Utopia di Cascina, 28 novembre 2015

Luogo: Biblioteca comunale di Cascina “Peppino Impastato”, Biblioteca delle ragazze e dei ragazzi “La luna e il porcospino”.
Data: 28 novembre 2015, sabato (4 ore)
Gruppo: 9 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe (Le Petit Prince), varie edizioni; T. Moro, Utopia, Laterza e altre edizioni; per i bambini di 10 anni: J.-J. Rousseau, Discorso sull’origine della diseguaglianza (varie edizioni)
In aula con me: Manuela Lotti
Bambini: Jacopo (quasi 8 anni), Arianna (7), Edoardo (8), Lorenzo (10), Duccio (10), Ferdinando (10), Niccolò (8 e mezzo), Gioele (8), Wendy (8)

Vengono in mente inizialmente alcune cose da evitare. La guerra (Niccolò), il brontolare (Gioele), «la gente che spara come a quella festa e a quel teatro che è successo venerdì» (Edoardo) [attentati a Parigi], «diciamo la competizione in classe mia, che si prende in giro qualcuno, questo qui accanto a me: c’è questo qua che crede di essere più grande di tutti e è uno stecco così, tutti lo seguono tranne io e altri bimbi, cominciano a prendere in giro però le maestre credono più a lui che a noi». E incontriamo subito il problema della visione interna a un gruppo, già in una classe: «Diciamo che la classe è stata divisa in due gruppi: un gruppo è formato dalla maggioranza, e invece noi siamo la minoranza: siamo in 5 contro 8». Vorremmo invece un’isola «dove siamo tutti d’accordo» possibilmente, dice Niccolò.


I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Cascina, nel secondo incontro previsto in Biblioteca e nel terzo complessivo in questa città. Con una premessa: mentre il Gioco delle 100 utopie nasce per l’esigenza di confrontare utopie immaginate da bambine e bambini in tante regioni lontane d’Italia, queste prime tre utopie realizzate a Cascina sono pensate per cogliere eventuali analogie e differenze anche tra utopie immaginate a breve distanza nello stesso luogo. Il progetto prende parte del suo senso, per chi partecipa e per chi legge, anche da questi confronti, che possono essere fatti partendo da questo link: http://www.giocodelle100utopie.it/100utopie.

Torniamo dunque ai bambini del terzo incontro di Cascina:

«Cibo!», dice subito Ferdinando, pensando ai primi bisogni. Niccolò dice «tanti alberi per l’ossigeno». Edoardo aggiunge «acqua». Wendy dice «vestiti» e «abitazioni». Jacopo dice «allevamenti di animali perché invece di mangiare tante verdure possono mangiare anche carne» e «campi sportivi». «Negozi», aggiunge qualcuno. «I negozi però di cose elettroniche è meglio di no, perché se bisogna… perché di solito anche l’indipendenza della gente è fatta da sempre restare chiusi in casa a giocare ai videogame invece di uscire con la gente», dice Duccio. «Io dico… canne da pesca», dice Jacopo.

Torniamo alla questione dell’esclusione dei videogiochi dall’isola. C’è chi ne vorrebbe almeno uno o due. C’è chi propone «un gioco elettronico che va a tempo» (Ferdinando) e chi ne immagina uno grande, con uno schermo grande, «dove ci va tutta la gente e ci gioca tutta insieme; tipo che ne so, c’è una specie di spettacolino, tipo uno schermo di cinema, che magari ci sono tanti omini, ma tanti…» (Jacopo). «Per ora non li hanno fatti [così]».

Niccolò dice: «A me me lo hanno levato per due anni [il videogioco] e non ci gioco più e mi sento davvero meglio». Perché? «Perché prima pensavo quando andavo a scuola “Ti è piaciuto? Ti è piaciuto”… [pensando a]i giochi elettronici. Poi quando ho smesso me li hanno ancora chiesto e io ho detto “Ho smesso”, poi sono migliorato a giocare a pallone, sono migliorato a giocare a karate…». Dà ragione a Duccio che diceva che i videogiochi ti fanno stare al chiuso.

Ferdinando però proponeva dei giochi a tempo. Duccio aveva il problema di giocare insieme ad altri. Si può giocare però ai videogiochi anche con il computer o con il telefono di mamma e babbo. Duccio e Edoardo escluderebbero del tutto i videogiochi dall’isola. Ci devono essere, ma giocando «a tempo e insieme», dicono Lorenzo e altri. Jacopo dice di giocarci mezz’ora al giorno. Un altro bambino dice di giocarci poco e ricorda che il babbo ha parlato di app che spegnevano i videogiochi dopo un certo tempo.

Il gruppo testimonia convintamente che può anche succedere che ti capita di voler smettere e di non riuscirci… «è vero, è vero, è vero». «Come dipendenza», dice un bambino; «è un paio di giorni che non possiamo portare più di cose elettroniche a scuola perché prima la nostra maestra ci faceva portare d’invero e anche d’estate i giochi elettronici, il tablet, il telefono… così per quando c’era inverno che non si poteva uscire a volte ce lo facevano portare. Però anche quando era estate tutti i bambini, cioè quelli che lo avevano portato stavano dentro a giocare a un gioco, cioè sempre lì… e poi noi… la maestra per fortuna ha detto di non portarlo più e quindi meglio così», dice Ferdinando. «Noi abbiamo anche i giochi da tavolo e poi si creano anche litigi per il gioco migliore», dice un compagno.


