Utopia di Maracalagonis, 19 gennaio 2016

Luogo: Classe quinta, Scuola primaria dell’Istituto Comprensivo Alessandro Manzoni
Data: 19 gennaio 2016, martedì (4 ore)
Gruppo: 18 bambine/bambini (presenti su 19)
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe (Le Petit Prince), varie edizioni; U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013; Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca)
In aula con me: Diana Daino, Rosa Anna Serra, Valentina Sunda
Bambini: Francesco, Gaia, Maria Francesca I, Ignazio, Aurora, Maria Francesca II, Miriana, Wilson, Gabriele, Elia, Lorenzo, Giulia, Lori, Fabio, Ayoub, Maria, Francesca, Michele.

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Maracalagonis. Risponde subito Fabio, che dice «cibo e acqua». Lori dice «non deforestare», dunque una regola. Gabriele pensa ai «mattoni per costruire», Miriana alla vegetazione, ipotizzando di portare altri alberi e fiori «per renderla più bella». Ayoub pensa agli architetti, per decidere come fare le case.

Consideriamo anche i posti in cui viviamo, per fare qualche confronto. Aristotele scriveva, nella Politica, che gli esseri umani sono animali “sociali” per natura e che si riuniscono per vivere bene; accade però spesso che ci si accontenti di vivere, anche non troppo bene, o semplicemente di sopravvivere; accade che i posti in cui si abita siano brutti, poco vivibili… eppure ci si abitua e non ci si fa più caso. Con questa occasione, proviamo a pensare anche a questo aspetto. I bambini citano subito l’inquinamento – con Francesco – tra le cose da evitare sull’isola. Anche nella zona di Maracalagonis ce n’è; a Cagliari però sembrerebbe di più, «perché c’è molta più gente». Dunque la quantità di inquinamento può essere correlata alla quantità di persone che vivono in un posto: non sempre è così. Dipende anche da come si vive, da come si gestiscono le risorse e le cose che si utilizzano… Maria stabilirebbe poi che non si deve ammazzare: a volte capita anche questo, che le persone commettano questi crimini. Sull’isola, sarebbe bello evitarlo. Qualcuno aggiunge che non bisognerebbe ammazzare gli animali. Un altro bambino cita la spazzatura: la produciamo, ma «potremmo riciclarla». Nei posti in cui viviamo lo si fa, ma non abbastanza.

Ignazio dice: «Però adesso ci sono anche gli inceneritori per la spazzatura, che fanno danno», perché producono fumo, qualcosa come lo smog. Di lì a poco, qualcuno penserà al fumo delle macchine; andrebbe eliminato dall’isola, eventualmente servendosi di macchine elettriche o alimentate ad energia che non produce smog.

Wilson dice che non bisognerebbe neppure fumare, sull’isola, «perché il fumo uccide». Questa cosa viene ribadita spesso dai bambini, ogni volta che si costruisce un’utopia. Si vedono gli adulti che continuano a fumare anche se sul pacchetto delle sigarette c’è scritto che fa male. Maria si pronuncia sul perché gli adulti non riescono a smettere: «è perché… non so cosa ha dentro la sigaretta, ma quando la prendi non riesci più a smettere e quindi senti il bisogno di farlo anche se sai che uccide». Qualcuno dice di saperlo perché gli zii vorrebbero smettere di fumare ma non ce la fanno.

Fabio sottolinea che sull’isola bisognerà avere «rispetto per la natura».

Francesco suggerisce di «mettere una specie di muraglia per la gente che ci attacca». Compare qui, improvvisamente, un elemento che solitamente viene immaginato alla fine, quando si tratta di decidere come comportarsi nel caso arrivino estranei. Alla proposta di Francesco alcuni commentano con un “eehh…” di sorpresa e un bambino aggiunge: «Nel Medioevo siamo!». Ma qualcuno pensa: «Però in effetti potrebbe essere…». D’altro canto, anche nell’Utopia di Tommaso Moro e nella Città del Sole di Campanella troviamo delle mura possenti…

A proposito: questo potrebbe essere un interessante spunto per partire dall’immaginazione attivata pensando all’utopia ad una ricerca storica comparativa sulle mura costruite in diverse epoche, dalla Mesopotamia in poi. Per alcuni appunti sulla storia delle mura, RIMANDO A QUESTO MIO DOCUMENTO.

Miriana dice che «servono vestiti per affrontare tutte le stagioni». E con questo – abitazioni, cibo e vestiti – abbiamo incontrato i tre elementi fondamentali già proposti da Platone. «E la regola di ammazzare gli animali?», dice qualcuno, pensando che dovremmo fare vestiti senza ricorrere ad esempio a pelli di animali o ad altri materiali che ne richiedano l’uccisione. Qualcuno però non è d’accordo con quella regola. «Saremmo tutti vegetariani, altrimenti», dice Lori. «Non è giusto ammazzare gli animali», ribadisce Maria. Maria Francesca cerca una mediazione: è giusto non ammazzare gli animali, «però se un animale muore da solo…». «Però fa schifo se muore e lo mangiamo», dice Gaia. E altri bambini pensano che «potrebbe essere che sono morti per una malattia».

Anche in questo caso la classe è incerta sui pesci: «sono sempre animali», ricorda Fabio, ma altri sarebbero propensi a mangiarli.

Ci sono cose che altri bambini non vorrebbero portare sull’isola anche se nel mondo reale li usano: telefoni e videogiochi. Sono in 9 i bambini che non vorrebbero i videogiochi sull’isola: praticamente il gruppo è diviso in due su questo punto. Gaia motiva il no: «se li portiamo non ha senso fare questa isola: è come questa…, qua ce ne sono e se li portiamo lì è la stessa cosa [del posto in cui viviamo]». Miriana dice che «non ci possiamo estraniare con i videogiochi e fanno anche male, sia agli occhi, sia al cervello». Miriana usa il verbo “estraniare”: vuol dire «tipo, non riesco a spiegarlo molto bene ma ci provo: cambiarci completamente in una persona non molto bella, diciamo», «cambiare il nostro carattere in una cosa un po’ non molto bella e neanche giusta».

