Utopia di Castiglione Chiavarese, 18 marzo 2016 (classe quinta)

Luogo: Scuola primaria Giovanni Caboto, Castiglione Chiavarese, IC De André, Casarza Ligure
Data: venerdì 18 marzo 2016
Gruppo: classe V primaria, 23 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Voltaire, Micromega; José Saramaco, Il racconto dell’isola sconosciuta, Feltrinelli, Milano 2015; J. Verne, L’isola misteriosa; T. Moro, Utopia; Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013
In aula con me: Insegnante Maria Carla Cademarchi. Antonio Panella.
Bambini: Francesco, Samuele Ba., Alberto, Samuele Bi, Yuri, Thomas, Marilù, Kawtar, Luca, Maria, Giada, Arrigo, Samuele Co., Elia, Jurgen, Tommaso, Jaco, Lorenzo, Nicolas, Valeria, Greta, Beatrice, Franziska

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Castiglione Chiavarese.

Luca: «Del cibo».

Thomas: «L’acqua».

Alberto: «Il nutrimento».

Francesco: «Delle case».

Tommaso: «Delle case in cui abitare».

Jaco: «Niente prodotti surgelati, perché non sono freschi». Quindi, attenzione al cibo che si mangia e alla sua qualità.

Lorenzo: «Delle coltivazioni». Agricoltura.

Maria: «La scuola». «L’istruzione», aggiunge qualcuno.

Tommaso: «L’ospedale».

Jaco: «Negozi». «Pescherie…». Negozi di shopping, come pensa qualcuno? «Dove si può comprare di tutto. Supermercati».

«Farsi un villaggio», propone Elia.

Marilù: «Ripararsi dal freddo».

Alberto: «Delle scoperte, per sapere quali sono le cose da cui stare lontani, magari il vulcano; o cosa fa il mare se viene su, la marea». Dunque parla di scoperte e del sapere, delle informazioni relative all’isola.

Franziska: «Conoscersi».

Francesco: «Pace e amore».

Lorenzo: «Aria non inquinata».

Jaco: «Case non troppo sofisticate».

Samuele: «Strade su cui possono correre solo macchine ecologiche».

Arrigo: «Un porto».

Giada: «L’amore».

Luca: «Una famiglia». «Una comunità», aggiunge un bambino.

Stare insieme come una comunità.

Kawtar: «Stare bene», come obiettivo.

Thomas: «Bar».

Juri: «Proteggersi dalle intemperie».

Samuele Bi: «Energie rinnovabili».

Alberto: «Una repubblica, per sapere cosa bisogna fare e cosa no».

Francesco: «Dei condizionatori a energia solare».

Franziska: «Salute».

Beatrice: «La felicità».

Valeria: «Qualcuno per non rimanere soli. Compagnia. Devi avere sempre qualcuno al tuo fianco».

Nicolas: «Rispetto per le donne».

Lorenzo: «Io il caldo».

Jaco: «Dei minerali e scoprire nuovi animali da compagnia».

Tommaso: «Divertimenti».

Elia: «Non tagliare boschi, non tagliare gli alberi. Se qualcosa serve di importante sì, ma per divertimento no».

«Un’organizzazione sociale ben formata», dice un bambino. «Una famiglia tra amici», dice Giada: «Che siamo tanto amici che è come se fossimo fratelli».

CI SONO COSE DA NON PORTARE, A CUI SIAMO ABITUATI?

Greta: «Non ammazzare gli animali». Se non in casi estremi.

Lorenzo: «Inquinamento e videogiochi». Perché i videogiochi? «Perché non fanno bene alla salute». No all’inquinamento «perché col fumo a volte non riesci a respirare».

Ma si potrebbe andare su quell’isola senza inquinare in nessun modo? «Potrebbero andarci anche senza inquinamento», secondo Lorenzo. Secondo Samuele Ba però sarebbe impossibile.

Jaco: «Le malattie». Non vorrebbe cioè le malattie nell’isola.

Jaco: «Impossibile [senza inquinamento] perché ormai l’inquinamento è nell’aria». Pensiamo così alla dimensione planetaria del problema. Ma gli abitanti dell’isola potrebbero vivere senza produrre inquinamento? In questo senso, sì, anche secondo Jaco.

Tommaso: «Criminali e industrie inquinanti».

Samuele: «Ladri e assassini. Però ci potrebbero essere per l’inquinamento delle cupole energetiche per non farlo entrare [nell’isola, da fuori]». «Oppure dei depuratori dell’aria», aggiunge qualcuno.

Arrigo: «Il disboscamento».

Giada: «La tristezza». Ma si può eliminare completamente? «No, però… [«tutti insieme ce la possiamo fare», dice qualcuno]».

«Secondo me non va tolta la tristezza», dice qualcuno. «Perché nella vita ci vuole un po’ di tristezza» ed «è naturale avercela». Si nota che questa riflessione non era comparsa in quarta, dove pure la tristezza era stata inserita tra le condizioni da escludere dall’isola.

Juri: «Nel senso, tipo essere tristi per una cosa che ci tenevi, tipo un amicizia [è naturale]». L’amicizia a volte ci fa uscire dalla tristezza, a volte possono succedere cose nell’amicizia che provocano tristezza. Tutti insieme allora ci si può aiutare.

Maria: «La guerra».

Luca: «Non averci elettricità… essere liberi». Farla da pannelli solari e da cose pulite. Essere “liberi” da energia inquinante insomma.

Marilù: «Non costruire fabbriche inquinanti».

Samuele Bi: «Non buttare cartacce a terra, lattine e avere rispetto per l’ambiente».

Alberto: «Gli omicidi».

Tommaso: «Le armi». Le escludiamo del tutto? «In mani sbagliate», «tenerne qualcuna di riserva», «per protezione». Francesco: «Tipo le pistole tranquillanti, con dei sedativi». C’è arma e arma.

Samuele: «La discriminazione». Ad esempio per le razze, il razzismo, il fascismo non ci devono essere.

