Utopia di Favara, 1 aprile 2016

Luogo: Scuola primaria, classe V C, Plesso Monsignor Giudice, IC Falcone Borsellino [IMMAGINE DI PRESENTAZIONE DA FARM CULTURAL PARK]

Data: venerdì 1 aprile 2016

Gruppo: 21 bambine/bambini

Filosofo: Luca Mori

Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.

Letture consigliate dopo l’esperienza: Voltaire, Micromega; José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, Feltrinelli, Milano 2015; Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013

In aula con me: Insegnanti Angela Milioti, Baio Liana, Amelia De Benedictis, Salvatore Crapanzano; con Amalia Iavazzo e Nadia Castronovo
Bambini: Giuseppe Karol, Graziano, Leonardo, Angelo, Giuseppe, Desiderio, Mattia, Martina, Sara, Daniele, Flavia, Chiara, Giulia, Rosario, Antonio, Calogero, Angelo, Christian, Giulia, Carla, Rachele

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Favara.

Desiderio: «Cibo». Calogero: «Verdura». Giulia: «Acqua». Desiderio: «Armi per difendersi». Leonardo: «Tenere pulita l’isola dove siamo, perché tenendola sporca poi ci trattiamo male noi stessi: perché trattando male il posto dove viviamo noi, ci trattiamo male noi stessi. Perché viviamo in un’abitazione così sporca, brutta, triste». In questo caso uno dei primi bisogni è un atteggiamento, un comportamento. Rosario: «Creare un rifugio per ripararsi». Carla: «Armonia e musica». Daniele: «La corda e qualche cosa di legno per fare una trappola». Sara parla di parchi per i bambini, da fare prendendo materiali nei boschi; «però non si può fare disboscamento», dice Daniele.
«La capacità di sopravvivere», dice un bambino.

Carla aggiunge: «Secondo me in quest’isola ci vorrebbe un posto dove persone di diversa età, soprattutto minorenni, si potrebbero riunire. Io amo tantissimo gli Scout, quindi secondo me ci dovrebbe essere un grandissimo campo scout».
Rachele: «Tenere quest’isola naturale, non farla diventare tipo con delle fabbriche. [Tenere] l’ambiente naturale». Rachele non vorrebbe nessun tipo di fabbrica, «perché se noi viviamo in un posto naturale respiriamo anche aria migliore».
«Non usarla per vantarsi [quest’isola], ma usarla per godere», dice Desiderio.
Vantarsi in che senso? «Tipo se noi scopriamo questa isola e poi ritorniamo qui e diciamo: “Noi abbiamo scoperto una isola, è bellissima!”. Ma la dobbiamo usare per piacere nostro, non per vantarci».

Rovesciamo la prima domanda. Ci sono cose a cui siamo abituati, che sono comunemente attorno a noi, che sarebbe meglio non portare nell’isola? Cose che potrebbero farci stare peggio e peggiorare l’isola?

Sara: «A volte con le macchine roviniamo anche l’aria. Se potremmo anche camminare con la bici o con qualche mezzo pubblico potremmo non inquinare». Non è detto che tutte le macchine [a motore, che fanno fumo] vadano eliminate, ma «dipende dall’uso che [gli abitanti dell’isola] ne fanno». Comunque è chiara la volontà di favorire e incoraggiare l’uso di mezzi pubblici e veicoli non inquinanti come le biciclette.
Calogero: «Togliere i telefoni perché danneggiano la vista». Notiamo che quest’ultima frase non sarebbe stata capita venti anni fa, quando non esistano telefoni da usare con lo schermo. Vediamo meglio: «Intendo che noi in questa epoca siamo sempre attaccati a questo,… guardiamo sempre il telefono… [«Whatsapp», dice qualcuno; giochi, Messenger]».

Racconto la storia di un bambino incontrato anni fa in una scuola dell’infanzia di Pisa, di cinque anni, che aveva detto di giocare molto con i videogiochi, precisando poi che sull’isola non li avrebbe voluti. Perché? «Perché altrimenti, se ho i videogiochi in casa, mi perdo tutto il divertimento fuori», aveva detto. Cosa intendeva dire? È vero che si rimane attaccati senza riuscire a smettere.
«Succede per esempio che tu stai col telefono, poi c’è la mamma che ti chiama e ti dice “Mi dai il telefono per favore”, che devi salutare la persona, poi ci stai due minuti e sempre di più, poi finisce che la conversazione non finisce mai», dice una bambina. «È vero», conferma un’altra. Non solo il videogioco, dunque, ma anche le conversazioni tengono legati allo strumento.

Nota: nel sito del Gioco delle 100 utopie, sulla questione dei telefonini e dell’uso che ne facciamo vedi ad esempio l’Utopia di Gela e l’Utopia della Val di Fiemme. Da nord a sud, il problema si ripresenta.

«Anche i giochi: per chiudere tipo la partita iniziata, devi fare qualcosa, non puoi smettere, la devi finire fino a quando perdi». Così Carla e Rachele. Succede di non riuscire a smettere neppure quando si è annoiati e si vorrebbe smettere. Carla aggiunge: «Io volevo dire che – non c’entra con i telefoni però ci potrebbe entrare – allora ci sono moltissimi bambini timidi, per esempio una bambina timida femmina vuole stare con le altre femmine; secondo me non è giusto, perché è vero che sono creati l’uomo diverso dalla donna, però secondo me potrebbero diventare più amici e avere comunque più socializzazione insieme. Io a questo ci penso, perché io ho tanti amici maschi e secondo me non è giusto che molte bambine vogliono praticare sempre la danza. Anche io la pratica è vero, però secondo me bisogna avere più relazioni tra uomo e donna [e] quindi bisogna parlare di più, anche da bambini».
Ricordiamo che Carla ha immaginato prima un luogo dove passare tempo insieme, soprattutto da bambini. Sull’isola dovrebbero esserci questi spazi di socializzazione dove stare insieme… «anche tra femmine e maschi, non c’è tanta differenza», dice Rachele.
Carla fa un altro esempio: «Metti che vorrei parlare ora faccio l’esempio con un mio amico. Metti che io vorrei parlare con Leonardo, però per esempio mi vergogno tanto e non ci voglio parlare e mi viene più facile parlare con Rachele».
«Invece – prosegue – voglio dire una cosa che facciamo tutte noi bimbe e che i maschi non possono capire e gli adulti non possono capire. Quando per esempio si è un posto dove ci siamo solo noi e ci sono le mamme, per esempio in un negozio le mamme stanno guardando le scarpe e io incontro un’altra bimba. Noi ci chiamiamo, ed è una cosa spontanea, ci chiamiamo proprio “bimba”, tipo “bimba come ti chiami”, proprio così, ed è una cosa che me ne sono accorta tantissime volte, e lo facciamo solo noi; i maschi non credo che se vedono un bambino dicono “bambino”…».
Alcuni maschi però dicono che lo fanno. Ecco dunque una dinamica di socializzazione.

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Torniamo ora alle cose da eliminare. Leonardo: «Io volevo eliminare questa cosa di Carla [detta da Carla], ma non solo la timidezza, [anche] l’isolamento, perché certe volte c’è un gruppo di maschi che escludono qualche bambino soltanto perché non sa giocare, perché non conosce il gioco…»; «… perché ha delle imperfezioni, succede qua», dice Rachele; «o tipo è più piccolo», dice Daniele.

Vediamo però la situazione: per eliminare le automobili, come suggeriva prima una bambina, si possono prendere dei provvedimenti relativamente facili. Ma come fare con la timidezza e con la tendenza a “isolare” gli altri? In questo caso sembrano delle ombre che possono accompagnarci sempre… Come si fa?