C’è una bambina che parla di abitudine. Capita di non riuscire a smettere di giocare, anche se non si vuole. Lori vuole dire due cose: «Mi è successo anche a me che non mi riesco a togliere dal computer. Sono stanchissimo, voglio dormire, però allo stesso tempo voglio continuare a giocare. Volevo dire un’altra cosa. Sono contrario alla cosa di Gaia che diceva che cambierebbe il mondo come è ora: se non sbaglio i computer utilizzano l’elettricità e se non sbaglio l’elettricità, a meno che non è prodotta in un modo che inquina, non inquina. Quindi non lo cambierebbe così tanto. Sono d’accordo sul fatto che i computer cambierebbero un po’ il mondo [dell’isola]. Ma i computer possono anche darti un lavoro».

Lorenzo interviene per dire: «Secondo me, massimo porterei un telefono per le chiamate importanti». Pensa a ricaricarlo con l’elettricità, da una centrale [non inquinante]. C’è chi pensa ai pannelli solari.
Gabriele dice che basta scriversi le cose che servono per fare una centrale e ce la facciamo. «E poi chi la gestisce?». «I genitori», dice Maria Francesca. Oppure la classe si organizzerà.

Francesco propone di portarli, con la regola di non starci tantissimo ma «un’ora o poco più, e ricordarsi di giocare all’aperto con gli amici». Questa è una regola.

Miriana dice di avere letto in un giornalino che «se usiamo cose elettroniche prima di andare a letto non riusciamo ad addormentarci». Maria Francesca I dice sia di sì che di no: «no perché, come ha detto Francesco, ti fissi a questo gioco e non esci mai all’aperto, e stai seduto e giochi sempre con questo gioco; sì perché tipo un cellulare, sei solo e vuoi fare una chiamata importante, ti può servire».

Gabriele pensa a un altro tipo di telefono che non funziona con l’elettricità e ad Ayoub vengono in mente «i telefoni antichi che funzionano con i pulsanti». Lori interviene per dire che l’elettricità si potrebbe ricavare da una centrale ad acqua (idroelettrica).

Considerando i dubbi incontrati fin qui, usiamo l’immagine del bivio: a volte si trovano due strade davanti a sé, tra cui non si sa quale scegliere. Si può tornare indietro, oppure imboccarne una per avanzare, oppure restare lì, sospesi nel dubbio, parola parente di “doppio”, “due”; oppure, si può tentare di immaginare un altro tracciato, una terza via che conduce altrove.

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Francesco: «Fa un po’ ridere, ma io non vivrei all’aperto, all’aria, ma sottoterra, così mi sento più al sicuro». Si potrebbero usare delle grotte, se ci sono.

Maria Francesca II pensa che bisognerà «vivere insieme, perché tutti quanti vicini [è più bello]». È interessante che venga ora sottolineato questo aspetto: prima un bisogno di sicurezza, poi un bisogno di stare insieme. I due bisogni vengono a galla prima ancora di iniziare a parlare come costruire le abitazioni. Il “come” sarà in qualche modo orientato da questi bisogni?

Francesca preferisce che ognuno viva dove vuole, «perché se a uno gli piace una cosa, va dove gli piace». Così si è più liberi. Gabriele vuole dire tre cose: «Una che sono d’accordo con quello che ha detto Francesco di vivere sottoterra, così non ci scoprono se viene qualcuno sull’isola e quindi è tutta nostra». Ma subito alcuni pensano che se arrivano persone e non trovano nessuno, potrebbero farla propria. Gabriele introduce l’idea di telecamere per vedere fuori, poi aggiunge che si trova in dubbio tra il vivere insieme e il vivere da soli. «Il problema del vivere tutti assieme: certi non si accontentano, oppure vogliono andare a vivere in campagna… L’altro [problema], di vivere sparsi: se non abbiamo mezzi di trasporto, non ci vediamo spesso». «Oppure – Gabriele dice – ci inventiamo “vicini, ma non troppo”».

Lorenzo pensa a «una casa grandissima per tutti, dove tutti hanno la possibilità di entrare e dove facciamo anche le riunioni…». «Al centro dell’isola», aggiunge qualcuno. Non è una casa in cui abitare, nell’immaginazione di Lorenzo, ma «un punto di ritrovo»: poi, «chi vuole abitare vicino ci sta, e gli altri dove vogliono». Un bambino ricorda, pensando a questa casa al centro dell’isola, ai Greci, che «hanno inventato la prima piazza». Possiamo dire che i Greci hanno dato alla piazza e al teatro una posizione importante nella città, come punto verso cui i cittadini potevano andare per ritrovarsi e da cui potevano poi allontanarsi per tornare nelle proprie case. Insomma: la scelta tra l’essere “vicini” e “insieme” o “lontani” e “da soli” viene gestita in modo dinamico, creando degli spazi e dei riti (le assemblee e gli spettacoli teatrali dei Greci, come le riunioni a cui pensa Lorenzo) che permettono di alternare i due momenti.

Lorenzo si sta inventando un modo per rispondere al problema di Gabriele: trovare una via di mezzo tra l’essere vicini e lontani. Lori, ipotizzando che le foreste siano fatte di sequoie, vorrebbe «grandi cupole» tra gli alberi che permettono di fare case con scale a chiocciola sugli alberi, oppure se gli alberi sono abbastanza grandi si potrebbe abitare negli alberi.