Arrigo: «L’inquinamento acustico». Da queste parti c’è… siamo noi che lo facciamo! Ma anche in queste zone attorno a Castiglione Chiavarese, ci sono luoghi dove c’è un po’ di inquinamento acustico e posti dove non ce n’è.

Franziska: «Non portare la morte».

«Secondo me però la morte ci deve essere…»

«Ma non la morte prima del dovuto», precisa Franziska.

Greta: «Le classi sociali. Secondo me tutti gli uomini hanno parità di diritti».

Francesco: «Le macchine quelle a benzina e quelle inquinanti». «Tutto ciò che va a fumo».

Ma è possibile eliminare del tutto l’inquinamento, se entriamo nell’isola?

No, dice Samuele Ba: «Perché al mondo la probabilità di incontrare persone maleducate che buttano le cose per terra è molta».

Jurgen: «Inquinamento anche quando ci arriviamo, inquiniamo con benzina e cose del genere».

Ma si potrebbero usare barche a vela. «E come ha detto lui, anche perché c’è la probabilità [di trovare persone che inquinano]».

Alberto: «Perché magari a volte la gente anche senza saperlo inquina, e senza volerlo».

Samuele Bi: «Si può anche inquinare con il corpo. Ad esempio quando noi respiriamo le nostre cellule bruciano ossigeno e producono anidride carbonica».

«Sì però se teniamo gli alberi…», aggiunge qualcuno.

Con la presenza del corpo alteriamo un po’ l’ambiente in cui siamo, ma pochissimo, dice qualcuno.

Marilù: «Secondo me visto che se noi scopriamo quest’isola, la possono scoprire anche altri. [Potrebbe succedere] come in Italia che prima c’erano soltanto boschi, secondo me, è arrivato l’uomo e adesso ci sono moltissime fabbriche».

Kawtar: «A volte… di solito si inquina anche con la macchina, quando esce il fumo»… e questo andrebbe evitato.

Beatrice: «Quando delle persone buttano delle lattine nel mare».

Qui troviamo però espressione di un bisogno di andare in un’isola dove si inquina il meno possibile e si sta attenti alla bellezza dell’isola, che è collegata allo starci bene. Ma questo desiderio non dovrebbe essere facilmente condivisibile? Come mai allora abbiamo fatto dei posti in cui vivere così rovinati…? E poi si parla del DENARO

«Affari», dice Samuele Bi.

Per guadagnarci, dicono altri.

Nicolas: «I soldi ti portano ad essere crudele, avaro…».

Lorenzo: «Secondo me sprecano la loro vita, perché… non lo so… in un certo modo inquinano e la usano male…». Elia: «Si uccidono da soli».

Maria: «Per i soldi».

«A volte l’uomo si impegna a fare cose belle e non ci riesce», dice una bambina. «E viene sempre ucciso», aggiunge qualcuno. «E poi l’uomo ha paura anche: ha paura di sbagliare e a volte sbaglia».

Samuele Ba: «Perché a volte l’uomo pensa solo a se stesso e non agli altri…». «Pensa solo ai soldi».

Luca: «I soldi sono la rovina di tutto». Si potrebbe fare tutto gratis. Bisognerebbe imparare a non essere tanto egoisti e avari e malvagi.

Giada: «Perché l’uomo è tanto fissato a vivere bene… però anche se non costruiamo le fabbriche e le cose che inquinano viviamo bene lo stesso, perché la natura è perfetta così».

Valeria: «Il concetto per me è completamente diverso. Non sono i soldi che rovinano il mondo. È chi aiuta le persone per fare molti più soldi. Sono queste persone che sbagliano e aiutano gli altri per fare soldi». Chi sono costoro? «Sono le persone che aiutano le persone crudeli. Sono delle persone che non capiscono cosa vuol dire vivere, perché loro non pensano alla loro vita, ma pensano che sia meglio lavorare per qualcun altro e fare diventare famoso qualcuno che invece sbaglia».

Dunque secondo Valeria in quest’isola i soldi potrebbero esserci, «ma non come sono adesso».

Nicolas: «A parte i soldi, secondo me, anche il potere: perché poi qualcuno vuole avere potere e ricchezza, e lì nasce il problema dei soldi. Io ce li metterei i soldi nell’isola, solamente non porterei in quell’isola quelli che vogliono avere tutto il potere».

Lorenzo: «Io volevo dire che secondo me ora non ce n’è tanto, ma quando ce n’era, le persone guadagnavano tanto e ora quelli che sono ricchi si vantano un po’ troppo».

Con il denaro, dicevano bambini altrove, si creano ricchi e poveri e classi sociali. Greta: «Con il denaro puoi aiutare i poveri, così anche loro hanno da mangiare».

Tommaso vede un problema: «Se togliessimo il denaro varrebbe la legge del più forte. Cioè, se fosse tutto gratis, gli anziani e gli ammalati non potrebbero andare a fare la spesa perché ci sarebbero quelli più forti di loro che li spintonerebbero via».

Jaco: «Per me per eliminare il problema dei soldi, bisognerebbe spartire i soldi… tipo una volta al mese». «Tipo Monopoli», dice Francesco. Continua Jaco: «Così non ci sono né ricchi né poveri». «Però chi li ha questi soldi?». «Le banche». «Ma la banca se li tiene per sé». «Però i soldi servono anche a un’altra cosa: se tutto fosse gratis, compreremmo più roba e le fabbriche inquinerebbero di più. Dato che ci sono i soldi, devi pagare, compri di meno e le fabbriche producono di meno», dice un bambino.

Samuele Bi: «Praticamente se non ci fossero i soldi, è meglio. Però è questa la grande ricchezza: ognuno si può prendere la roba, non ci sono né ricchi né poveri, poi sull’isola non ci sono maleducati come abbiamo detto…».

Alberto propone «per creare un equilibrio» di mettere meno tasse ai poveri e più ai ricchi.

«Invece dei soldi il baratto», propone un bambino.

«Ci vorrebbero dei portafogli giganteschi», commenta però un bambino con una battuta.