Abitare sull’isola

Lorenzo: «Secondo me le case dovrebbero essere tutte uguali per tutti. Tipo scelgono di fare le case a due piani a tutti e così pure… così almeno tutti possono la stessa cosa e così non si formano litigi, perché sennò vuoi avere quella casa [una casa particolare diversa dalle altre] e tipo facciamo a botte per chi prende quella casa».

Si parla qui del problema della rabbia e dell’invidia. Jacopo vorrebbe parlare di un problema tecnico al riguardo. Intanto ricordiamo però che anche Tommaso Moro aveva un’idea analoga sulle abitazioni (e anche sui vestiti, sull’esigenza di vestire con vesti uguali: proprietà privata e distinzioni esibite susciterebbero infatti, secondo Moro, invidia e varie forme di corruzione).

Lorenzo: «Sennò anche una casa unica, una casa gigantesca per persona e così tutti insieme, così non si formerebbero litigi». Così troviamo in due battute l’idea di case uguali per tutti e di una casa grande per vivere tutti insieme, con spazi comuni come cucina, sala da pranzo, sala giochi. «Si potrebbe fare a votazione tipo la sera decidere il film tutti insieme».

Niccolò: «Io farei un hotel, tanti hotel… nel centro dell’isola, che ci sia una sala, ci sono tutte le sale, la sala giochi e altre, dove si abita tutti». È la casa grande per tutti di cui si è detto, pensata come hotel.

L’idea della casa grande per tutti piace a quasi tutti. Wendy e Arianna però vorrebbero una loro casa. E una casa «diversa [da quella degli altri], sennò si sbaglierebbe casa».

«Io dico uguali per la forma, ma diverse per il colore, per l’arredamento, che ne so?», riprende Lorenzo. E altri amici lo aiutano: «uguale di grandezza, la forma, ma non dentro…». Questo propone dunque la maggioranza e Jacopo aggiunge che comunque le case sono diverse perché sarebbe diversa la posizione: si potrebbero distinguere le une dalle altre. Oppure: «Per non farle proprio tutte uguali si potrebbero fare delle cose, tipo il tetto arrotondato, cose del genere»: cioè, diverse per alcuni dettagli che non incidono sulla sostanza degli spazi a disposizione.

Edoardo: «A me invece mi piacerebbe più che altro… sì la stessa cosa che hanno detto loro, soltanto non uguale come a detto a lui, che saremmo [dovremmo essere] staccati, non uno attaccato qua e là, con la parete, perché sennò si potrebbe creare un po’ confusione: […] sì perché siccome se uno fa la musica e l’altro non la vuole ascoltare perché sta guardando la tv…».

Il rischio di fare confusione è ammesso anche dagli altri: ma «però cioè, tipo no?, io dico una casa grande dove te hai una stanza per dormirci a basta e poi altri posti, tipo una stanza per la musica, una sala da pranzo, una stanza per i giochi da tavolo, una stanza per la tv…», stanze abbastanza distanti per non disturbarsi. Vediamo però che 3 bambini preferiscono avere la propria casa e gli altri 6 la casa grande.

Jacopo: «Hai presente il cinema tipo che c’è un gruppo di persone a vedere tipo Snooby o Hotel Transilvania 2, tutto un gruppo in un cinema che ha tante divisioni grosse, e ognun gruppo prende il suo film». Ecco qui che nel cinema non ci si disturba anche quando si stanno guardando film in sale contigue.

«Però si può fare anche che c’è questa casa grande e chi non ci vuole abitare si può prendere una casetta». Dice Lorenzo: «Secondo me la casa grande è per… tipo in questa casa grande ci abitano persone che non vanno tanto d’accordo e invece stando in questa casa grande tutti insieme possono cominciare a andare d’accordo e quindi per formare nuove amicizie». Duccio non è molto convinto di ciò. Arianna non sa bene che posizione prendere su questa cosa.

Niccolò: «Qualcuno non ci sta proprio. Uno che è sgarbato e te ci provi ma non vuole fare amicizia… Sennò tu fai proprio, pianti delle querce, le fai crescere e quando sono grandi gli alberi morti li tagli e fai una casa nell’albero, grande, da entrarci tre famiglie…» e vivi separatamente da chi è sgarbato.

Duccio: «Io stavo dicendo: non è che non mi va bene come dice Lorenzo che si solidifica insieme [che si fa amicizia vivendo insieme]. Solo che se la gente che non ci vuole abitare, che non vuole stare lì tutta insieme perché magari ha altre opinioni, altre… la gente che non ci vuole abitare non è che deve essere costretta per forza, perché sennò viene sempre meno gente… invece che convivere tutti insieme; va bene solidificarsi ma vivere tutti insieme in un palazzo di centomila piani non è tanto bello».