Ayoub: «Al posto di mettere le telecamere io suggerirei di mettere una bandiera così [coloro che arrivano dal mare] sanno che c’è una popolazione che abita in questa isola». A proposito delle abitazioni, preferirebbe non vivere insieme agli altri. «Io sceglierei di vivere distanti, perché in un villaggio i tuoi amici sono così tanto tuoi amici che alla fine li odierai: perciò suggerirei di non vivere insieme…». Perché l’amicizia può trasformarsi in odio? La dinamica sembra ricordare l’antica idea di Empedocle, che vedeva all’origine della vita dell’universo la dinamica tra amicizia/amore (philia) e odio (neikos): c’è un movimento che aggrega e avvicina gli elementi naturali finché, a un certo punto, subentra un movimento che li distanzia. «Uno è così tanto tuo amico che alla fine lo odi perché… tipo lo conosci troppo bene, ha qualcosa meglio di te», dice Ayoub. Non vuole dire proprio “invidia” e “gelosia”. «Lo conosci troppo, state sempre insieme…», «litigate…»: Maria e Maria Francesca I intervengono. Poi, è come se l’amicizia si nutrisse un po’ di mancanza, del non essere troppo vicini.

«Mi piacerebbe vivere in un villaggio insieme agli altri perché così ci potremmo aiutare a vicenda e occuparci degli animali senza ucciderli e di piantare verdure in orti comuni», dice Francesca.

«Riguardo agli amici: [capita che] magari quando eri in terza e in quarta uscivi solo con lui, poi quando arrivi in quinta ti fai altri amici; poi esci soltanto con quelli e non viene più praticato quell’amico», dice un bambino.

Maria Francesca aveva parlato prima di abitudine e a volte forse anche questa fa perdere il gusto di stare insieme. Chissà!

Intanto interviene Gaia: «Io vorrei fare un villaggio, però ognuno ha la propria stanza e fa quello che vuole e poi con delle cose con cui giocare». A Gaia piace l’idea e i motivi evidenziati prima da Francesca. Maria Francesca I: «Per me il villaggio non è tanto… Neanche la cosa di Lorenzo, di fare una cosa dove ci stanno tutte le persone: perché poi se si sta lì dentro si può litigare; se si sta nel villaggio, si sta tutti insieme e ci possiamo aiutare a vicenda, però si può anche litigare; è vero che si hanno più amici, ma succede che si litiga». Però, se anche si sta lontano dagli amici, può capitare comunque di litigare, ad esempio in famiglia. «Si litiga sia nel villaggio, sia [se si abita] da soli», riflette dunque Maria Francesca I. Sembra che la possibilità di litigare non sia tanto facile da eliminare con accorgimenti sulla distanza delle abitazioni.

Interviene Miriana: «Io in un film ho visto che vivevano in un villaggio alcuni bambini, in un’isola bellissima, dove c’era la cucina, un piccolo bagno, non molto grande perché altrimenti non ci stava nell’isola, e poi ciò che mi ha colpito di più era un’area piena di giochi, però non giochi tipo…, giochini elettronici, ma tipo skateboard, gioco della campana, basket, e poi c’erano posti privati per ognuno dove potevano praticare uno sport». Questa è la proposta di Miriana per l’isola.

Interviene subito anche Giulia che propone una cosa un po’ strana, «case mobili». L’idea subito suscita una certa curiosità: «così non si sta né lontani né vicini e non si rischia di litigare». Sono case con ruote, forse senza: comunque mobili.

Elia ha un’idea che consegnerà al disegno perché a parole è troppo difficile dirlo.

Gabriele vuole dire due cose: «Perché non inventiamo un gioco con dei livelli, ma fatti all’aperto»: giochi a livelli come nei videogiochi, dunque, ma fatti all’aperto. Compaiono così, con Miriana e Gabriele, alcune idee su come giocare nell’isola. Gabriele aggiunge: «Voi state pensando a fare un villaggio, ma perché non ne possiamo fare di più? Un villaggio può andare in campagna, un villaggio può andare nel bosco, un villaggio può andare sottoterra…», poi sul monte o al mare.

Vediamo alcune votazioni: l’idea di una casa comune, suggerita da Lorenzo, piace a 6 più 3 indecisi; l’idea delle case mobili piace a una decina di bambini; l’idea di fare più villaggi sparsi nell’isola piace a circa 9 bambini. «Si possono fare le case come si vogliono in ogni villaggio», propone qualcuno. Come si vede, ci sono idee che in parte possono coesistere: la grande casa al centro dell’isola, villaggi sparsi, alcuni dei quali con case mobili.

Gabriele: «Lorenzo ha detto di fare una casa dove ci possiamo riunire… e se quella casa dove ci possiamo riunire fosse piena di oggetti che noi possiamo utilizzare ad esempio per quella specie di videogiochi [da fare all’aperto]: così lì ci possiamo incontrare e giocare…».

Fabio ha una perplessità sulla casa «per tutti»: quanto andrà fatta grande? Cosa si intende con “tutti”? Tutta la classe, certo; ma se sull’isola vengono altri? Sarebbe difficile ad esempio farci entrare tutti gli abitanti della Sardegna. Comunque, i bambini non vorrebbero proprio portarceli tutti, gli abitanti della Sardegna, su quell’isola. Autora intanto dice di preferire l’idea del villaggio; le piace anche l’idea della casa comune in cui ritrovarsi, introdotta da Lorenzo.

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Regole: quali fare e cosa fare con chi non le rispetta

Vediamo ora se ci devono essere regole e quali sono le prime che vengono in mente. Un bambino pensa che non ci debbano essere regole, o almeno ha qualche dubbio: sarebbe meglio senza regole, per essere più liberi: ci sentiremmo un po’ più liberi. Ma non è proprio sicuro. Su questo punto sono Elia e Ignazio a sollevare il dubbio per i compagni.