Vediamo a che punto siamo su tre possibilità:

SOLDI COME NEL MONDO ATTUALE: 1, Valeria (ha spiegato il perché prima)

SOLDI CON MECCANISMI DI DISTRIBUZIONE EGUALITARIA: 16

SENZA SOLDI, CON IL BARATTO: 4

Anche se nell’isola fosse tutto di tutti (senza più necessità del baratto) potrebbero esserci problemi… «si litigano per avere [le cose] e si menerebbero», dice Jaco; «ci sarebbe più guerra», commenta Beatrice.

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

«Essere liberi», dice qualcuno.

Elia: «Essere sparsi nell’isola».

Samuele: «Un centro unito, però non è obbligatorio stare sempre lì».

Giada: «Fare tipo le baite della montagna come case, che nelle baite c’è meno elettricità».

Luca: «Io preferisco più o meno liberi, però stare più o meno liberi». «Un po’ sparsi un po’ uniti». Una via di mezzo…

Arrigo: «Qualche casa sparsa e al massimo qualche casa raggruppata».

Juri: «Sparse». «Ognuno ha la sua casa ideale e se le fa di legno, di mattoni, sull’albero, come vuole e dove vuole».

Alberto: «Io farei che le case si possono fare come si vuole. Però magari metterei delle case tutte al centro unite dove magari stare insieme e poi magari delle case sul mare e sui monti, anche quelle lì se vogliono per cambiare un po’ clima».

Maria: «Stare liberi».

Ci sono bambini, altrove, che hanno immaginato una casa grande unica per tutti.

Valeria: «Io immaginavo una specie più o meno di casa unica, però una cosa enorme, tipo una casa unica con migliaia di appartamenti, così si capisce, quando qualcuno ha bisogno hai un vicino che ti puoi aiutare. Se non ti aiuta il vicino, hai l’altro vicino. C’è tutto il paese che ti può aiutare. Si può stare tutti insieme, si possono condividere le proprie cose più facilmente, non che devi andare dall’altra parte della città per vedere l’amichetto; poi si potrebbe anche aiutare in senso morale anche; tipo se uno ha bisogno di compagnia, se uno sta male vai al piano di sopra e lo fai a trovare e a dirgli “ciao, come stai?”…». Questa «avrebbe una forma particolare: perché ognuno secondo me deve decidere come abitare. E io ho pensato a una cosa un po’ particolare: uno vuole il terrazzo sporgente, uno vuole stare al centro tutto rinchiuso…». Com’è questa forma? Forma di forme… «Ovviamente non tutti rinchiusi in casa: ognuno è anche libero di uscire e di andare dove vuole».

Nicolas: «Io farei un piccolo villaggio lì dal fiume e farei che c’è una grossa recinzione e dentro tante piccole capanne e al centro il fuoco. Però non farei un palazzo: preferirei fare una recinzione con tante case». «Un naturalista», commenta Samuele Ba.

Jaco: «Io farei che ognuno si fa la casa dove vuole, solo che poi dobbiamo fare delle strade per congiungerle, così almeno ognuno sa dove abita l’altro». Come energia, «senza elettricità né pannelli solari: il fuoco». Samuele Ba commenta: «Questa va più sul primitivo».

Lorenzo: «Io volevo dire che le case potevano anche costruirle sparse o anche vicine e poi andare sparsi, a gruppi di amici, a conoscere l’isola».

Jurgen: «Io direi case di qualche piano, poche e sparse. Almeno hai i vicini se hai qualche problema, come dice Valeria».

Samuele Bi: «Volevo dire che fare le case sparse… però ad esempio la propria famiglia ha una casa per sé… ognuno ha la sua casa però fatta a famiglia».

Alberto: «La cosa del posto in cui ci sono tutte le case era proprio nel senso di compagnia come dice Valeria. Uno non può stare sempre da solo. Infatti non ce la faccio a stare da solo». A volte neanche da soli alla scrivania si sta bene e anziché in camera si va in cucina dove c’è la mamma.

Kawtar: «Io vorrei delle case un po’ grandi, però non di tutti. Ogni casa ha un po’ di stanze, ma tipo una casa per ogni famiglia, con i nonni…». «Una casa albero genealogico», dice qualcuno. «Ma tutti siamo imparentati», dice una bambina, pensando alla specie umana come specie.

Giada: «Come la Valeria, perché anch’io ho un po’ bisogno di stare con i miei amici». A volte si preferisce fare i compiti vicino a qualcuno anche se non c’è proprio silenzio.

Arrigo: «Praticamente si possono fare le abitazioni separate una per uno, però si potrebbero mettere tipo delle carrucole che vanno da una casa all’altra che puoi comunicare… Però c’è una casa in cima e una in fondo e un ponticello che risale». In un libro di Italo Calvino ci sono città dalle forme più diverse: il libro di intitola Le città invisibili e qui sembra di essere in una di quelle città… fatta come una ragnatela di case, dove le case sono nodi di una rete distribuita e connessa.

Tommaso: «Sennò si potrebbe fare una specie di villaggio con le case disposte a cerchio e al centro un palo di legno con sopra i pannelli solari, con dei tubicini che li collegano alle case».

Jaco: «Invece che delle strade, [fare] delle grandi gallerie che le collegano tutte. Poi per incontrarsi con gli amici una grande casa [di tutti]». «Anche un parco giochi», dice qualcuno.

Schizzo-V

Regole

Ora è il momento di scrivere le leggi dell’isola, ammesso che i fondatori le vogliano. Vediamo alcune idee.

Franziska: «Accettare tutti per quello che sono».

Beatrice: «Secondo me, siccome siamo in un’isola, non inquinare il mare».

Greta: «Non maltrattare le altre persone perché sono diverse da te».

Valeria: «Non lasciare nessuno da solo».

Nicolas: «Se qualcuno uccide una persona e quella persona aveva una famiglia, di prendere quello che l’ha ucciso e di darlo per quattro ore alla famiglia per dargli una lezione. Non ucciderli perché sennò passi dalla parte del torto, però una lezione…».

