Utopia di Costa Masnaga, 25 gennaio 2016

Luogo: Scuola primaria “Aldo Moro”, Istituto Comprensivo di Costa Masnaga
Data: 25 gennaio 2016, lunedì (4 ore)
Gruppo: 20 bambine/bambini (misti, classe II, III, IV)
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe (Le Petit Prince), varie edizioni; U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013
In aula con me: Elide Panzeri, Emanuela Leoncini, Elena Viganò, Maria Mastroianni che ha curato l’allestimento della location, Monica Panzeri (referente del plesso) e Jessica Addabbo (che collabora in servizio civile). Con l’intervento della Dirigente Chiara Giraudo
Bambini: Sebastiano (II), Lorenzo (II), Elisa (II), Cristian (II), Marta (II), Martina (II), Matteo (IV), Mae (III), Federica (IV), Daniele (IV), Mattia (IV), Letizia (IV), Andrea (IV), Martina (III), Paolo Ca. (III), Davide (III), Paolo Co. (III), Samuele (III), Amin (III), Filippo (III).

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Costamasnaga.

Samuele dice che dovremmo evitare l’inquinamento, «cioè la benzina e le macchine». Filippo consiglia «di usare sempre le biciclette, che non inquinano niente» e il «camminare in modo in po’ più semplice». Paolo Co. dice di non fare «troppi grattacieli, sennò nessuno fa più in giro». Martina dice «di costruire meno fabbriche», che danno fastidio «perché inquinano troppo la terra». Martina dice che attorno a Costamasnaga ce ne sono tante, troppe. Letizia dice di «ricordarsi di non tagliare alberi su quell’isola».

Alcuni bambini testimoniano che lo smog di Milano arriva un po’ anche qui.

Andrea aggiunge: «non inquinare il ruscello che attraversa l’isola».

Andando verso i bambini di seconda, Lorenzo dice che «se ci dovessero vivere degli animali non dobbiamo imprigionarli». Elisa stabilisce di «non avvelenare gli animali, per esempio le api». Cristian dice di «non mettere sigarette e droghe», nell’isola.

Martina: «Io vorrei dire una cosa che si deve fare. Procurarsi del cibo da soli».

Matteo: «Usare il fiume: costruiamo una barca che fa da autobus, lungo il fiume». Si tratta di una barca senza motore.

Samuele: «Se vuoi tagliare le piante, nel caso metti la piantina nuova». Un bambino aggiunge che si potrebbero piantare dei frutti. Inoltre si potrebbero tagliare «le piante morte, cioè quelle che non stanno più bene». Martina precisa che «gli alberi danno ossigeno e puliscono l’aria». Martina (III) dice che dovremmo «usare meglio l’acqua e il cibo e non sprecarlo»; non buttare via il cibo, in questo mondo invece sprechiamo tanto. Filippo suggerisce inoltre di «usare i torrenti per fare energia elettrica»; si aggiunge l’idea di un mulino, da fare con gli alberi (e dopo si ripiantano gli alberi).

«Potremmo tipo filtrare l’acqua se è un po’ inquinata e prendere da bere», propone Letizia.

Martina (II): «Poi una cosa che si deve fare è fare una casa».

«Poi abbiamo una specie di barriera con i buchini, così gli oggetti grandi che inquinano non vanno in mare e li raccolgono e li buttano»: la barriera si fa alla fine del torrente («o va bene [anche] in qualsiasi pezzo), per impedire che eventuali rifiuti passino dal mare al torrente.

Davide: «Usare il torrente per bere l’acqua».

Filippo (III): «Io volevo aggiungere una cosa che aveva detto mi sembra Cristian di II. Quel muro che vorrebbe mettere in fine al torrente: si potrebbe fare un tubo che manda l’acqua, ma sopra al livello del mare». Filippo (III) è qui preoccupato del fatto che l’acqua del torrente possa uscire verso il mare, senza provocare inondazioni nel paese.

Mattia dice: «Anche se non tagliamo gli alberi, piantare piante come l’orto, le carote, i campi di grano, che dopo possono essere macinate per fare la farina al mulino».

«Poi il cibo si può fare anche il miele o con delle erbe [selvatiche]».

Mae fa notare a tutti che «potremmo anche usare gli animali, come magari la capra o la mucca, per fare il formaggio». Sembra un’isola basata sull’agricoltura e sull’allevamento.

Sebastiano: «Per procurarci il cibo possiamo fare come i pellerossa, cioè cacciare gli animali». Lorenzo R., lì vicino, subito mostra un po’ di disaccordo. Elisa, di seconda, intanto aggiunge che «possiamo costruirci un acquedotto e una fattoria, perché almeno teniamo tipo le mucche le capre, poi a volte le mandiamo al pascolo».

Letizia: «Praticamente se ci sono animali pericolosi, possiamo fare delle case sugli alberi».

Martina (III): «Io direi di fare la raccolta differenziata, così l’inquinamento è meno».

Davide (III): «Pensando agli animali, quelli che sono più anziani si usano per il mangiare». È d’accordo con l’idea di Sebastiano di andare a caccia, «però semmai dopo [si fa attenzione] al riprodursi degli animali». Come nel caso degli alberi che vengono tagliati, anche nel caso degli animali che vengono cacciati occorrerà fare attenzione al ritmo della loro generazione: così i bambini mostrano di volersi inserire nell’isola senza trascurare (e soprattutto senza sconvolgere) i cicli della vita complessiva della flora e della fauna lì presenti. Si tratta di un’attenzione che raramente viene elaborata in modo così articolato e con tanta insistenza, anche se l’esigenza che i bambini qui sollevano è diffusissima ovunque nelle utopie immaginate nella scuola primaria.

Paolo Co.: «Non bisogna costruire armi». Tutti si dicono d’accordo. «Ma come si fa allora a cacciare?», chiede qualcuno.

Federica: «Secondo me non si dovrebbero cacciare gli animali, perché comunque si può ricavare altro cibo, tipo il latte dalla mucca, e poi anche loro hanno diritto di vivere come noi umani».

Marta: «Volevo rispondere alla domanda delle armi. Te puoi costruire delle lance per cacciare, o degli archi». Insomma, armi che non siano da fuochi.

Andrea: «Potremmo costruire delle trappole per catturare gli animali feroci e non quelli buoni: così gli animali feroci li mangiamo». Le trappole sono un’altra alternativa alle armi.

Samuele: «Ma ad esempio potremmo avere, hai presente gli alberi di cocco? Alcuni bevono l’acqua di cocco».