«Chi vuole ci va a abitare [nella casa grande] e chi non vuole va in una casa vicino o un po’ più lontana per stare da sola». «Ma, che ne so?, va in questa casa grande per le feste». «Magari facciamo delle stanze a gruppi insieme: quando magari hanno imparato a stare anche più insieme, si forma una grande stanza e ci si va tutti dentro» (Jacopo). Sembra quasi allora che si possa fare una specie di esperimento: se si vivrà bene nella casa grande, forse chi vive nella casetta singola avrà voglia di starci; altrimenti, può darsi che la casa grande si svuoti, «non sarebbe più abitata e nessuno ci sarebbe e non ci sarebbe neanche più amicizia tra le persone e niente che le lega». «Quella casa ti aiuta a formare nuove amicizie». «Potrebbe essere per fare feste, una specie di compleanno o per Natale».

Niccolò: «Io farei due case grandi come ha detto Lorenzo, due case grandi, così tipo se una casa grande ha qualcuno che non gli piace, è sgarbato, e quello sgarbato ha un amico che gli piace come amico, si dividerebbero due da una parte che si piacciono, due [altri] da una parte che si piacciono».

Wendy: «Io sono d’accordo che c’è una casa grande e chi non vuole sta nella casa piccola». Potrebbe venirle voglia di andare nella casa grande pensando «che da sola non ci potrei giocare, allora vorrei un po’ di amicizia con gli altri». Vedendo nella casa grande molta amicizia, verrebbe voglia di andarci.

Lorenzo: «Come ha detto lei, potrebbero tutti iniziare dalla casa piccola. Chi vuole stare proprio da solo perché non ha… cioè non conosce bene tutte le persone e non si fida ancora di stare insieme può fare nella casa piccola, poi dopo un po’ che vede che là ci si diverte e tutto va nella casa grande e va… perché stare da sola in una casa piccola non è tanto bello e se vai in una casa grande puoi stare più insieme con le persone e divertirti di più».

Jacopo: «Torniamo al problema del cibo. Cioè io dico che se siamo in così tanti, cioè ci vorrebbero tanto per arrivare su quest’isola, per trovarla, per arrivarci… il cibo dove lo troviamo? Ci vorrebbero tanti traghetti, aerei, elicotteri per portarlo».

Qualcuno rassicura dicendo che ci si porterà una scorta all’inizio per iniziare, poi si coltiverà, si porteranno semi e animali, si alleveranno animali nei recinti e così via.

«No ma io dico intanto cosa mangiamo mentre costruiamo recinti, mentre le piante crescono, cosa mangiamo?», chiede Jacopo. Ma Lorenzo dice che porteremo nella valigia e nella stiva della nave del cibo. Ma Jacopo non sembra molto convinto. «Ci sarebbe però un’altra cosa, che se ci viene così tanta gente si inquinerebbe tutto e il mare diventerebbe come in alcuni posti dell’Italia tutto di sporcizia», dice Duccio.


Adulti e genitori

Pensando a questo, ci chiediamo se i grandi accetterebbero di vivere una casa grande per tutti e, più in generale, se andrebbero portati o no sull’isola.

Ferdinando: «Per me tipo noi, io Duccio e Lorenzo siamo amici dalla prima e i nostri genitori ormai si conoscono bene: secondo me se stiamo, se noi invitiamo la famiglia di Duccio secondo me ci troveremmo bene». «Secondo me i miei genitori e i suoi sì [accetterebbero quel modo di vivere nella casa grande]». «Ci metterebbero un pochino ad ambientarsi, cioè ci metterebbero po’ di tempo per dirti di sì ma poi secondo me ci verrebbero, perché poi anche viaggiare è bello…». Si pensa che si potrebbe andare là per un annetto e se non ti piace te ne puoi andare, però se ti piace «hai voglia di starci, ci puoi anda’, ci resti».

Niccolò: «Io ho dei miei migliori amici che vengono al mare con me. Fanno di lavoro, lei fa l’agente immobiliare e lui lavora in una bottega. Loro li inviterei… però i benzinai non li farei venire», perché fanno una professione che favorisce l’inquinamento e «quell’isola diventerebbe una sporcizia». Gioele è convinto che gli adulti potrebbero accettare di vivere insieme nella casa grande. Wendy: «Gli adulti potrebbero starci insieme, perché così parlavano, perché sennò con chi parlavano?»; si abituerebbero anche a vivere nella casa grande.

Lorenzo: «Siccome è un posto nuovo, puoi cominciare a stare nella casa piccola, poi intanto ti sposti, ti sposti e vai dentro, nella casa grande per… perché all’inizio sai, siccome non conosci la gente, hai anche meno fiducia e quindi non è che ci vai a stare subito insieme: andarci piano piano, partendo da una casa piccola e andando poi in una casa grande è la cosa migliore per me».