Lorenzo: «Non provocarsi mai a vicenda e non uccidere».

Come spiegare il verbo “provocare” a un bambino più piccolo? «Non litigare», «non fare una cosa apposta per dare fastidio».

Jaco: «Aiutare gli altri e quello che ha detto la Greta».

Tommaso: «Vivere in pace e amicizia con tutti gli uomini».

Jurgen: «Aiutare tutti e essere aiutati».

Elia: «Non inquinare l’ambiente e non uccidere gli animali».

Samuele Co: «Vietata la caccia».

Arrigo: «Secondo me servirebbero poche leggi, perché poi qualcuno non è mai d’accordo. Servirebbero cinque leggi: una non inquinare. L’altra avere il rispetto degli altri e rispettarli. Avere dei diritti e dei doveri. Non mi ricordo le ultime due».

Giada: «Non maltrattare gli animali, la natura, le persone».

Maria: «Non inquinare l’ambiente, tipo i fiumi e i boschi e non maltrattare la gente e gli animali».

Luca: «Essere in libertà. Essere in compagnia».

Kawtar: «Io volevo dire tipo sai a volte quando dicono “sei troppo piccola, non puoi giocare con questi giochi perché non puoi”; io vorrei farle giocare lo stesso. E poi direi non maltrattare le persone piccole, sai tipo a volte ci sono quelle un po’ basse»… Insomma non deridere qualcuno solo perché è più piccolo o basso. Qualcuno parla di bulli.

Marilù: «Essere liberi di fare le proprie scelte e se qualcuno ti dice “no non andare di là perché ti obbligo”, tu fai quello che vuoi». «Sei tu che decidi cosa devi e non devi fare».

Thomas: «Rispettare l’ambiente».

Juri: «Pace e armonia».

Samuele Bi: «Avere rispetto delle persone e della natura».

Alberto: «Secondo me le leggi devono essere tante, altrimenti le persone si dimenticano troppo a fare quello che vogliono. Però secondo me ci dovrebbe essere una legge che qua, nella nostra nazione, non esiste proprio… non ci dovrebbero essere prigioni, ma se qualcuno fa qualcosa di male dovrebbe essere cacciato direttamente dall’isola».

Samuele Ba: «Come la Greta e Jaco e Jurgen».

Francesco: «Secondo me niente leggi». Perché? «Perché secondo me sono un po’ inutili. Non ce ne sarebbe bisogno. Basta che uno si ricorda quello che Madre Natura ha fatto per lui, quello che gli ha creato e secondo me si può stare così insieme». Se uno se lo dimentica, «glielo ricordi».

Ma uno potrebbe essere veramente malvagio… un assassino. Che si fa? Secondo Francesco sull’isola si potrebbe fare a meno di leggi, perché se tutti fossimo «padroni di se stessi» [dice Valeria], non ne avremmo bisogno. Diceva il filosofo Jean-Jacques Rousseau che se le leggi potessero essere scritte nel cuore degli uomini, non ci sarebbe bisogno né di governi né di leggi scritte. Ma la pasta di cui siamo fatti noi esseri umani… «non è all’altezza», dice un bambino: non è all’altezza di questa nostra ispirazione.

Valeria: «A volte i re oppure chi comanda fanno così: non riescono a essere padroni di se stessi. Non puoi comandare qualcuno se prima non sei diventato padrone di te stesso». Chi prende il potere a volte «perde il controllo».

Se le regole non vengono rispettate

 

Ci sono 9 bambine e bambini che vorrebbero costruire una prigione sull’isola.

Nicolas: «Secondo me la prigione ci deve essere, perché secondo me bisogna partire subito con il pugno pesante; perché se facciamo con le paroline, la prossima volta sarà un assassino. E quindi meglio tenerselo un po’ lì e dopo un po’ bandirlo dall’isola». A volte «le parole da sole non risolvono niente», sottolinea Samuele Ba.

Altri bambini però dicono, altrove, che neanche le punizioni bastano e che anzi possono peggiorare le cose.

Lorenzo: «Io volevo dire che secondo me la prigione serve per mettere in gabbia qualcuno che ha fatto proprio qualcosa di male, tipo che ha ucciso qualcuno perché voleva uccidere qualcuno [«per divertimento», dice qualcuno]».

In alcuni gruppi di bambini è venuta l’idea dell’esilio, ma i bambini temevano allora che la persona cacciata tornasse per vendicarsi con degli alleati. Tommaso: «Secondo me la prigione serve se metti dentro qualcuno per delitti non molto gravi, tipo ha rubato qualcosa dal negozio e quelle cose lì, oppure anche per gli esiliati travestiti che sono tornati travestiti, camuffati… li metti dentro in prigione».

Samuele: «Se uno fa qualcosa di sbagliato viene esiliato. Se cerca di ritornare va in prigione». Qualcuno pensa che forse andrebbe ucciso, ma subito ci sono reazioni contrarie. Un altro bambino, Alberto, pensa a una pena fisica, ma dice: «Non voglio essere cattivo», e ci ripensa subito. C’è dunque la capacità di dubitare: è venuta la tentazione della pena fisica dura, però viene in mente che non è così.

Marilù: «Io volevo dire una cosa su quello che ha detto Nicolas. Potresti parlare, perché le persone servono a volte. Dipende anche dalle persone, che tipo se c’è uno che ha rubato, potresti parlargli, non mettendolo in prigione. Lasciarlo libero, ma fargli capire che è una cosa che non si deve fare, come se fosse tipo un bambino piccolo».

L’invito di Marilù è a non generalizzare: non sempre le parole servono, ma possono servire.

Luca invita a riflettere su come «farlo capire», ciò che va capito. Se uno è una specie di bullo, «bisognerebbe farglielo capire». Come fare allora con il bullo dell’isola?

Juri: «Io volevo dire prima della prigione. Perché se per esempio ha ammazzato qualcuno, gli fai riguardare quello che ha fatto e così la coscienza… [«diventa pulita», suggerisce qualcuno] lo tormenta».

Giada: «Bisogna trovare il modo di farlo riflettere… come con uno psicologo».