Maria Francesca I interviene: «Per me se ci mettiamo le regole, alcuni non le rispettano, alcuni sì, fanno di testa loro… Sarebbe meglio averle [comunque] le regole»; Francesco: «Per me servirebbero le regole, sennò quello che abbiamo detto prima non avrebbe senso». In effetti, come nota Francesco, sono già state dette una serie di cose che presuppongono l’esistenza di regole: si è detto che non si dovrà deforestare né inquinare l’isola; si sono date alcune indicazioni sui comportamenti che andranno evitati e così via. Senza regole, questi “limiti” non si potrebbero mettere come vincoli condivisi al comportamento di tutti. «Nel senso, senza regole certa gente può ammazzare gli animali», osserva Francesco.

Ayoub dice: «Regole così così. Secondo me certe regole, tutte le regole giuste, le mettiamo; [ma] le regole brutte le mettiamo da parte…». Nel mondo in cui viviamo ora ci sono regole brutte: capita che «uno che ha ucciso qualcuno lo uccidono», ad esempio. Questa, la pena di morte, andrebbe esclusa dall’isola.

Un bambino osserva: «Regole, quelle cittadinali, le metterei tutte. Però non vorrei che i genitori ti tengano in casa tutto il tempo: “mamma, possono uscire nel bosco a fare un’avventura con i miei amici?”; “no, devi restare in casa perché ti perdi sicuramente!”. E perché io non so niente e non sono mai andato a fare un’avventura da nessuna parte nel mondo!. “Eh no! Devi restare qua!”».

I bambini notano che a volte le mamme hanno paura. Qui si anticipa la questione della presenza dei genitori dell’isola e le condizioni a cui possono venire.

Giulia: «Io le regole un paio ne metterei per il villaggio e molte per la casa grande».

Iniziamo così a fare l’elenco di alcune regole importanti:

Francesco: «se qualcuno tipo entra in casa senza permesse oppure ti rompe una cosa ma non te la vuole riparare viene bandito dall’isola».

Gaia: «non uccidere gli animali».

Maria Francesca I: «non uccidere gli animali, gli alberi» eccetera.

Ignazio… «Ero quello che non voleva le regole…», ma intanto ci sta pensando.

Aurora: «Non rubare».

Ignazio interviene con una regola: «Se si tagliano gli alberi rimettere il seme per rigenerarlo».

Maria Francesca II: «Devi vivere in armonia con la natura, e basta».

Miriana: «Rispettare tutte le persone che vivono; se una persona vuole stare sola, rispettare i suoi spazi».

Wilson: «Non si può entrare nelle case senza permesso». «Questa è una delle regole che però esiste già».

Gabriele: «Se qualcuno rompe la casa degli altri, la rifà».

Elia: «Non si possono portare altre cose da fuori»; ma, come Ignazio, non metterebbe regole…

Lorenzo: «Fare… non so se sono sicuro di questa cosa: fare un punto dove tutte le persone che non hanno rispettato le regole pagano il prezzo: fare una specie di prigione».

Lori: «Fare una zona dove abbattere gli alberi e abbatterli solo in quella zona».

Fabio: «Gli operai dovrebbero lavorare più in fretta così magari costruirebbero degli ospedali in tutti i paesi [villaggi]» sull’isola. C’è un confronto con la Sardegna: tutti dovrebbero avere degli ospedali vicini.

Ayoub: «Ci deve essere un pallone in ogni casa». Una regola così non si era mai vista finora nelle utopie!

Maria: «Non uccidere gli animali e avere, non per forza, ma più sì che no, avere un animale in casa».

Francesca: «Non ammazzare le persone».

Michele: «Io dico tipo di restare più con i cani perché io ho preso un libro che è divertente, che i cani dicevano che devono essere più addistrati: dicevano che gli animali finti erano più praticati di quelli veri». Insomma: Michele sottolinea l’importanza di avere animali veri con cui giocare e fare cose.

Gaia: «Ci potremmo inventare delle cose elettriche che costruiscono le case da sole [ripensando all’esigenza sottolineata da Fabio]».

Visto che ci sono le regole, cosa accade se qualcuno non le rispetta? La possibilità è stata evidenziata già da Maria Francesca I.

Francesco dice: «Due cose, però la seconda non c’entra tanto. Chi non rispetta le regole come ho detto prima viene bandito dall’isola. La seconda… me la sono dimenticata».

Ignazio: «Però se viene espulso dall’isola si vuole vendicare in qualche modo. E cercherà di farla conoscere a tutti per distruggerla oppure distruggerla lui».

E qui Francesco ricorda però una sua idea iniziale: «Avevo detto che facevamo una muraglia».

Maria Francesca II dice che «quando le persone litigano fanno la pace». E basta. Sottolinea l’importanza di usare l’amicizia come rimedio al fatto che qualcuno non ha rispettato le regole.

Ayoub interviene dicendo di non essere d’accordo… La proposta di Maria Francesca II fa leva sulla possibilità di educarsi a fare la pace e a smettere di litigare. Il problema comunque lo abbiamo visto, nel caso dell’esilio: chi è stato cacciato potrebbe tornare «per distruggerla», l’isola, oppure «per trasformarla in un posto normale», aggiunge una bambina.

Anche se i cacciati non tornano, ci potrebbe essere qualcuno, tra gli abitanti, che ha paura di quel ritorno: dunque, come si vivrebbe sull’isola?

«La muraglia non servirebbe, anzi aumenta, perché capiscono che là c’è una civiltà e ci vogliono andare; se invece non trovano niente in quell’isola la lasciano perdere e credono che quello là [l’esiliato vendicativo] abbia detto una bugia così a caso», dice Ignazio. Quella che Francesco individua come soluzione, appare un problema ad Ignazio.

Consideriamo qui la figura bistabile “anatra-coniglio (o lepre)”. Posso vederla come coniglio o anatra. Sta succedendo ora qui con le mura: soluzione di un problema o problema? Garanzia di sicurezza o problema di sicurezza? Evitano attacchi o li attirano?