Lorenzo R.: «Io dico di lasciare anche gli animali feroci, perché va bene che dobbiamo fare vivere gli animali buoni, ma anche quelli feroci, perché tipo se c’è un orso, gli altri orsi vedono che lo cacciamo, allora gli altri orsi si arrabbiano e vengono ad attaccarci. Non è una buona idea». Si tratta di un’ipotesi relativa ad una conseguenza delle nostre azioni.

Daniele: «Pensavo di costruire canne da pesca per pensare. Poi nel mare magari attorno all’isola magari c’è uno squalo: lo possiamo pescare così non mangia gli altri pesci». Sul pescare sono tutti d’accordo.

Ma c’è Martina (II): «Perché scusa, perché non dobbiamo prendere gli animali sulla terra e invece dobbiamo prendere quelli dentro al mare?». Martina (II) richiama così l’attenzione sulla coerenza nelle scelte da fare a proposito degli animali.

Mattia: «Potremmo costruire delle macchine elettriche, perché si fa ancora meno fatica della bicicletta e non inquinano». Letizia aggiunge un riferimento all’energia solare. Poi Mae torna alla questione degli animali: «Sono tutti animali: gli animali feroci e quelli che stanno nell’acqua, sono tutti animali: si può magari [pescare] qualche pesce, però [non dimentichiamoci] che sono tutti animali».

Martina (III): «Io direi che la violenza non si usa mai, perché così dopo ne risentiremmo noi». Se faremo violenza, ne risentiremo. Perché? «Perché magari adesso uccidiamo animali non solo per mangiarli, ma anche per gioco… uccidiamo gli animali, poi dopo quando abbiamo bisogno di questi animali non li avremo, perché noi li avremo uccisi primi. E poi se noi possiamo vivere, perché loro non possono vivere?».

Davide: «Conoscere bene le piante selvatiche per poi mangiare frutti selvatici».

Samuele: «Però dovremmo fare anche un po’ scorte, perché ad esempio i pesci fanno una settimana o due si accoppiano… e quindi anche in questo periodo si accoppiano e si trovano sempre molte uova; perciò dobbiamo fare dopo l’accoppiamento». Qui dunque si tratta di conoscere, studiare i cicli della natura.

Amin: «Potremmo addomesticare gli animali».

Filippo dice «di pulire un po’ i boschi, scoprire un po’ gli alberi: alcuni si potrebbero anche usare per fare qualcosa, così almeno il paesaggio è un pochino più bello e si può vivere meglio». Qui Filippo mette insieme la bellezza del paesaggio e la possibilità di vivere meglio. Ma cos’è il paesaggio? Filippo dice che «è qualche casa sparsa nei boschi, intendevo: perché gli alberi se non hanno sole non possono fare frutti e quindi io direi di tagliare un po’ di piante ma non troppe, per dare spazio [agli stessi alberi]».

Elisa: «Costruiamo qualche cosa di utile per l’ambiente, così non lo facciamo soffrire e viviamo anche meglio poi». Martina (II): «Una casa possiamo costruirla con la paglia, dei sassi…».

Mi viene qui in mente l’incontro con la maestra di MARACALAGONIS, in SARDEGNA, che mi ha parlato della sua passione per l’auto-costruzione ecologica… Iniziamo così a pensare dove si andrà ad abitare sull’isola e come.

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

«Divise, molto divise», dice qualcuno. Sono già stati esclusi i palazzi alti alti.

Matteo: «Ognuno può costruire una casa che gli piace di più: ad esempio se uno ha paura dell’altezza e degli animali feroci, potrebbe costruirsi una casa con delle difese esterne; oppure, se uno non ha paura dell’altezza, potrebbe costruirsi una casa sull’albero». Aggiunge poi che si dovrebbe costruire sparsi per l’isola, come si vuole.

All’improvviso torna la questione degli animali, con Cristian: «Non dobbiamo uccidere gli animali; potremmo anche nutrirci di frutta e verdura». «Ma noi dobbiamo anche crescere e svilupparci!», interviene Samuele. Paolo Co.: «Però dobbiamo anche mangiare la carne, perché altrimenti non abbiamo abbastanza forze». Paolo: «Secondo me bisogna mangiare la carne, perché sennò non si cresce bene; non si può mangiare solo verdura».

Davide torna alle case: «Le case si possono costruire o col legno o con la pietra, per non inquinare».

Filippo (III): «Io direi di farle massimo tre o quattro chilometri dal torrente, con l’idea di una specie di nave autobus, [e la distanza] si fa a bici o a piedi».

Martina: «Io direi che oltre a costruire le case per abitare noi, direi di costruire cliniche per gli animali e ospedali per le persone che non stanno bene». Aggiunge che «le case andrebbero fatte vicine, almeno possono abitarci più abitanti [nell’isola]». Andrea: «Direi che possiamo fare dei piccoli paesi, non troppo distanti, non troppo vicini».

Ancora una volta, Andrea propone una specie di via di mezzo tra le idee che stanno venendo agli amici (come prima le trappole, una via di mezzo tra la presenza e l’assenza di armi per la caccia). Letizia aggiunge che «si potrebbero usare però dei medicinali», e pensa alla possibilità che siano presenti serpenti velenosi. C’è chi aggiunge: «Anche se noi facciamo le case più lontane di quattro chilometri, facciamo l’acquedotto e l’acqua va a distribuirsi nelle case», precisando che sarebbe meglio fare dei piccoli paesi sparsi nell’isola, con dei pozzi.

Federica: «Secondo me dovremmo fare una striscia di case in riva al mare, ma anche abbastanza dal mare, perché sennò se arriva un’onda forte le ricopre; però dovremo lasciare anche spazio alla natura, perché devono crescere anche gli alberi ed è giusto che abbiano il loro spazio». Federica immagina una fila di case con vista sul mare, vicino alla spiaggia: approfittiamo di essere su un’isola e lasciamo spazio agli alberi, insomma!

Mae: «Possiamo fare due o tre paesini: se arriva un animale feroce dobbiamo stare tutti insieme per proteggerci». Martina (II): «Io mi metto in una parte dell’isola, poi il secondo che arriva sull’isola può decidere lui se vivere vicino a me o andare lontano da me». Il consiglio di Martina comunque è quello di «stare all’inizio un po’ vicini, perché…», «l’unione fa la forza», suggerisce qualcuno; «dobbiamo stare un po’ vicini, all’inizio stiamo insieme perché all’inizio abbiamo un po’ paura che ci sono degli animali che ci possono fare del male: quindi all’inizio abbiamo un po’ paura, dopo magari ci potremmo staccare un po’ perché decidono loro così». Dunque, Mae e Martina mettono in evidenza che il bisogno di proteggersi reciprocamente e la paura tendono a unire, a portare alla costruzione di villaggi.