Carla aggiunge altri dettagli sulle relazioni, sui contesti che le rendono possibili e sulle trasformazioni legate all’età: «Secondo me quando una bambina nasce la devono fare crescere con i bambini, gli devono fare conoscere i bambini maschi, i maschi con le femmine; non devono stare femmine e femmine e maschi e maschi, perché per esempio io conosco… un esempio… metti che due mamme sono molto amiche e si sono conosciute alla scuola superiore… non voglio dire che è una cosa sbagliata… ma le mamme hanno due figlie e le devono fare conoscere e diventare amiche. Io sono cresciuta con una bambina che è ancora molto mia amica, però io mi sono accorta che era un’amicizia quasi perché le mamme erano amiche, ma non l’avevo scelta io l’amico. Invece ora mi sto accorgendo che gli amici me li sto scegliendo io alla mia età, quindi è un’età molto importante e difficile; come ha detto Daniele, molte volte non accettano i più piccoli, però dipende che età, perché io con quelli di prima media ci parlo molto spesso. Tra quelli di quinta elementare e prima media devo dire che c’è molta… [possibilità di parlare]».

Da tutto ciò si capisce che la gestione delle relazioni sull’isola sarà una cosa da curare con molta attenzione.

Leonardo: «Ti volevo dire ancora per quella cosa dell’isolamento, che a me è capitato… ero con il mio amico Angelo e siamo scesi giù per chiedere l’acqua a quelli delle scuole materne. E c’era una bambina messa da parte che piangeva e c’erano altre due bambine che giocavano e allora noi abbiamo chiesto: “Perché devi piangere?”; e lei ha detto: “Perché loro sempre mi isolano e non vogliono mai giocare con me, perché io sono di qualche anno più piccola”». E questo sull’isola non dovrebbe succedere. Che fare per NON farlo succedere? «Noi già abbiamo fatto. Sempre in questo caso: le abbiamo fatte parlare e abbiamo fatto giocare anche l’altra».

Sara: «Io non sono tanto d’accordo con quello che hanno detto sull’isolamento. Perché a volte può capitare che rimani isolata, ma non è che debba capitare. È vero quello che ha detto Carla… io ho un gruppo di miei amici che stanno sempre maschi e femmine, perché io a volte vedo solo le femmine uscire [tra femmine] e i maschi uscire [tra maschi]. È vera questa cosa che ha detto Carla, però non sono d’accordo su questa cosa dell’isolamento: perché è vero che a volte capita, è vero che se costruiamo questa isola non dobbiamo isolare qualcuno…».
Rachele: «Scusami Sara, però Leonardo ha avuto ragione perché se noi in questa isola noi ci mettiamo poche persone e tipo c’è una metà, molto più di una metà che gioca, e poi ci sono una o due bambine che isolano, non è giusto. Perché se noi tipo facciamo tutta la scuola e ci sei tipo solo tu e Carla che non giocate, non è giusto. Ci sono tutti che lavorano, che giocano, che fanno tutte cose e voi due che siete isolate perché avete qualche difetto o qualche cosa in meno, [non è giusto]».

Rosario: «Eliminare le sigarette perché c’è inquinamento e anche perché le persone che fumano»… possono farsi del male. A proposito di fumo, andranno eliminate tutte le industrie che ne fanno, accontendandosi di avere cose più semplici, oppure andranno mantenute certe comodità?

«Secondo me bisogna dividere l’isola e prendere proprio un pezzetto di isola dove mettere queste cose e recintarle, in modo che il fumo non inquini tutta l’isola e però che comunque ci siano un po’ [di industrie]», dice Carla. Si può fare questo recinto: «certo, perché ora non lo vuole fare, ma se l’uomo lo vuole fare, la scienza può fare tutto. Se vuole, però non lo fa».
Rachele: «Non solo con la tecnologia, così, ma anche a mano potremmo fare [le cose], così non inquiniamo». «Se noi stiamo in questa isola, questa isola è bella, c’è la natura»: dovremmo accontentarci di cose più semplici e meno resistenti, se così non inquiniamo.

Vediamo alcune idee sulle automobili:

Sì, come adesso: 0
Sì, ma con regole nuove e meno traffico: 0
No, assolutamente proibite: tutti.

C’è l’unanimità! Cosa rarissima. Vediamo sulle industrie:

Sì, come adesso: 0
Sì, ma poco con metodi “puliti”: 19
No, assolutamente proibite: 2

Ci sono Rachele e Sara che preferirebbero proibire assolutamente le industrie.
Vediamo perché. Sara: «Se facciamo queste cose possiamo inquinare anche di più, perché usare metodi puliti… io volevo eliminarle del tutto. Perché visto che abbiamo quest’isola, abbiamo l’importanza del mare e quindi possiamo usare le barche ma senza inquinare, e possiamo usare la navigazione e possiamo portare merci da altre parti e quindi possiamo sfruttare questa cosa».
Rachele: «E possiamo sfruttare anche le cose naturali, visto che su questa isola ci sono tantissime cose naturali. Quindi il mare, possiamo usare anche gli alberi…».

A proposito dell’idea di Sara: se inquinano in altri posti del mondo, per produrre le cose che noi acquistiamo, che si fa? Giuseppe: «Secondo me come commercio, bisogna farlo non come per ora, ma fare come facevano i Greci con le navi: andare in altri paesi…».
«Con il baratto», suggerisce qualcuno.

Antonio: «Torno di nuovo al discorso che aveva detto Calogero, per rimuovere i telefonini che rovinano la vista. Per aprire una conversazione si può fare anche con i fili telefonici come usava una volta». Ecco, ancora, un riferimento al passato.

Carla: «Io invece volevo dire una cosa ad Antonio una cosa molto interessante. Perché a volte utilizziamo molte volte i telefoni per cercare su Internet e navigare. Perché queste cose che noi cerchiamo non le andiamo a vedere da vicino? Perché non costruiamo anche un aeroporto nella nostra isola?». Sono soltanto in 8 a pensare che sia bene fare l’aeroporto oltre al porto: è ancora una minoranza.

«Tornando alle industrie: potremmo fare che le industrie le sposteremmo dall’isola costruendo delle conche. Costruiamo delle conche e facciamo delle industrie», dice un bambino. Conche protette da rocce attorno: «le spostiamo lì [le industrie], verso le conche», dice Desiderio. Leonardo però non è molto convinto.

Sara ora improvvisamente cambia discorso e si ricorda di una cosa di cui potremmo avere bisogno, ispirata da cose che ha studiato nella storia: «I Greci avevano dei luoghi dove facevano degli spettacoli, le tragedie. E possiamo anche noi costruire queste cose».

Rosario: «Poi ci vogliono scuole per lo studio». «Dipende che scuola è», dice una bambina: «Questa scuola non è una scuola, questa qui è una prigione».

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni? Meglio costruirle vicine (ad esempio in forma di villaggio o paese), oppure distribuite per l’isola, ognuno dove vuole?

Calogero: «Per me è meglio fare un villaggio, perché almeno stringiamo amicizia con tutto il paese».
Daniele: «Io, visto che s’è questo torrente [nell’isola, nella mappa che abbiamo] e si è detto di fare un villaggio, come facevano prima gli uomini preistorici, con questo torrente noi prendiamo l’acqua per esempio per arare i campi». Meglio il villaggio, «per coltivare qualcosa, l’orzo e il grano; così c’è sempre qualcosa per mangiare». È un villaggio basato anzitutto sull’agricoltura: «Con il torrente, se ad esempio si ha una lente di ingrandimento, noi prendiamo un barattolo d’acqua e con una lente di ingrandimento puntata noi possiamo scatenare un incendio; però se noi mettiamo nell’acqua, l’acqua dopo un po’ può diventare potabile».
Martina: «Ognuno deve avere i propri spazi, quindi ognuno… non [dovremmo fare] un villaggio».
Mattia preferisce abitare «tutti insieme in un villaggio», perché «siamo tutti assieme».
Giuseppe: «Per me tutti sparsi. Perché tipo se qualcuno preferisce il mare si costruisce la casa vicino al mare». Le preferenze sono diverse: altri potrebbero preferire il bosco o la montagna.
Angelo: «In un villaggio, se c’è un bambino che è affezionato a un bambino e sono tanto amici, fanno vicine le case e giocano sempre insieme». Potrebbe così capitare che le case si distribuiscano anche per amicizia. Leonardo precisa: «Lui voleva dire il villaggio. Il villaggio per lui va bene, perché può essere che io sono affezionato a Rosario e Daniele e noi abbiamo le case vicine: possiamo giocare sempre insieme nel villaggio, non che devi fare… [tanta strada per arrivarci]».
«Ma è un’isola, non è che sia una città così grande. Io ti direi tutti e due, perché ci vorrebbe un villaggio e case sparse, perché non è che si deve stare tutti [attaccati]», così Daniele.
Karol: «Secondo me bisogna fare tutte e due le cose: per esempio, io abito in montagna, però voglio incontrarmi con un mio amico e casomai con i fili telefonici ci parliamo e diciamo: “Andiamo nel villaggio e stiamo tutti insieme”».
Rachele: «Si potrebbero fare anche dei gruppetti: tipo ci sono dieci persone che vogliono abitare in montagna e si mettono là. Poi volevo dire, io le case non le vorrei come ora: le vorrei più naturali, tipo non con i mattoni. Le vorrei più antiche». «Di roccia» o «di legno», suggeriscono alcuni.