Duck-Rabbit_illusion

Francesca ci riporta ai problemi che potrebbero nascere nell’isola dall’interno, tra gli abitanti, e invita il gruppo a distinguere crimini gravi da fatti di poca importanza; introduce l’esempio di un crimine molto grave, di un omicidio ad esempio. Ci vorranno guardie robot che controllino i criminali, chiusi in luoghi appositi. I robot terranno le chiavi e hanno il vantaggio di non addormentarsi mai. Particolarmente gradi, si sottolinea, sono i crimini commessi nei confronti dei bambini. «Perché sennò i poliziotti umani si addormentano, mentre i robot controllano bene perché sono svegli 24 ore su 24». Secondo Maria, «è una buona idea quella di Francesca, ma i robot li potrebbero distruggere o togliergli la batteria: quindi come facciamo? Quelli umani però è vero che si addormentano… Per imbrogliarli forse potremmo fare un umano travestito da robot che sembra sempre sveglio»: ma all’umano non si potrebbe togliere la batteria, perché non c’è.

L’idea della prigione con le guardie convince comunque alcuni bambini. Maria introduce l’ipotesi di una prigione fuori dall’isola. Un altro bambino immagina anche, nel caso di un criminale, «prigioni dove lo torturano». Altri bambini protestano. Ayoub aveva escluso la pena di morte come soluzione, ma non tutti sono d’accordo. I bambini iniziano anche a discutere sulle conseguenze delle punizioni: in alcuni casi «è peggio», preparano il terreno per comportamenti anche peggiori da parte di chi è stato trattato male e vuole vendicarsi.

Lori: «Direi che se una persona uccide la bandiscono dall’isola e la portano da qualche altra parte e la lasciano in una prigione per tutta la vita, come si farebbe normalmente. Invece se ruba o se fa qualcosa di meno grave, a 70 km dall’isola se c’è un’altra isoletta si fa una prigione per esempio tipo un albergo… e solo cinque guardie in tutta l’isola perché sarebbero lontanissimo dalla [nostra] isola e cadrebbe nel mare e morirebbe affogato se scappasse dall’isola…»; «a seconda di quello che ha fatto può tornare indietro». Lori precisa che quello «è un posto tipo di lusso, anche meglio della sua vita normale».

Un bambino pensa che «così però tutti quelli di quell’isola [di utopia] vorrebbero andare in quell’isola di lusso». Se qualcuno guardasse verso quell’isola? «è impossibile guardare un albergo in un’isola distante settanta chilometri». «Se si dà una cosa troppo gradevole a quello, lo accontenti».

Un bambino, Lori, interviene a questo punto con piglio deciso: «Se qualcuno non lo ha ancora capito, la prigione è fatta per rieducare, non per farlo essere punito e farlo diventare più cattivo!».

Gaia: «Oppure anziché la prigione facciamo che lo bandiamo e però facciamo attorno all’isola una cupola, così non può entrare, indistruttibile». La cupola va fatta «nella nostra isola, dove viviamo noi: non di vetro, ma di un altro materiale che sia indistruttibile ma trasparente, che non si vede».

Ecco comparire la cupola protettiva trasparente, un elemento comune in tante utopie. Ma non sarà accettata a maggioranza.

Maria Francesca I: «La cosa che ha detto Francesca del robot. Anche il robot se resta sveglio 24 ore su 24 non è che resta fermo… lui gira e se ha le chiavi qualcuno potrebbe prendergliele e scappare [comunque]». «Se tipo il robot è girato dall’altra persona che vuole uscire, l’altra può passargli dietro e scappare». A proposito poi del robot con la persona dentro, «la persona che c’è dentro si addormenta, non lo può manovrare il robot». Il robot sembrerà sveglio, ma non lo sarà: è sufficiente per ingannare il prigioniero?

Chi è d’accordo con l’idea di fare una prigione lontana dalla nostra isola dove le persone devono essere rieducate? In 13 bambini, la maggioranza.

Chi è d’accordo invece con l’idea di realizzare una cupola trasparente e infrangibile? Soltanto in 7.

Ignazio, dopo un’ora e diciassette minuti di conversazione, avverte i suoi amici: «La cosa più strana è che sta ritornando sempre lo stesso mondo. Quest’isola alla fine era niente, sta tornando un mondo normale: dunque alla fine anche se non vengono [da fuori, a metterla in pericolo], la stiamo trasformando da soli, perché praticamente sta diventando l’intento dell’umano, della persona che ci sta».

Si tratta di una riflessione potente su quel che sta accadendo nella conversazione. C’è chi dice che se la immagina diversa, ma il problema sollevato da Ignazio è serio. Succede «perché stiamo cercando di trovare idee che sono già… noi ci siamo già stati in quella civiltà e la cosa più normale che fa un umano è cercare in quella parte, rifare quel mondo». Noi come umani TENDIAMO A RIFARE I MONDI A CUI SIAMO ABITUATI. «Alla fine quell’isola sta diventando la civilizzazione normale».

Ricordiamo qui che anche Platone aveva sollevato questo problema nel suo libro intitolato “Repubblica” (“Politeia” in greco, costituzione), quando diceva che gli abitanti della nuova città da lui immaginata dovevano inizialmente essere bambini di età massima attorno ai dieci anni di età. Gli adulti avrebbero riportato lì le stesse abitudini. QUI IGNAZIO VA OLTRE, perché fa notare come i suoi stessi compagni di classe stanno riportando nell’isola il mondo a cui sono abituati, «la civilizzazione normale».

Cosa direbbe Ignazio a Platone? Direbbe, da bambino che si sta avvicinando agli 11 anni, che «è vero: poco a poco, inizierei a copiare il mondo normale, senza pensarci».