Jacopo: «Io dico, cioè, quanto ci si metterà… perché costruire già una casa grande due piani ci si mette molto. Figuriamoci una casa che, non lo so, peserà 50 tonnellate questa casa [grande per tutti], peserà!». Jacopo è molto attento agli aspetti tecnici.

«Invece di farla tutta in alto, la puoi fare tutta in lungo», dice Lorenzo… «o in largo»… «o in lungo». «Se si sta anche in largo l’isola non ha più posto».

Jacopo: «I grandi ci possono anche venire sull’isola. Ma io dico: dato che noi dobbiamo anche mangia’, la sporcizia, cioè le cose tipo le scatolette e le cose, dove le buttiamo?».

«Ci sono le discariche qui…», dice Ferdinando.

«Sì, ma poi puzzerebbe con le discariche», dice Jacopo.

«Oh, ma te sei proprio… Le puoi portare via con delle navi… ci sono delle navi apposta», ribatte Lorenzo.

«Ma si inquina», interviene Duccio.

«Si potrebbe prendere una barca tipo quelle di legno», dice Lorenzo.

C’è anche da pensare a un tempo, quando si producevano molti meno rifiuti.

C’è l’idea che il problema dei rifiuti si possa risolverlo portandoli via dall’isola. O utilizzando cose riutilizzabili, producendo così meno rifiuti.

Ilaria torna al punto precedente e pensa che anche i grandi inizierebbero a vivere nell’isola, come lei, preferendo abitare in una casetta piccola.

Ma i grandi riuscirebbero a cambiare abitudini?

Duccio: «Secondo me potremmo arrivare anche fino a undici anni, perché ci sarebbe chi si occuperebbe… a prendere le cure, curare», «a proteggerlo e aiutarlo [un bambino più piccolo]».

Ma non si potrebbero «strappare [i bambini] dai genitori, perché non è una cosa proprio bella»; «non è neanche giusto perché poi vanno a vivere là da soli e come fanno; se vogliono cucinare qualcosa, cosa cucinano, se non sanno cucinare, come fanno se nessuno gli ha insegnato, come fanno a cavarsela?». Così Lorenzo. Ferdinando aveva detto che i bambini piccoli non hanno responsabilità.

Niccolò: «Io dico,… in quella città ci deve essere un sindaco. E allora deve proprio questo sindaco dire a tutti [i grandi] che o non inquinano e aiutano i bambini a fare tutte le cose a modino e a inventare qualcosa di bello e li aiutano, o se inquinano e vogliono fare tutto da soli, ci sono proprio dei grandi apposta che li mettono nelle navi e li mandano nella terraferma».

Lorenzo: «Secondo me no, perché è la stessa cosa come ha detto Platone: se gli adulti non si comportano bene, i bambini restano comunque senza genitori»… e non va bene.

Jacopo: «Io direi una cosa, direi una cosa. Però se si scappa via dai genitori un po’ ci mancherebbero… anche».

I grandi però non dovrebbero portare brutte abitudini, le sigarette, «gente cattiva», le armi…

Jacopo aggiunge una cosa: vorrebbe «un aggeggio, alto, che ci passiamo dentro e ti dice e ti fa vede’, tipo quando vai un aereo, c’è quel coso se hai le armi o no; è lo stesso, un altro aggeggio che ti dice se porti delle sigarette o delle altre cose che inquinano troppo».

Edoardo: «è vero: ci sono quegli altri metal-detector che te ci metti la valigia e vedono [cosa c’è dentro]».

Considerando la preoccupazione per l’inquinamento, non si sa dire se Cascina è troppo inquinata o no. Si pensa a piccole cose: ai mozziconi di sigaretta per terra, lasciati dalla gente in giro; anche attorno alla scuola e nel giardino della scuola, testimoniano alcuni bambini.


Denaro, baratto o tutto di tutti

Duccio: «C’è anche questa cosa dei soldi. Anche nel mondo c’è tanta indipendenza per via dei soldi: c’è chi è ricco, chi è povero… bisognerebbe fare il baratto come ha detto Niccolò, sennò ci sarebbero il povero e il ricco».

Non dovrebbero esserci né ricchissimi né poverissimi.

«Secondo me la cosa migliore sarebbe proprio niente soldi; non ci dovrebbero essere soldi. Perché te vuoi pagare come i supermercati… secondo me te non devi pagare per queste cose: perché sennò ci sarebbero le persone con più soldi e le persone con meno soldi, e questa sarebbe una cosa non giusta nei confronti di tutte le persone. E poi anche con il baratto, ci sarebbero persone che hanno più cose e meno cose. Tutte le forme di pagamento le toglierei», dice Lorenzo. (no anche al baratto dunque: «tipo io ti do un foglio e tu una penna»; «tutto [sarebbe] di tutti»).

Duccio: «Ma come si fa poi? Tipo se si fanno i recinti per animali, se non c’è qualcuno che controlla, ci dev’essere della gente che controlla…». Le persone insomma non lavorebbero: «se c’è qualcun altro che fa qualcosa io posso anche non fare niente» (Niccolò).

«Io lavoro per te e te lavori per me», Lorenzo. «Che senso ha?», chiedono altri.