Alcuni adulti pensano che quando i bambini parlano di cose antiche, non sanno di cosa parlano perché non le hanno mai viste… Rachele: «Mi piacciono queste cose, quindi a volte me le faccio raccontare dai miei genitori, oppure dal mio maestro e mi piace, mi piacciono queste cose e anche le cerco: quindi appena mi metto una cosa nuova io vado a cercare e vedo com’è».

Come ne parlano gli adulti? Con nostalgia? «Rispetto a questo, mia mamma mi parla di quando era piccola e rispetto a ora era molto più bello».

Carla: «Allora, secondo me quello che ha detto Daniele e quello che ha detto Rachele è pure giusto, perché secondo me l’isola, non essendo molto grande, tu hai detto che ci saranno tantissime distese di alberi, poi l’isola può risultare anche sperduta e può fare anche paura e non è questo che noi vogliamo. Non vogliamo un’isola che deve fare venire timore: per esempio ci sono delle parti di Favara più abitate e delle parti più sperdute, che noi anche bambini non usciamo là. Noi usciamo alla strada nuova, che è una strada nuova, che fa… proprio perché ci vivono tantissime persone. È impossibile che usciamo in un posto magari dove non vive nessuno, perché abbiamo più paura. Quindi secondo me bisogna fare un gruppetto di cinque, sei case, degli amici più legati come diceva Angelo, che vivono in un posto: come dei piccoli villaggi, però sparsi in tutta l’isola, in modo che ci si può muovere e si può fare anche amicizia».

Non c’è il rischio che facendo villaggi di amici, sparsi, questi gruppetti diventano “troppo stretti”? E che magari escludano altri? Carla: «Allora, secondo me no, perché io non ho detto che comunque non si deve uscire da dove abita. Secondo me bisogna fare delle riunioni e bisogna fare un grande villaggio al centro dell’isola. Però non un villaggio di case. E poi dei piccoli villaggetti. Un giorno a settimana, mettiamo il lunedì, si devono riunire tutti e decidere dove escono i bambini e dove fare le cose, in modo tale che questo [l’isolamento] non succede. Ovviamente sempre c’è il migliore amico, perché è una cosa impossibile volere bene a tutti allo stesso modo».

Dunque, essendo impossibile volere bene a tutti allo stesso modo, ciò che qui si sta cercando è una via di mezzo tra il restare sempre uniti e il restare divisi. Forse, in tutto il viaggio delle 100 utopie, non si è mai esplorata con tanta insistenza la dinamica delle relazioni possibili sull’isola e l’ampio spazio dei tanti modi possibili per stare insieme e per socializzare.

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Sul senso della possibilità

Mi chiede un bambino a bruciapelo se ho davvero scoperto quest’isola. Ammetto di non averla scoperta e di cercare l’aiuto dei bambini per capire il da farsi, se quest’isola ci fosse e fosse possibile. Ma condivido con loro l’impressione che mi ritrovo ad avere qui: parlando con i bambini mi sembra che l’isola stia iniziando ad esistere, che sia sul punto di iniziare a esistere mentre ne parliamo.

E mi ricordo un passaggio di Robert Musil, che mi hanno fatto venire in mente anche le persone che mi hanno ospitato qui a Favara, i fondatori del Farm Cultural Park (www.farm-culturalpark.com).

«Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima […] è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o talaltra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: be’, probabilmente potrebbe anche essere diversa. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è» (R. Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino 1972, pp. 12-13).

E mi ricordo ancora, qui, un aforisma di Friedrich Nietzsche che mi era già venuto incontro a Corleone, quando i bambini riflettevano animatamente sulla differenza tra i bambini e gli adulti quanto a fantasia: «Maturità dell’uomo: significa ritrovare la serietà che da bambini si metteva nel gioco» (Al di là del bene e del male, 1886, 94).

«Quindi tu ci chiedi tutte queste domande perché se poi la scopri…», dice una bambina…

Verso il centro dell’isola

Torniamo a ragionare sulla nostra isola.
Daniele: «Al centro, se facciamo la prima parte, quel villaggio più grande, [può capitare che] a noi ad esempio ci piace di più e ci mettiamo tutti di là; e l’altra parte la facciamo rimanere vuota perché, come ha detto Carla, [rimanendo vuota] ci fa più paura. Se in quella parte dell’isola noi ad esempio ci facciamo una parte centrale e ci facciamo delle case, sarebbe più bello».

Giulia: «Io sono d’accordo con l’idea del villaggio, però per unire tutte le idee, quella di Sara di avere ognuno i propri spazi e questa del villaggio, potremmo ognuno si stabilisce dove vuole, però poi fare nel centro dell’isola una piazza dove ci si può incontrare tutti insieme».
«Per le feste! E per le riunioni, sempre piena», dice una bambina.
Sara: «Io sono d’accordo per chi dice che ci vuole le abitazioni, però Carla aveva ragione su una cosa: che a volte possiamo fare le bruttezze; ma facendo il villaggio con tante persone si possono anche creare delle liti, perché se una persona decide che il villaggio si deve fare in montagna, una in collina e una vicino al mare, si possono creare anche dei battibecchi».

Quando si decide di fare un villaggio per tutti, potrebbero esserci liti e battibecchi.

Riprendiamo quanto detto sulla paura che si può provare in certi luoghi: ciò vuol dire che i luoghi possono suscitare emozioni diverse, a seconda delle caratteristiche che hanno. La paura infatti è una delle emozioni di base.

Calogero: «Per me bisogna fare degli svaghi, ad esempio creare un campetto con le risorse che abbiamo».
Antonio: «Io sono sempre del parere di costruire un villaggio, perché tipo un giorno qualche mio parente intimo mi chiama, vuole venire a visitare il villaggio, mi chiama e c’è la stanza libera dentro il villaggio».
Rosario: «Io sono dell’idea di fare [in diversi luoghi le case sparse] come ha detto Giuseppe, però di creare chi vuole fa un villaggio, invece quelli che vogliono lo spazio si staccano e si mettono dove gli piacerebbe».
Leonardo: «Io volevo dire che ci potrebbero essere come i Romani i Giochi Olimpici, ma anche calcio e questi svaghi che potremmo fare».
Angelo: «Forse però è meglio mettere il villaggio perché, come ha detto Antonio, non sa per esempio quale casa è la tua o di quell’altro».
Sara: «La maggioranza ha detto villaggio, però loro lo immaginano ognuno come lo vogliono; cioè ognuno lo immagina per come lo vorrebbe. Per lui è un grande villaggio, per lui [piccolo]. Quello che volevo dire io è che parlando di villaggio loro se lo immaginano [in modo diverso], ma poi lo devono costruire. È vero che possiamo fare gruppi di poche persone e costruire un villaggio, però è più bello se facciamo ognuno la propria casa, perché potrebbe essere che dai fastidio alle persone attorno».
Rachele: «Io volevo dire che se facciamo un villaggio enorme e tutte le altre parti le lasciamo stare, come ha detto Carla si crea isolamento nelle altre parti, perché noi poi abbiamo paura. Quindi io direi molti villaggi e anche molti negozi, così almeno ad ogni parte che andiamo è molto abitato».

