo punto che alcuni non sono d’accordo: più precisamente, essendo in generale d’accordo sulla possibilità di ricorrere all’esilio, non sono d’accordo sulle circostanze in cui farlo. L’idea prevalente è che ci siano regole più e meno importanti e che si debba tenere conto di una soglia oltre la quale applicare la punizione. Per esempio Chiara dice: «Anche se [uno non rispetta] una regola piccola, gli direi “vai un po’ da solo, vai a fare un giretto così ti calmi”, e se continua lo esilio».

Un bambino dice che «se [una persona] fa una cosa grave, uccidere un suo parente». No!, reagiscono subito alcuni, tra cui in particolare Vincenzo. «Così impara», sostiene il bambino, consapevole del fatto che in questo modo la felicità dell’isola sarebbe comunque compromessa: «diventa un problema».

Vincenzo interviene con la sua proposta: «Allora, secondo me, andrebbe messo a lavorare e fare le cose per l’isola, però inoltre pure… però in un altro posto, in un posto al di là dell’isola, messo a lavorare e poi messo a fare un mestiere dove si guadagna qualcosa da vivere e poi, quando si è rimesso in regola, portare il suo lavoro, quello che ha fatto per rimediare il danno, portarlo all’isola».

Greta: «Pochino mi piace [questa idea]».

Vincenzo: «Sicuramente però una cosa che non mi piace di più, come c’è negli Stati Uniti, è la pena di morte. L’obiettivo di quando ti metto in carcere è farti capire che non devi fare quella cosa, mentre la pena di morte è una cosa che se tu la fai, io ti faccio questo per vendetta, per non fare fare agli altri…».

Antonio: «Quello che ha violato la legge può scegliere quattro cose: andare in galera; buttarsi da un trampolino in acqua dove ci sono gli squali; poi, aspetta, ora ne ho fatte cinque, me n’è venuta un’altra… aspetta devo ricordarmela… essere abbandonato da tutti, nessuno ci può parlare perché se ci parla pure lui finisce nella punizione, poi aspetta… [Vincenzo per ora non è d’accordo con nessuna di queste], poter mangiare solo pochissimo, solo tre bacche al giorno [«tre bacche al giorno muore», dice Vincenzo; «senza acqua poi il sangue diminiuisce», dice una bambina]… puoi prendere cinque bicchieri di acqua e tre pezzi di pane… o sennò vediamo qual era l’ultima… una altra possibilità è che se infrangi la legge vieni buttato in mare con forza».

Gabriele: «D’accordo con Chiara». Su che cosa? «…che quelli che… se sbagliano regola si fanno un giro, se continuano così, esilio».

Riprendiamo un’esigenza evidenziata inizialmente da Clara: sarebbe importante trovare un modo per fare capire a chi ha sbagliato, non rispettando una regola, cosa ha sbagliato, e farlo migliorare. Sorvoliamo per ora sul problema che anche le regole potrebbero apparire a un certo punto sbagliate e migliorabili. Considerando la sfida di fare migliorare chi non rispetta le regole, spiegando bene il perché bisognerebbe comportarsi altrimenti, come si fa? L’ipotesi principale al momento è che servano delle punizioni. Jacopo aggiunge: «Immergerlo nell’acqua». Altri bambini ci pensano. Una bambina dice: «Si potrebbero spiegare delle cose per vedere se capisce e se poi non le capisce per la seconda volta lo mandiamo via dall’isola…».

Ma le spiegazioni servono oppure no?

Viola: «Oppure si potrebbe spiegargli come si fa, glielo mettiamo alla prova e se invece non ha ancora capito gli si rispiega perché così capisce come si fa».

Armando: «Per esempio gli dico non fare mai le cose che non si devono fare, sennò ti mettono in galera». Qui troviamo una specie di minaccia. Alice: «Si potrebbe dire con le scritte: tu fai una cosa brutta e io ti distruggo la casa». Ancora una specie di minaccia. Si tratta di «ricattarlo», dice qualcuno.

