Utopia di Cascina, 16 novembre 2015

Luogo: Scuola primaria, classe IV
Data: 16 novembre 2015, lunedì, mattina (4 ore)
Gruppo: 24 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe (Le Petit Prince), varie edizioni; Jacques Le Goff, L’Europa raccontata ai ragazzi da Jacques Le Goff, Laterza ragazzi, 2005; Pinin Carpi (dir.), Il libro dei paesi, Il mondo dei bambini (realizzato dalla Emme Edizioni, Milano 1980), Utet, Torino [vedere in biblioteca]
Insegnante: Marilena Gelormini
Bambini: Anita, Emilia, Aaya, Enrico, Irene, Sofia, Anna, Simone, Ginevra, Daniele, Ilaria, Enea, Sara, Nina, Filippo, Gabriele, Nicola, Giulia, Inas, Giuseppe, Mattia, Adela, Laura, Davide

Partenza

È lunedì. Il viaggio inizia dopo una riflessione sugli atti terroristici che hanno avuto luogo il venerdì precedente. La maestra avverte il bisogno di sentire ciò che i bambini hanno provato e, astenendosi dal dare valutazioni e giudizi (che forse sarebbero più o meno scontati) chiede preliminarmente se hanno sentito di qualcosa che è successo… non riesce a chiudere la domanda che già qualcuno accenna a Parigi. Vedi la discussione a questo proposito nel “Diario del filosofo”.

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Cascina. Simone prende la parola per primo dicendo che si dovranno «usare fonti di energia rinnovabili e, ovviamente, cioè, non inquinatre i mari, non buttare cose di là». Inas menziona l’acqua e un posto dove dormire. Gabriele dice che dovremo cercare dei minerali e dell’oro, accennando anche all’esigenza di commerciare. C’è chi pensa che avremo bisogno di cibo, di «trovare cose da mangiare», mentre una bambina dice che dovremo avere dei telefoni, o meglio «un telefono, ma non l’iPhone 6: [un telefono] né vecchio né tanto nuovo. Non l’ultimo modello». Ci sarà bisogno di iniziare delle attività, di coltivare e di andare a caccia. Filippo avverte: «Secondo me lì non ci devono essere le macchine. Niente inquinamento. Bisogna fare come nell’antichità, coltivare; prima si viveva meglio».

Vediamo dunque che alcuni pensano a cose come l’acqua e il cibo, altri a comportamenti da tenere o a cose da escludere (macchine e inquinamento). Giulia introduce un altro aspetto quando dice che «bisogna saper costruirsi capanne, casomai il tempo piove, c’è il temporale eccetera». Insomma, dice che avremo bisogno da subito di saper fare delle cose. Sofia dice che dovremo «sapere non sprecare quella poca roba che è attorno a te»; Daniele pensa alle «vie di comunicazione», Sara ai vestiti; Enrico alla luce e qualcuno subito precisa che si dovrà farla con l’energia solare o più in generale «da fonti rinnovabili» (Simone). Si dice che si dovranno usare «le cose naturali» e «non rovinare l’isola». E ancora: «sapere scrivere» e «costruire macchinari per migliorare un po’ la produzione non inquinante».

Come abitare nell’isola

Fatta la rassegna dei primi bisogni, ci chiediamo come si dovrebbe abitare nell’isola (cioè, come ci si regola con le abitazioni). Qualcuno ha già parlato di capanne pensando ai primi bisogni. Abbiamo però visto che si dovrà stare attenti a usare cose naturali e a non inquinare né rovinare l’isola. Potendo iniziare per così dire da zero a dare forma a un paesaggio in cui vivere bene, consideriamo se i modi in cui abitiamo ora vanno bene anche sull’isola oppure no; forse con l’immaginazione possiamo escogitare qualcosa che non esiste ancora.

Sofia: «Per me sarebbe [meglio vivere] sparsi, perché se tipo uno va sulla montagna e dice: “State attenti, non abitate sulla montagna, c’è un lupo!”, dà consigli [a chi non vive in montagna]; [sarebbe meglio così] invece di stare tutti uniti e non sapere cosa c’è attorno a loro, a noi». Insomma, di solito chi pensa a vivere “sparsi” nell’isola preferisce questa opzione perché permette di non essere disturbati, di non avere attorno confusione… Sofia invece pensa sia meglio perché così si conosce meglio l’isola: ognuno ne conosce approfonditamente una parte e può dare consigli agli altri.

Ecco però che interviene Filippo: «Secondo me è meglio stare uniti: secondo me, in piccoli villaggi sparsi un po’ nell’isola, perché se lì c’è il lupo e sei da solo è molto più probabile che il lupo ti mangia, ma se sei in gruppo è molto più difficile».

Irene: «Se [facciamo] dei villaggi piccoli attaccati uno all’altro e fai dei cancelli e delle persone pensano che sono più forti a scacciare il lupo con il fuoco, allora quello potrebbe essere un metodo di sopravvivenza». Insomma, si fanno piccoli villaggi e ci si aiuta: ognuno si preoccupa di ciò in cui è “più forte”. Una bambina si dice d’accordo: meglio uniti, «perché se c’è un lupo ti difendi meglio; perché da solo non è che puoi farlo». Un’altra bambina aggiunge: «Secondo me uniti, ma a volte in alcune famiglie c’è il problema che i familiari sono lontani, tipo in altre regioni e nazioni. Tipo delle famiglie stanno accanto e un po’ staccata un’altra famiglia». Qui l’esigenza di vicinanza riguarda innanzitutto le famiglie. Devono stare più uniti tra loro i membri della stessa famiglia, mentre la distanza tra famiglie diverse è leggermente maggiore: si sta «un po’ staccati».

Daniele: «Secondo me è meglio stare uniti così invece di stare da soli e fare tutto da solo: ci distribuiamo i compiti».

Come dice anche Filippo, stando uniti «si può cacciare insieme». «È meglio stare uniti così ci si aiuta a vicenda», conferma Laura.

Simone e Filippo concordano sull’idea di quartieri o di villaggi collegati: «Secondo me è meglio stare uniti con tanti quartieri e tipo fare delle strade così sono collegati e c’è un collegamento più veloce. Tanti quartieri e poi li colleghi con delle strade, sentieri» (Simone).

Davide dice: «Le case devono essere singole, naturalmente, ma unite tra loro per distribuirsi i compiti: io per esempio so allevare meglio e un po’ del ricavato dell’allevamento lo do a te che magari sei più bravo a coltivare e mi dai parte del raccolto».

Ma è proprio “naturale” (naturalmente) che le case siano singole?