Qui notiamo una cosa che solitamente non viene evidenziata dai bambini. Utilizzando la stessa parola “villaggio” ed esprimendo la stessa preferenza, non è detto che siamo davvero tutti d’accordo, perché con la parola potremmo intendere cose diverse: potrebbe essere “grande” o “piccolo”. Ci accorgiamo di cosa intendiamo soltanto quando iniziamo a progettare e a costruire: quando incontriamo il vincolo del disegno o di una costruzione da fare insieme. Mettersi d’accordo a parole è un primo livello del compito: poi, passando dalle parole al disegno, ad esempio, potrebbero nascere molte difficoltà impreviste: perché ci accorgiamo di non avere deciso dove costruirlo (montagna, bosco, vicino al mare?), né quanti edifici realizzare, né come eccetera.

Graziano: «Se sono delle case sparse oltre i villaggi e dopo il torrente e le case sono divise, possiamo anche fare un ponte».
«Delle case di riposo», pensa Desiderio.

Votiamo ora tra le quattro idee principali affiorate finora:

– UN SOLO GRANDE VILLAGGIO PER VIVERE TUTTI INSIEME: 3
– VILLAGGIO + CASE SPARSE PER CHI VUOLE: 2
– VILLAGGI SPARSI + LUOGO CENTRALE PER RITROVARSI: 17
– OGNUNO DOVE VUOLE, SENZA VILLAGGIO: 1 (Sara, che ha argomentato i motivi per questa scelta)

Le leggi dell’isola

Si tratta ora di valutare se nell’isola ci vogliono delle “regole” oppure no. Vediamo, se ci devono essere delle leggi, quali sono le prime che vengono in mente.

Giuseppe Karol: «Le leggi ci devono essere. La più importante secondo me è mettere da parte qualche cibo per i periodi in cui non se ne trovano». Conservare il cibo per i periodi di penuria.
Graziano è indeciso sulla presenza di regole. Giuseppe: «Una domanda per farlo capire di più [il problema]: in un villaggio senza leggi, poi non ci sarebbe qualcuno che poi fa qualche… per esempio, una città senza leggi. Noi abbiamo detto che non ci devono essere macchine. Se non c’è la legge, qualcuno può dire: “Io, dato che non è che c’è la legge, [porto le macchine]”. Quindi la legge ci vuole, giusto?». Così Giuseppe mette in evidenza che le leggi servono per essere sicuri che le decisioni prese insieme su ciò che si deve e non si deve fare funzionino veramente. Sono lo strumento che rendono vincolanti per tutti le decisioni prese, in questo caso dalla maggioranza.

Carla riflette sull’isola a partire dall’esperienza del gruppo classe: «Però Giuseppe, ti posso dire una cosa. Io te lo dico… anche perché tu lo sai che la nostra classe è una classe alquanto unita. Noi abbiamo avuto dei litigi, no, noi due?, cioè in genere la classe: secondo me non è giusto che una persona deve comandare. Ora voglio dire una legge importante, che in questa classe non c’entra, però nell’isola sì. Questa per favore non vi mettete a ridere, perché è una cosa importante che penso: qualche giorno fa ho visto… un programma televisivo di due ragazzi. Io non mi vergogno a dirlo, lo sai perché? Perché secondo me è un cosa alquanto naturale. Ed era un’esibizione di Italia’s got talent di due ragazzi che condividevano e stavano insieme: secondo me è anche giusto che i maschi possano avere una relazione con i maschi e le femmine con le femmine. Noi nel nostro caso… però è una cosa importante, perché ognuno ha uno stile di vita diverso». Dunque nell’isola bisognerà che non ci siano discriminazioni per stili di vita diversi. Anche questo è un tema che non avevo mai incontrato finora nelle utopie dei bambini.

Leonardo: «Io direi anche dell’isola… la legge principale non è che non ci devono essere leggi: ci dovrebbe essere soltanto una legge e io l’ho detto: di non isolare gli altri».
Angelo: «Per me la legge più importante che ci dovrebbe essere è di mantenere pulita l’isola».
Giuseppe ritiene che non ci dovrebbero essere leggi, ma non è semplice dire perché.
Desiderio: «Non dire parolacce».
Mattia non vorrebbe leggi, come Giuseppe. Si tratta di provare a spiegare perché: «Perché con le leggi le dobbiamo rispettare». «Lui vuole dire che si può essere più liberi [senza leggi]». «Perché poi c’è qualcuno che non le rispetta».
Martina: «Non avere macchine e non inquinare».
Sara: «Il rispetto delle attività, perché a volte se in un paese come Atene… prendo Atene come esempio. Se Atene spinge solo i maschi a fare attività e non permette alle femmine di fare le attività che vorrebbero fare. E quindi dobbiamo avere delle regole uguali per tutti, perché a volte vengono trattate in dei paesi come Sparta meglio le donne e in dei paesi come Atene meglio i maschi. E infatti io volevo dire delle attività, perché a me piace cantare e qui a Favara si può, siamo uguali: le femmine possono cantare e possono cantare anche i maschi. E quindi il rispetto delle attività di tutti, come grandi e come piccoli».
Daniele: «Io nell’isola vorrei solo tre leggi. La prima ad esempio è di non fare nessun isolamento. La seconda è di rispettare tutti e la terza è di fare la raccolta differenziata».
Flavia: «Avere l’educazione». Cosa di cui non si era ancora parlato! Il diritto all’educazione e l’esigenza di educazione.
Chiara: «Di non uccidere gli animali e di uccidersi persone con persone».
Giulia: «Per me ci devono essere delle regole: rispetto dell’ambiente e stare tutti insieme».
Rosario: «Per me ci dovrebbero essere un paio di regole: rispettare l’ambiente come ha detto Giulia, frequentarsi, che non ci deve essere la violenza». Questa esigenza di non isolarsi, sottolineata tante volte… da cosa viene? Qui a Favara come stanno le cose? La possibilità di frequentarsi c’è. «C’è la possibilità, ma non tantissimo», dice una bambina. «Certe volte ci isolano», i più grandi o anche nella stessa classe. A volte si litiga tra compagni e uno può mettere tutta la classe contro gli altri.
Antonio: «Una importante tipo questa [appena detta]».
Calogero: «Per me non gettare rifiuti, non inquinare l’ambiente e anche non uccidere persone e animali».
Rachele: «No bullismo e no la cattiveria. Ti dico perché. Perché io quando a volte penso di creare un mondo tutto mio, ci penso, ci provo. E in pratica io penso che in questo mondo i genitori, tutti, siccome ci sono molti cattivi in tutto il mondo, loro si preoccupano e dicono “entra presto”, perché qualche giorno fa qua hanno torturato una bambina di dodici anni, un’altra volta di otto anni, persone extracomunitarie… e ora questa bambina e all’ospedale e infatti ora i genitori si preoccupano».

Una bambina aggiunge: «Io devo dire una cosa e poi mi fermo perché ne devo dire tante. Allora, secondo me bisogna fare sempre del proprio meglio e fare la buona azione. Ovviamente bisogna sapere pensare agli altri come a se stessi e vivere con gioia insieme ovviamente alle persone. Secondo me quello che ha detto Rachele è una cosa giustissima. Io gli extracomunitari – io non sono razzista – però non li vorrei nel mio paese perché… poi dipende chi sono… perché è successo a Favara che gli extracomunitari hanno rubato il lavoro alle persone normali. Ora tutti questi extracomunitari che si mettono là e che rubano il lavoro a noi, non è una cosa giusta, perché siamo noi che abbiamo fondato Favara e loro non possono permettersi di venire a rubarci il lavoro e a rubarci le nostre cose e le cose che abbiamo».

Poi una bambina: «Quello che detto Sara è una cosa bellissima e la apprezzo tantissimo. Quella che gli uomini e le donne devono avere tutte e due la stessa legge, però voglio dire una cosa a Sara: noi quando eravamo piccole litigavamo tantissimissimo…». «In cortile infatti c’era sempre una lite tra Sara e lei»… commenta un bambino. «E infatti salivamo sempre per colpa nostra. Sprecavamo ore a litigare». «… Non era questo il punto. Il punto è che io e Sara abbiamo un carattere molto simile e molte volte, io lo dico con tutta la naturalezza, ci piace stare al centro dell’attenzione… io voglio dire che comunque non ci possiamo lamentare noi personalmente, del nostro paese sì, ma noi personalmente delle nostre relazioni tra bambino e bambino no, perché comunque io…». E qui si inserisce una bambina a parlare di un club «per migliorare Favara», che hanno concepito: però è successo qualcosa di spiacevole, che mette in causa gli adulti.