Chiara richiama esplicitamente le torture del Medioevo: «Allora, se uno fa una cosa brutta, lo prendiamo per le braccia e gli facciamo levare la pelle».

Vincenzo: «Io invece dopo averlo messo, prima di averlo messo nell’altra isola, questa isola è disabitata, ci vanno solo quelli messi… poi messo legato in una piazza per fagli l’esempio di come si comportano la gente che sta in quella piazza, cioè in quella zona. Quindi, dopo essere ritornato col suo lavoro, fatto tutto, legato in questa cosa per fare vedere come si comportava l’altra gente».

In sostanza, Vincenzo immagina due isole: una serve a isolare chi non ha rispettato le regole e a farli lavorare per il bene dell’isola di utopia, producendo cose utili all’isola. Quando la persona in questione ha superato questa prima fase, torna sull’isola di utopia e viene legata in una piazza, affinché osservi come si comportano gli abitanti.

Per Clara la domanda è difficile, perché ci sono diversi modi di spiegare le cose: «Io posso farlo capire, a farceli arrivare da soli, senza aiutarli, senza dirglielo. Ognuno ci dovrebbe pensare. Per esempio fargli vedere, non lo so, un video, e fargli vedere quanto è brutta la cosa che ha fatto e lui alla fine si pente».

Clara introduce quindi l’idea che le parole possano essere “potenziate” con la visione e il racconto di storie: la visione di un video (un film? un documentario?) potrebbe aiutare chi non rispetta le regole a cambiare il punto di vista su ciò che ha fatto o sulle proprie possibilità. È un’idea antica, questa: che le storie raccontate o il teatro possano avere effetti sui comportamenti e indurre, a volte, a “prendere impegni con se stessi” o ad accorgersi di cose di cui non ci si accorgerebbe, senza passare attraverso la simulazione che una storia comporta. Vincenzo però solleva un’obiezione che, se non altro, ricorda come l’esito dell’operazione non sia scontato: «Scusa, ma uno commette degli omicidi, vedendo il video si pente?».

Tommaso introduce ora un’immagine differente: «in una stanza in cui ci sono delle persone che gli fanno capire». Come dovrebbe essere la stanza? Luminosa e senza finestre. La persona va trattata inizialmente con dolcezza, diventano progressivamente più duri se non ascolta.

Vincenzo intanto ripensa alla proposta della piazza e cambia idea: «Scusa posso dirti una cosa? Voglio ripensare a quello che ti ho detto. [Pensando a chi non ha rispettato le regole, direi che dovrebbe] sempre vedere il comportamento delle persone sulla piazza, però magari senza legarlo, perché magari può capire con disagio… magari portarlo a fare una giratina per la piazza per vedere l’esempio di come si comportano le persone, senza legarlo, perché magari non lo capisce tanto perché lo leghi a uno, magari portandolo e basta, accompagnandolo e basta». Potrebbero accompagnarlo «i servizi sociali, qualcuno così».

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L’idea iniziale è cambiata e non è cosa di poco conto. Alice torna subito, però, su un altro approccio: «Invece io lo punirei, tipo se tu fai una cosa brutta, io ti faccio una cosa che non sia brutta, tipo ti butto una torta in faccia». La proposta viene subito sintetizzata così: cosa buffa per cosa brutta.

Gabriele: «Io, se qualcuno non avesse rispettato la regola, lo metterei cinque minuti in una stanza che usciva fuori poca luce e dopo cinque minuti lo faccio uscire per avere capito la lezione. Se poi ricontinua in stanza senza finestre, buio buio, per dieci minuti».

Chiara: «Se lui non rispetta la regola, gli facciamo il terzo grado e se non rispetta neanche quello, allora lo uccidiamo… con la ghigliottina».