Nicola: «Se c’è una famiglia, nonni cugini eccetera, una casa non ti basta: [serve] una casa qua, sopra, accanto, tutte unite per le famiglie e anche le altre famiglie tutte attaccate: basta che scendi e ce le hai sempre accanto. Tutti sono vicini e attaccati a tutti. Separati da “muri piccolini”».

«È meglio restare due case unite, così se un lupo attacca sono due case a attaccare il lupo», dice una bambina.

Ma ecco Enrico, con un dubbio: «Perché poi queste case tutte attaccate, poi se scoppia un incendio potrebbero morire tutti». Ginevra riprende l’idea della distribuzione dei compiti: «Secondo me le case dovrebbero restare unite così le persone si distribuiscono i lavori. Invece se sono lontane è difficile andare da tutti e dire “tu fai questo”, “tu fai quello”». Una bambina pensa che sia bene stare uniti, ma «meglio […] non tanto uniti uniti», come con «dei palazzi staccati tra di loro ma un po’ più lontani». Vivendo in palazzi ci si può conoscere meglio.

Filippo e Simone ribadiscono l’idea dei quartieri o villaggi lontani e collegati tra di loro. Si potrebbe fare in un luogo una certa quantità di case e in un altro luogo una certa quantità. Giuseppe dice che «si potrebbero comunque conoscere cose diverse per poi passarsi le informazioni».

Laura introduce un’idea nuova pensando ad aggregazioni per mestieri: «gli agricoltori tutti vicini, gli artigiani tutti vicini» e così via. Un’altra idea nuova viene da Nicola: «Fare una casa unica dove ci vive in una stanza una persona. Ogni famiglia ha il suo spazio. Non sono palazzi: è [una casa] piccina [bassa]», ma abbastanza estesa da ospitare tutte le famiglie dell’isola. Ci sono spazi privati per ogni famiglia e spazi in comune, «sale comuni dove andare a passare il tempo assieme».

Votando tra le opzioni emerse, abbiamo: quartieri [di una stessa città] con case separate e unite da strade, 12 voti; sistema di villaggi collegati tra loro, 6 voti; una casa grande per tutti con spazi privati e spazi comuni, 3 voti; case sparse per tutta l’isola, ognuno dove vuole, 2; case tutte attaccate tra loro, molto vicine, separate da piccoli muri, 0 voti; palazzi separati e collegati da vie di comunicazione, 0 voti.

Notiamo che la maggioranza è abbastanza chiara (12 voti), ma che in ogni caso ci sarebbero 11 bambini scontenti (metà del gruppo, quindi). Poiché il sistema dei villaggi è stato trattato come analogo al sistema dei quartieri, queste due ipotesi sommate o una via intermedia otterrebbe forse 18 voti.

Sorvoliamo qui su un approfondimento a proposito dei diversi tipi di “maggioranza” e ci chiediamo se l’isola sarebbe comunque felice se la maggioranza di 18 imponesse a tutti la propria scelta. Secondo Filippo è necessario che si scelga una cosa e che a questo punto chi vorrebbe vivere con “case sparse” non vada dove vuole, sull’isola… Dovrebbe stare nel villaggio perché altrimenti se «uno è là e sa coltivare meglio di tutti, devi andare là»… e l’isola sarebbe disordinata, «tutto è disordinato». Enea pensa invece che ognuno debba poter fare «quello che vuole», così se Sofia e Gabriele vogliono vivere “sparsi” nell’isola, possono farlo.

Trovare una conciliazione non è semplice, così deviamo un po’ dal punto: Enrico pensa che «andrebbero fatte delle recinzioni per difendersi per esempio dai lupi»; Irene pensa che dovremmo portare gatti e cani per una vita più rilassata e in compagnia, ma ecco Inas torna sul problema lasciato in sospeso e dice: «Secondo me, anche se le abitazioni sono diverse, si può stabilire tutti insieme un giorno, un’ora, per stare tutti insieme e fare una riunione». L’idea piace anche a Filippo, mentre Nicola torna sulla sua proposta di una casa comune per tutti: «Sulla casa grande: se tutte le famiglie vengono insieme in quella stanza dove si ritrovano [nello spazio comune]: potrebbero esserci una scuola con i maestri, una [stanza] dove si va a mangiare…». Ma, come abbiamo visto, l’idea per il momento ha raccolto solo tre voti. E deve fare i conti anche con obiezioni come quelle di Enrico e Simone: se uno si ammala, contagia tutti. Anche su questo punto Nicola, dopo due passaggi di conversazione piuttosto lunghi (i seguenti, su religioni e denaro) tornerà con una sua risposta: «Nella casa grande ci si aiuta meglio anche con i malati, andando a prendere medicine eccetera e quindi non ci si contagia di più necessariamente».

Religioni: una, nessuna o tante?

Deviazione imprevista con l’intervento di Giulia: «Secondo me, se iniziano tutto daccapo, potrebbero decidere se credere in un Dio, non crederci, ognuno crederci come gli pare». Secondo Giulia, è meglio se «ognuno crede come vuole» e, se le cose stanno così, andrebbero costruite chiese di ogni religione.

Sofia: «Io non sono d’accordo con l’idea di Giulia di avere tante religioni, perché a un certo punto uno potrebbere offendere un Dio e scoppierebbe la guerra».

Filippo: «Io sono dalla parte di Giulia: lei [Sofia] sennò è favorevole alla guerra: se ognuno crede nel proprio Dio, non c’è niente, però con delle giuste… cioè non è che uno è più grande… e poi anche nelle case secondo me bisognerebbe riorganizzare un po’ le cose». Qui cambia discorso e suggerisce di trasformare la grande casa immaginata da Nicola in un centro commerciale (poi precisando: «cioè ogni contadino, ognuno ha una stanza dove ti vendo il vino o altre cose»). Nicola lo inserirebbe nella grande casa, ma non per trasformare quest’ultima in un centro commerciale. Gabriele invece non è d’accordo: «Il cibo bisogna procurarcelo da soli, non bisogna andare al centro commerciale», e si baratta: «Io ti do il latte, tu mi dai il vino».

Denaro o baratto?

Si inizia a discutere dell’alternativa tra denaro e uso del baratto. Gabriele, a proposito del centro commerciale, dice che è una decisione che cambia l’aspetto dell’isola. La diffidenza nei confronti del denaro viene così espressa: «con il baratto non hai i soldi… che poi uno inizia a rubare; invece col baratto te gli dai una cosa e lui ti dà l’altra».

Davide: «Sono d’accordo con quello che ha detto sul fatto del baratto. Invece il baratto: […] inizio a lavorare la ceramica e la offro in cambio di altro».