Francesco: «Lavaggio del cervello». Non con acqua e sapone… «Il lavaggio del cervello praticamente intendo che si mette un video, che c’è una persona che sta facendo di tutto per diventare buona e c’è questa persona che vuole fare imparare a tutto il mondo come essere educati. Tu te lo metti lì, bello fermo, [«occhi spalancati»…, dice qualcuno] [a guardare quel video]». «Ma nessuno è perfetto nel mondo: ci sarà sempre la parte del male e la parte del buono», dice Nicolas e con lui Elia. «Sì ma intanto ci proviamo», aggiunge Francesco.

Nicolas ed Elia pensano dunque che ci sia sempre un’ombra del “male” possibile anche sull’isola… Ma noi possiamo “contenerla” quest’ombra…? Oppure sarà sempre metà male e metà bene…?

«Secondo me dipende dal tipo di persona e di personalità che hai. Sarà diverso tra le persone. Però secondo me ci sarà la metà del bene e la metà del male. forse può essere da una parte un pochettino più bene e dall’altra un pochettino più male…», ma si oscilla sempre attorno alla metà.

Valeria: «Il bene secondo me fa anche bene [«perché se non c’è il male non c’è il bene», suggerisce qualcuno]. Il male insegna a fare del bene. Quelli che vogliono fare del bene sanno che quelli che fanno male… che devono fare il contrario di quelli che fanno il male. Secondo me il male non deve essere cacciato via dall’isola». E Giada commenta: «Sbagliando s’impara». Secondo Valeria il male serve per imparare il bene: «è indispensabile per imparare come ci si comporta bene».

Ma allora ha senso immaginare l’utopia?

Valeria: «Non il mondo che c’è adesso mi piace, magari un po’ meno inquinato, tipo la Cina mi sembra eccessiva. Però io no il mondo non è che lo cambierei radicalmente. Mi piace così perché c’è chi fa del male, ma anche chi fa del bene… perché il male attira il bene».

Francesco: «Valeria ha ragione che la Cina inquina talmente tanto. Perché ho visto un documentario su Sky che praticamente hanno tagliato una montagna a metà, la cima, … si vedeva proprio la montagna a metà… si vedeva questa barca che trasportava verso la Cina e stava facendo un aeroporto…».

C’è chi pensa che si possano cambiare gli equilibri. Alberto: «Si potrebbe invece che esiliarli, potremmo fare vedere come è bella la vita senza le persone che fanno del male. Fare vedere come è bella la vita. Fare una specie di tour in tutta l’isola: fare vedere come gira bene senza il male».

«Ma è ovvio che si sta bene senza il male, ma loro vogliono portare il male», commenta qualcuno.

«I criminali vogliono portare il male», dice Valeria: «il criminale che vuole il male può cambiare, ma è difficile che lo faccia, perché vuole il male».

Alberto: «Gli facciamo cambiare punto di vista».

Cos’altro fare?

Samuele: «Secondo me si potrebbe provare a cambiare… a fare come diceva Francesco il lavaggio del cervello. Fargli vedere tante foto di come sarebbe il mondo se non ci fossero, e tante foto di come sarebbe il mondo se ce ne fossero tanti [di quelli che lo rovinano e fanno cose cattive]».

Ci sono delle decisioni che peggiorano le condizioni in cui viviamo e delle cose che le migliorano.

Arrigo: «Torniamo al discorso di prima. Come fare senza prigione e senza esilio. Si potrebbe fare l’ipnosi, con quella regressiva… quando uno va da un altro e gli dice cosa fare di giusto».

«Fantasticherie», commenta qualcuno.

Giada: «Secondo me non ci dovrebbe essere solo la prigione: nel senso che se rubi qualcosi, vai tipo da uno… se ruba che ne so dei soldi in banca va in una specie di riformatorio e tipo se uccide qualcuno va in prigione».

Marilù: «Io invece sono d’accordo con Nicolas e la Valeria, perché comunque il male ci deve anche essere, perché senza il male non c’è neanche il bene. Secondo me il male e il bene sono tutte e due allo stesso livello [e lo rimarranno anche sull’isola]». «Come due facce della stessa medaglia», sentenzia Tommaso.

Marilù: «E comunque secondo me anche il male non potrebbe mai sparire… e di questo neanche il bene».

Kawtar: «Anche io sono d’accordo sull’idea di Nicolas, perché sinceramente è ovvio che ci sarà per forza il male. Senza il male… tipo, tu pensi una cosa e l’altro la pensa in un altro modo praticamente».

Il filosofo commenta: Siete una classe molto… argomentativa, interviene un bambino.

«Ma grazie alla nostra maestra!», dice qualcuno

E scatta un applauso dai bambini alla maestra! Dopo un’ora e trentuno minuti di conversazione e tante idee.

Ora il filosofo incontra qui un’obiezione forte: l’equilibrio tra bene e male sarà sempre, più o meno, lo stesso, dove ci sono esseri umani. Dunque ha senso immaginare un’utopia? Ha senso immaginare un luogo che (ancora) non esiste e che sia buono da vivere, più buono di quelli che esistono?

Greta: «Secondo me, il male e il bene è allo stesso livello, perché non puoi fare cambiare idea a un cattivo, perché ormai ha scelto la sua strada. Non puoi fargli cambiare il punto di vista».

Ma noi non possiamo cambiare il punto di vista? «Il 10% puoi, ma il 90% no», risponde Greta.

Ma gli uomini non sono capaci di imparare e di cambiare abitudini (o di perderle, se si impegnano)?

Non siamo in grado di lavorare su noi stessi per trasformarci un po’?

«Ma io intendevo anche praticamente che se una persona è cattiva devi provare a farla cambiare, ma se non ci riesci non poi», dice Valeria.

Ma è possibile spostare allora l’equilibrio tra male e bene: in questo mondo, secondo Valeria, c’è più male che bene: «io volevo portarli alla parità nell’utopia». Questa potrebbe essere la massima aspirazione a cui arrivare. «Ci dev’essere il male almeno quanto il bene; [ma ora prevale il male] perché l’uomo collabora con il male».