Se si trovasse l’oro, si riproporrebbe il problema anche in assenza di denaro. «Se ci fosse l’oro, poi uno lo prende e tutti hanno un po’ di oro; poi ci sono delle persone non giuste, possono andare a prendere, ho trovato una miniera, possono andare dentro la miniera e prendere più oro, e tu saresti quello con più oro e gli altri sarebbero senza oro», osserva Lorenzo.

Ecco dunque quel che si teme: anche facendo un’isola senza denaro e senza baratto, dove tutto è di tutti, se si trovasse dell’oro potrebbero nascere dei problemi. «Sì perché sennò quell’altro va anche a rubare nelle altre case», dice Jacopo. Accenniamo al problema dell’origine della diseguaglianza secondo Rousseau.

C’è il problema del «diventare invidioso». Era il problema segnalato inizialmente da chi proponeva di fare le case uguali per tutti. Ma non si vorrebbero ad esempio avere vestiti tutti uguali agli altri: c’è chi «vuole essere alla moda»… «Ognuno si dovrebbe vestire come vuole».

Jacopo torna sulla questione del baratto facendo l’esempio della pasta e della pecora: «Io dico anche che questi scambi non mi stanno bene… Tipo se io ti do una pasta e tu mi dai una pecora… però se io ti voglio dare un’altra pecora [dopo avertene data una per la pasta] per un sacchetto di mais, lui ti dice: “ma io ce l’ho già la pecora”, io poi dove vado a trovare un altro che mi prende una pecora [per avere un sacchetto di mais]?».

Vedi cosa scriveva Adam Smith nel 1764, nell’Abbozzo sulla Ricchezza delle nazioni, partendo dalla questione della divisione del lavoro: «Questa divisione del lavoro, dalla quale derivano tanti vantaggi, non è, all’origine, un effetto della saggezza umana che prevede e mira a quel generale benessere cui poi dà luogo. È la necessaria, per quanto lenta e graduale, conseguenza di un certo principio o inclinazione della natura umana, che non si propone un così grande risultato. È questa inclinazione, comune a tutti gli uomini, che non si trova invece in nessun’altra specie animale: la tendenza a trafficare, a barattare, a cambiare una cosa con l’altra. Che questa tendenza sia comune a tutti gli uomini è cosa sufficientemente ovvia. Ed è altrettanto ovvio che non possiamo trovarla in nessun’altra specie di animali, che pare non conoscano né questa, né alcun’altra specie di intese» (A. Smith, La ricchezza delle nazioni. Abbozzo, Editori Riuniti, Roma 1991, pp. 34-35).


Regole: quali fare e cosa fare con chi non le rispetta

Tutti concordano sul fatto che ci debbano essere regole. Ecco qualche idea:

Duccio: «Rispettare gli altri e gli altri devono rispettare te», «rispetto reciproco».
Wendy: «Non sporcare l’acqua».
Jacopo: «avere dei traghetti che portino via la sporcizia, però a ogni settimana, non ogni giorno… sennò avanti e indietro, avanti e indietro alla fine…». Ma Jacopo viene interrotto da chi fa notare che «così torniamo alla cosa dell’inquinamento». Duccio propone di costruire un’isola scavata dove ci si mette la sporcizia e viene chiusa con una cosa che non fa passare gli odori («chiuderla perché sennò inquinerebbe l’aria»). C’è chi pensa di collegarla all’isola con un ponte. Non tutti sono d’accordo. Si pensa che sia meglio impegnarsi a non consumare troppo, a non produrre troppi rifiuti, a non sprecare. Ci sono testimonianze di sprechi di cibo visti anche a scuola.

Continuiamo con le regole:

Niccolò: «Non uccidere».
Ferdinando: «Essere corretto con gli altri».
Lorenzo: «Non barare».
Edoardo: «Non sciupare le cose, perché se sciupi la natura, poi non c’è più». Si introduce qui il senso dell’irreversibilità degli effetti che possono essere provocati da certe azioni.
Gioele: «Non rubare le cose degli altri».
Lorenzo: «Secondo me… bisogna esprimersi… esprimersi… come posso dirlo?». «Dirlo in parole povere!». «Sì, a trovarle». «Come posso spiegarlo?»… «Ognuno deve esprimersi senza che gli altri lo criticano […]. Ognuno deve rispettare le cose che vengono espresse da un altro cittadino o da un’altra persona».
«Tipo a Londra – interviene Duccio – c’è un parco dove la gente che ha qualcosa da esprimere, qualcosa che non gli piace, va lì e che ne so? Può dire anche parolacce a Obama e la gente non può fare nulla…». I bambini vorrebbero uno spazio così sull’isola. Si pensa all’angolo della libera parola (speakers’ corner) di Hyde Park (http://www.bbc.com/news/in-pictures-32703071).

speakerscorner

«C’è una panchina dove ci si siede quello che parla e può dire tutto quello che ha dentro, perché sennò poi [se non avesse la possibilità di dirlo in pubblico] poi esplode… e gli dice tutte le parole che non voleva dirgli. E poi c’è un’altra panchina dove c’è chi aspetta il suo turno per parlare e ascolta quello che dice quello prima di lui». Qui Lorenzo sottolinea che può capitare di arrabbiarsi con qualcuno e poi di incontrare un’altra persona: se si “tengono dentro” le cose che avresti voluto dire per la rabbia, potresti dire alla seconda persona che incontri proprio parole di rabbia, parolacce… che non sono però “dovute” proprio a quella persona. «Tipo, se faccio amicizia con lui l’amicizia che ho fatto la potrei perdere, per non essermi espresso prima, che potrebbe causare questa…», dice Lorenzo; «… esplosione», conclude Duccio.