Bambine e bambini avevano preparato dei manifesti per promuovere una loro iniziativa e poi… «mi sono offesa tantissimo perché gli adulti, appena ce ne siamo andati e l’ho visto con i miei occhi, sono andati dove avevamo messo i manifesti e li hanno presi e strappati e buttati».

«Avevamo fatto un club con la grafica pure e tutto, “per migliorare Favara”, e l’avevamo chiamato “Kids for Favara”, per aprire nuovi parchi, nuove cose… e poi appena abbiamo cominciato ad attaccare manifesti – io c’è stato un momento che mi sono girata tutta Favara per attaccare questi manifesti – e il giorno dopo ho fatto il giro andando a scuola e ho visto tutti i manifesti strappati e avevo visto qualcuno che il giorno stesso li aveva staccati… adulti». Perché? «Perché non ci apprezzano noi bambini. Io ho pensato una cosa. Anche i genitori stessi, molte volte abbiamo dei complessi, secondo me perché bisogna essere maggiorenni o minorenni? Io ho pensato che benissimo se mi lasciano fare saprei cucinare, saprei trovarmi un lavoro, con una bicicletta saprei benissimo arrivare a scuola, saprei guadagnare e fare quello che un adulto fa. Perché… perché siamo più piccoli abbiamo meno esperienza?».

Giulia interviene riprendendo il discorso sulle leggi dell’isola: «Io nell’isola mettere solo una legge, che è educazione verso gli altri, perché per me è la più importante».
Christian: «Dobbiamo rispettare gli altri perché siamo tutti uguali». Negli altri mettiamo anche gli extracomunitari? Si sentono dei “no” e un “non saprei”.
Sara: «Io volevo dire una cosa. Io qui ho scritto una cosa… avere un sindaco no, perché un sindaco a volte può scegliere delle cose che al villaggio non piacciono. Farei come ad Atene, dove c’era un gruppo di piccoli aristocratici che decidevano cosa fare ad Atene: si riunivano un giorno, per un giorno alla settimana, per fare quello che doveva farsi».

Rosario: «Io vorrei dire una cosa da aggiungere all’isola. Direi di aggiungere luoghi pubblici come ristoranti e negozi e si potrebbe anche dare un nome a questa isola».
Giuseppe: «Io volevo dire che su quello di Christian sono d’accordo. Io però gli extracomunitari ce li metterei, però solo quelli buoni». E un bambino fa l’esempio di una persona di colore che conosce e che non è «cattivo come gli altri [extracomunitari]». Qualcuno fa poi la differenza tra le persone di colore che sono «persone normali» e gli extracomunitari… «in Inghilterra hanno chiuso le mura per loro e noi in Italia dobbiamo smettere di fare il lavoro…». Si parla anche della Germania. «Ma a me mi piacciono gli extracomunitari, però quelli buoni…», dice qualcun altro.

Si tocca qui la questione dei muri, che è attualissima.
Per chi volesse approfondire su muri e mura:
www.academia.edu/8130916/Muri_e_mura_immagini_della_separazione

E se qualcuno non rispetta le leggi?

Giuseppe Karol: «Secondo me si deve [avere] la vigilanza, i vigili e i carabinieri; però come il discorso di prima [prevedeva], senza macchina… che so? In bicicletta [«o a cavallo», suggerisce qualcuno]».
E quando viene trovato chi non ha rispettato le regole?
«Fare come adesso: una multa».
Sara: «Ma lui sapeva delle leggi giusto?». Ipotizziamo di sì. La domanda è ben fatta: «O si avverte; non si fa subito la multa. Se quella è una cosa che si ripete, allora si fa la multa».
Carla: «Allora io dico che secondo me non bisogna rimproverare una persona quando non rispetta una legge, anche alquanto importante. Secondo me bisogna organizzare delle sedute che magari fanno capire a quella persona che quella regola è essenziale, che per averla scelta deve essere una regola davvero molto importante. Quindi gliela dobbiamo fare apprezzare e fare capire che per essere un cittadino è un bene fare il bene; quindi ha sbagliato come ha detto Giuseppe e quindi gliela dobbiamo fare piacere [la legge]; non dobbiamo essere severi e fare una multa perché nella nostra isola la cattiveria non esiste».

La sottolineatura qui è molto chiara: non si tratta soltando di fare capire le regole, ma anche di farle apprezzare e farle piacere.

Rachele: «Non bastano le parole. Secondo me se è una cosa di niente non bisogna punirlo, bisogna solo rimproverarlo; ma se lo fa più di una volta bisogna punirlo severamente».

Rimprovero e punizione, dunque, in questo caso. Nei gruppi che incontro in giro per l’Italia in molti mi hanno detto che per fare “capire” le parole da sole non sempre bastano, ma neanche i rimproveri e le punizioni.

Sentiamo allora Rosario: «Io dico che dipende dalla [cosa fatta]: se è [una cosa poco grave] potrebbe avere una multa, se invece lo è tanto c’è l’arresto». Quindi c’è una prigione? In 3 soltanto pensano che andrebbe costruita una prigione sull’isola.
Daniele: «Volevo dire che come noi facciamo che abbiamo le leggi, anche in questa isola, perché poi sempre le stesse leggi, si dovrebbero cambiare perché poi a un certo punto nessuno le rispetta e succede qualcosa per farle cambiare». In prima battuta la cosa non è chiarissima, ma il senso si chiarisce presto e bene: c’è il problema che, a volte, vanno cambiate le leggi se non vengono rispettate, se nessuno più le rispetta. Il problema è serio: non tutte le leggi forse sono giuste. E se nessuno rispetta una legge, si può dire ancora che c’è accordo su quella legge e che la legge va mantenuta?

«Ci sono leggi più importanti», che vanno tenute. Leggi fondamentali come quelle che proibiscono di isolare gli altri o di inquinare. Si parla allora di leggi fondamentali, che non dovrebbero essere cambiate facilmente. Incontriamo così, con l’obiezione di Daniele, una distinzione importante: non tutte le leggi sono uguali: ce ne sono alcune fatte, modificate e abbandonate facilmente e alcune fondamentali, che idealmente dovrebbero essere stabilite come non modificabili, sempre valide… o modificabili solo in modo molto cauto, con tempi di riflessione lunghi (si può qui distinguere tra leggi fondamentali di una Costituzione e altre leggi).

A proposito, per chi volesse approfondire: Le costituzioni del mondo, da leggere e confrontare: www.constituteproject.org

Sara interviene ora a proposito della prigione: «Io non la metterei, perché la prigione significa anche essere chiusi e io ad esempio per quel cittadino che non rispetta le regole non lo chiuderei mai in prigione. Perché chiuderlo in prigione vuol dire non permettergli la libertà… è se come lo facessero a voi, se vi chiuderebbero in prigione: è difficile poi per i familiari. Vabbé che è sbagliato [quello che ha fatto], ma cerchiamo di farglielo capire con le buone maniere, ma non chiudendolo in prigione».
«Ad esempio una prigione non proprio tutta scura, tutta al chiuso, però ad esempio un poco all’aperto; non si deve stare sempre [al chiuso, nella cella]…», dice un bambino; «deve essere un posto, non dico la prigione, ma un posto… non dico la prigione», continua Sara.

«Io ho detto di fare le case a parte perché ognuno deve scegliersi dove stare e con chi. E mettendosi con chi vuole…», così Sara.
Antonio: «Io la prigione la metterei, però non tipo ergastolo e arresti domiliari. La metterei quando c’è un furto: la persona che ha causato questo furto la metterei una settimana in prigione». Le prigioni in questo caso dovrebbero essere «sicuramente come ora».