Anche in questo caso, ci accorgiamo che non è facile arrivare a un’idea largamente condivisa. Prevale alla fine la scelta di lavorare alla spiegazione delle regole fornendo altresì esempi di comportamenti da tenere, attraverso video o scene di vita vissuta nella piazza e nelle strade dell’isola. Resta presupposto il punto di vista secondo cui chi non ha rispettato le regole abbia il problema per così dire “dentro di sé” e che il difetto in questione sia correggibile attraverso parole, esempi e punizioni di varia natura. Soltanto di passaggio si ipotizza che il tutto debba essere affrontato facendo leva sulle relazioni tra la persona in questione e altre persone per lui importanti.

Poiché si è discusso di cosa dovrebbe succedere a chi non rispetta le regole sull’isola, senza scendere nel dettaglio delle regole, procediamo con alcune indicazioni in tal senso. Come si vede subito, negli elenchi elaborati dal gruppo (anche attraverso momenti di confronto in sotto-gruppi), si colgono distinzioni per grado di importanza tra le regole, che potrebbero corrispondere a distinzioni nei livelli di punizione adottata.

Quadro riassuntivo delle regole dell’isola:

«1°. Mai inquinare il mare perché potrebbe far male agli animali che ci vivono.
2°. Mai tagliare troppi alberi perché potremmo perdere l’ossigeno.
3°. Sempre curare le cose che ci circondano.
4° Sempre stare attenti a non creare gli incendi.
5°. Attenti quando si viaggia in mare.
6°. Attenti agli animali pericolosi.
7°. Sempre proteggere l’isola e mai scrivere sui muri.
8°. Sempre proteggere le eprsone che vivono con noi e avere sempre fiducia in loro».

Il «podio delle regole»:

  1. Imparare a stare insieme
  2. Non tagliare alberi né uccidere animali
  3. Non inquinare ltroppo l’isola e il mondo».

Commento: «Se rispettassimo sempre queste regole il nostro mondo sarebbe stupendo!!!».

Ancora: «1) non inquinare; 2) non uccidere gli animali; 3) non scrivere sui muri, ma sui fogli».

Altra versione del quadro riassuntivo delle regole, a cura di Antonio, con una legenda che distingue regole importanti, un po’ importanti, non troppo importanti:

IMPORTANTI: 1) Niente incendi, 2) non inquinare, 3) non ammazzare, picchiare ecc.
UN PO’ IMPORTANTI: 4) niente esplosivi; 5) non rubare, 6) non pescare senza permesso
NON TROPPO IMPORTANTI: 7) non prendere oggetti con [IN], 8) non distruggere le case, 9) non mangiare troppa carne
10 aggiunta: niente parolacce.

Affrontata la questione delle regole, passiamo a considerare come ci si dovrebbe governare sull’isola ovvero come si dovrebbero prendere le decisioni vincolanti per tutti, quelle che hanno conseguenze sulla vita di tutti. Chi dovrebbe prenderle? Stiamo vedendo e vivendo direttamente l’esperienza di quanto sia difficile conversare in gruppo per prendere decisioni: capita di annoiarsi, di stancarsi, di ascoltare con difficoltà. Eppure, conversare sembra anche importante, perché ognuno vuol dire la sua e, nei momenti migliori, capita che attraverso la conversazione vengano più idee e si scoprano più possibilità di quello che uno da solo riesce a trovare. Dunque, che fare sull’isola?

Viola: «Tipo tutta la cittadina viene, si mettono d’accordo, poi chi pensa un’altra cosa ci ripensa tante volte; alla fine quando ha scelto vediamo se la cosa è giusta, e se non è giusta sceglie la città perché se la cosa tipo dice io tipo un’altra cosa che non va bene, sceglie quelli altri che hanno detto una cosa giusta».

Antonio: «Dovrebbe decidere un capo. Due, un vicecapo e il capo. Si sceglie [chi fa il capo e chi fa il vicecapo] facendo delle prove, come si prende un ladro, il più intelligente, chi fa delle leggi belle, delle leggi giuste, come tratterebbe l’isola…»

Quindi si fanno delle prove e si resta capi «per quattro anni», secondo Antonio.