Matteo: «Sulla pesca: potremmo fare degli allevamenti di tonni o di altri pesci», tornando al problema del cibo.

Cristian: «Se troviamo un animale nuovo che ci fa paura, potrebbe anche essere che non ci fa niente: chi l’ha detto?».

Elisa: «Costruiamo un ponte sul ruscello, perché così se uno abita di qua e uno di là e si conoscono e vogliono vedersi, non possono perché c’è il torrente; invece con il ponte possono camminare e incontrarsi». Ricordiamo SIMMEL…

Lorenzo: «Se c’è un animale feroce, anziché fare delle case, non possiamo fare un’unica casa grandissima con un’unica stanza con un unico letto, così se c’è un animale feroce ce ne accorgiamo subito tutti e possiamo proteggerci?». Con una motivazione insolita compare così, anche qui, un’idea che attraversa alcune utopie di bambini: quella di un’unica casa per tutti, in cui vivere tutti insieme. In questo caso però si tocca il punto massimo dell’unione ipotizzata in tutte le altre utopie: l’idea che qui affiora è non solo di un’unica casa, ma di un’unica stanza con un unico letto. Si tratta di un’alternativa molto forte sia alle case sparse, sia ai piccoli villaggi sparsi per l’isola.

In prima battuta, l’ipotesi della grande casa piace a 10 bambini, mentre sono in 10 quelli che proprio non la vogliono. L’idea dunque divide esattamente a metà la classe! Non c’è maggioranza, neanche di un punto. Se continuassimo a parlarne, però, le idee potrebbero cambiare.

Vediamo alcune motivazioni. Paolo dice che l’idea non va bene, «perché sennò magari c’è uno che ti dà fastidio; uno vuole uscire, uno vuole fare le feste e l’altro legge e dice: “No, smettetela di fare la festa!”, e non si possono più divertire». Amin: «Tipo uno vuole guardare un cartone, l’altro un film e fanno una confusione e non riescono a stare d’accordo». Martina (III): «In quella casa non si è mai d’accordo… se uno vuole fare una cosa e l’altro no e l’altro sì… [in tanti nello stesso posto] non saremo mai d’accordo».

Letizia: «Per andare in bagno: se c’è un solo bagno dobbiamo fare una fila lunghissima».

«Se aumentiamo gli oggetti in quella casa, forse si potrebbe anche vivere; se aumentiamo le stanze potremmo anche andare d’accordo», dice un bambino. Quanto ai bagni, nella scuola ce ne sono abbastanza per andare con poca fila o addirittura senza. Una maestra di matematica potrebbe aiutarci a calcolare come cambierebbero le file aumentando i punti a cui si può andare (che siano bagni, giochi o altre cose).

Mae: «Io pensavo: facciamo sempre la casa grande, ma magari la dividiamo in tante stanze, in cu magari ci stanno due letti, così per ogni famiglia un letto e magari riusciamo a tenere dentro [tante persone]». In questa casa ci sarebbero anche degli spazi in comune, di tutti. «Li dividiamo in camere così se uno vuole fare la festa la fa nella sua camera e nessuno si disturba attraverso il muro…»; «se noi stiamo in un’unica casa e stiamo tutti insieme, l’unione fa la forza».

Qualcuno dice: «è come avere un paesino tutto dentro, tutto vicino», «come un paese racchiuso tra le mura». Un bambino cita Anghiari, tutto raccolto entro mura. «Ma non è detto che ti godi il paesaggio se è tutto chiuso nelle mura», dice un bambino.

Ecco un’immagine di ANGHIARI
dal sito http://www.valtiberinaintoscana.it/anghiari

anghiari

Daniele: «Però se come ha detto Lorenzo facciamo una stanza unica, a parte che c’è confusione, dopo se magari uno si ammala di una malattia contagiosa, uno contagia l’altro e è un casino».

Federica: «A proposito di questa casa, potremmo fare un albergo, dove ogni persona ha il proprio bagno e la propria stanza e la propria cucina… in tutte le camere». Lorenzo a questo punto dice che queste modifiche alla sua idea non vanno bene: «No perché se dobbiamo difenderci dobbiamo andare a svegliare tutti e ci vuole tantissimo: magari quell’orso si avvicina troppo e uno non ci crede e vuole continuare a dormire…». È un grande problema. Qualcuno suggerisce l’allarme.

Letizia ha detto che bisogna godersi il paesaggio: «se tipo c’è… se costruiamo mura intorno alla casa [al paese] non vediamo più niente, si vede tutto grigio; senza mura potremmo vedere il tramonto…». C’è chi dice che a Milano non si gode il paesaggio per i tanti grattacieli. I grattacieli forse sono parte del paesaggio – non tutti sono d’accordo – ma «è più bello vedere le montagne, il tramonto…». «Là è praticamente tutto grigio». «Non sono paesaggio [i grattacieli] perché sono stati costruiti dall’uomo».

Filippo: «Potevamo fare una grotta un po’ sopra alla montagna, per fare che gli animali non attacchino nessuno, [dove] non ci sono animali pericolosi, e costruire attorno alla terra, almeno non crolla la parte alta dell’isola; [facciamo] una specie di casa interna, come una grotta».

Amin: «Ma bisogna tagliare molti alberi per fare una casa grandissima; poi fa male alla natura anche».

Incontriamo qui un altro problema di matematica e geometria: serviranno più alberi per fare una grande casa per tutti o per fare tante casette… che abbiano insieme lo stesso spazio: «è la stessa cosa», dice subito qualcuno; non è la stessa cosa, dicono altri.

Siccome si parla di case in relazione ai pericoli, a Paolo viene in mente che bisognerebbe avere delle armi da caccia, perché «cosa si fa se entra un lupo in casa?». Qualcuno però dice che con le armi «si potrebbero colpire i propri compagni»: dunque, vanno evitate.

Davide riprende la discussione sulle abitazioni, pensando a una casa grande come un albergo con dentro altre “case”… come se fossero appartamenti dei vari abitanti. Una casa fatta di minicase. Martina (III): «Io direi di non fare questa casa grossa perché prima abbiamo detto che dobbiamo lasciare spazio alla natura: se costruiamo questa casa grandissima, vuol dire che la natura non ha abbastanza spazio; invece se costruiamo delle case piccine e raggruppate, è meglio».