Nina non vorrebbe i soldi sull’isola, «perché è come se si ricostruisse tutto. Abbiamo detto che non bisogna fare come qui, cioè… Secondo me [si deve fare un’isola] senza soldi, perché sennò rinizierebbero le cose come qui: uno vuol fare costare una cosa di più, se invece costa meno».

Anita: «Secondo me [è meglio] senza soldi, perché se hai i soldi poi uno può litigare e quell’altro vuole i soldi e non gli bastano».

Mattia: «[Meglio] senza soldi: [con i soldi uno] vuole la macchina e senza soldi non gli viene la tentazione di comprarla per inquinare».

Nicola e Ginevra sostengono al contrario che i soldi dovrebbero esserci.

Nicola: «Il baratto per me non va bene, perché se uno coltiva una cosa che nessuno sa fare, può venderla a qualche soldo così almeno ci guadagna. E però, se gli serve una cosa che sa fare, come si fa?». Ginevra: «Vanno bene i soldi, perché col baratto do in scambio una cosa che ho e loro hanno già e si crea un litigio». Cioè, il baratto può generare aspettative conflittuali: io posso aver bisogno di una cosa che un’altra persona ha e offrire in cambio qualcosa che quella persona ha già e quindi non vuole; dunque lo scambio non si può fare. Ma Simone generalizza: «Tutto può creare un litigio!». Sia il baratto, sia il denaro.

Emilia e Adela osservano che «per ora la minoranza vorrebbe utilizzare i soldi sull’isola». Loro preferiscono «senza soldi». Simone cerca un’alternativa: «Né soldi, né baratto: in Russia mi hanno detto che è tutto di tutti. Se c’è la bici di uno la puoi usare anche te… Però te la potrebbe rompere». Simone pensa probabilmente ad un modello di comunismo. Ma molti protestano subito: «No! No! Tutto di tutti no!». Sono in sette a condividere l’idea. Simone ribadisce che così tutto diventerebbe come «un ciclo di scambi».

Daniele: «Secondo me è meglio senza soldi, perché poi finiscono e si potrebbe scatenare la guerra».

Laura: «I soldi ci devono essere, perché con il baratto uno dice [ad esempio, su qualcosa]: “5 grammi no, ne volevo 6”… e si litiga».

Ilaria: «Secondo me su alcune cose servono i soldi, su alcune altre no. Ad esempio: se una persona è malata ci potrebbero servire dei soldi invece di fare il baratto». Perché la persona malata potrebbe non avere nulla da offrire in cambio, di prodotto da sé.

Nina: «Secondo me ha ragione Ilaria, su alcuni argomenti ce li devi mettere i soldi, perché non puoi fare degli scambi su tutto».

Filippo: «Sono d’accordo con l’idea di Irene sugli animali, perché ad esempio io ho le mucche, faccio il cuoio: vado al supermercato, a casa mia faccio le scarpe e vado alla mia baracchina e faccio le scarpe: non coltivo il grano, tu lo coltivi e ti do le scarpe. [Poi, tornando a un esempio precedente] la macchina inquina: [senza soldi] non ci pensi nemmeno a comprare la macchina. Nemmeno la bici: perché la gomma è plastica e inquina. Il cavallo invece non inquina».

Interviene a questo punto Sofia: «Non sono d’accordo né con l’uso del baratto, né con i soldi, né che tutto è di tutti: perché [nell’alternativa in cui ci sono] i soldi, a un certo punto uno che non ha tanti soldi può andare a rubare di notte a casa di uno e quindi si scatenerebbe un po’ la guerra. [Non sono d’accordo con] Il baratto perché se uno vuole avere più cose dice: “questo costa cinque etti di farina, a caso…” [ma] invece vale di meno e quindi il baratto scatenerebbe anche quello la guerra e poi [l’alternativa secondo cui] tutto di tutti per me no, perché se uno rompe una cosa a cui uno ci teneva, si scatenerebbe di nuovo la guerra. E poi un’ultima cosa: io idea di tornare ai tempi antichi: quello che trovi tu è tutto tuo, quello che trovo io è tutto mio, e nessuno si scambia niente!».

Un ragionamento molto articolato, non c’è che dire. Enrico prosegue: «Io sono per l’idea di Simone, che bisogna che tutto è di tutti, perché se uno non ha una cosa uno gliela può chiedere se gliela potrebbe dare. Se tipo uno ha il raffreddore e non ha le medicine e quello sì, puole andare a prendere le medicine».

Sofia ci ha aiutato a ripensare insieme le tre opzioni principali emerse finora e ha sottolineato che ogni opzione può generare guerre. Una cosa simile era già stata segnalata a proposito della religione: una, nessuna o tante? Ragioniamo sul fatto che – pare – ogni alternativa in questi casi può generare conflitti e i conflitti possono diventare guerre. Nell’isola bisognerà imparare a stare attenti a non fare trasformare i conflitti in guerre.

Inas e Simone trovano a questo proposito due vie da intraprendere a proposito di denaro e religioni. Sulla prima questione, Inas farebbe «un mercato, dove ognuno va con il suo banco e una lista di cose che gli servono, per facilitare il baratto». Dunque, un’idea per il baratto. Quanto alle religioni, Simone propone un «palazzo delle religioni, dove ci sono nello stesso palazzo vari spazi adatti alle diverse religioni».

ucascina2-outesclusioneUna delle illustrazioni sulle cose da escludere dall’isola (tra cui il denaro)

Le regole fondamentali dell’isola e cosa succede a chi non le rispetta

Per impedire che i conflitti diventino guerre saranno necessarie anche le regole. Nessuno dice che non dovrebbero esserci e ciascuno prova a definire le regole fondamentali e cosa dovrebbe accadere a chi non le rispetta. Ecco il risultato:

Simone: «Le pene sono mandare in esilio, in prigione e uccidere in casi estremi.
Regole: non uccidere, se non lo rispetti ti mandano in esilio
Non entrare in casa di altri, vai in prigione
Non rubare, in prigione
Offendere le religioni: in prigione
Non distruggere: esilio».

Davide: Le regole vengono decise dai capifamiglia (non dal più forte, ma tutti insieme).
«Ognuno può credere nel dio che vuole, o anche in nessun dio, ma l’importante è che non offenda gli altri. Prigione come pena. No pena di morte».

Aaya: «Ci deve essere un ospedale e medicine per tutti. Tutti hanno il diritto a essere curati bene e ad avere le medicine».

Enrico: «In questa isola si dovrà allevare e coltivare giorno e notte per una settimana [nel caso non si rispettino le regole]. Avere ucciso una persona, per esempio. Se [una persona] distrugge una cosa, la risistema».

Emilia: «Non desiderare la roba d’altri».