Carla torna sulla questione dell’apprezzare le leggi: «Allora stavo dicendo che secondo me il problema di apprezzare le leggi non è un problema. Io ho pensato […] tutti possono avere un problema o possono nascere con dei problemi psicologici, ma comunque non è questo il punto. Il punto è che secondo me diciamo bisognerebbe apprezzare in un modo più bello… bisogna fargli capire che queste leggi sono molto diverti. Per la prigione io non mi voglio immischiare, perché è una cosa che assolutamente non c’entra niente con la nostra isola». Come fare apprezzare? «Secondo me bisogna chiuderlo in una stanza, non in una prigione, per una mezz’oretta, un quarto d’ora, così; e fargli vedere un grandissimo video, dove comunque è una cosa triste non apprezzare le leggi e non fare il bene del loro paese. E secondo me, anche il problema dell’Isis, io prima avevo tantissima paura e non riuscivo a dormire la notte. Poi ho superato il mio problema stando con le mie amiche, divertendomi di più… e secondo me ora come ora riuscirei anche a fargli cambiare idea. Ovviamente però è una cosa difficilissima, ma tutto si può fare, no?».
Fare cambiare idea «a quelli dell’Isis, che vogliono distruggere il mondo, si vogliono impossessare…».

A volte le cose cambiano anche tra bambini: «Io prima con Rachele non ero molto amica, cioè eravamo molto amiche però non facevo le cose tanto con lei. Ora però che ho superato la mia paura per l’Isis sono più socievole, esco di più, mi diverto di più, sono spensierata e anche le cose brutte le faccio diventare belle».

Riflettendo su come noi possiamo cambiare, si confida sulla possibilità di fare cambiare anche gli altri. Prende ora la parola Rachele: «Io volevo dire che la prigione non la vorrei come ora, perché io la vorrei fare tipo… una persona ha fatto uno sbaglio, giusto? Io vorrei avere una prigione aperta, non la vorrei al chiuso, perché quelle persone poi, io dico “che fanno nella prigione? Non fanno niente”… la vorrei tipo come una scuola, che le imparano a fare queste cose».
«Però aspetta, non una scuola come questa, ma una scuola molto più bella», dice subito un’amica.

Daniele: «Io questa prigione la eliminerei direttamente. Come ha detto Antonio, se capita qualche furto o qualcosa da essere proprio puniti, quando c’è qualche prigione tutta piena quelli che hanno messo un furto deve restare a casa e devono rientrare a un orario stabilito, sennò poi…». «Ma secondo me dobbiamo fargli capire a loro quello che hanno sbagliato». Sara riprende la parola: «Secondo me le parole sono più convenienti, perché a volte con delle semplici frasi possiamo cambiare idea e dal male passiamo al bene. Perché a volte può capitare che abbiamo un’idea diversa da quella che hanno gli altri e cercando di parlare e di convincere, riusciamo a fare cambiare idea».

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].
Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Favara.

Rachele: «Io direi di fare… siccome avere un re non è tanto bello, perché noi siamo comandati [«schiavi», dice qualcuno] e quindi io direi di fare, non farlo il re; e direi tutte le persone, perché io a dire la verità in questa isola non vorrei tantissime persone, perché poi si crea confusione, è brutto… Vorrei poche persone e allora questi bambini si devono mettere d’accordo insieme a qualcuno che è il più grande, casomai potrebbe essere un re, un re insieme ai bambini, e si mettono d’accordo per fare le nuove leggi».

Leonardo: «La democrazia, per me, perché noi bambini dobbiamo decidere come la maggioranza; perché se noi abbiamo soltanto un re o più che comandano, come posso dire?, siamo comandati lo stesso, [come] con un solo re; ma noi siamo tutti re; non comandiamo nessuno e non ci comanda nessuno». Questa idea ricorda la posizione di Jean-Jacques Rousseau, che sognava una forma di governo in cui la volontà generale governa, in modo tale che ognuno sia al tempo stesso governante e governato e non faccia altro se non ciò che ha deciso di fare con gli altri: come se, obbedendo alle leggi, non obbedisse ad altri che ha se stesso. La situazione però sembra paradossale, perché non sempre si può garantire una volontà generale unanime…

Angelo: «Per me l’idea del re è bella e brutta. È anche brutta perché siamo comandati, ma anche perché la gente, se non prendiamo un re, si può litigare. Per esempio uno vuole costruire un negozio di giocattoli in quel posto e un altro vuole costruire un negozio di vestiti là e allora vi vanno a litigare tutti e due». C’è bisogno di approvazioni. Ma le potrebbe dare il popolo, i bambini, il governo…
«Almeno noi bambini possiamo farle alcune leggi», dice Rachele.
Sara: «Io avevo detto e scritto che volevo, come Atene, che ci fossero un gruppo di persone che prendessero [le decisioni su] quello che si dovesse fare nell’isola. Che poi alla fine io volevo dire che non dobbiamo essere solo noi bambini sull’isola…». E ne parleremo tra poco.
Carla: «Secondo me il re non ci dovrebbe essere assolutamente e neanche dovrebbero scegliere tutti. Secondo me qualcuno, prima di scegliere una legge, deve fare qualcosa di geniale, proprio d bellissimo per il popolo che può dare frutti all’isola; dopo che fa questa cosa e viene approvata, dalla votazione del popolo al popolo piace, lui può proporre una legge; però su questo ovviamente, siccome è una cosa seria, non può essere approvata immediatamente la legge».
Giulia: «Io invece direi di unire la democrazia e la monarchia. Cioè, ogni cittadino può esprimere la propria idea, solo che poi a capo si mette un re o qualcuno di importante, che sceglie comunque l’idea più bella o la legge più bella e viene scelta e approvata». Questo re dura per sempre? «Ci sono delle scadenze e poi viene sostituito». Le scadenze servono «per cambiare anche…».

“Il re, questo re da chi deve essere eletto?”, chiede qualcuno. Eletto dal popolo o dai bambini, dicono alcune voci. «Dal popolo; dai bambini non sono d’accordo – prosegue Giulia – perché i bambini possono avere comunque idee diverse e molto strane». Rachele: «Però i bambini hanno molta fantasia e quindi…». «Fantasia per alcuni motivi, per altri no», dice Sara.

Sulla fantasia dei bambini in confronto con quella degli adulti, vedi l’utopia immaginata a Corleone: http://www.giocodelle100utopie.it/utopia-di-corleone

Daniele: «Io volevo dire che, come ad esempio noi abbiamo fatto quel cartellone “per non dimenticare”, prima dobbiamo mettere le idee tutte insieme e poi le andiamo a realizzare. Quindi se facciamo così in un’isola sarebbe meglio. Tutto il popolo dice la propria idea e poi le approvano».

Sara: «Io dico no all’idea che i bambini dovessero votare. Anche perché i bambini a volte scelgono anche così, tanto… cioè, il governo, tipo voto questo tanto a me non mi interessa». E gli adulti? «No, perché secondo me loro [gli adulti] prendono più sul serio quello che per loro dovrebbe essere quello che governasse il loro paese». Quanta fiducia negli adulti! Non tutti però sono d’accordo. «I bambini alcune volte votiamo e mettiamo qui la firma tanto per firmare e passare il tempo; però noi dovremmo essere informati [sull’isola]: tipo tu chi dai leggi sbagliate e noi non ti votiamo, tu ce le dai giuste e migliori e prendi il voto».

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Favara?