Nicolas: «Con tutti questi discorsi, a me viene in mente il tipico mafioso: tutte le volte che fanno gli interrogatori, loro non vogliono cambiare, come la solita parola “io non faccio l’infame”, “io non tradisco il mio sangue”… tutte quelle cose, sono loro che non vogliono cambiare, sennò ovvio, tutti cambiano e allora il mondo sarebbe bene… neanche se gli fai il lavaggio del cervello, non è che cambiano più di tanto».

Greta: «Secondo me per fare cambiare un’idea a un criminale non ci vuole il lavaggio del cervello; ci vuole un amico che lo aiuta e che gli fa capire».

Lorenzo: «Riguardo al discorso di prima, quello degli altri paesi, città… in realtà non sono diversi, sono uguali [a noi]. Non sono più cattivi, ci sono altre leggi, altre religioni…». Franziska: «Per loro è normale».

Jaco: «Io ti devo spiegare la mia idea di riformatorio. Nel senso letteralmente che serve a riformare». Come è fatto? «Tipo una scuola, solo senza… che nelle classi non ci sono i banchi». Non c’è niente, «ci sono le sedie con delle cinture…». «Dove siamo, in una macchina?», chiede Lorenzo. «Stanze vuote con delle cinture…». «Camicie di forza», dice qualcuno. Per riformarli si fanno le cose che hanno detto Francesco e Alberto. «Al posto della lavagna c’è una specie di televisione grande che fa vedere dei video» che dovrebbero aiutarli a cambiare… «fargli vivere la vita che è di fuori…»; «quando è legato fargli vedere come è bella la vita».

Tommaso: «Una volta avevo visto un documentario che facevano vedere cosa c’era dentro a un riformatorio degli Stati Uniti, una cosa del genere. Praticamente c’erano delle sedie che non erano come queste sedie qua, ma praticamente erano una specie di poltrone di legno, avevano tutte le cose qua e un collare qua… poi c’era una televisione gigantesca al muro che ripeteva delle frasi più o meno come “guardati dentro”, “non cercare il male”…».

Ma è più efficace mettere una persona in quella situazione o farla aiutare da un amico o da un familiare, pensando alla proposta di Greta. Vediamo una votazione: riformatorio con il video (1), con gli amici (tutti gli altri).

Arrigo: «Io sono con Valeria, però si potrebbe anche costruire un riformatorio copiando dalla casa di quello che ha fatto qualcosa di male; così sembra che sia casa sua, così possono venire a trovarlo gli amici, così dopo un po’ lo lasciano andare e possono preparare la stanza per qualcun altro».

Kawtar: «Io volevo chiedere una cosa a Valeria. Perché devono per forza essere bene e male sempre nella stessa dimensione». Valeria ribadisce l’argomentazione di prima.

Marilù: «Lo volevo dire anch’io. Il male adesso è più ampio del bene, perché adesso… il male è come se stesse esagerando, vuole sempre andare oltre». «Il male e il bene si litigano in continuazione e se li mettiamo alla pari magari [smettono di litigare]», dice una bambina. Marilù prosegue: «Prima si era creato il bene, poi il male era geloso e era andato alla pari, poi ha esagerato» e ora il male è più ampio.

Samuele Bi: «Deve esserci il male, però lo ridurrei al minimo possibile. Almeno un po’ di male deve esserci… [per apprezzare il bene]. Appena uno compie un reato si manda dalla famiglia che cerca di fargli capire che disastro ha combinato. Poi se non lo capisce si manda in carcere».

 

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Castiglione Chiavarese?

Prima di discuterne, sono 19 i bambini e le bambine che accettano la presenza degli adulti sull’isola. Francesco e Marilù escluderebbero però qualsiasi adulto dall’isola. Alcuni precisano che vorrebbero solo i genitori, tra gli adulti.

Francesco: «Uno perché sono molto noiosi. Ti dicono “fai quello”, “fai quell’altro”. Ti dicono di fare trenta cose proprio mentre tu stai facendo quella lì… tipo non so tu stai un po’ giocando con il telefono, con il Nintendo; ho preso il telefono, sto sbloccando e qualcuno mi dice “vai a fare quella cosa”. La faccio, lo riaccendo e mi dice di fare un’altra cosa…». Insomma, ci sono continue richieste: «Un bambino come può farlo? O diventa una pecora così si clona o non si può fare». Così altri bambini intervengono: ci sono tante richieste e non si capisce più niente.

Marilù: «Io sono d’accordo con Francesco perché anche a me capita tantissime volte». Il problema è che gli adulti ci chiedono di fare sempre, o spesso, altre cose rispetto a quelle che stiamo facendo. «Alla sera hai un tuo programma preferito alla tele ed è l’ultima stagione… no, devi andare a letto alle otto e mezza». Francesco aggiunge: «Un giorno mi ero svegliato, ho fatto tutte le mie cose; appena mi sono messo sul divano è arrivato papà: “Francesco, subito a fare i compiti!”».

«Sembriamo come degli scacchi, le pedine», aggiunge un bambino.

Beatrice: «Anche mia madre certe volte mi dice sempre “vai a prendere questo”, “vai a prendere l’altro”; però io non sono tanto contraria, perché altrimenti dovremmo andare via dall’isola quando saremo adulti».

Greta: «Gli adulti ci devono essere, perché poi ai bambini serve anche quell’amore che solo i genitori gli danno».

Alberto: «Ci sono dei lati positivi degli adulti». «Che magari ogni bambino la pensa diversamente, perché ognuno ha dei genitori diversi». Lorenzo: «è meglio pensare prima al dovere che al piacere».

Pensiamo al problema di Platone. Per lui il problema era legato alle abitudini degli adulti. Chi ha superato i 10 anni di età, secondo Platone, se va ad abitare in una nuova città, la trasforma in una città uguale a quelle precedenti, perché ci porta abitudini vecchie. Dunque, la domanda diventa: gli adulti potrebbero cambiare abitudini e “migliorare” in qualche modo?

