Utopia di Molfetta, 17 febbraio 2016

Luogo: Scuola primaria IC. Cesare Battisti-Pascoli, via Cavallotti, Molfetta
Data: 17 febbraio 2016, mercoledì (4 ore)
Gruppo: Classi IVD – IVE (35 bambine/bambini)
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013; Erodoto, Storie (III, §§80-82); Jacques Le Goff, L’Europa raccontata ai ragazzi da Jacques Le Goff, Laterza ragazzi, 2005 [cfr. anche i clessici della letteratura americana analizzati da Azar Nafisi in La repubblica dell’immaginazione, Adelphi, Milano 2015. I tre classici sono Huckleberry Finn di Marc Twain, Babbit di Sinclair Lewis e Il cuore è un cacciatore solitario di Carson McCullers]
In aula con me: Insegnanti Marisa Valente, Maddalena Gadaleta; formatrice/esperta esterna: Mariagrazia Raffaeli
Bambini: Jasmine, Miriam, Angelica, Antonella, Enrico, Fiorella, Leonardo, Flavia, Erika, Mattia, Ignazio, Mattia V., Arnaldo, Leonardo, Leone, Linda, Viviana, Simona, Giovanni, Domenico, Cristiano, Roberto, Alessia, Gilberto, Alberto, Alessandro, Annapaola, Susanna, Alessandra, Anna, Olimpia, Damiano, Francesca, Elvio, Ylenia

Nota: Questa esperienza è stata una bella sfida anche per me, per due aspetti insoliti: il lavoro con due classi unite (per un totale di 35 bambini) e con la presenza di alcuni genitori (alle spalle del gruppo). Ma per quanto mi riguarda è andata benissimo. E ho avuto anche i riscontri riassunti in questo articolo (link).

Prologo con una citazione: «La conoscenza immaginativa non è una cosa che oggi si ha e domani si getta via. È un modo di percepire il mondo e di capirlo. È anche il principale strumento con il quale donne e uomini di provenienze e culture diverse si mettono in comunicazione e formano una comunità. Primo Levi disse che scrivendo ritornava fra gli uomini» [Azar Nafisi, La repubblica dell’immaginazione, cit., p. 25].

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Molfetta.

Arnaldo dice che avremmo bisogno di terreno fertile; Mattia V. dice cibo e acqua; Ignazio dice pascolo; Angelica dice che avremo bisogno di una casa (come Elvio). Antonella parla di vegetazione, Francesca dice che per stabilirci nell’isola avremo bisogno di vita, di una vita; Jasmine parla della compagnia, mentre Ylenia pensa a «un posto per dormire». Susanna ricorda la necessità di «materie prime» per costruire, mentre Anna ribadisce “vita”, aggiungendo “acqua”. Flavia pensa agli alimenti, Erika agli alberi da frutto, Mattia al cibo, Roberto al fuoco «per cucinare», Cristiano alla vegetazione e agli animali, Giovanni alle pentole «per cucinare il mangiare», Simona alle coperte, Leone a coltelli di diverse misure, Alessandro alla canna da pesca, Fiorella a carne e pesce, Enrico alla «vita nell’oceano, perché se non ci sono alimenti sull’isola si può anche pensare di pescare qualche pesce che sta nel mare»; Antonella pensa ad animali e armi, «perché così poi se ci sono degli animali ce li mangiamo». Angelica dice: «Io pensavo alle pecore, perché se sono lì le pecore puoi usare la lana per fare le maglie per l’inverno: perché non è detto che lì sia sempre estate». E con questo tocchiamo tutti i punti fondamentali individuati da Platone: vestiti, cibo e abitazioni. Ne abbiamo anche di più, a dire il vero.

Francesca dice che avremo bisogno di «adattamento, perché se tu il primo giorno vai lì… però non sai con precisione… cioè devi ancora scoprirla quell’isola, quindi se per esempio per un giorno tu devi andare lì e devi per esempio dormire, ti devi adattare con le cose che trovi. Ti devi adattare». Ylenia dice inoltre che avremo bisogno di una «imbarcazione per spostarsi».

Cristiano e altri non sono d’accordo con quello che ha detto Antonella. Vediamo perché: «perché noi non siamo come [gli animali…, come eravamo una volta]. Ci siamo evoluti. Possiamo benissimo mangiare altre cose per mangiare. Per esempio i frutti che ci sono sugli alberi, le verdure». Si eviterebbe di mangiare la carne e di cacciare. Ma in ventiquattro sono d’accordo con Antonella e in dieci con Cristiano.