Prima di iniziare a discutere abbiamo:
ADULTI OSPITATI (sì): 12
ADULTI ESCLUSI (no): 5
NON SO: 2
ASTENUTI: 2

La minoranza, che vorrebbe escludere gli adulti dell’isola, può esprimere i motivi. Giuseppe ad esempio: «perché vorrebbero comandare».
Carla introduce il concetto di minorità (essere minorenni): «Assolutamente no, perché gli adulti sono delle persone cattive e io lo posso assicurare, ci metto la mano sul fuoco, sono cattivi tutti gli adulti. Perché gli adulti, se chiami un adulto, anche se tu sei il fondatore del progetto, l’adulto cerca sempre di essere superiore a te, cerca di farti capire che tu sei piccola, e poi va a finire che l’isola non diventa più l’isola dei bambini [ma] diventa quella degli adulti, dove gli adulti devono comandare e fare tutto. I bambini [di conseguenza] non hanno più potere e diventano di nuovo minorenni come in questo mondo. Questo mondo a me non piace. Lo sai perché? Perché i bambini vengono detti minorenni. E perché minorenni? Io pure la potrei fare la vita mia e perché devono dire che io sono minorenne? Infatti io dico: quando ho diciotto anni o anche prima me ne andrò fuori a studiare, perché io non voglio stare qui in Italia; mi vorrei aprire a un pianeta tutto mio. Perché alla fine, cioè, a cosa servono gli adulti? Chi sono per potere comandare noi? Solo perché abbiamo qualche anno in meno o siamo più piccoli di statura? E cosa c’entra? Se io ero alta quanto un adulto avevo anche io il potere? Queste si chiamano discriminazioni e poi dicono che tutti questi migranti, loro non sono razzisti, e poi si lamentano di noi bambini. Questo pure è razzismo: fare la differenza tra un bambino e un adulto. Non è razzismo?».

Come in altri luoghi, si incontra qui un problema sollevato dal filosofo Immanuel Kant (1724-1804), che tra l’altro riteneva che anche gli adulti possono essere di fatto minorenni. Ne parliamo dopo.

Rachele: «Io dico no perché gli adulti a volte non capiscono a noi bambini, e comunque come ha detto Carla se nel nostro mondo ci sono degli adulti noi diventiamo insomma sottovalutati. A me non piace. Io vorrei un mondo libero perché io… metto caso che sono con i miei amici e ci sono degli adulti. A me non piace perché io voglio essere solo con i miei amici, senza adulti».

Daniele non sa che posizione prendere: «Gli adulti ci aiutano in tutto. Anche se Carla dice, è vero, che ci dicono sempre minorenni e non ci fanno fare mai niente, però sono sempre loro quelli che ci fanno realizzare tutto. Però se qualcuno sa fare qualche attività che gli adulti [soltanto] possono fare, allora li possiamo escludere dall’isola».

Una bambina voleva inizialmente gli adulti, ma ora sta cambiando idea, pensando a un litigio con i propri genitori: pensa in particolare a genitori che trattano «come una bambina piccola» e che proibiscono molte cose che magari altri coetanei fanno… «significa che dobbiamo aspettare diciotto anni per essere maturi e decidere cosa dobbiamo fare? Carla aveva ragione che a volte i genitori ci prendono per bambini e anche se abbiamo dieci anni, undici anni, quanti ne abbiamo, non significa che non possiamo decidere su noi stessi».

Vediamo ora le ragioni per accogliere gli adulti sull’isola. Desiderio: «Noi qui stiamo alle loro regole. Ma se andiamo nell’isola, loro [gli adulti] stanno alle nostre regole». Angelo: «Per me gli adulti servono, perché i nostri papà ad esempio fanno tutti per i loro bimbi. E poi per esempio ci aiutano a costruire dei rifugi dove rifugiarsi se ci sono delle tempeste». Leonardo stava cambiando idea: «A quello che ho sentito mi stanno facendo cambiare idea, ma io ho riflettuto: loro se ne stanno alle nostre regole; come posso dire? Ci aiutano loro, sono molto più forti di noi. Quando noi ci mettiamo sempre in un guaio, loro ci aiutano. Anche se loro dicono “noi siamo più grandi”, quello è razzismo, [ma] questa è la nostra isola [e] loro non possono comandare».
Giuseppe: «Secondo me i genitori in questa isola ci devono essere, perché i genitori ci portano nella buona strada; sono loro che ci educano».
Graziano: «Perché se poi siamo noi bambini, può essere che qualche bambino non pensa all’isolamento. Qualche bambino può venire isolato e nessuno lo controlla, perché ci sono altri bambini. Ma gli adulti lo vedono che c’è qualcuno isolato». Un po’ come è accaduto per i bambini della scuola dell’infanzia, quando due bambini delle elementari sono andati giù e hanno aiutato una bambina che stava piangendo…

Chiara: «Se dobbiamo continuare ad abitare nell’isola, anche noi dobbiamo diventare adulti». Quindi gli adulti devono esserci sull’isola. Flavia: «Gli adulti ci insegnano come diventare noi adulti quindi sono essenziali sull’isola». Calogero: «Io ho cambiato idea. I bambini devono essere liberi di fare tutto quello che vogliono».

Alcuni bambini qui sembrano dire che gli adulti sull’isola potrebbero cambiare abitudini e accettare le leggi stabilite dai bambini… è possibile?
Sara: «Dopo quello che è successo a questa bambina di 11 anni», non è facile fidarsi degli adulti. Come sapere chi sono? «Capisco che i nostri genitori, ma come ci possiamo fidare degli adulti se sappiamo che alcuni ci potrebbero anche fare del male?».
Carla: «Io devo dire una cosa importantissima. Veramente glielo dico alla mia classe come se la conosco da una vita. E lo voglio dire proprio perché ci tengo tantissimo. Allora ho visto che Calogero e Sara hanno cambiato idea… ho visto qualcuno che aveva detto sì che appena loro hanno cambiato idea ha fatto un po’ [dei cenni] con la testa. Ha fatto un poco così, come se le nostre idee fossero sbagliate. Intanto non lo apprezzo perché siamo una classe e poteva… ovviamente ognuno la pensa come vuole, però secondo me non è giusto che fa queste cose [cenni di disapprovazione], perché comunque fa le discriminazioni con la faccia [«li obbliga! Li obbliga!», dice Rachele], anche con la faccia si può dire “Guarda cosa ha fatto, ha sbagliato”; e poi secondo me gli adulti non ci stanno per niente… perché io ci sono rimasta male, non tanto per me perché guarda, alla fine non abbiamo un’isola qua e non è proprio la domanda più importante. Ma ci sono rimasta male per un motivo: perché intanto siamo una classe intera e le decisioni degli altri si apprezzano; ovviamente io rispetto le decisioni degli altri, però secondo me la nostra è una decisione giusta, perché se abbiamo detto l’isola dei bambini, cosa c’entrano gli adulti?».
Rachele: «Io dico che gli adulti non potrebbero cambiare, perché loro comandano tutti; e quindi se noi andiamo nell’isola, secondo voi… gli adulti ci lascerebbero fare quello che vogliamo?». «Ma che c’entra? Sono più grandi!», dice qualcuno. I sì e i no si sovrappongono in grande confusione.

Rosario: «Gli adulti ci dovrebbero essere, perché quando non sappiamo qualcosa almeno loro ci danno una mano in più. E poi loro non possono comandare, perché l’isola è nostra».
Giulia: «Io dico che gli adulti dovrebbero essere nella nostra isola, perché per noi sono una guida, ma anche perché noi dobbiamo considerarli come amici, a cui possiamo confidare tutto».

Torniamo ora alla questione dell’essere minorenni e a quello che diceva il filosofo Immanuel Kant parlando di autonomia. Ricordando che:

Autonomia = autos – nomos, darsi da sé la propria legge. Autonomia: coraggio e capacità di usare la propria intelligenza senza la guida di un altro, ma anche capacità di apprende a fare da soli cose che inizialmente potevano essere fatte soltanto con il supporto di un altro. Secondo Kant anche gli adulti possono essere minorenni: sono quelli che non sanno pensare con la propria testa e si lasciano condurre da altri senza capacità di giudizio autonomo.

Sapete cos’è un girello per bambini? È uno strumento dotato di rotelle che viene utilizzato per sostenere i bambini quando sono non sono ancora capaci di camminare da soli: stando nel girello, possono muovere le gambe e spingersi in diverse direzioni, senza correre il rischio di cadere. Ma quello che si fa nel girello non è un vero e proprio camminare. Bisogna abbandonare il girello per imparare a camminare e qui interviene la figura dell’adulto, che accompagna in questo passaggio: l’adulto sta vicino e deve piano piano ritrarsi, anche se ha paura che, lasciando la mano e togliendo il sostegno, il bambino può cadere… L’adulto vive dunque questa difficoltà: deve elaborare un buon equilibrio tra la sua paura che il bambino cada e si faccia male e il suo desiderio di accompagnare il bambino a fare da solo, all’autonomia. L’equilibrio è difficile e cambia continuamente nel tempo. Un filosofo vissuto più di duecento anni fa (si chiamava Immanuel Kant) ha fatto l’esempio del girello mentre parlava del coraggio che si deve avere per conquistarsi l’autonomia. Diventare autonomi in qualcosa significa diventare capaci di farla senza dipendere dal modo in cui ce la fanno fare altre persone. Il problema del girello si presenta tutte le volte che abbiamo di fronte compiti che sembrano “troppo difficili” o “troppo grandi”: quali difficoltà si incontrano? Chi o cosa può aiutarci?
Che dire, dopo Kant?