Adela: «Dobbiamo collaborare».

Sara: «Non rubare agli altri le cose che non hai». «Se non rispetti le regole non sei più di quel villaggio».

Laura: «Non ci dovrebbe essere denaro né baratto, ma neanche tutto di tutti. Perché chi lo trova se lo tiene. Chi non rispetta gli verrà tolta la cosa che voleva scambiare».

Secondo questo modello esistono delle guardie e la polizia.

Daniele: «Sull’isola ci vuole un imperatore e ognuno tiene quello che ha». Come gli altri per le punizioni.

Ilaria. «Non litigare. Conseguenza: dovrà scusarsi con l’amico con cui ha litigato e coltivare».

Nina: «Se uno rompe i raccolti degli altri o il lavoro dell’altro, deve stare per tre settimane o per un mese non può più barattare».

Filippo: «Fondare un governo. Se uno ruba otto litri di olio, o di latte, va in prigione, ma a seconda se ci va tre volte in prigione viene condannato all’ergastolo o alla pena di morte o esiliato. Ci sono dei punti: 20 punti vai all’ergastolo, 30 punti pena di morte, 40 punti vieni esiliato». [Secondo questa ipotesi è peggio l’esilio della morte, perché in esilio soffri]

Anna: «Non fare case di legno. [In caso vengano costruite, si dovranno] Distruggere le case».

Sofia: «Non si litiga. Conseguenza. Se si litiga tre mesi a scavare».

Mattia: «Sull’isola non si devono usare i soldi, perché se uno usasse i soldi ne vorrebbe ancora. [Non si devono] Comprare macchine che inquinano. Chi usa i soldi o compra una macchina viene bandito dall’isola».

Anita: «Sull’isola di utopia non si devono usare soldi per fare quello che vuoi ma solo quando qualcuno è ammalato… Metterei per tre settimane a coltivare [chi non rispetta questa regola]».

Giulia: «Sull’isola non si deve offendere per cattiveria senza motivo. Se qualcuno non lo rispetto verrà offeso dalla persona che ha offeso finché non chiede scusa».

Enea: come Filippo.

Ginevra: «Tenere pulita l’isola e mantenerla pulita. Se uno non la tiene pulita, pulisce anche lo sporco di un’altra famiglia».

Giuseppe: «Stare sempre con tutti. Chi non rispetta [questa regola] viene ucciso».

Nicola: «Fare un monumento con una faccia molto importante: chi distrugge il monumento sta tre giorni nella montagna più alta senza casa e con i lupi. [Il momento] potrebbe rappresentare la faccia di quello che ha il libro di tutte le regole».

Inas: «Non infuocare le abitazioni. Sanzione: fare la lotta con un animale feroce».

Irene: «Non frustare gli animali. Se frusti un animale devi curarlo finché non guarisce».

Gabriele: «Non fare le strade né aeroporti né stazioni né porti. Sanzione: ergastolo sull’alta montagna dell’isola».

A proposito di regole e comportamenti, un disegno ci richiama ad alcune situazioni che andranno gestite in modo da non creare infelicità e divisioni tra gli abitanti

u-cascina2-quando


La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Sofia ha proposto a un certo punto di mettere insieme le famiglie e «fare prendere le decisioni della famiglia al capofamiglia, come succedeva un tempo». Daniele aveva fatto accenno a un imperatore dell’isola, in una sua considerazione. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi.

Nina: «Secondo me ogni mese si fa una votazione: ognuno mette la sua regola che gli è venuta e poi quella più votata si stabilisce». Nina intende che «tutti i cittadini» possono mettere la propria regola: tutti dai cinque anni in su, cioè da quando si entra nella scuola primaria.

Laura: «Io vorrei che a governare fosse uno solo». Perché? «Perché poi in tanti si litiga, non si riesce a prendere una decisione».

Giuseppe: «Il più potente è l’imperatore, poi ci sono gli aiutanti. E ogni anno si stabilisce una regola». Giuseppe preferisce che a comandare sia una persona, non proprio da solo, ma con degli aiutanti. Se c’è qualcuno che vuole diventatre imperatore deve fare una sfida e chi è più potente diventa il nuovo imperatore. In che senso il più potente? Qui si tratta di una «sfida di forza», di una specie di «duello di forza».

Irene: «Tutte le persone possono decidere, anche i bambini, dalla primaria in su. E sarebbe un casino mettere tutto il villaggio insieme in una cosa, e allora uno decide la prorpia regola, la scrive, c’è un contenitore tipo la lettera della posta, un contenitore davanti a un grande edificio: loro ce la mettono e quando è piena e tutti hanno votato la prendono e vedono quali regole». Irene dunque trova preferibile una soluzione in cui si governi tutti insieme, ma ritiene che dal punto di vista organizzativo non sia possibile trovarsi tutti insieme davvero in un luogo, ad esempio in una piazza. Da qui l’idea di raccogliere le proposte in quel grande contenitore. Un bambino propone di chiamare “repubblica” questa forma di governo di tutti.

Inas: «Secondo me all’inizio, quando non si è ancora stabilito il re, si può fare un duello di intelligenza, tipo una sfida, che per esempio prendi una foglia, la lanci in aria e devi seguirla finché non si ferma. E in quel posto dove si è fermata la foglia, la piuma, la foglia, devi trovare un oggetto, qualcosa che è stata stabilita. E chi vince, il più intelligente, viene come re e ogni anno viene stabilito un nuovo re». Torna dunque l’ipotesi del re – di uno solo al comando – ma qui la prova è di intelligenza e di abilità e il mandato è temporaneo. Si tratta di mostrarsi abili di seguire una foglia o una piuma al vento, coi suoi movimenti imprevedibili, e di saper trovare poi qualcosa. Perché non decidere tutti insieme, però, o in tanti insieme? Inas ritiene che sia meglio di no «perché secondo me deve essere solo uno a comandare, perché in tanti non, non, non… alcuni non possono essere d’accordo, non sono d’accordo e allora si può formare una guerra».

Inas sottolinea qui e in altre occasioni la questione dell’essere d’accordo. Abbiamo visto che emerge a proposito del denaro e del baratto, delle religioni e del prendere decisioni insieme.

Proseguiamo con la conversazione del governo, esplorando le opzioni di cui i bambini diventano capaci conversando. Noteremo ben presto che si tratta talvolta di forme miste, rispetto alle tre individuate da Erodoto, e che in particolare il “decidere insieme” può prendere vari significati differenti.