Sentiamo Enrico: «Io non sono d’accordo con Antonella, perché se c’è fertilità sull’isola tu puoi anche evitare di mangiare carne… perché comunque con la fertilità ti trovi i frutti e hai comunque tante risorse per l’alimentazione». Erika: «Io sono d’accordo con Antonella però non sono d’accordo con Leonardo [di portare coltelli]».

Susanna dice che «se noi dobbiamo avere una città, possiamo cambiarla; se noi siamo abituati a questa, possiamo pure cambiarla, possiamo mettere cose nuove, tipo giardini… alcune persone che la trattano bene la città, cioè che la rendono migliore».

Jasmine: «Secondo me è da cambiare nel fatto di usare troppa corrente e cose varie». Ora, secondo Jasmine, si consuma troppa energia.

Ignazio: «Io toglierei l’inquinamento e la renderei più vivibile».

In che senso più vivibile? Se uno chiedesse: «In che senso più vivibile: non si vive anche qua?», cosa risponderebbe Ignazio? Ecco: «Io direi che è sbagliato, perché se c’è l’inquinamento le piante morirebbero molto di più». Ora, nei posti in cui viviamo, c’è molto inquinamento.

Mattia V.: «Secondo me bisognerebbe cambiare… che i ragazzi di ora stanno sempre con troppa tecnologia e poi non pensano molto a divertirsi…». Perché? «Gli piace [divertirsi], ma io anche se mi piace giocare al tablet non ci gioco: meglio divertirmi, con la palla».

Cosa fare per evitare che i bambini o i ragazzi giochino troppo? «Li porterei per chiamare, ma non [porterei] tablet e videogiochi: solo cose essenziali, un telefono e basta», dice Mattia V.; ma Linda dice: «Secondo me non è giusto quello che ha detto Mattia, perché il divertimento per una persona può essere giocare al videogioco e non giocare a palla»; «Se a una persona piace, li può portare». Ma Linda è d’accordo sul fatto che oggi si tende ad usare “troppa” tecnologia. Come fare allora per evitare che si usino troppo?

Non è facile rispondere.

Viviana: «Secondo me dovremmo portare più rispetto per l’ambiente». Simona aggiunge: «Secondo me Mattia avrà ragione di portare solamente il telefono; però metti che qualcuno è figlio unico ed è rimasto da solo con la sua famiglia sull’isola: come si deve divertire?». Obiezione interessante, ma precisiamo che stiamo immaginando di andare verso l’isola tutti insieme. «Si fa amicizia», dice un bambino, Arnaldo. «Se per esempio metti che una persona vuole socializzare: magari un artista che socializza poco…». Che si fa? Potrebbe avere bisogno di videogiochi?

Arnaldo interviene per dire: «Io eliminerei le macchine e le moto, evitando lo smog; si usano solo biciclette». Domenico: «Io cambierei che le case fossero più piccoli, così ci fosse più spazio per le persone che vanno a passeggiare, e poi non farei l’inquinamento». Ecco un’altra preoccupazione ricorrente in tante utopie.

Cristiano: «Io invece sono d’accordo con Mattia, però non porterei neanche il telefono; invece del telefono, come abbiamo fatto noi, ci siamo evoluti e sull’isola ci evolviamo in un modo diverso». Lì, sull’isola, l’evoluzione potrebbe andare nella direzione dell’«eliminarle tutte e poi ricostruirle, però sapendo che se costruiamo troppo, se ci evolviamo troppo distruggiamo altre parti del mondo».

Ylenia: «Allora, io dico che non dobbiamo ammazzare gli animali, perché non facciamo nascere una vita, una nuova vita…». Ylenia è dunque tra quelli che eliminerebbero la caccia.

Notiamo che questa posizione per ora è in minoranza. Nell’isola dovremo decidere anche come si prendono le decisioni, la “forma di governo”.

Elvio però a questo punto interviene per dire come si dovrebbero pensare le «dimore stabili»: «per esempio, tu non puoi mettere le case sulla sabbia; quindi tu potresti costruire un ponte e sopra il ponte costruire delle altre case».

Francesca: «Secondo me sull’isola bisogna portare anche un po’ di fantasia, perché se tu vuoi costruire una casa, poi dall’esterno non ti piace, tu con la fantasia puoi immaginare quello che ti pare».