Letizia: «A me piace la casa grande, ma non mi piace quella [idea] del letto: perché magari uno in mezzo sente tanto caldo [con la coperta] e chi è a lato ha freddo». Lorenzo inizia a essere in dubbio: su questo punto c’è una difficoltà… «allora facciamo un albergo con un allarme», dice Lorenzo, riprendendo un’idea di Letizia. L’idea di Lorenzo è piaciuta a Letizia, che però ha fatto un’obiezione che ha fatto cambiare idea a Lorenzo.

Federica, per vedere fuori, suggerisce di costruire grandi finestre e terrazze, per godersi il paesaggio. Mae: «A proposito di grandi finestre, magari possiamo fare un tetto a cupola che si può aprire…», «per vedere le costellazioni»… Un tetto che si apre e che permette di vedere il cielo. Iniziamo così a immaginare anche edifici diversi da quelli a cui siamo abituati nei posti in cui abitiamo. Il paesaggio da godersi è anche sopra: il cielo stellato fa parte del paesaggio, secondo Mae: «è più bello vedere il paesaggio naturale che vedere il paesaggio artificiale». Anche quello artificiale è paesaggio.

Matteo: «Ma se visto che la grande casa è nata per il problema della sicurezza, potremmo fare un paesino di case tutte mimetizzate nel paesaggio, così siamo al sicuro».

Martina indica alcuni problemi che potrebbero nascere se mimetizziamo la casa anche all’interno… dovremo fare in modo di riuscire a distinguere un bicchiere da un armadio…

Vediamo ancora una piccola votazione, sulla casa grande per tutti nello stile dell’albergo di cui si è parlato: 8 voti. Soltanto 2 restano sull’idea della casa grande con una sola stanza e solo un letto per tutti. Gli altri 10 preferiscono l’idea di un villaggio raccolto.

Martina (III) dice: «Se arrivano altre persone, non ci stanno dopo; perché noi ora siamo in tanti e se arrivano altre persone non ci stanno. Devono costruire delle case piccole [che si aggiungono] alla casa grande».

Letizia: «Potremmo fare due case grandi, una su una parte del ruscello, una sull’altra parte; almeno possiamo goderci il paesaggio, mentre se una è davanti e l’altra dietro non è bello. Una la usiamo per chi arriva…».

Regole: quali fare e cosa fare con chi non le rispetta

In generale bambine e bambini presenti concordano sull’esigenza di leggi.

Sebastiano: «Uccidere pochi animali».

Lorenzo: «Non uccidere gli animali per gioco e chi lo fa va in prigione».

Elisa: «Non avvelenare gli animali tipo le api, perché potrebbero morire, e le api ci fanno dei favori, impollinano i fiori». E fanno il miele. Facendo male agli animali ci priviamo dei favori che ci fanno.

Cristian: «Si rispettano sia il paese, gli animali e le persone».

Marta: «Si rispetta la natura».

Martina (II): «Dobbiamo cercare di non tagliare tanti alberi, però un po’ si possono tagliare».

Matteo: «Si cerca di non litigare mai e non usare le armi contro gli amici».

Mae: «Facciamo la raccolta differenziata e cerchiamo di non inquinare».

Federica: «Non uccidere gli animali con cui possiamo ricavare cibo [es. mucca, capra]».

Daniele: «Uccidere pochi animali».

Mattia: «Chi va e taglia un albero deve anche piantare un’altra pianta». I semi si prendono dai frutti degli alberi.

Letizia: «Possiamo fare che saranno dei giorni di scuola fino a giovedì fino alla prima parte della mattina, e si torna nella grande casa; ma la scuola si fa all’aperto».

Andrea: «Non inquinare l’ambiente e costruire tutte le case e i mezzi di trasporto con i materiali che troviamo sull’isola, tipo i sassi».

Martina (III): «Non sprechiamo il cibo e l’acqua che abbiamo adesso, che se la sprechiamo adesso magari dopo non ce l’abbiamo più».

Paolo Ca. e Co.: «Non rubare…».

Davide: «Non usare la violenza».

Samuele: «Non inquinare».

Amin: «Non costruire armi da fuoco».

Filippo (III) invita a costruire cose per fare sport, ad esempio qualche campo e qualche corso di qualche sport abbastanza… per esempio il basket, la pallavolo, il calcio, il nuoto. Insomma, ci vogliono strutture sportive. La regola è: «Se vuoi uccidere un animale, però devi aspettare che si riproduca».

Pensiamo ora a un’altra questione. Nell’isola si sta molto attenti alla natura, a stare bene, alle conseguenze delle azioni che facciamo… ma allora perché nei posti in cui viviamo spesso non ci sono questo rispetto e questa attenzione? Almeno, non così tanta come i bambini ne stanno usando in quest’isola. Samuele: «Perché l’uomo cerca di modificare l’ambiente e di mettersi sempre più a suo agio». La ricerca dell’agio può fare rovinare l’ambiente. Elisa: «Tipo perché se tu sei ricco e sei abituato all’ambiente tutto brutto e grigio, tu vorresti ancora quel posto lì». Insomma, ci si abitua se si è ricchi… Martina (II): «Noi lo inquiniamo così perché ci serve… ci serve la carne, ci servono le case separate; ha deciso così una persona, non noi. Però alcune case le abbiamo insieme: gli appartamenti». «Però la potremmo anche chiamare l’isola dei bambini quella», dice Letizia «e andremmo ad abitare solo noi bambini».

Mae: «Però io pensavo alla casa grande,… se ci serve una scuola, potremmo farla a due piani: il piano di sopra c’è dove dormiamo, il piano di sotto c’è la scuola dove ti insegnano anche qualche sport». Si potrebbero fare anche lezioni notturne a scuola, di astronomia, andando a vedere gli astri: così suggerisce Letizia. «Possiamo dormire di giorno e stare svegli di notte come i gufi!», suggerisce qualcuno. Paolo Ca.: «Nella casa grande dove dormiamo può esserci anche il piano seminterrato, così c’è abbastanza buio e dormiamo lì».