Rachele: «Se qualcuno vuole diventare capo lo può dire e tutti quelli dell’isola vengono a decidere e lo fanno vedere un pochino di giorni, per vedere se questo capo va bene, fa le regole giuste, si tiene per un po’, sennò poi si cambia».

In questo caso, tutti gli abitanti dell’isola scelgono un capo e lo controllano, potendo decidere di cambiarlo se non va bene e non fa le regole giuste.

Giulia: «A me, io sceglierei il più vecchio del gruppo, il più saggio».

Alice: «Allora praticamente… gli dà a tutti un foglio e tutti devono votare chi è il capo. Chi è il capo prende la decisione più saggia. Il giorno dopo chi è votato di più vince…». Secondo alcuni il capo dovrebbe essere per sempre, «fino a quando muore»; secondo altri no, è importante poterlo cambiare se non si comporta bene.

Tommaso: «un re, però almeno così comanda tutti, però poi quando muore fa un principe».

Jacopo: «Solo un capo, [oppure] un capo e un giudice».

Vincenzo: «Allora secondo me si potrebbe fare a elezioni. Si eleggono tre persone che li guidano, che si prendono le decisioni, a maggioranza». Essendo in tre quelli responsabili di decidere, si faranno le cose su cui almeno due sono d’accordo: «E comunque il popolo elegge questi tre che possono [decidere], [e che] governano per un decennio».

Chiara: «Allora se uno fa una cosa brutta nell’isola lo bandiamo per mille secoli. O l’imperatore e o il re governa. Fino a quando muore». Considerando però che non tutti sono d’accordo su questo punto e le brutte conseguenze che potrebbero derivare da comportamenti malvagi di questo re o imperatore, anche Chiara accetta di introdurre un meccanismo per destituire il capo: «Si fanno le votazioni… no anzi, c’è un foglio dove si possono iscrivere in dieci per diventare re o imperatore». I cittadini, insomma, possono proporsi a loro volta come re o imperatore. Periodicamente si verifica se, tra quelli che si sono iscritti nella lista, ce ne sono alcuni capaci di avere più preferenze dell’imperatore in carica. La logica è questa: «se l’imperatore si comporta male, la gente può scegliere di nuovo».

Non affrontiamo la ramificazione che anche questa ipotesi incontra ben presto: chi gestisce la lista? Come evitare che il re o l’imperatore in carica intimidiscano eventuali cittadini intenzionati a iscriversi nella lista?

Interviene a questo punto Clara, che dà un esempio di come, per rispondere a questa domanda, possa essere utile ripercorrere un po’ la storia: «Credo che nella storia si è già fatta questa domanda…. tutti alla fine abbiamo come in Grecia… ci dovremmo dividere anche essendo un unico popolo, però divisi: uno [un gruppo costituito da] quelli che vogliono l’oligarchia, due [un secondo gruppo a costituire] un altro popolo [con] la democrazia, quindi tutto il popolo [governa], poi [un terzo gruppo con la] monarchia, e a seconda di questi gruppi ognuno ha le sue leggi e i suoi capitani o capi». Clara propone insomma di fare dell’isola un laboratorio sulle forme di governo. Il popolo dell’isola, rimanendo un unico popolo, potrebbe dividersi in tre gruppi (popoli a loro volta), in base alle preferenze per i tre sistemi di governo che sono comparsi nella discussione del gruppo: monarchia (un solo re o imperatore), oligarchia (es., comitato di tre persone), democrazia (decidere tutti insieme, votando). Si può di passaggio ricordare qui che lo storico greco Erodoto è stato considerato “padre della teoria politica” in considerazione del discorso sui tre sistemi di governo (logos tripolitikòs) delle Storie (III, §§80-82), dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente i benefici e la preferibilità del governo del popolo (plēthos archon, 80,6), dell’oligarchia (oligarchíē) e della monarchia (mounarchíē).