Bambina: «Io ho detto una cosa, che gli adulti non ci devono essere. È un’affermazione e quindi nessun’altra regola mi potrebbe fare cambiare idea. Io gli adulti non li posso vedere, nel vero senso della parola».
Bambina: «Quest’isola è per noi anche un modo per stare lontano da tutti quei problemi che magari abbiamo con loro, poi magari per sfogarci. Io prima ero per il sì [accesso permesso ai genitori], lo sai perché? Perché pensavo che l’aiuto dei genitori o di un adulto ci deve essere sempre. Però io ti dico che magari questa è la nostra infanzia e ci dobbiamo godere solo noi bambini…».
Daniele: «Alcuni hanno detto sì, alcuni hanno detto no: io do ragione a tutti e due, perché servono però alcune volte sono noiosi e non ti vogliono fare mai quello che vuoi fare. Ad esempio se ti porti un Minicross là nell’isola poi ti dicono “no, tu non lo puoi usare, perché se ti fai male… devi mettere il casco”…». Qualcuno, Christian, dice che «si preoccupano troppo». Ma l’esempio del casco da indossare è una preoccupazione per proteggere i bambini.

Vediamo come sono cambiate le idee:

ADULTI OSPITATI (sì): da 12 a 11
ADULTI ESCLUSI (no): da 5 a 8
NON SO (DUBBIO): 2

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Ecco alcune idee:

Giulia: «Io direi di accoglierli e fare amicizia con loro, a costo che si comportino bene».
Rosario: «Prima dobbiamo conoscerli perché potrebbero essere anche nemici».
Come conoscerli? «Aspettare che scendano e vedere di conoscerci e capire cosa vorrebbero fare».
Angelo: «Gli insegniamo la nostra lingua».
Leonardo: «Li dovremmo accogliere, ma solo tenerci in guardia e tenerci pronti che potrebbero ribellarsi e conquistarci».
«Tipo all’inizio stiamo un po’ a distanza, però poi metterli alla prova», dice Giuseppe Karol. «Per esempio guardando come si comportano. Fargli una casa a loro e quel ragazzo che ha il cannocchiale dovrebbe vedere come si comportano, come se fossimo delle spie». «Spiare in un certo senso e guardare come si comportano: se si comportano farli restare; se iniziano a fare qualcosa di cattivo, allontanarli dall’isola».

Ora iniziamo a vivere uno dei problemi della democrazia: la stanchezza durante la conversazione e il rischio di confusione.

Daniele: «Se come ha detto Leonardo questi arrivano, non è che dobbiamo metterli alla prova; ma subito noi ci dobbiamo socializzare e poi dirgli le leggi della nostra isola, così già loro si fanno l’idea delle nostre leggi; e poi si potrebbe continuare a vivere come si faceva prima».

Rachele: «Se sono solo bambini, noi li accogliamo. Se ci sono adulti, io vorrei fare che i bambini li accogliamo, gli adulti invece…». «Gli adulti i bambini non li lascerebbero mai da soli con noi», dice Carla. Ma i bambini starebbero bene senza adulti? Vorrebbero essere separati? «Ci mancherebbe altro», dice una bambina. «E vabbé, noi glielo chiediamo», dice un’altra. «Allora io non so se ai vostri tempi si usava, ma io sono bambina, lei è bambina. Siamo umani: se non c’è qualcuno di normale, non è normale. Allora noi gli adulti non li sopportiamo…», dice una bambina. Ma notiamo che dodici bambini di questa classe li vogliono sull’isola. È comunque la maggioranza. «Io invece no, perché io sono bambina, quindi io gli adulti non li posso vedere. Quindi io mi separerei ogni secondo della mia vita dai genitori e dagli adulti. Io questa estate sono stata da solo per una settimana e questa estate riparterò per una settimana… Io voglio dire che quando c’è occasione di separarmi dagli adulti io mi separerei sempre. Quei bambini ovviamente si vorrebbero separare dagli adulti. Il punto non è questo. Il punto è che siccome gli adulti e siccome quei bambini saranno abituati in modi diversi e non vorrebbero lasciare gli adulti. Allora io direi: se quei bambini vogliono lasciare e vogliono fare un rifugio e vogliono restare con noi bene; ma gli adulti se ne dovrebbero andare». Che fare, in questa prospettiva? «Appena arriva questa nave, guardiamo bene chi sono. Se sono nostri parenti, li cacciamo; se sono solo bambini, li accogliamo tutti; se sono bambini con i genitori e gli adulti, accogliamo i bambini e agli adulti diciamo: “O lasciate i bambini e voi ve ne andate, o ve ne andate tutti e due”».

Angelo ribadisce che gli piacerebbe stare con gli adulti: «noi e gli adulti». Leonardo pensa anche ad armi, nel caso i nuovi arrivati siano da cacciare. Sara: «Io avrei un dubbio, perché praticamente queste persone non le conosciamo, non possiamo mettere già delle discussioni o giudicarle se non le conosciamo. In questo caso però ricambio l’idea che gli adulti ci dovrebbero essere nell’isola. Perché se noi mettiamo gli adulti e gli diciamo “se voi volete stare qua dovete stare secondo le nostre regole”, perché nella nostra isola abbiamo le nostre regole come abbiamo anche le nostre idee, come le mettiamo anche nella nostra isola; e è vero che a volte i genitori ci possono proibire delle cose, ma noi dobbiamo dirgli che nella nostra isola devono rispettare noi».

Quindi ora abbiamo, a proposito di adulti:

ADULTI OSPITATI (sì): 12
ADULTI ESCLUSI (no): 7
NON SO (DUBBIO): 2

Altre considerazioni sugli stranieri in arrivo

Viene a un certo punto l’idea di fare una parte dell’isola: «il resto dell’isola la facciamo per le altre persone del mondo». Si considera il fatto che «non ci può essere mai una cosa che può piacere a tutti».
«Dipende da quanti sono», dice Carla. «Può essere che ci sono, tra questi bambini, ci può essere anche una spia». «Io avevo detto che, se fossero bambini con adulti, li avrei fatti entrare lo stesso: perché gli adulti, forse noi non ce ne accorgiamo, ma fanno dei sacrifici per farci mangiare, per comprarci i vestiti; ma forse noi non ce ne accorgiamo», dice Sara. Un’altra idea sui bambini: «Forse, se arrivano questi bambini, possono essere anche poveri e i genitori di questi bambini hanno fatto anche dei sacrifici per farli imbarcare e farli venire su quest’isola, quindi io li avrei fatti venire su quest’isola, anche se potevo risparmiare ore che potevo dedicare allo studio, al canto, ad altre attività».
«Se uno alla fine, anche se è una spia, lo facciamo entrare ugualmente e gli facciamo cambiare idea con il discorso delle leggi». «Secondo me visto che siamo tutta un’isola e visto che è piccola…» «la Sicilia è piccola secondo te? Non è piccola però è sempre un’isola» «ci inventiamo di costruire anche altre case»… «può darsi [che prima di arrivare] vivevano in povertà», «forse si sono mossi da posti troppo inquinati» e non sapevano come modificare le cose là; «può essere che scappano dalla guerra».
E se viene un cantante o Pogba? Buffon? Morata? Cuadrado? Si farebbero entrare? Non ci sarebbero dubbi? I bambini arrivano a farsi questa domanda: se una ha 17 anni e il suo fidanzato ha 19 anni che si fa? Se quello di 19 anni non può entrare nell’isola, c’è chi sarebbe disposto ad andarsene dall’isola.

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