Pensiamo ora a cosa dovrebbe succedere quando qualcuno non rispetta le regole. Samuele propone di metterlo in prigione. Martina (III) dice che «se qualcuno butta per terra qualcosa, si prendono le impronte digitali e si stabilisce che se un paio di volte ha buttato le cose si mette in prigione». Davide propone di mandarlo fuori dall’isola, chi non ha rispettato le regole. Un bambino suggerisce di buttarlo in pasto agli animali feroci, se ha commesso proprio qualcosa di grave. Letizia pensa a una specie di punizione: si lascia in una specie di sgabuzzino per una settimana, dove gli si porta pane da mangiare. Oppure, dice qualcuno, si fa pagare una multa. Altra idea: «cacciarlo dall’isola con una catapulta». Federica propone di fare pagare una multa e di fare raccogliere ciò che uno ha lasciato cadere [se il problema è quello di chi sporca l’isola]. Mae pensa che la prigione sia adatta per chi uccide o fa cose così gravi, mentre per chi sporca e fa cose simili va bene l’idea dello sgabuzzino. Si può cacciare invece dall’isola chi ha commesso cose gravi, come rovinare un bosco intero. Martina (II) dice che chi non ha rispettato le regole dovrebbe essere lasciato da solo, ad esempio per due orette, per pensare a quello che ha fatto, per «capire che ha fatto qualcosa di brutto che non doveva fare». Occorre «farlo molto riflettere, però non essere così cattivi di metterlo in uno sgabuzzino: metterlo per qualche tempino ma non un giorno a fare pensare cosa ha fatto di brutto». Elisa: «Possiamo dirgli che quella cosa è sbagliata e poi anche dirgli che cosa lui pensa… lui pensa che cosa ha fatto e dopo pensa ancora cosa succederebbe se gli altri facessero la cosa che ha fatto lui». Questa dunque è un’aggiunta relativa a ciò a cui si dovrebbe pensare.

Un bambino di seconda però dice: «Quando ha fatto proprio qualcosa di gravissimo non è che lo lasciamo pensare: lo mettiamo sopra un asse che magari sotto c’è uno squalo e piano piano lo abbassiamo».

«E non è giusto poverino», dice Martina (II), «perché deve avere il tempo di pensare piuttosto che senza capire morire», aggiunge Mae. Martina ribadisce: «Lo so che ha fatto una cosa di grave, che ha ucciso qualcuno; ma non è che se ha fatto una cosa grave deve anche lui morire: lo mettiamo in prigione per tanto tempo ma non è che dobbiamo ucciderlo poverino»; «se noi lo uccidiamo, diventiamo noi gli assassini, siamo noi quelli che uccidono», aggiunge Mae.

Ma un bambino ribadisce che se ha fatto qualcosa di male male «bisognerebbe darne un pezzo a ogni belva feroce». Ancora un bambino, di terza: «Se lo mettiamo come ha detto lei in uno sgabuzzino, fatto di bastoncini di bambù, poi lo leghiamo e se prova a scappare e a liberarsi gli mettiamo i lupi e se lo mangiano». Filippo suggerisce di fare qualcosa che spaventi chi non ha rispettato le regole, ma di «non spargere troppo la voce sennò tutti andrebbero via dall’isola: [si tratta di] fargli una paura, spaventiamolo molto molto, ma gli diciamo di non spargere la voce o sennò tutti gli abitanti hanno paura di noi e se ne vanno dall’isola». Ad esempio, «travestirsi da una specie di indiani e farlo spaventare così tanto che dopo non lo fa più, perché sa le conseguenze». Amin condivide l’idea di spaventare chi non ha rispettato le regole con finti dinosauri che gli vanno addosso. Cristian richiama una «vecchia punizione», le orecchie da somaro: gli altri lo prenderebbero in giro e qualcuno dice che «noi lo abbiamo deriso e lui si arrabbia». Quella persona potrebbe peggiorare e volere vendetta. Mae: «Se noi lo uccidiamo diventiamo degli assassini; se gli facciamo paura o lo facciamo prendere in giro dagli altri, lui vuole vendetta e [l’isola] non è più un posto di pace». Martina (II): «Ma se poi lui uccide qualcuno e noi uccidiamo lui… poi dopo continua e l’isola diventa deserta».

Riprendiamo il problema di Martina (II): cosa fare per “fare capire”? Davide propone di «fargli fare dei giri dell’isola così lui [chi non ha rispettato le regole] capisce cosa ha fatto. Davide dunque aggiunge una sfumatura a quanto detto prima da Elisa, suggerendo che l’esercizio di pensiero possa essere fatto girando per l’isola. «Ma chi lo dice che lo fa?», che rimedi a quello che ha fatto ad esempio. Ci saranno delle guardie. Elisa: «Possiamo, se noi siamo scappati da un altro paese tutto brutto e abbiamo fatto una foto ricordo così per ricordarci com’era tanto brutto, lo facciamo vedere a lui e gli diciamo: “Guarda che posto diventa, poi». Si immagina qui che qualcuno non abbia rispettato l’ambiente o il paesaggio… «gli vogliono ancora ricordare di avere ricordato la terra prima; poi se inquina anche quell’isola deve andare in un’altra isola… poi in un’altra ancora», poi le isole finiranno però.

Daniele suggerisce che una punizione potrebbe essere mandarlo in giro per tutta l’isola a pulirla.

Mae riprende l’idea di travestirsi da Indiani e dice che la persona che non ha rispettato le regole potrebbe non capire chi sono questi… e andare ad arrabbiarsi e a vendicarsi con altri che non c’entrano, ad esempio gli Indiani. Un’altra bambina suggerisce di metterlo in una stanza nella casa grande, tutto solo a pensare cosa succederebbe se tutti facessero come lui. «Siccome siamo tutti in casa, vediamo se scappa o non scappa», dice una bambina. Certo, uno può sempre scappare e nascondersi e «non fai in tempo a prenderlo» (Paolo).

Un altro bambino immagina animali-robot dove mettere dentro chi non ha rispettato le regole: lì si vedono immagini di altri posti inquinati. Un altro bambino dice che lo possiamo avvertire una o due volte; alla terza gli mettiamo un collare con una telecamera che ci permette di vedere cosa fa e se commette qualcosa di sbagliato si prendono dei provvedimenti.

Marta pensa che tra tutte la sua soluzione migliore sia «farlo riflettere e fargli vedere le immagini di altri paesi inquinati».

Sul paesaggio di qui e su quello dell’isola…

Mattia: «Noi non è che vogliamo il paesaggio brutto: sono gli altri che lo inquinano, non siamo noi. Siamo obbligati ad accettarlo così perché anche se noi lo ripuliamo dopo un po’ ci sarà altra gente che lo risporca; quindi è inutile ripulirlo, tanto dopo ci sarà altra gente che lo risporcherà». Il problema è notevole, qui.