Arianna sottoscrive tutte le regole che sono state dette finora.

Vediamo ora cosa potrebbe succedere a chi non rispetta le regole.

«Viene esiliato come ad Atene. Noi stiamo studiando Atene», dice Ferdinando pensando ora all’ostracismo. «C’era la democrazia», dice Ferdinando. A Niccolò che chiede cos’è la democrazia e cos’è il parlamento, Duccio, Ferdinando e Lorenzo devono ora spiegare cos’è la democrazia… Arriva dal bagno Jacopo che dice da lontano: «Non ho sentito niente…». Quindi iniziamo di nuovo.

Ferdinando: «Ad Atene c’era la democrazia, cioè il governo del popolo. Il popolo… La democrazia è quando il popolo è d’accordo e se uno non è d’accordo può dire la sua opinione, ma la maggioranza vince. Se a questo qui non gli va bene, si può lamentare e può fare un po’ cambiare idea».

Duccio: «La democrazia è il governo dei cittadini. Per non stare sempre sotto un re, in Grecia hanno pensato che è il governo dei cittadini e la gente per non stare più sotto ha dato a un signore il compito di fare nuove leggi e allora questo signore ha creato la democrazia, cioè il governo dei cittadini, e per decidere le cose dovevano essere la maggior parte d’accordo su questa cosa».

Lorenzo: «Tipo, facciamo così: che c’è da mangiare la pasta e la cioccolata. Si fa a votazione. Ci sono 5 che vogliono mangiare la cioccolata e 4 che vogliono mangiare la pasta. O la pasta al pomodoro e la pasta in bianco. E vince la maggioranza: i 5 che hanno scelto la pasta al pomodoro vincono e tutti mangiano la pasta al pomodoro, anche se ai 4 non piace la pasta al pomodoro la devono mangiare».

Ferdinando: «A chi non gli va bene può dire la sua opinione e può anche fare cambiare idea. Le regole si sceglievano: Clistene che era un filosofo greco ha detto: io vi divido in dieci gruppi…». Si scende nei dettagli su questi aspetti e non tutti i bambini di dieci anni sono d’accordo su questo punto. Torniamo allora con Ferdinando alla questione del da farsi con chi non rispetta le regole. L’ostracismo è la proposta: «Si prendeva un pezzo di vaso, si spaccava e ognuno scriveva su un occio se volevano che restava sì o no». Insomma: se qualcuno non rispetta le regole, il suo nome potrebbe essere scritto su un foglio: se la maggioranza scrive il nome di una persona su un foglio, quella persona dovrà andarsene via dall’isola.

Wendy propone di brontolare e sgridare chi non rispetta le regole. Gioele ricorda un bambino che non rispetta le regole agli allenamenti, a cui l’allenatore ha detto: “Vai a casa o non fai più parte di questo gruppo». Non a tutti piace il sistema, ma a Gioele sì.

Niccolò: «Io faccio una cosa: o dice “io ho sbagliato, ho fatto una cosa che non dovevo fare”; o se non lo dice sta digiuno per un giorno».

Duccio è d’accordo con Gioele: «Solo che secondo me quello che non ha rispettato le regole andrebbe sulla terraferma con una punizione per il danno che ha fatto alla comunità e al posto, si sceglie una penalità».

Ferdinando: «La stessa cosa di Gioele: se questo qui non rispetta, se fa un danno a una casa o a qualcosa, deve cercare di ripararlo e quando lo ha riparato è meglio per tutti».

Edoardo: «Se non rispetta le regole, ci potrebbe essere della gente che potrebbe dare delle carte di penalità e uno si mette una specie di sacchetto e c’è scritto: “per un anno devi sbarcare da questa isola”…». Abbiamo qui penalità con punizioni.

Lorenzo: «L’ostracismo no, sicuramente no. È brutto, è sempre brutto. Secondo me chi non rispetta le regole può scegliere una penalità, tipo cioè digiunare per due giorni, spalare letame per una settimana, o sennò andarsene via per un mese…; se sceglie di digiunare sta sempre sull’isola; se sceglie di spalare letame sta sempre sull’isola; se sceglie di andarsene se ne va per un mese. La seconda idea: sennò potrebbe fare per una settimana quello che porta, se resta, quella sporcizia, quella cosa della [immondizia sulla piattaforma]…».