Alberto: «Magari, potrebbero portarci abitudini che non ci piacciono, ma anche delle abitudini che ci farebbero migliorare la nostra isola». Giada sottolinea che i genitori lo fanno per il tuo bene, se ti dicono di smettere di stare davanti a uno schermo come quello del tablet, anche se ci sei da dieci minuti. Kawtar: «Anche io a volte quando mi metto a guardare la Tv, proprio in quel momento mia mamma mi deve chiamare…».

Alberto: «Io se vedo mia madre che è in difficoltà o mio padre io vado lì e li aiuto, anche se sto guardando la televisione. Anche se mi dimentico di studiare mi dicono “Alberto, vai a fare i compiti”, ma non mi capita mai perché io i compiti li voglio fare e me li tolgo di lì e poi mi guardo un po’ di tele, ma se vedo in miei genitori in difficoltà… [vado ad aiutarli]».

Seguono altre testimonanze sulla stessa linea.

Valeria: «Gli adulti sono per me indispensabili. Gli adulti sanno. Sanno e ti trasmettono delle cose che tu da grande devi fare. Non è che devi per forza diventare come loro, però devi cercare di prendere un esempio. Se non hai un punto di riferimento, poi da grande cosa fai? Non si sa». Gli adulti potrebbero anche portare abitudini brutte nell’isola… ma si potrebbero cambiare abitudini: qualcuno diventerebbe pazzo, però sì, potrebbe cambiare abitudini.

Nicolas: «Intanto secondo me se andassero i nostri genitori sull’isola, di sicuro la influenzerebbero. Però non lo so se per bene o per male. Poi un’altra cosa: tutti qua stanno dicendo che i loro genitori gli dicono sempre di fare questo o di fare quest’altro. Ma secondo me i ragazzi che ci sono adesso dovremmo portare più rispetto per i nostri genitori, perché da quando siamo nati fino adesso le cose importanti ce le hanno insegnate loro. È questo che conta. Poi se ti chiedono un favore fallo, non è che ti costerà la tua vita».

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Castiglionce Chiavarese.

I bambini manifestano inizialmente una preferenza per il governo del popolo. Non si fa confusione «se si sta molto attenti». Maria: «Vorrei che comandasse il popolo intero».

I Greci pensavano al popolo che governa come ai maschi adulti, ma non alle donne, ai bambini e agli schiavi. Anche i bambini possono governare, in quest’isola, dai dieci anni in su.

Marilù: «Il governo del popolo, ma soprattutto i bambini».

Juri: «Siamo tutti capi. È un governo del popolo. L’isola è di tutti e tutti decidono».

Quando ci sono idee diverse si vota e si scelgono le cose votate a maggioranza.

Samuele Bi: «Io vorrei un re, che però prende decisioni insieme agli altri. Un miscuglio tra la repubblica e la monarchia. Però le prende insieme a bambini e adulti, in modo da mettere insieme tutte quelle regole e da creare un posto ideale per tutti». La figura del re serve «perché almeno c’è uno che si può dire che decide se farlo o no, però intanto prende tutte le idee degli altri». Così si potrebbe limitare il rischio di confusione.

Alberto: «Io farei tipo un posto dove tutte le persone vanno a dire le proprie idee e poi un gruppo di persone decide le idee da accogliere e quali no. E poi chiedere al popolo, tra le idee prese, fare una specie di votazione: le idee che sono state accolte, proporle al popolo e poi in una votazione si può, sia adulti sia grandi sia bambini fino dall’età di dodici anni…». Così i bambini e le bambine del gruppo che sta discutendo ora sarebbero esclusi… «Forse perché non siamo ancora abbastanza pronti per andare a prendere delle decisioni così importanti».

Greta: «Tutte le persone che abitano sull’isola decidono cinque persone. Queste cinque persone decidono tra la monarchia e le altre due forme di governo e poi quello che decidono [si fa]».

Valeria: «Mi piacerebbe tanto una famiglia eletta dal popolo. Una famiglia: allora, la donna decide per le donne, l’uomo per gli uomini, il bambino per i bambini e la bambina per le bambine». Questa famiglia ogni cinque anni cambia.

Nicolas: «Io invece come Samuele Bi farei un miscuglio tra repubblica e monarchia. Farei a capo una donna, che fra il popolo ha fatto una buona azione… però non una come tante, una proprio importante. Ed è diventata il capo e poi con tutte le altre donne e i bambini [governa]. Poi vorrei che invece degli uomini ci fossero le donne e i bambini a comandare l’isola».

Perché non gli uomini? «Perché secondo me gli uomini hanno un pochettino meno responsabilità delle donne». «Perché di solito le donne fanno più cose», dice Samuele Bi. Nicolas: «Poi scommetto che le donne sarebbero meno guerriere dei maschi. I maschi partirebbero subito con le armi; invece le donne sarebbero pacifiche». «All’inizio i bambini, visto che sono bambini, sono a capo; ma quando superano i quindici anni se ne vanno». A quindici anni dunque ci sarebbe il passaggio che rende inadatti a stare al governo, nel caso dei bambini.

Tommaso: «Ci vorrebbe una specie di repubblica, non proprio repubblica; ci vorrebbe il parlamento che però invece di avere il presidente [avrebbe] il re».

Arrigo: «Per questo posto ci vorrebbe, come dire?, sempre il popolo che decide, però escludere gli adulti e fare governare i bambini». “Bimbocrazia”, dicono alcuni.

Giada: «La democrazia, cioè il governo del popolo, e poi rispetto a prima volevo dire che anche gli adulti sull’isola ci dovrebbero essere, perché anche se ci stanno solo bambini, i bambini crescono e a 18 anni si diventa adulti e quindi vai via e dopo qualche anno non ci saranno più abitanti».

Vediamo l’esito di una votazione sulle quattro opzioni principali:

GOVERNO DEMOCRATICO SENZA RE: 0

COMBINAZIONE TRA MONARCHIA E REPUBBLICA: 4

BIMBOCRAZIA: 2

GOVERNO DI DONNE (UNA DONNA A CAPO) CON BAMBINE E BAMBINI: 16

Ecco la prima isola governata da una donna, con donne bambine e bambini.