Sulla divisione dell’isola e soprattutto sul fatto che ci siano sistemi di regole diverse sulla stessa isola Vincenzo ha una perplessità: «E scusa, se uno tipo va a fare in una parte va a fare un omicidio dove la cosa è diversa [nella parte dell’isola dove le regole sono diverse], come viene punito? Con la regola della parte dell’isola da dove viene, o con la regola dell’altra parte dell’isola dove ha commesso l’omicio?». Clara non ha esitazioni: «Dove ha commesso omicidio».

Dopo tutta la nostra conversazione, al momento della votazione abbiamo una sorpresa:

Solo un capo (monarchia): 7/8 voti (un voto oscillante, indeciso)

Decidere tutti insieme (semplificando, “democrazia”): 7

Non si è riusciti a prendere una decisione chiara e abbiamo anche intravisto alcune possibilità di combinare i sistemi, ad esempio proponendo una monarchia sotto il controllo costante del popolo. Un buon rilancio della discussione potrebbe a questo punto venire dal rileggere – perché no? – il discorso sui tre sistemi di governo proposto da Erodoto, per valutare se e quanto le argomentazioni che lì si trovano ci inducono a cambiare idea o a cogliere aspetti che non avevamo considerato. La lettura diventa così l’esperienza dell’ingresso in uno spazio di scoperta.

Proseguiamo considerando un possibile avvenimento insapettato. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scurare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Sono «stranieri». «Gli invasori!», qualcuno esclama.

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Che fare? Ecco alcune idee:

Antonio: «Li facciamo atterrare: se sono invasori li bomardiamo con i cannoni, se sono ospiti possono restare lì quanto gli pare, li accogliamo».

Ma come distinguiamo tra invasori e ospiti?

Antonio: «Allora, appena fanno qualcosa si capisce».

Jacopo: «Si bombarda da lontano [senza averli conosciuti né visto come si comportano]».

Gabriele: «Aspetterei che vengono e gli direi: perché siete qui, cosa fate, siete criminali, cosa fareste per migliorare l’isola… poi, se chiediamo delle cose e loro non le fanno, abbiamo capito che sono criminali e facciamo le punizioni».

Armando: «Per esempio ci sono degli assassini che entrano in casa e io gli chiedo: “cosa vuoi? cosa volete? Siete criminali o siete buoni?”. E poi loro dicono criminali e io li butto fuori di casa.

Vincenzo e altri fanno osservare che probabilmente dei malintenzionati non risponderebbero di essere malintenzionati e cattivi.

Alice: «Allora praticamente, dico, guardi con il cannocchiale dove sono e se praticamente loro stanno affogando li aiuto, poi scopro se sono cattivi dalle loro cose che fanno.. oppure li lascio stare».

Giulia: «Io li farei salpare, cioè artrivare sulla spiaggia e poi scoprirei se sono buoni: cioè, li faccio entrare nella comunità, invece se sono cattivi gli faccio fare i lavori più duri».

Asia: «Guarderei con il cannocchiale se sono buoni e non fanno nulla li faccio restare sulla nave e se sono cattivi li faccio scendere».

Rachele: «Li farei salire sull’isola e accoglierei e quindi li lascerei per un po’ sull’isola e guarderei il loro comprotamento: se si comportano male gli direi: “o vi comportate bene oppure ritornate da dove siete venuti, altrimenti vi faccio rimanere qui”».