Federica: «Come ha detto Mattia, noi non vogliamo, però siamo obbligati; perché le industrie… noi abbiamo bisogno di tutto il materiale che fanno e quindi l’inquinamento si forma anche se noi non vogliamo». Qui sembra che POTREMMO MIGLIORARE IL MODO DI VIVERE INIZIANDO IN UN’ISOLA NUOVA, INIZIANDO DACCAPO… MA NON C’E’ MODO DI MODIFICARE LA QUALITA’ DEI POSTI IN CUI VIVIAMO. Ma c’è il problema dell’inquinamento in giro per il mondo che arriverebbe anche su quell’isola. Intanto però è bello pensare di «andare su quell’isola per ricominciare». Martina (III): «Come ho detto prima. Noi abbiamo costruito tante fabbriche, fabbriche e fabbriche, e adesso noi ne risentiamo [del fatto] che abbiamo costruito tante fabbriche». Noi ne risentiamo, «perché c’è lo smog».

La domanda è: dobbiamo davvero pensare di andare in un’isola così, per sperare di migliorare il paesaggio? Non c’è alternativa? Se mi viene voglia di non provare a migliorare il paesaggio in cui vivo, potrei iniziare a trascurarlo… allora peggiorerà anche di più, forse. Ma in natura, e non soltanto in natura, ci sono cambiamenti molto lenti in cui, a volte, piccole variazioni possono avere grandi effetti. C’è la goccia che fa traboccare il vaso, l’elastico che troppo teso si spezza… Piccoli cambiamenti, insomma, possono fare grandi differenze: questo può valere anche per chi si impegna oggi a modificare qualcosa, in meglio, nel posto in cui vive… Mettendo insieme tanti piccoli cambiamenti, forse si otterranno a un certo punto dei grandi cambiamenti.

Mattia: «Se le regole sono quelle, noi siamo d’accordo che non bisogna inquinare. Magari gli altri, quelli che abitano sulla terraferma, prendono esempio e iniziano a ripulirla». È un’idea interessante anche questa: l’isola, ciò che immaginiamo per l’isola, potrebbe diventare un esempio per chi non ci abita.

Mae propone di inventarsi un giorno della settimana in cui si esce a ripulire l’ambiente.

Martina (II): «Però non è giusto che noi andiamo sull’isola e lasciamo questo posto così tutto inquinato, perché sennò abbiamo inquinato un pezzo della Terra e ce ne andiamo così e lo lasciamo tutto sporco; andiamo e lo lasciamo così?». «Distruggiamo le fabbriche», dice qualcuno. Martina prosegue: «Dobbiamo eliminare qualche fabbrica, ma un po’ le teniamo perché ci servono, però più poche; e poi ci impegniamo a pulire molto di più e cerchiamo di mettere la carta nei posti giusti, non buttarla all’aria anche se non ci sono i posti giusti; te la tieni in tasca e a casa o a scuola la butti nel cestino». Notevole il passaggio dalle industrie alla carta che si tiene in tasca.

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Costamasnaga.

Paolo: «Ognuno dice la sua idea e dopo la fa». Ci si trova e ognuno fa ciò che ha detto. «Si fa un’idea per volta e tutti si impegnano a farla». «Un gruppetto va a fare una cosa e un gruppetto un’altra, poi ogni giorno si cambia», se ci sono idee diverse. Questo si può fare se ci sono idee diverse che non sono incompatibili: ma se un’idea esclude l’altra, quale si sceglie? Chi decide?

«Tutto il popolo, perché così si può discutere e chi ha più ragione si fa quella cosa scelta», così una bambina. Ma anche tra noi è capitato di avere diverse su molte cose. «La più vicina all’esatto [è la cosa giusta]». «Ma com’è quello esatto?», chiede Martina. Non si riesce a definirlo.

Sebastiano dice che bisognerebbe fare nell’isola come noi stiamo facendo nel gruppo: nel senso «che un giorno alla volta un pezzo di popolo si riunisce e discute [sulle cose da fare]».

«Quando le idee sono diverse forse tutti possono votare…»: se tutti votano per la stessa idea, ci sarebbe una condizione di unanimità… Ma è davvero difficile essere d’accordo tutti. Se c’è anche uno soltanto contrario a un’ipotesi, si ha la maggioranza.

Mattia: «Però se 50 votano una cosa e 20 un’altra c’è una bella differenza!». Ma se 50 votano una cosa e 49 un’altra, che si fa? Sempre 50, per qualcuno; no, per altri. Ma se si hanno 50 sì e 50 no… nessuno vince e tutti insieme decidono. «Si ragiona e si capisce», dice un bambino. «Si ragiona e quelli che hanno detto no magari capiscono che l’altra cosa è più giusta». Ricordiamo cosa è successo nella nostra conversazione a proposito di come si abita sull’isola.

Mae: «Io sto ancora parlando di quella cosa dei grandi… Noi diventiamo adulti poi: non è che se è l’isola dei bambini e abbiamo stabilito che gli adulti non ci possono stare, i proprietari dell’isola diciamo dovrebbero essere cacciati via». Abbiamo però visto su questo punto che il problema non sono gli adulti in sé, ma gli adulti educati male o abituati male: gli adulti cresciuti lì possono stare… Si pensa che gli adulti potrebbero restare qua, nel mondo normale, e ogni tanto venire in visita all’isola, nei weekend.
Federica: «Le persone che devono prendere le decisioni per me sono gli anziani che sono i più saggi, che trovano un’idea tra loro e vedono se va bene anche agli altri abitanti dell’isola».

Ma i bambini tengono un ruolo nel prendere le decisioni? Nella scuola e in quelle cose che li riguardano. Ma sull’ambiente e su altre cose gli anziani prenderanno decisioni.

Martina (II) fa un passo indietro e mette in relazione l’utopia che stiamo immaginando (un luogo in cui vivere bene, lontano nello spazio da noi) con il futuro: «Quello che abbiamo detto di quella casa grande è molto strano, ma può darsi che siamo nel futuro lì… perché se continuano così [a costruire] tante case, purtroppo non possiamo più vivere qua».

Elisa, sul governo: «C’è un problema: se i grandi non possono starci lì, allora gli anziani…». Elisa, ricordiamo, aveva delle difficoltà ad ospitare gli adulti sull’isola in modo stabile. Paolo: «Io metterei un anziano come il capo degli anziani, un adulto come capo degli adulti e un bambino come capo dei bambini».