Ginevra: «Ogni mese un componente di una famiglia dice una regola e poi il mese dopo va un altro di un’altra famiglia e dice la sua regola». Qui ci soffermiamo a considerare il fatto che un governo può stabilire regole e leggi (e si potrebbe qui intervenire distinguendo le funzioni di governo da quelle delle assemblee legislative), oppure prendere decisioni “pratiche” come costruire cose. Secondo Ginevra, in ogni caso, dovrebbe essere adottato il sistema delle famiglie a turno. In ogni famiglia decidono «tutti insieme», compresi i figli.

Enrico: «Secondo me bisognerebbe votare da quindici anni in su. Votare un re». Il re andrebbe cambiato ogni anno.

Simone: «Secondo me andrebbe, tipo… alcuni [che sono] stati scelti così a caso, vanno dal sacerdote oppure da una persona importante che gli fa una prova. Quello che supera la prova diventa imperatore: [si fa] una prova [per valutare] se sanno governare. Però se questo imperatore nel corso degli anni ci risulta cattivo si ghigliottina. Può durare finché muore di vecchiaia, altrimenti».

Davide: «Praticamente ogni famiglia, nonni zii, tutta la famiglia, decide il capofamiglia che deve avere più di quindici anni: [in seguito a ciò] decidono tutti i capofamiglia dell’isola. Ogni capofamiglia scrive delle leggi e poi tutti gli abitanti eleggono la persona più valida per poter fare il presidente». Davide non parla di re o imperatore ma di presidente eletto in base a una “prova” basata sulla composizione di leggi. Non usa intenzionalmente la parola “re”, «perché il re è uno che comandava perché è più potente. In questo modo non è il più potente». Il presidente a cui pensa governa e «ogni cinque anni si può rifare questa votazione».

Aaya: «Io dico che chi vince una lotta diventa il re e ogni anno si cambia». Torna la forza fisica come prova. Daniele prima aveva usato la parola “imperatore”. Ma cos’è un imperatore? «L’imperatore è… l’ho scritto perché è il capo dell’isola. Perché se sono in tanti a comandare potrebbe scoppiare una guerra». Ma non potrebbe scoppiare una guerra anche se a comandare è uno solo? Che succede se questo comandante si comporta male? «Può darsi che scoppierebbe [una guerra anche in questo caso], però non siamo sicuri», dice Daniele.

Nicola: «Io dico [che dovrebbero governare] quattro delle famiglie più importanti»; più importanti «perché sono un po’ più conosciute, hanno fatto magari qualcosa, o hanno avuto il figliolo che ha fatto cose importanti… l’ingegnere: il più vecchio va a comandare assieme agli altri tre, e poi quando muoiono se ne rimettono altri quattro o cinque».

Giulia: «[Propongo un governo di] pochi, come per esempio quattro: ogni due anni fanno una votazione e delle persone che vogliono esporre una legge, che sono sopra i diciotto anni, la dicono e quelle più giuste le mettono e dopo due anni se uno vuole cambiare le cambia, sennò no. I quattro insomma votano le idee più giuste». Insomma: i quattro valutano quali idee sono più giuste tra quelle proposte ogni due anni dalle persone, da tutti i cittadini sopra i diciotto anni.

Stiamo pensando dunque a forme di governo miste: dove talvolta chi prende le decisioni (presidente o pochi) si confronta con i “tanti” o con il popolo.

Sofia introduce qui un punto che fa molto discutere, relativo al rapporto tra uomo e donna.

Sofia: «[Propongo un governo di] pochi, solo i capofamiglia… i più anziani… i più saggi. Ogni famiglia ne ha uno solo. E se muore, se ha un figlio maschio si passa a lui il [ruolo di] capofamiglia; invece se è una figlia femmina si passa, se ne sceglie un altro, si sceglie un altro maschio che fa da capofamiglia anche se è più giovane».

«Perché un maschio?», chiede Filippo.

«Perché, non lo so, i maschi, ma preferisco… Non c’è una motivazione perché preferisco. Perché diciamo forse i maschi sono più intelligenti, possono fare più leggi e hanno più idee. E anche secondo me per pochi, tipo quattro, per pochi secondo me se uno non ha più idee un altro può dire le altre e quindi viene un po’ più facile».

Filippo: «Noi maschi saremmo più forti, però, anche le femmine hanno il cervello».

Simone nota, e Sofia sottolinea, che di solito i capifamiglia erano i maschi e non le femmine. Ma Simone dice che quella dell’uomo che comanda era una cosa antica, tradizionale, e che nell’utopia, potendo iniziare tutto daccapo, si può fare maschi e femmine indistintamente.

Sofia: «Io preferirei di più avere dei maschi perché anche gli antichi, quelli che sono vissuti prima di noi, sceglievano come capofamiglia i maschi. Quindi è come una tradizione». Nessuno condivide questa ipotesi, né tra i bambini, né tra le bambine. Sofia aggiunge che nel sistema da lei immaginato comunque tutti possono andare a votare le leggi, a partire dai bambini dai cinque anni in su. Riconosciamo qui il suo coraggio nel sostenere la propria idea anche essendo la sola a pensarla così. Iniziando il viaggio abbiamo detto che questo atteggiamento è importante per tutti: occorre avere tanto il coraggio di dire la propria idea anche quando è diversa da quella di tutti gli altri, tanto quello di cambiare idea ascoltando gli altri. Nell’uno e nell’altro caso si aiuta il gruppo a scoprire di più.

Filippo: «Secondo me potrebbe essere uno solo o pochi. Dipende dall’isola: se l’isola è grande grande pochi, o un re…». L’idea, poi chiarita, è questa: più lo spazio da governare è grande, più si dovrebbe andare verso l’uno. Notevole l’idea che non ci sia una forma di governo migliore in generale, ma che di volta in volta si debbano considerare altre variabili (in questo caso, l’estensione del territorio in questione).

Irene prosegue la conversazione trovando una conseguenza di una delle scelte a proposito del re: se il re si cambia ogni anno, «se questo re si vuole sposare, si può sposare?». Sì, dicono tutti. Ma allora anche la regina, bisognerà tenerne conto, avrà al massimo la durata di un anno. Gabriele si esprime a favore del governo del popolo, mentre Inas precisa che «Il re può dire le sue idee ma non deve essere troppo severo. Se il re fosse severo tante persone non sarebbero d’accordo». Ecco, ancora una volta, la questione dell’accordo: senza, potrebbero capitare dei bei problemi.

Si è parlato tanto di uomini al comando ed ecco Emilia, che osserva che «la mamma in casa mia comanda». Dunque anche sull’isola si potrebbe decidere che a comandare dovranno essere una donna o un gruppo di donne. Altri testimoniano che sono le mamme a comandare in casa e che sull’isola questo modello potrebbe andare bene. In generale si pensa che sia meglio che sia una donna sola a comandare e non un gruppo. Si è parlato tanto di re, perché non parlare di una regina? Le femmine possono essere anche forti… Ginevra teme che siano più cattive: «Secondo me le femmine sono più cattive».