Alberto vuole commentare così: «Una cosa che io penso sempre… un po’ da tempo a questa cosa qui. Che le donne sono sempre state sfregiate con l’acido [e maltrattate] anche in paesi tipo l’Italia, e quindi penso che un po’ è anche il maschio che è un po’ [cattivo] peggio della donna. Perché la donna è vero che che anche lei, ho sentito dire, ma molto raramente, cerca di uccidere l’uomo… però sono più gli uomini che uccidono le donne che le donne che ammazzano gli uomini».

Franziska: «Sono un po’ indecisa» tra le quattro forme di governo. Nessuna la convince del tutto, nessuna soluzione la attira più delle altre. Questo dubbio è prezioso e dobbiamo ricordarlo, perché ci dice che potremmo avere idee più convincenti per tutte. Anche Valeria al momento non ha preso posizione, perché ne aveva un’altra in mente.

Estranei, stranieri

 

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

Samuele Ba: «Non li facciamo entrare. Si dichiara battaglia».

Samuele Bi: «Io li farei entrare, accoglierli. Poi se non gli piace l’isola, magari mandarli in un altro posto». Alberto: «La prima cosa da fare sarebbe conoscerli, perché se magari sono persone cattive bisognerebbe mandarle via, ostacolarle; ma se invece le conosciamo e apparentemente ci sembrano persone buone, magari anche [possiamo ospitarle]. Se la prima impressione ci dà di una persona buona, io le lascerei venire, basta che non cambino la nostra isola, perché è perfetta così com’è».

Thomas: «Farli entrare, fare dei controlli e se sono cattivi li facciamo andare sulla loro nave e facciamo affondare la nave».

Un bambino: «Io mentre si avvicinano affonderei la nave».

Marilù: «Prima dovremmo conoscerli, poi potremmo anche vedere se sono immigranti e se hanno bisogno di riparazioni, di cibo, di acqua e aiutarli».

Kawtar: «Io li farei entrare e se sono poveri gli darei il cibo, di tutto e se sono senza vestiti gli darei tutto. L’importante è che non cambiano [l’isola]».

Luca: «Se sono cattivi e hanno le armi e tutto li facciamo affondare. Ma se sono buoni li facciamo entrare».

Maria: «Secondo me sono un po’ come gli immigranti che vengono in Italia e quindi li farei entrare».

Giada: «Come Alberto, Marilù e Kawtar».

Arrigo: «Io avrei un piano. Allora, costruiamo un robot, si manda in avanti un gommone con un robot e una persona vera. Il robot lo tirano su e la persona vera parla a un microfono. Sotto la nave intanto è arrivato un sottomarino. Allora: se ammazzano il robot o lo spintonano giù, il sottomarino lancia il siluro; se invece sono buoni, il sottomarino li tira, gli dà quello che gli deve dare [in aiuto] e poi li rispedisce in mare». Così i nuovi arrivati non verrebbero ospitati sull’isola, in ogni caso. Il robot è una specie di esca che serve a ingannarli, a metterli alla prova.

Samuele: «Io non sono sicuro, perché magari fingono di essere bravi e poi sono cattivi… e allora sarebbe bello se gli dici un altro isolotto e li mandi lì…», come una «terra per gli ospiti» dove vedere come si comportano. Ma anche lì potrebbero fingere. Ecco il problema dell’incertezza: non possiamo mai essere certi di come sono le persone? Quanta incertezza introducono questi ospiti nell’isola?

Un bambino dice: «Prima li uccido e poi ci faccio amicizia». «Non ha senso!», dice un altro. Ma il bambino scherzava: «Li controllo e li metto in quarantena. Se fanno i bravi [li faccio passare, altrimenti no]».

Tommaso: «Secondo me sono come delle persone che appena hanno saputo che la nostra isola non era inquinata stanno approfittando dell’isola… stanno facendo finta di essere immigrati e poi ci cacciano via dall’isola e se la prendono loro». Quindi si segue l’ipotesi di Arrigo.

Lorenzo: «Io non li ospiterei lo stesso anche se sono bravi, perché poi ho paura che ci vogliono conquistare tutto… cioè non conquistare…».

Jaco: «Io manderei un sottomarino direttamente e gli chiede cosa gli serve e gli dà tutto, poi se ne vanno».

Nicolas: «Io li ospiterei per due o tre giorni e in questi giorni gli direi le nostre tradizioni, i nostri cibi preferiti e tutte le altre cose. Poi gli darei tante cose che abbiamo noi nell’isola nel gommone, o li farei ripartire, o se sono bravi, però se sono consapevole davvero che sono bravi, li farei venire lì e se ci sono donne e bambini li unisco al governo».

Valeria: «Io li faccio entrare con la stessa logica che nessuno deve rimanere da solo». La logica era stata proposta da Valeria già al momento delle regole dell’isola.

Greta: «Li farei entrare, poi se sono veramente bravi li ospito nell’isola per tutto il tempo che vogliono e ci farei amicizia».

Beatrice: «Anch’io come la Greta li farei ospitare se sono veramente, ma veramente bravi e farei amicizia con i bambini, così anche i nostri genitori avrebbero l’opportunità di fare amicizia con altre persone».

Franziska: «Li farei entrare, capirei… cioè gli chiederei cosa gli serve e se proprio non hanno una casa, niente, li farei abitare nella nostra isola».

«No, mai», commenta sottovoce qualcuno.

Un altro bambino darebbe pane e acqua se hanno bisogno e poi controllerebbe «per qualche anno», come si comportano.

Possibili decisioni:

ATTACCHIAMO PRIMA DI CONOSCERLI: 1

LI CONOSCIAMO, LI OSPITIAMO SE BUONI E POI LI MANDIAMO VIA: 7

LI CONOSCIAMO E LI OSPITIAMO PER SEMPRE SE SONO BUONI: 13

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