Un’altra idea, di una bambina: «Ognuno di noi può fare quello che vuole seguendo le regole che abbiamo messo. Bastano le regole. Sennò se uno governa e uno dopo vuole fare qualcosa di sbagliato, può avere [chi fa qualcosa di sbagliato] una punizione più brutta di quella che abbiamo detto noi per chi sbaglia qualcosa». Qui la bambina ipotizza che si possa vivere senza un governo, basandosi sulle leggi fatte inizialmente dal popolo dell’isola: chi governa potrebbe fare cose diverse da quelle stabilite inizialmente nelle leggi. Chi governa ad esempio potrebbe dare punizioni più brutte di quelle che abbiamo deciso noi. Come tenere sotto controllo il governo?

«Però i capi devono aiutare quelli che non sono capi», dice un bambino.

Mattia: «Secondo me non è giusto che ci sia un capo dei bambini, un capo degli adulti e un capo degli anziani. Perché se c’è un capo dei bambini, se agli altri bambini non va bene quello che dice, sono obbligati perché è il capo che comanda. E dopo se la decisione dei bambini è più giusta gli adulti prendono in giro i bambini e dicono: “guarda che secondo noi non è giusta” e quindi dopo vanno a comandare gli anziani». Alla fine gli adulti vorrebbero comandare i bambini.

«Gli adulti potrebbero sottovalutare quello che diciamo noi», dice Martina (III), «perché noi siamo più piccoli di loro».

Mae: «Ma qualche adulto di sicuro di deve essere, perché se noi abbiamo inventato la scuola non è che possiamo fare noi i maestri, se siamo anche gli alunni. Poi anche la palestra: non è che siamo insegnanti, non è che siamo noi, noi dovremmo sempre essere gli alunni».

Martina (II): «Direi che tutti insieme decidono: tanti dicono delle idee, poi le mettono insieme e cercano un’idea che va bene per tutti».

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Prima votazione, prima ancora di parlarne: 13 dicono che gli adulti potranno venire senza problemi; 5 dicono che non dovrebbero venire, mentre ci sono 2 indecisi. Un bambino spiega di avere detto di sì: «visto che è l’isola dei bambini dobbiamo costringerli a non cambiare l’isola», «sì ma potrebbero anche sporcarla l’isola…» «e infatti stavo dicendo questo: che possono venire qualche volta a piacere, ma che non cambino l’aspetto che abbiamo fatto noi dell’isola». Filippo dunque mette in evidenza questo aspetto, mentre Amin teme che gli adulti possano sporcare l’isola. Elisa ha dei dubbi sulla presenza degli adulti, «perché gli adulti a volte sono loro che inquinano di più che i bambini; se dopo ci inquinano anche questa isola, non ce ne sono più e dove andiamo». Martina (II), invece, ha detto sì «perché magari fanno invece che… le case le fanno separate, tutte lontane, e magari incontrano un animale feroce, vogliono proteggerlo il loro bambino». Dunque, c’è l’esigenza di protezione da parte degli adulti. A proposito di ciò che ha detto Elisa, Martina dice che è vero, «però devono anche stare su con i loro figli, perché sennò dopo… devono proteggerli se sono soprattutto piccoli; e poi dopo sono trsti perché è l’unica cosa della loro vita: ci sono anche altre cose belle, però quella è la più importante per i genitori». Forse per i bambini sarebbero disposti a cambiare anche comportamento rispetto al solito, «perché sennò dopo devono cambiare isola».

Federica: «Secondo me i genitori ci devono essere perché sono le persone che ci danno le regole e ci procurano da mangiare e quindi sono molto importanti per noi bambini e quindi devono esserci».

Daniele: «Ho detto di sì perché tutto quello che abbiamo detto, se lo vogliamo realizzare, servono gli adulti». A chi ha dei dubbi, Daniele dice che non vanno cacciati via, però «fare da una parte una casona dei bambini, dall’altra parte una casona degli adulti e lì devono cercare di fare meno cose possibili inquinanti».

Mattia: «Gli adulti ci devono venire, però se gli adulti sono abituati a vivere qua e iniziano a inquinare non li facciamo più stare… magari quando ritornano sulla terraferma iniziano a ripulirla e loro danno esempio ad altri adulti e così dopo magari si può migliorare la vita nel nostro mondo».

Andrea crede che possono venire, «perché poi anche senza adulti non possono esserci più bambini; restiamo solo quelli che sono venuti per primi». Qualcuno propone un piccolo collare per gli adulti che sporcano che dà una piccola scossetta quando lo fanno.

Letizia dice di sì perché «gli adulti ci dovrebbero istruire perché se tipo dobbiamo fare cose difficili ci servono; e poi sia per l’ospedale che c’è sia per calcoli difficili sono necessari».

Martina (III): «Ho detto di sì perché non possiamo stare noi bambini da soli, perché penso che noi sporcheremo da soli senza i genitori che ci dicono cosa dobbiamo fare». A volte anche i bambini buttano per terra le cose anziché nel cestino. Anche se si mette la regola di non sporcare tanto.

«Però noi sporcheremo di più, senza i genitori che ci dicono “raccoglilo, mettilo nel cestino”».

«Ce ne sono alcuni che non sono sporcaccioni e non buttano i rifiuti per terra» (Martina III): dunque gli adulti non sono tutti uguali. C’è chi è indeciso.

Un altro bambino dice che chi sporca andrebbe messo «in una stanza digitale in cui si vedono tante immagini successive di città inquinate, di inceneritori, di fabbriche… per due giorni e poi farlo uscire». Così Davide. Che effetto avrebbe uscendo in un’isola bella? Sarebbe una specie di shock… «[uscendo] un abitante gli dice di raccogliere le cose [che ha buttato] e come per magia va a raccoglierlo».

Altro scambio di battute: «Magari possiamo farli parlare con una psicologa, agli adulti, e [così] magari cambiano idea». «Ma chi ci assicura che quella psicologa non sporca la terra?». «Ma lei avrai studiato».

Mae: «Ma pensate: poi anche noi diventeremo adulti su quell’isola, quindi non potremmo più stare [se impediamo agli adulti di starci]». Sebastiano dice però che chi cresce lì sarà migliore. Marta: «Volevo dire anch’io la stessa cosa: se noi cresciamo lì ci abituiamo dopo a non sporcare l’isola e quindi dopo quando saremo grandi non la sporcheremo»… «e noi lo insegneremo ai nostri figli e in quest’isola è improbabile che si inquini molto», prosegue Mae.