Si prova a votare, un po’ esausti per le tante varianti incontrate:

Governo di pochi (4 o 5) con attenzione al popolo (proposte del popolo, cose votate dal popolo): 6 voti

Governo di una regina: 6 voti

Forma mista: governo di re non troppo severo + popolo (che controlla): 5 voti

Repubblica con presidente: 3 voti

Ottengono un solo voto le proposte del governo dei capifamiglia maschi, del popolo che vota con il sistema dei biglietti nel grande contenitore e del re che governa facendo tutto da solo, senza confrontarsi col popolo. Le altre opzioni analizzate non ottengono voti.

Come cavarsela? Riconosciamo per il momento che non sappiamo bene come ci dovremo governare su quest’isola. Non troviamo l’accordo su cui Inas insiste con tanta attenzione. Questa è la fatica della democrazia, del modo di conversare e decidere in cui ci stiamo esercitando ora.

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scurare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Sono «stranieri». «Gli invasori!», qualcuno esclama. Che fare? Ecco alcune idee:

Gabriele: «Mandare via la nave». Simone: «Accoglierli». Si presentano subito due proposte agli antipodi e intuiamo che la decisione non sarà semplice.

Aaya: «Cacciarli via. Perché non sappiamo cosa vorrebbero fare nell’isola. Potrebbero anche rubare, quindi non possiamo credergli, non possiamo dirgli le regole, perché sennò loro… [potrebbero comunque non rispettarle]».

Simone: «Proviamo a spiegargli le regole».

Enrico: «Accoglierli. [Perché] se tipo la nave gli si è rotta, per esempio, li potresti accogliere».

Aaya: «[Se avessero la nave rotta] li farei venire, ma non è che li lascerei fare quello che gli pare: cioè, gli sto ad occhio».

Sara: «Accoglierli, perché se hanno bisogno di aiuto da soli non possono cavarsela, invece li accolgono se hanno bisogno di aiuto».

Emilia: «Accoglierli, ma dirgli le regole e fargliele rispettare».

Ginevra: «Io non li accolgo: li faccio venire solo sull’isola, però non li faccio entrare e gli chiedo se hanno bisogno. Se loro non hanno bisogno li mando fuori. Se hanno bisogno… li accolgo dentro l’isola e gliela faccio vedere».

Li accoglierebbe con gli altri, nel villaggio.

Inas: «Io per sicurezza chiamerei le guardie e poi li conoscerei meglio e li ospiterei sull’isola se non avevano intenzione di rubarci qualcosa».

Le guardie servono per controllare un po’ all’inizio poi piano piano si può diventare amici.

Gabriele chiamerebbe dei «minatori che arrivano col piccone dalle miniere». Poi dice: «Li vorrei accogliere, però li vorrei ospitare nelal mia bella miniera». La prima idea, di intimorire i nuovi arrivati con i minatori, era venuta perché «non sapevo se erano rubatori…», «o barbari», suggerisce Inas.

Irene: «Io sono mezzo tra Gabriele e Simone, perché io vedrei prima se è una nave che è dell’Isis, non li farei entrare. Un conto è se una nave che ha delle persone che sono ammalate e hanno bisogno di una cura le farei entrare e gli darei la cura».

Ecco il problema del filtro: si fanno entrare solo certe persone, a certe condizioni. E Nicola esprime con una frase il ruolo dell’immaginazione:

Nicola: «Io mi immagino che quando sono vicinissimi al nostro porto tirano fuori dei cannoni e mi viene l’idea di costruire un riparo e qualcosa per farli allontanare». Dunque, anche se non hanno cannoni, una certa immagine che posso essermi fatto delle persone che non conosco può far sì che io mi immagini che coloro che arrivano abbiano cannoni; così viene l’idea di reagire mandandoli via, senza neanche farli avvicinare all’isola: «Ma se non ti sparano e sono buoni?», chiede Mattia. Ma Nicola ha evidenziato il problema: potrebbero essere buoni, ma «io mi immagino che» possano avere cannoni: il fatto di immaginarlo fa così paura che, anche se sono buoni e non hanno cannoni, io me li figuro con i cannoni e reagisco all’immagine che mi sono fatto. Qualcuno dice: «Prima avviso tutto il villaggio che c’è una nave nemica, dell’Isis»: e così si proietta sulla nave in arrivo la questione con cui abbiamo iniziato la mattinata. Certo, se sono dell’Isis non ce l’hanno scritto sulla nave: ma con il binocolo possiamo capire se hanno cannoni e bombe sulla nave.

Anita interrompe questa sequenza: «Io li ospiterei. Prima vedo se hanno armi e cose, poi gli dico le regole di quest’isola e così diventiamo amici».

Mattia: «Però l’Isis prima di combattere non si mette la maschera».

Anita: «Io quelli dell’Isis non li inviterei».

Sofia: «Io se sono buoni li scaccerei anche subito, anche se sono buoni; ma anche se hanno qualche problema, qualcuno è malato li scaccerei perché non si sa mai, non ci si può fidare mai della gente. E poi perché… se l’Isis nascondono tutte le armi e poi iniziano a fare la guerra. Prima volevo dire, quando inventavo l’isola, che era proprio per questi momenti volevo metterci una cupola tutta di vetri antisparo». Simone immagina delle mura, ma l’idea di Sofia, della cupola di vetro, attira subito l’attenzione e riceve 18 voti. Simone propone, considerando che per la costruzione della cupola «ci vorrebbe un po’ troppo», di costruire intanto «una staccionata di legno provvisoria», poi un «muro provvisorio».

Giulia interviene: «Io li manderei dall’altra parte dell’isola, dove le persone non possono vederli, assieme a delle persone più forti [scelte tra gli abitanti dell’isola]: vedo se hanno armi a portata di mano. Se sono cattivi, naturalmente difendendo il paese li mando via. Se sono buoni e hanno bisogno di qualcosa, gli do un tempo per stare qua e qando hanno aggiustato quella cosa se ne vanno».

Giuseppe: «Io li caccerei subito, perché non ci si deve fidare mai delle persone… degli sconosciuti».

Mattia: «E allora, se io non ti conosco e tu sei gentile, ti scaccio subito?».

Si incontra qui un problema relativo alla fiducia negli altri, in particolare negli sconosciuti. La domanda di Mattia a Giuseppe intende evidenziare il fatto che se non ci si fida di nessuno sconosciuto, non si potrebbero avere nuovi amici. «Per me va bene, tanto di amici ce ne ho già tanti», dice Giuseppe.