Arianna si dice d’accordo con Wendy: «Se c’è un bambino che non rispetta le regole, il genitore dovrebbe brontolarlo». Se poi c’è un grande [una mamma suggerisce un bambino] che non rispetta le regole, allora «la nonna» dovrebbe brontolare.

Jacopo propone l’idea di una prigione: «Fare una prigione. Proprio mandarlo via dall’isola per un mese è un po’ complicato. Bisogna magari che qualcuno per tre quattro settimane [in prigione] e dargli poco da mangiare».

Galleria delle utopie


La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi.

Ferdinando dice che si potrebbe scegliere adottando il modello della democrazia, «perché anche noi a scuola, quando la maestra fa delle assemblee, se dobbiamo scegliere una cosa tipo per uscire chiede a tutti… chiede alla classe se vogliamo uscire o no e si alza la mano». «Se la maggioranza non è chiara… chi vuole lo fa uscire, altrimenti si fida e a volte lo lascia in classe. Quelli che vogliono, restano in classe». La maestra ha il ruolo che sull’isola avrebbe il sindaco: «non è che comanda da solo, ma è quella che le vengono le idee».

Duccio dice che «ci dovrebbe essere in questi casi tipo un giudice, che sia onesto, che non abbia delle preferenze e che governi, che quando ci sono occasioni come queste sappia decidere lui cosa fare». I bambini potrebbero partecipare alle decisioni a partire dai 9-10 anni, secondo Duccio; Niccolò dice che dovrebbero farlo a partire dagli 8 anni e mezzo e che «a 7 anni un bambino non ha ancora una responsabilità» sufficiente per l’isola. Ma notiamo poi che una delle idee di maggiore impatto sulla forma data all’isola, quelle delle mura, sarà adottata dalla maggioranza a partire da un’idea di Jacopo, che ha proprio 7 anni e mezzo.

Precisa allora Lorenzo: «L’autonomia on è che ce l’ha un bimbo di 7 anni o 8… non ha molta autonomia. Avrà dato pure questa idea. Ha diritto di esprimersi: ma non ha l’autonomia di stare da solo su quest’isola, che ne so di?… [neanche l’autonomia di] portare la spazzatura».

Gioele preferisce che ci sia una forma di governo basata sul parlare… «perché così siamo tanti e facciamo tante amicizie».

Niccolò: «Io vorrei fare [un governo di] tutti, proprio tutti. […] in parole povere tutti esprimiamo la nostra opinione». Poi i cittadini di quel paese dovrebbero tutti esprimersi su chi ha ragione. Internet in questo potrebbe servire, o la televisione (con meccanismi di televoto?). Ma Lorenzo mette in guardia da Internet (ricordando la discussione iniziale sui giochi elettronici): «la connessione [potrebbe essere una tentazione]: su Internet si trova, se scrivi “giochi”, trovi giochi».

Wendy preferirebbe un’isola con «un capo», che dovrebbe essere un uomo. Perché proprio un uomo e non una donna? «Perché si sa, si sente dalla parola… “capo”». In effetti, la parola è maschile. Edoardo però dice che ci può essere una capa al posto di un capo e anche Arianna è d’accordo su questo punto. Ma Wendy ribatte: «Secondo me non ci può essere una capa perché non l’ho mai sentita questa parola». Arianna aggiunge poi che preferirebbe «prendere le decisioni tutti insieme: «perché si può decidere… tipo… il capo dice una cosa e tutti non sono d’accordo; almeno così, [evitando di avere un capo che decide da solo per tutti], possono decidere tutti insieme».

Jacopo preferisce l’idea di governare «tutti insieme perché i capi prendono una decisione chiara e tutti devono ubbidire, e poi si dimenano contro il capo; il capo però, dato che ha le guardie, può mettere in prigione e tutti quindi poi non sono più felici». Wendy però pensa che si possa litigare ed essere infelici anche se si prova a decidere tutti insieme: «forse litigano: io voglio questo, l’altro vuole quell’altro. E poi il capo decide». La soluzione scelta dalla maggioranza è una forma di democrazia in cui tutti possono esprimere opinioni e devono avere l’opportunità di farlo; dopo il momento dell’espressione delle opinioni sul da farsi, si decide a maggioranza. Non affiorano qui idee particolari di combinazioni e forme miste di governo, ma in questo come in altri casi i bambini curiosi che stanno leggendo questo rapporto dall’Utopia di Cascina potranno leggere altri rapporti sulle Utopie immaginate da loro coetanei, per vedere quali altre soluzioni hanno trovato.


Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scurare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Sono «stranieri». «Gli invasori!», qualcuno esclama. Che fare? Ecco alcune idee:

Ferdinando: «Primo, catapulte ce le avevamo. Con delle rocce gli spariamo addosso. O prima con della cacca [con il letame di cui si è parlato prima]».

Duccio: «Prima secondo me bisogna andare a verificare: bisogna andare a verificare se possono essere amici o nemici». Come si fa? Si dovrà andare con vestiti speciali «antiproiettili: se ci sparano addosso iniziano le catapulte di letame».