Gabriele torna sul problema dei criminali: «Visto che non vogliamo i criminali, non li facciamo entrare». «Ma – qualcuno dice – come fai a sapere che un tuo compagno» non si comporti male? «Siamo cresciuti insieme». «Siamo stati per cinque anni otto ore al giorno insieme». «Ma non puoi sapere tutto dei tuoi compagni». Torna il problema di Maria Francesca II: si dovrebbe essere amici in grado di fare la pace, nel caso si litighi.

Gabriele: «Ma noi stiamo creando un’isola», un nuovo mondo. Maria Francesca II interviene sottolineando l’importanza della pace e dello «scusarsi»: se si sbaglia, ci si scusa dicendo che non lo si farà più, e basta!

Lori: «Torniamo al discorso di Ignazio, che stiamo riportando tutte le cose a cui siamo abituati. Se non portiamo le prigioni, cosa possiamo mettere per rieducare la gente?». Come si rieduca? «Qualche mese di terapia», dice qualcuno.

Intuizioni raccolte durante i viaggi: alcuni bambini dicevano che bisognerebbe utilizzare delle maniere dolci, parlare cercando di capire cosa non va, quali sono i motivi alla base di un comportamento; parlare in stanze accoglienti, con musiche e cose calde da bere e così via.

Ignazio riflette: «C’è una cosa… ma gli opposti si attraggono. Si può provare con le persone, non è detto che non potrebbe funzionare. Per esempio mettere uno malvagio con uno gentile e provare a fargli trovare delle cose in comune: alla fine in quel tempo anche il malvagio sarebbe contento, se fossero una coppia giusta». Forse anche due malvagi «potrebbero trovare una cosa in comune o delle cose in comune e diventare felici. Delle volte la rabbia viene alle persone che non capiscono quello che sta succedendo a quella persona». Si arrabbia la persona che non si sente capita, mentre «con due persone che pensano la stessa cosa alla fine si ascoltano tutte e due». Sottolineamo il fatto che secondo Ignazio uno dei motivi che fanno emergere l’emozione della rabbia può essere il non sentirsi capiti. Questa dovrebbe essere un’isola dove ci si capisce… «infatti – riprende Ignazio – questa cosa non è una cosa che esiste in questo mondo; infatti [per pensarla] ho dovuto spremere un po’ il cervello».

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Maracalagonis.

Partiamo dal fatto che spesso abbiamo incontrato dei dubbi, conversando. Come prendere decisioni quando dubitiamo? Una prima ipotesi è quella di fare un sindaco per ogni villaggio.

Qualche bambino propone «tutti insieme»; oppure «uno solo ma a turno».

Elia propone «uno solo, poi quando muore… [se ne fa un altro]».

«Democrazia!», interviene qualcuno.

Facciamo una rapida votazione su alcune posizioni fondamentali: il governo di uno solo è scelto da uno; nessuno vuole l’oligarchia. Quasi tutti (15) alzano la mano a favore del governare tutti insieme.

Maria Francesca I dice: «Come la storia [di Erodoto]. Se è uno solo [a comandare], è poco. In pochi è sempre poco. In tanti poi non si capisce più niente». Così però, se non si sceglie un modo per governarsi, si resta senza governo… Ci sono altre soluzioni.

«Ognuno pensa a se stesso», propone Maria. In questo caso, non ci sarebbe governo. Sarebbe una posizione anarchica (an-= senza; arché = potere, principio). Senza governo il rischio sarebbe «che ognuno sta pensando a sé», in tutte le occasioni.

Gabriele propone di governare in tanti, o meglio tutti insieme come abitanti dell’isola: «insieme abbiamo più idee», dice. A proposito del dubbio sollevato da Maria Francesca I, sulla confusione in democrazia, dice che si potrebbe risolvere il problema con un sistema di votazione. «Cioè uno dice “voglio fare una casa sull’albero”, o lo dicono in tre; quattro dice “voglio fare una banca”»… Così, essendo tutti insieme, si scambiano idee e se hanno di più; poi si vota e quella più votata viene presa come scelta «oppure si fanno tutte». «Ci vorrà molto però prima o poi le faremo».

Lorenzo voleva dire che «[è meglio] un governo di tutti, perché se governa solo uno poi quando uno non è contento [se governano] insieme si mettono d’accordo [e se comanda uno solo no, o meno]».

Francesca propone una mescolanza tra il governo di uno solo, a tempo (durata una settimana) e il governo di tutti, che discutono sul da farsi. Il governante scelto per la settimana è responsabile di garantire l’ordine di quanto accade e che si prendano le decisioni. Questa persona viene votata: «chi ottiene più voti è il prescelto» e chiama come suo aiutante il secondo più votato.

Il metodo combinato di Francesca è un modo per trovare una via di mezzo e diversa rispetto alle tre principali indicate da Erodoto.

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Abbiamo visto che gli adulti sull’isola potrebbero impedire ai bambini di fare una serie di cose che loro vorrebbero. Due bambini hanno sottolineato questa cosa. «Sarebbe un’isola pazza se non ci fossero adulti», dice qualcuno. Ma si sentono anche dei no. C’è chi pensa che non ci sarebbe chi prepara da mangiare. Lori aggiunge che senza gli adulti o i genitori non ci sarebbero persone che si prendono cura dei bambini.

Michele: «Io li ospiterei, poi vedrei se sono persone tranquille oppure no; se non lo sono, li caccerei; se lo sono, li farei restare». Francesca vuole la presenza dei genitori, così ci sono anche le mamme per cucinare. Così i buoni pasti saranno garantiti. Maria dice che gli adulti «possono venire, però devono rispettare le nostre regole». Ayoub propone di inventare dei robot che si occupano delle esigenze personali dei bambini: che preparano da mangiare ad esempio e tante altre cose, ma «è impossibile» sostituire gli adulti con i robot. Meglio che ci siano, anche se con qualche esitazione.