Giulia, che è tra i pochi a non volere la cupola, prova a spiegare: «La cupola non è utile perché tieni le persone lotane e se hanno bisogno … non le aiuti».

Anna: «Li caccerei subito via, perché non si sa se fanno finta di essere malati». Dunque la cupola sì.

Nina: «Anch’io li caccerei subito via, perché dopo magari loro fanno finta, trovano il momento buono per rubarci tutto e vanno via».

A questo punto della conversazione sono 13 i bambini che vorrebbero cacciare subito via gli estranei in arrivo, mentre 11 li accoglierebbero almeno un po’ per provare a conoscerli e per valutare come si comportano.

C’è chi, come Filippo, dice di avere «diverse opinioni: se sono della gente che si comporta bene e rispettano le regole e non è malata li accolgo. Se invece è malata e non rispetta le regole li caccio via». L’alternativa suggerisce una domanda: e se quella genete è malata e rispetta le regole? «Li caccio via uguale. Perché se io ho lì le medicine, ho costruito tutto, devo curare loro che sono qui da tre secondi e stanno male, cioè… butto via quello che ho fatto. Poi ho l’ultima [opinione]: li caccio via direttamente non ne voglio sapere, sennò li accolgo, poi la terza li tengo sott’occhio: se sono malati via subito. Perché poi le medicine costano, devi comprarle».

Laura: «Io sono d’accordo con l’idea di Giulia, però li farei stare ancora un pochino [dall’altra parte dell’isola, sotto il controllo dei più forti], per provare [come si comportano]».

Daniele: «Io li accoglierei e li terrei sott’occhio: se fanno finta di essere buoni e mettono le bombe sull’isola, io la notte quando dormono le metto sulla nave e di giorno premo un pulsante e la faccio scoppiare, la faccio saltare in aria».

Ilaria: «La cupola mi piace. Però li accolgo un pochino per conoscerli e poi se sono cattivi, allora li caccerei».

Adela: «A me mi sta bene mettere la cupola. Però se ad esempio c’è la nave, se di notte per esempio buttano una bomba sott’acqua, da sotto…».

Simone: «[La cupola] è antibomba e antiproiettile».

Adela suggerisce dunque di «vedere come sono e [se è il caso] mandarli via».

Emilia: «Io invece li ospiterei per una notte per vedere come sono e invece se il giorno dopo vedo che tipo un albero un gruppo di alberi è andato a fuoco li mando subito via».

Aaya: «Io non li farei entrare, però esco fuori dalla cupola e farei venire e vedere se hanno qualcosa sulla nave se non ce l’hanno li faccio entrare. Se sono malati sì, se non sono malati devo chiedere cosa devono fare. Se sono malati si curano».

Davide: «Io non li farei entrare subito: li tengo là sulla nave, gli dico le regole e se sono d’accordo li faccio entrare, sempre magari però controllati dalle guardie. Li manderei magari su nella montagna per una notte: devono dormire, devono essere controllati per tutta la notte in modo da vedere se tirano fuori armi e così. Se sono persone brave, tutte che si comportano bene, allora li farei entrare e possono stare quanto vogliono. Se invece sono diciamo persone cattive, allora li caccerei via».

Simone: «Io manderei una nave nostra bella armata (abbiamo armi noi, qualcosa) farei una ricognizione sulla nave. Se hanno armi le prendo e li lascio lì in mezzo al mare; se invece non hanno armi, li portiamo con la nave al nostro porto e li metto appunto come ha detto Davide in cima alla montagna e vediamo se hanno armi nascoste che non abbiamo visto e cose così. Se non ce le hanno, li uniamo al villaggio: sono abitanti [dell’isola, a questo punto]».

Simone ha introdotto l’idea di una nave armata, a cui non si era pensato in precedenza. Soltanto in tre dicono che non dovremmo averla sull’isola, tenendo conto di quello che si era inizialmente detto sulle armi. Ad esempio, «perché siccome la nave inquina il mare»… Ma è a vela, precisa subito Simone. Ricordiamo che «c’era la regola del non inquinamento, e anche del non uccidere».

Simone: «Comunque le armi, cioè, non le usiamo. La regola è non uccidere, ma se ci attaccano loro servono per difesa».

Enrico dice che la nave servirebbe per difendersi sugli attacchi. Ginevra è d’accordo con l’idea di Giulia, ma non con l’idea della cupola, «perché li dovrei accogliere dall’altra parte dell’isola dove non c’è quasi nessuno e [con la cupola] non posso accoglierli». O meglio, prosegue una bambina: «Volevo dire che nella cupola si potrebbe aggiungere un’altra cosa. Nel senso che può riconoscere gli abitanti dell’isola e li farebbe passare normalmente ma invece gli sconosciuti non passerebbero. E volevo dire che prima di ospitarli, di farli entrare nell’isola, li conoscerei meglio e manderei delle guardie sulla nave a controllare se non c’erano delle bombe».

Anche questo problema si rivela molto difficile. Il gruppo è sostanzialmente diviso a metà. Più si parla di questi problemi complessi, per così dire attorcigliati, sembra che sciogliendo un nodo da una parte se ne stringano altri da un’altra parte: accoglierli o no? A quali condizioni? Serve altro tempo per approfondire la cosa, ma abbiamo un esempio vivo di dibattiti che nella politica contemporanea sono all’ordine del giorno. Si suggerisce ai bambini di andare a leggere, qui tra le utopie, quelle di altri coetanei, per vedere se e come hanno affrontato gli stessi nodi.


Gli adulti e i genitori in particolare

Si passa ora a discutere degli adulti e della loro presenza sull’isola, che va decisa. Questa è un’isola di soli bambini oppure no? Inizialmente prevale l’idea dell’isola di soli bambini. Ma Simone evidenzia subito una difficoltà: «Che si fa quando si cresce? Ci si butta?». Al primo impatto con il problema, 18 bambini sceglierebbero di non accogliere adulti sull’isola, mentre 6 preferiscono che gli adulti ci siano. Ecco alcuni passaggi della conversazione:

Giuseppe: «Se noi siamo solo bambini e ci attaccano, non sappiamo difenderci».

Ginevra: «Al massimo [ospitiamo] non tantissimi genitori: almeno un babbo e una mamma ci dovrebbero essere, perché se uno si sente male non siamo in grado di fare tutto tutto noi».

Ilaria: «Secondo me senza genitori si comincia tutti a litigare, poi ci si picchia».

Daniele: «Sono d’accordo con Ilaria e poi senza genitori non è bello».

Mattia: «Ma fai tutto quello che ti pare!».