Gallerie

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

Cristian: «Si aspetta che attraccano e vedere bene chi sono…».

Marta: «Secondo me invece dato che è molto probabile che non li conosciamo è meglio prendere delle precauzioni». Per esempio, «fare una barriera intorno alla casa e proteggerci».

Daniele: «Dovremmo accoglierli chiedendo cosa ci fanno qua».

Filippo: «Se era notte potremmo mimetizzarci con il buio: mettiamo un tendone molto grande, alziamo un lunghissimo tronco per montarla sull’isola con [un cartello con] una freccia che sarebbe una specie di cartello: “Isola dei bambini”». L’obiettivo è quello di mimetizzare l’isola: la freccia serve a indicare una direzione falsa per l’isola… Ma forse, dice una bambina, loro non vogliono andare verso l’isola dei bambini ma verso un’isola qualsiasi.

«Magari per loro va bene anche lì: se vedono un cartello piantato vedono che c’è un terreno».

Paolo Co.: «Ma potremmo andare con qualche cortello o arma, li proviamo a spaventare con qualche freccia».

Davide: «[Dobbiamo] accoglierli con le provviste e un tendone».

Martina (III): «Se loro si fermano nella nostra isola, io li ospiterei e se vogliono fermarsi gli diciamo che possono e gli facciamo delle case anche a loro: anche a loro una casa grossa come la nostra».

«Ma se noi prendiamo le armi, tipo le frecce e quelle cose lì, non sappiamo se sono buoni o cattivi; magari hanno delle armi anche loro», dice un bambino. Il problema è questo: se gli uni o gli altri si preparano con le armi, possono apparire cattivi anche se sono buoni. Insomma: gli abitanti dell’isola si preparano con le armi e se vedono che i nuovi arrivati hanno le armi, pensano che siano cattivi e li attaccano. E se facessero la stessa cosa anche i nuovi arrivati, che non sanno cosa aspettarsi arrivando sull’isola: se loro si preparassero con le armi, essendo buoni, cosa penserebbero degli abitanti dell’isola che si sono preparati con le armi? Il rischio è che le cose vadano male anche se nessuno aveva davvero inizialmente intenzioni cattive…

Una bambina dice: «Fanno peggio se li spaventi con le armi: perché vedono che siamo con le armi e pensano: “questi sono con le armi e vogliono uccidere”; e allora magari loro prendono anche le armi e ci fanno la guerra».

Andrea: «Potremmo lanciare una freccia ma non vera… una freccia tipo di gomma e magari chiedere cosa volevano fare», mandando un messaggio sulla nave. Si potrebbe costruire un porto e parlare con il loro capitano per capire cosa volevano fare.

Marta: «Se vogliamo usare proprio l’idea del cartello, potremmo metterlo con un bastone molto lungo piantato lontano nell’acqua», o su una boa, aggiunge qualcuno. In questo caso la soluzione consiste nel mandarli via senza provare a conoscerli.

Mattia: «Non usare le armi… perché se noi lanciamo le frecce, capiscono che le frecce vengono dall’isola e vengono verso di noi». «Ma non vengono perché hanno paura», dice qualcuno.

Matteo propone di costruire un rifugio, per proteggersi se vediamo che hanno cattive intenzioni.

Elisa: «Se si avvicinano sempre di più, [gli abitanti dell’isola] vedono bene che sono un po’ malandati e si accorgono che sono dei pirati e hanno catturato molta gente, che l’hanno legata sulla loro nave: tipo loro hanno un protocollo per le emergenze, loro lo schiacciano [un bottone] per dire viene fuori tutto un tetto di cristallo che copre tutta l’isola e va giù nel mare, così loro almeno non capiscono cosa era…». Ecco comparire un’immagine che non è certo nuova nelle utopie dei bambini: una cupola, quasi una sfera di cristallo… «come una cupola», dice infatti una bambina: qualcosa di trasparente e indistruttibile che permette di essere protetti. «Se i pirati ci attaccano noi li riattacchiamo e li buttiamo in acqua», dice qualcuno. «E se sono buoni?», chiede Martina (II).

L’idea della cupola/sfera trasparente piace inizialmente a circa 10 bambini, la metà del gruppo. «Ma non possiamo cambiare l’aria, però», obietta Martina (II). «Ci si mettono dei buchini», dice Cristian.

Lorenzo dice che «se magari ci accorgiamo che sono pirati zombie, noi ci nascondiamo fino a che loro non se ne vanno». «Ma non esistono!», dice qualcuno. Oppure «visto che non sono molto intelligenti, ci nascondiamo dietro una porta e loro non ci vedono», continua Lorenzo, precisando che gli zombie non hanno cervello. «Magari sono pirati buoni», dice qualcuno. Forse quelli buoni hanno vestiti normali e gli altri hanno vestiti scuri, dice Martina di II, ma c’è chi dice che non è per forza così. Oppure: si guarda non il vestito, ma il comportamento sulla nave, per decidere se attaccare o no.

Sebastiano: «Se ci accorgiamo che sono dei pirati cattivi, io mi metterei ai posti di difesa; se non lo sappiamo, io guarderei con un cannocchiale laser, che si vede meglio, se hanno le armi [sulla nave]».

Elisa presterebbe attenzione alla bandiera. Ma qualcuno teme che possano fare cose apposta per apparire buoni e ingannarci.

Concludiamo raccogliendo alcuni voti sulle scelte compiute.

Sulle abitazioni: una casa grande per tutti con stanze dedicate alle singole famiglie (11); paesini sparsi (5); ognuno abita dove vuole (2); casa grande per tutti con una sola stanza (1).

Governo: il popolo, attraverso discussioni che coinvolgano il più possibile gli abitanti dell’isola (15); governo di pochi, oligarchia (4); governo di uno solo (0).

Sconosciuti in arrivo/Stranieri: disponibilità ad accoglierli e a conoscerli, senza preparare le armi (10);

disponibilità ad accoglierli, ma andando loro incontro con armi nascoste per eventuali esigenze di difesa (6); mimetizzare l’isola e ingannare i nuovi arrivati, mandandoli altrove (3)

Cosa succede a chi non rispetta le regole? Fare riflettere utilizzando anche immagini (relative a cosa accadrebbe se…) e giri nell’isola (14); Consegnato a belve feroci (2); Punizione in uno stanzino chiuso (2); Si trovano modi per spaventarlo (senza però spargere la voce sul modo in cui lo si spaventa) (1); Esilio, via dall’isola (1).

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