Fabio ritiene che senza adulti non ci sapremmo arrangiare da soli.

Francesco ritiene però che i genitori non lascerebbero fare ai bambini quello che vogliono, soprattutto all’aperto, e questo potrebbe rendere meno piacevole la vita sull’isola. Ignazio dice che ci danno o darebbero «troppa attenzione»: questa attenzione fa sentire «troppo piccoli», a volte. Mentre cresciamo, forse l’attenzione che prima era adeguata diventa eccessiva (si ricorda l’immagine del girello per bambini del filosofo Immanuel Kant).

Un bambino fa un esempio: «Se ti capita alcune volte di avere un incidente aereo e ti trovi in un’isola strana, devi vivere tutto da solo». Si potrebbe allora vivere anche insieme, come bambini, tutti insieme.

Ci sono comunque molti dubbi a questo proposito.

Un’altra idea è quella di farli venire a volte e a volte no, gli adulti. Fabio pensa che «nell’isola sì, [possono venire], così ci possono controllare», ma pensa anche di no, «perché magari ci controllano troppo». Trova qui una sintesi il dubbio sul controllo: si ammette di avere bisogno di essere controllati, ma anche di avere bisogno di non essere controllati troppo.

Così, la cura: la troppa cura non è più cura…; la poca cura diventa un trascurare.

«Quando, ad esempio, ogni mese vengono una settimana e facciamo una specie di riunione come ha detto prima Lorenzo…», propone qualcuno. Quindi i genitori potranno venire, secondo questa ipotesi, «a tempo». Così «non ci danno neanche troppa attenzione». Si discute sul tempo da concedere agli adulti: una settimana al mese, due o tre?

In generale, parlando di tempi alternati tra presenza e assenza degli adulti, soltanto sei sono d’accordo.

Maria Francesca II vorrebbe gli adulti sull’isola «ogni tanto». «Perché sempre poi ti annoiano», commenta qualcuno.

Lori: «Ho un’altra soluzione per i genitori. Magari i genitori hanno un’altra casa, dove tu ci puoi andare quando vuoi. Poi i genitori, però tu hai la tua, dove i genitori ci possono andare solo se glielo dici tu…». «Per interesse!», interviene qualcuno. «Così è per interesse!».

Giulia: «I genitori possono avere metà isola». «No, è troppo!», commenta qualcuno. Soltanto 4 sono d’accordo con questa ipotesi.

Notiamo che i bambini stanno ripercorrendo tante soluzioni trovate da varie classi… ma qui le stanno trovando tutte insieme: dividere l’isola a metà, lasciare case dedicate agli adulti distinte da quelle dei bambini, accoglierli alternando periodi di presenza e periodi di assenza e così via.

Gabriele: «Ci vorrebbe un’altra isola… se la costruiscono i genitori, quasi attaccata alla nostra, così una, due o tre settimane al mese vengono [e poi tornano in quell’isola]». Così li vediamo.

Wilson dice che così «li facciamo nostri dipendenti».

Notiamo che l’idea di un’isola degli adulti ricorda l’idea di un’isola apposta per chi ha commesso dei crimini: in quel caso si trattava di un’isola lontana. Qui si tratta di un’isola «quasi attaccata» all’isola dei bambini, ma comunque separata, raggiungibile con una barchetta.

Miriana: «Per chiamare gli adulti, potremmo inventare un richiamo, quando ci servono».

Forse però i genitori non sarebbero molto d’accordo con questa situazione. Chiediamoci allora se sarebbero disposti – stiamo facendo ipotesi – a cambiare qualche comportamento a cui sono abituati sull’isola, se i bambini lo chiedono.

Secondo Francesca gli adulti non dovrebbero esserci, sull’isola… eventualmente vicini, «su un’isola a settanta chilometri dalla nostra», e potrebbero venire con una barca. Un punto ricorrente è questo: «i genitori controllano tutto quello che facciamo». Notiamo che sulla questione delle distanze e su altri problemi potrà essere utile la geografia.

Giulia si chiede cosa succederà ai bambini dell’isola quando diventeranno adulti. Dovranno andarsene? Non necessariamente: come per Platone, il problema è quello di escludere persone che abbiano già abitudini molto radicate diverse da quelle che i bambini immaginano per l’isola. Chi cresce là potrà restarci.

Quanto discusso fin qui fa venire in mente a un bambino il muro di Berlino: viene in mente pensando a un muro che potrebbe dividere l’isola in due parti, tra adulti e bambini. A qualcuno potrebbe però venire in mente di distruggerlo quel muro, com’è accaduto a Berlino.

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

«Dipende se l’intenzione è cattiva o buona», dice subito Elia. Gabriele è d’accordo.

Miriana: «Se arrivano proprio su quest’isola, scendono e fanno del male, allora penso che non hanno buone intenzioni. Invece se non fanno nulla, li accogliamo senza mandarli via».

Il tema dell’intenzione è subito ben sottolineato, dunque. Ma come riconoscere le intenzioni.

Maria: «Mettiamo che è cattivo. Perché se mettiamo che è buono e li accogliamo, loro possono fare anche finta di essere buoni, ma poi attaccarci. Quindi mettiamo quella cupola indistruggibile che ha detto Gaia, così nessuno ci attacca».

Lori: «Mandare un messaggio alla nave di cambiare rotta e che l’isola era già abitata»… «Gli direi gentilmente di andare via [senza provare a conoscerli]».

«Magari loro erano cattivi e sentono la voce dei bambini e vengono ancora di più», commenta un bambino. Alcune voci si sovrappongono.

Lorenzo ha «due opzioni: la prima è che se hanno intenzioni buone magari li ospitiamo, gli costruiamo una casa, gli diamo tutto ma… devono pagare; altrimenti, se fosse notte, avevamo un faro e mandavamo un raggio che li mandava da un’altra parte».