In queste prime risposte emerge una prevalente apertura attenta alle conseguenze della scelta fatta e dei comportamenti dei nuovi arrivati. Volendo collocare le risposte nello spazio tracciato recentemente da uno schema della rivista Philosophie Magazine , potremmo dire che le prime ipotesi di accoglienza indirizzano al vertice del cosmopolitismo (apertura dell’isola all’arrivo degli sconosciuti, in quanto manca l’insistenza su un’identità dell’isola da proteggere) e del consequenzialsimo, in quanto l’accoglienza o il rifiuto sembrano dipendere dalle azioni effettivamente osservabili e non dal riferimento a un “dover essere” assoluto (rif. Migrations. Une frontière doit être ouverte ou fermée, http://www.philomag.com).

Viola: «Io li farei scendere e venire sull’isola, li farei mangiare e li metterei a delle prove… e poi quando se sono cattivi gli dico: “non potere restare, sennò romperete la città e ci fate male”. Se non se ne vanno li caccio io da sola, tipo che li metto sulla nave e li spingo via».

Vincenzo: «Io, siccome gli immigranti per ora hanno combinato sempre dei guai, sai cosa farei? Non per essere razzista… io li guarderei con il cannocchiale e gli darei via radio tre avvisi, casomai non dovessero scendere li bombardo mando degli aerei e delle navi e li bombardo».

Tra parentesi, notiamo di avere scoperto di avere armi sull’isola (cosa che non era emersa quando si pensava ai primi bisogni). Ecco la spiegazione di Vincenzo: «Sì, non lo avevamo detto, armi da utilizzare casomai per difesa, per estrema difesa dobbiamo utilizzare queste armi». Quanto ai tre messaggi da inviare alla nave carica di persone sconosciute, sono «“di andartene, andartene, andartene”; “ritorna al tuo paese, ritorna al tuo paese, ritorna al tuo paese”; “se non ritorni ti mando degli aerei o delle navi che ti bombardano”».

Ecco che ora ci spostiamo, come perlopiù accade, tra l’asse dell’apertura attenta ai comportamenti effettivi e l’asse della chiusura attenta all’identità di chi già abita l’isola.

Chiara dà un altro contributo in tal senso: «Allora, se vedessi una barca di tantissimi immigrati da lontano o da vicino o anche da medio, potrei dirgli, quando loro sono arrivati sulla spiaggia: “che cosa volete?” Gli dico: “Vi daremo [quello che volete], in cambio se voi andate via”… e loro ci rispondono».

L’idea è di dare ai nuovi arrivati ciò che vogliono, purché se ne vadano, con un’eccesione: se dicono di volere l’isola, «gli dico di andarsene e li bombardo».

Interviene a questo punto Greta: «Io do un messaggio: “se ve ne andate bene, sennò ci pensiamo noi”. Se loro non se ne vanno e vengono alla spiaggia per rubare qualche tesoro che noi abbiamo per un po’ sopravvivere, io glielo spiego un po’ meglio, perché non si può sempre fare del male; anche se non capiscono, glielo spiego meglio e gli dico: “guardate, noi ci abbiamo pochi soldi e abbiamo questi tesori per sopravvivere un pochino e quindi non potete rubarceli”…». Potrebbero essere bravi, i nuovi arrivati: «Se non mi ascoltano, faccio con la forza, però non bomardarli. Gli dico: “guardate ora, i nostri tesori non potete rubarceli perché sono nostri, scusate, li abbiamo trovati noi”. E se non se ne vanno, poi io chiamo, dico: “ora ve ne andate e con la forza davvero li bombardo, perché non c’è altra soluzione».

Clara: «Io penso che li lascerei venire sull’isola e li lascerei come normali cittadini dell’isola, come normali cittadini, come se ci fossero già dall’inizio. Se poi si comportano bene, vivono normalmente come noi; se poi si comportano male, come quelli che hanno infranto le regole, li mando in prigione, tra virgolette». “Tra virgolette”, perché Clara aveva criticato l’utilizzo della prigione e aveva suggerito soluzioni alternative per gli abitanti che non rispettano le regole.

Clara suggerisce di considerare i nuovi arrivati come se fossero come noi: «Però se sono bravi dovrei anche allargare l’isola, quindi mi farei aiutare per allargare l’isola, in tutte le maniere».