Anche Jacopo dice che si potrebbe andare con una pistola «sparaletame» nascosta.

Niccolò: «Sennò si potrebbe prendere un aereo caccia con le armi. Se vediamo che quelle persone sono buone, diciamo alla base: “Sì sono buone”. Se non sono buone, con la mitragliatrice le spacchiamo in due». Vediamo che non avevamo pensato prima alle armi, soprattutto quando parlavamo dei primi bisogni dell’isola. Pensando a questa possibilità «è meglio avere un aereo caccia: che domande!». Oppure si potrebbero avere dei bazooka.

Gioele non sa che posizione prendere. Wendy dice: «Li conosciamo prima». Ma dove? Arianna dice che «è meglio farli scendere sull’isola». «Gli facciamo conoscere la nostra isola». «Ma se sono cattivi?», chiede Ferdinando. Jacopo commenta: «Io chiamo il cacciabombardiere». «Fai conto che fanno finta di essere buoni». Wendy potrebbe però ribattere: e se sono buoni? «Vai con le armi, soltanto che non gli spari». Ferdinando non sarebbe d’accordo nel farli scendere sull’isola. Anche Duccio dice che è «un po’ pericoloso farli sbarcare subito nel nostro territorio». Wendy si rende conto di avere un’idea di minoranza ma continua a difenderla «con molto rigore», dice un bambino. Jacopo: «Io dico magari prima di farli scendere, costruire, rafforzare dell’isola con dei cosi, non con delle armi, con dei pezzi di legno belli robusti»… «come delle mura», dicono i bambini di dieci anni. «Poi fai il posto – dice Jacopo – prima facciamo la muraglia, poi ci costruiamo una porta e dentro c’è, come dire?, una stanzina piccola, che ci entrano tutte queste persone, tutti pronti [noi] cominciamo a parlare, li guardiamo, prendiamo un metal-detector, cominciamo a interrogarli. Poi se vediamo che non hanno niente, dietro questa piccola stanza si aprirà un’altra porta che porta direttamente a tutta l’isola».

Lorenzo: «Secondo me si fa così. Allora si prende la nave, si vanno a vedere. Si stordisce il capitano [della loro nave] con una noce di cocco, poi si prende il capitano e si porta nella stanza dove ha detto Jacopo. Poi dopo si prende tutte le altre persone e si mettono… tutte intorno le persone [all’isola]. [“Con dei bazooka si fanno esplodere”, interviene qualcuno, ma Lorenzo non è d’accordo]. Poi si mettono per una settimana sul letame, poi dopo che stanno sul letame si portano a fare una doccia prima, poi si fanno andare dentro l’isola e si fanno diventare amici e se non ti piacciono gli tiri un po’ di noci di cocco». Quella di lasciarli sul letame è una specie di prova per vedere come reagirebbero a una situazione del genere.

Edoardo: «Se si fa questa muraglia, si fa di ferro, antiproiettile, si fanno entrare in questa stanza e si fanno verificare però con un robot, perché una persona sola poi si stanca. Poi al posto di metterci una porta ci metto una specie di laser antifurto, che se passi [senza il permesso] diventi una polvere».

Wendy è d’accordo con l’idea di fare le mura di metallo, per averle più protettive.

Qualcuno propone un fossato pieno di letame anziché le mura (si nota che in precedenza si era prestata attenzione all’odore emanato dalla spazzatura; qui non si pensa all’odore emanato da un fossato pieno di letame tutto attorno all’isola, anche perché l’attenzione è tutta concentrata agli estranei in arrivo e al pericolo che potrebbero costituire per l’isola). Prevale infine l’idea delle mura secondo la formulazione generale data da Jacopo. Cosa avranno deciso i bambini di altri paesi italiani? Quante volte compaiono le mura nelle loro utopie? Chi è abbastanza curioso può scoprirlo leggendone altre in questo sito.

Ci accorgiamo che l’invenzione di quest’isola è un gioco serio e forse “infinito”, nel senso che non finiremmo mai di discutere tutti i dettagli, di cercare l’accordo sulle cose in cui non lo abbiamo trovato; forse tra un mese o un anno cambieremo idea su molti dettagli. Abbiamo però visto come alcune cose che si studiano (Atene, Callicle) o che si conoscono per altre vie, cose che esistono o che sono esistite, possano aiutarci a immaginare cose che ancora non esistono, come l’isola di utopia in cui sarebbe bello vivere. Siamo guidati da ciò che conosciamo, a volte bene e a volte male: ci sono idee che ci aiutano, come ci sono abitudini e comportamenti che nell’isola andrebbero abbandonati.

Si passa ai disegni ripensando alla conversazione. Jacopo ad esempio disegna e spiega: «Questo qua è l’appartamento, quello grosso; quelle sono le tre casette, poi c’è la parte rocciosa. Poi c’è dove ci si mettono le mucche, poi lo scivoletto d’acqua, poi le stanze con le tv, il basket, la cucina, le dispense di cibo. Mezz’oretta di videogame… e la sporcizia che buttiamo via noi. Punto».

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