Oppure, seguendo Ignazio, «spegnere tutte le luci dell’isola», per fare in modo che non si distingua l’isola.

Ayoub ritiene che «ingannarli è meglio». Il problema è: come?

Gabriele dice: «Prima di tutto vado a dirlo vicino ai nostri genitori, vicino all’isola [nell’ipotesi che siano lì]: uno va a chiamarli e gli altri restano lì. E poi la seconda: o ingannarli come ha detto Lorenzo…».

Anche Ignazio vuole dire due cose: «Se sono cattivi alla fine vengono e cercheranno di distruggere e di fare la loro civiltà. Però, i bambini hanno un’immaginazione forte e gli adulti alcune volte non credono alle cose che dicono i bambini. Però se ci credono si può ad esempio fare una cosa: per esempio, fare un imbroglio! Dire che per esempio c’è un bambino che all’entrata dice che quest’isola è infestata. Loro sicuramente se ne fregheranno, ma gli altri uomini intanto preparano tutto per farla sembrare infestata, così possono anche capire se sono cattivi o buoni mentre cercano di spaventarli». Insomma l’idea è di combinare il tentativo di ingannare con una strategia per spiare. «Se sono buoni poi amicizia, con un patto di restare segreto [non devono dire dov’è l’isola«, dice un bambino. Maria Francesca II ipotizza che si possa fare amicizia con i nuovi arrivati anche se sono pirati, almeno «così così». Aggiunge anche che i nuovi arrivati possono scendere per fare amicizia, ma per un periodo breve, sapendo fin dall’inizio che comunque devono lasciare l’isola. Saranno ospiti temporanei.

Francesco: «Visto che questi nuovi arrivati sono vestiti strani o essere strani [per noi], l’ipotesi è che possono essere pirati… dall’esperienza dei film che vedi alla tv i pirati possono essere per la maggior parte cattivi; quindi suggerirei di chiamare gli adulti e di mandarli via».

Quando arriva la nave, se ci fa venire in mente i pirati visti nei film, possiamo pensare che essa ospiti dei pirati. Un bambino interviene per dire: «Io mi nasconderei, quindi non mi vedono: se se ne vanno ho capito che erano cattivi e ci volevano uccidere; se non se ne vanno, metterei alcune bombe». In quest’alternativa i nuovi arrivato sembrano inevitabilmente cattivi: da un lato sono cattivi se vanno via; dall’altro, se restano, si pensa di attaccarli con delle bombe…

Vediamo ora chi vorrebbe costruire delle barriere trasparenti attorno all’isola: sono 11. È una maggioranza molto piccola, ma segnala un’accresciuta esigenza della barriera rispetto alla prima votazione sulla cupola trasparente (che aveva 7 voti). Aurora dice che sarebbe meglio «provare a conoscerli», questi nuovi arrivati. Aurora si presenterebbe e lascerebbe che i nuovi arrivati scendano sull’isola, «per conoscerli». Maria Francesca II propone di provare ad essere amici, ma anche l’idea di trappole, se non si rivelano amici, pensando ad eventuali pirati cattivi. In tal caso si potrebbe anche utilizzare una bomba per mandarli via.

«Quando arriva la barca, di solito noi bambini siamo sempre curiosi di vedere cosa succede. Secondo me saremmo andati noi», dice Fabio. Maria dice: «Se erano buoni, visto che sapevano la strada, avrebbero mandato una lettera, dicendo “siamo venuti per conoscervi”; quindi si vedono che sono buoni, perché ce lo chiedono prima; invece una nave che si precipita così diciamo: ma che cosa vogliono?». Insomma, se chiedono permesso è buon segno.

Maria Francesca I: «Per me, potrebbe anche essere che loro dicono che sono turisti, che si presentano come turisti e poi non li sono. Se ci chiedono di visitare l’isola noi diciamo “certo”, perché ce l’hanno chiesto. Ma se poi non sono turisti?». Qui torna il problema dell’inganno che potrebbero fare i nuovi arrivati. Si pensa alle telecamere, a controllarli di notte, a spiarli.

In qualche modo, si vede che abbiamo bisogno dei motivi di chi propone di fidarsi dei nuovi arrivati e dei motivi di chi propone di non fidarsi. Una bambina dice che la posizione di Maria Francesca I «esagera nella sfiducia», e aggiunge: «per questo ci servono i genitori: perché i genitori sanno sempre cosa fare, anche quando uno sconosciuto suona a casa, non è che gli lanciano la bomba! Prima c’è chi guarda chi è, se è uno sconosciuto o no, oppure chiami e genitori e si affacciano loro. In questo caso i genitori possono andare là a«d avvicinarsi, a dare uno sguardo su come sono [questi nuovi arrivati]».

Maria Francesca I: «Ma allora può essere che ci sia un gruppo che ha deciso di andare dove sono quei bambini [sull’isola]. Uno di loro ci ha scritto una lettera per fare il carino poi dalla nave sono scese persone cattive. Si sono messi in gruppo e uno di loro l’ha scritta [la lettera…]». Che fare allora? «Se succedesse, io avrei fatto subito… mi sarei nascosta. Se loro scendevano dalla barca io mi nascondevo e quando loro se ne andavano io uscivo».

Gabriele: «Visto che questa è tutta immaginazione, perché non immaginiamo che se ne vanno!».

«Oppure non lo immaginiamo proprio: immaginiamo che viviamo tutti felici e contenti», dice un altro.

Ma un’isola che non ha contatto con altre parti del mondo, non vivrebbe un isolamento troppo forte?

Ricordiamo l’esempio del bambino vicino a PISA, che parlava della condizione di chi, nascondendosi sotto le coperte, respira la propria aria già respirata. «Fai un buco nella coperta!», risponde il bambino.

«Oppure ti metti sotto il cuscino e dalla parte dove c’è il muro ti scopri un po’ e c’è aria fresca…».

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