Al momento della votazione, scopriamo che quattro membri del gruppo preferiscono bombardare gli sconosciuti in arrivo, senza neanche conoscerli, dopo brevi messaggi che invitano ad andarsene; cinque membri del gruppo preferiscono fare scendere quelle persone sull’isola e trattarle come noi, secondo il suggerimento di Clara. Queste sono dunque le due ipotesi estreme. I sei membri restanti del gruppo scelgono di aspettare che i nuovi arrivati scendano sull’isola, osservando come si comportano. Dunque, complessivamente, una maggioranza di undici bambine e bambini accetta di fare scendere i nuovi arrivati sull’isola e di ospitarli: in sei ritengono però che non debbano essere trattati esattamente come gli abitanti che già sono sull’isola, almeno nel senso che i nuovi arrivati dovranno essere controllati in modo speciale.

Poiché finora quest’isola è stata immaginata da bambine e bambini tra sei e undici anni, non è ben chiaro il ruolo degli adulti e se la loro presenza è ammessa sull’isola. Al riguardo Antonio dice subito che i grandi possono esserci, ma «ci stanno delle leggi apposta per i grandi».

Clara ha però un dubbio: «Credo che, visto che sono già grandi, non abvrebbero più idee e la trasforebbero come è ora la terra, ci vorrebbero bambini e menti nuove per le idee.

Greta: «Se c’è qualche problema glielo spiego, tanto i miei capiscono al volo, e se dovessero sbagliare, direi “così non si fa”; dovrebbero trattarla bene [l’isola, altrimenti]… si rovinerebbe tutta e non ci sarebbe modo di rifarla».

Lucia: «[Se sull’isola vengono gli adulti, dobbiamo] stare attenti che non distruggano tutto… come mai… perché si arrabbiano… perché sono stufi».

Dunque va bene accogliere gli adulti e i genitori: «sì: se sono cattivi gli spieghiamo che devono essere buoni. Non devono comandare».

Secondo alcuni, dev’essere così perché questa è l’ISOLA DEI BAMBINI e comandano i bambini, mentre da tutte le altre parti gli adulti: «tutti ci dobbiamo volere bene a vicenda, sia grandi che bambini»; «i grandi non dovrebbero sciupare l’ambiente e l’isola»; «bisognerà voler bene all’isola e a chi c’è sopra». Queste le considerazioni di Antonio, Clara, Greta e Lucia.

Gli adulti possono creare difficoltà anche per le abitudini che portano. Vincenzo ricorda che «noi vorremmo andare [sull’isola] con le abitudini che abbiamo detto»: giocare tanto all’aperto (calcio, moscacieca, nascondino, un due tre stella, strega comanda colore, acchiapparello) e nelle giornate di pioggia giocare a casa (guardare la tv giocare con i videogame quando piove). Gabriele non vorrebbe sull’isola tante macchine come adesso: «ne farei più macchine elettriche e ad acqua se si potesse, che non si consumano, perché quello che fanno uscire fumo». Gabriele ricorda anche un esempio di utilizzo delle macchine elettriche promosso dal Comune di Cascina, con una stazione di ricarica poco distante dalla biblioteca.

elettromobilita

Sull’isola dunque si dovranno portare e imparare nuove abitudini. Se dovessimo dire quali saranno le cose più importanti da imparare, quali diremmo? Giulia, Asia, Alice, Tommaso e Rachele scelgono queste: «Che sull’isola non ci deve essere malinconia», e nel dirlo intendono la malinconia come sinonimo di «essere tristi». Inoltre, che «nessuno deve essere escluso e non si devono fare delle cose fuori dalle regole», che «non [si deve] fare entrare la gente cattiva» e che «bisogna essere tutti amici». Abbiamo visto però, strada facendo, come queste indicazioni facili da dire a parole diventino complesse da tradurre in idee e progetti condivisi.

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