Adela: «Noi saremmo, se siamo da soli, non saremmo capaci di fare il lavoro».

Emilia: «Noi non saremmo capaci di trovarci il cibo».

Qualcuno dice: io sto un po’ di qua e un po’ di là.

Nicola non è d’accordo che i bambini non possano fare nulla da soli, se attaccati: «Semmai noi siamo più abili degli adulti, perché gli adulti sono più lenti a correre: noi siamo scattanti e potremmo andargli addosso subito».

Sofia non vorrebbe gli adulti, «perché alcune volte si creano dei litigi fra genitori e bambini e pure noi abbiamo diritto alla libertà, a essere liberi, a fare quello che ci pare. Gli adulti comandano e questa cosa non mi piace per niente».

Simone ribadisce il suo punto di vista: «Se è tutto di bambini, quando noi si cresce bisognerebbe andare via dall’isola: poi rimane deserta».

Enrico ha una domanda: «Se noi siamo bambini, chi è il re e la regina?». Collega questo problema a quello precedente sulla forma di governo. Senza adulti, chi governa? «Io!», dicono in tanti. Forse il più alto, o il più basso, o il più forte?

La maggioranza non vorrebbe adulti e genitori, o forse soltanto «pochi pochi». C’è una bambina indecisa: «perché se i bambini sono da soli sull’isola, per lo stesso motivo di Simone. Poi se sono da soli non sono capaci di procurarsi il cibo, non sono capaci di fare tante cose». Inas rileva che i genitori «comandano troppo» e «con i genitori sei più costretto a fare le cose che non vuoi». Molti sono d’accordo. Certo, qualcuno aggiunge che «comandano per educarti». «Un po’ è vero», ammette Inas.

Davide: «Secondo me noi bambini da soli non facciamo le guerre, invece gli adulti si inventano anche i motivi per fare le guerre. I bambini litigano però poi fanno pace; [gli adulti] sono capaci pure di uccidersi».

Aaya: «Direi che è meglio che ci sono gli adulti, perché poi non potremmo fare tutta la cupola e tutto… e noi bambini non siamo molto capaci di fare la guerra, alcuni bambini muoiono… non sanno come curarci (tra di noi)».

Laura: «Io sono a metà e metà, perché se ci sono soltanto i bambini, se la gente nemica viene sul’isola dice: “eh, ma sì sono bambini”… [e se ne approfitta]. Ma gli adulti comandano troppo».

Ma allora, viene da chiedersi: se lo diciamo agli adulti, che non dovrebbero comandare troppo, non potrebbero capire e cambiare atteggiamento. «Loro sono più grandi…», è la risposta… che lascia intenderebbero che non cambierebbero troppo facilmente idea o atteggiamento.

Ilaria: «Secondo me ci dovrebbero essere non so due o tre genitori se magari ci picchiamo. Ma non tanti, sennò ci farebbero imparare: cioè imparare va bene, però studiare tutto il giorno non ci farebbe giocare». C’è chi non vorrebbe la scuola sull’isola, c’è chi la vorrebbe (in minoranza), precisando che «sennò si rimane stupidi».

Giulia: «Davide ha detto che i grandi potrebbero litigare fino a uccidersi e allora mi sono ricordata una cosa che abbiamo detto prima, [sulla questione se] voi vorreste una barca con le armi. Però, cioè, nell’isola abbiamo detto che dobbiamo cambiare: però le armi servono a fare del male alle persone e nell’isola perfetta non si fa del male. Si ci può difendere anche con le parole, parlando».

Come si fa però a difendersi con le parole – domanda un compagno – «se ti ammazzano»? «Bisogna passare alle maniere forti, se non abbiamo le armi si fa a pugni», dice un bambino.

Anita: «Secondo me bastano due genitori, sennò se sono dieci o venti a casa ti dicono “pulisci”, come se noi siamo degli schiavi per loro».

Sofia: «Ritorno a quello che ha detto Laura, che è difficile dirlo ai genitori perché poi iniziano: “Oh no, non è vero, noi ti facciamo tutto quello che vuoi”, quando non è vero e quando te glielo dici ti mettono subito in punizione».

Mattia: «Però io dico nell’isola non ci dovrebbero essere i genitori, però quanto tipo c’è la guerra si chiamano i genitori e ci vengono a aiutare».

Dopo la discussione in 9 sono incerti sul da farsi. Ricordiamo che all’inizio i “sì” agli adulti erano 6 e i “no” 18. Le cose, ahimé, si sono complicate.

Nina propone un’idea che viene interpretata da Gabriele come possibilità di fare stare i genitori da una parte dell’isola e bambine e bambini dall’altra. È un modo per elaborare l’incertezza emersa con la conversazione. L’idea prende forma in questo modo: «Una parte dell’isola dei bambini e una degli adulti e un genitore si trova dalla parte dei bambini che sta lì a vedere se i bambini si comportano bene». A Davide però non piace l’isola a metà, «perché non ci si vede mai: è come se non ci fossero i genitori».

Irene: «Noi bambini se siamo solo noi e c’è una guerra in corso, noi non sappiamo, se c’è un’arma, non sappiamo usarla: un babbo come qualcuno che è militare ci potrebbe aiutare».

Le abitudini da non portare sull’isola

Considerando che gli adulti potrebbero portare atteggiamenti che non piacciono, quali sono gli atteggiamenti e più in generali le abitudini da non portare sull’isola? Ecco alcune idee: «le scuole elementari e medie non obbligatorie», «sull’isola io non ci vorrei né la scuola né studiare», «essere pigri», «studiare», «non voglio imparare: io mi diverto solo quando gioco a rugby», «litigare con i genitori e gli amici», «genitori e [loro] abitudine» (cioè, l’abitudine di avere i genitori), «scuole», «genitori cattivi che comandano», «non portare soldi perché vengono prodotti dalla macchineria che inquina», «non ci dovrebbe essere il fumo inquinante come sigarette», «andare al mare (solo piscina)», «non essere attaccati e non essere distrutta dalla nostra Isis», «le ingiustizie, cioè quando escludiamo o incolpiamo gli innocenti», «non porterei sull’isola i palloni», «studiare leggere a scuola [solo a scuola, altrove ok]», «non avere genitori cattivi che vogliono bene solo a un figlio», «che i genitori non ci dicono fai questo fai quest’altro metti a posto», «eliminare lo studio», «ripulire la camera [eliminare l’abitudine]», «l’abitudine di essere sgridati o messi in punizione dai genitori; inquinamento, genitori che obbligano a fare quello che non vuoi», «picchiarsi ogni giorno: calma», «non vorrei il porto».

Lascio un commento