Francesca finora non dice oggetti di cui abbiamo bisogno, ma di cose di diversa natura: adattamento, vita e fantasia.

Damiano: «In pratica [abbiamo bisogno di] più risorse per sostituire il petrolio». E con questo torniamo a una delle preoccupazioni principali, quella dell’inquinamento. Damiano ci ricorda qui che per cambiare abitudini e per inquinare meno dovremo trovare risorse per sostituire quelle in uso.

Olimpia: «Io non sono proprio d’accordo con quello che ha detto Ylenia, perché è ingiusto uccidere gli animali, però non possiamo mangiare sempre le stesse cose». Qui si richiama l’esigenza di varietà dell’alimentazione. Anna intanto cambia prospettiva: «Io cambierei la strada, cioè [metterei] la strada come erba, e le moto e le macchine le farei diventare biciclette».

Si eliminerebbero così le strade asfaltate.

Jasmine: «Io non sono d’accordo con Ylenia, perché l’uomo non può vivere semplicemente con la frutta, perché è fatto che deve mangiare anche carne». Angelica: «Cioè… un po’ si può cambiare e un po’ no: diciamo che si tiene un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Se sei abituato a stare in cattività, sull’isola un po’ ti comporti come sei in cattività, ma giusto un poco, perché poi ti devi adattare ad alcuni cambiamenti». Parla di «cattività come per esempio degli uccelli che non è naturale che sono in gabbia: diciamo che sono in cattività, [perché] non è adatto alla loro natura». Ma allora siamo noi a vivere in cattività? Angelica dice che «in cattività è un po’ come se siamo rinchiusi… noi viviamo in città, è come se siamo in cattività, è oltre la nostra natura… per esempio un po’ come quegli antichi, che però erano nella loro natura. Dovevamo evolverci un po’ come loro».

La tesi è chiara: siamo in cattività. Ricordiamo che un pensatore importante, MAX WEBER, vissuto tra il 1864 e il 1920, aveva individuato una tendenza evolutiva nelle società contemporanee descrivendola con la metafora della gabbia d’acciaio. Qui, nella prospettiva di Angelica, è la città ad ingabbiarci: la città troppo piena, inquinata, attraversata dalle lingue d’asfalto di cui si è detto finora.

L’idea qui è che in quell’isola dovremmo cambiare questa condizione di vita in cattività: potremo cambiare un po’, non tutto, ma iniziando da questo problema, secondo Angelica. «Anche perché la natura sta andando sempre in diminuzione e l’inquinamento è sempre più grande», aggiunge Angelica.

Antonella interviene per dire: «Sfrutterei il fiume per creare canali con cui l’acqua potrebbe arrivare da altre parti dell’isola e poi costruirei meno strade perché così si inquina troppo. E le macchine le eliminerei». Sottolineamo ancora questa sensibilità al “troppo”.

Enrico: «Io sono d’accordissimo con Mattia, perché comunque ci sono delle persone che con questa tecnologia sono attaccate a questo schermo e poi non riescono a capire la bellezza del mondo reale. Cioè, in poche parole, se porti su un’isola il telefono ma solo per alcune bisogni è una cosa buona; però io farei come Mattia, li escluderei i videogiochi, perché comunque sono cose che non ti servono per vivere. Ti servono per intrattenere. Però ci può essere anche qualcos’altro».

Anche qui scopriamo che può accadere questo: «[avendo il videogioco in casa] il divertimento che tu ti puoi godere con altri bambini che possono vivere sull’isola, che ti sono amici, il divertimento di fuori […] non erano niente, non servivano».

Fiorella: «Gli animali possono servire; cioè, per due motivi: visto che sull’isola tu puoi essere anche solo, ti possono servire come compagnia, oppure ci puoi ricavare delle cose, tipo il latte». Leonardo: «Io non sono d’accordo con quello che ha detto Enrico, perché lo so che i bambini vengono molto attratti dai videogiochi [e] anche a me piacciono molto. Però io dico… cioè un bambino che gli piacciono i videogiochi può anche mettere a confronto: cioè, è bello uscire all’aria aperta oppure è più bello giocare ai videogiochi. Io non sono grande, quindi mamma non mi può portare sempre fuori per giocare; quindi magari quando sono un po’ più grande verrò attratto dai videogiochi, perché un bambino grande non può sempre pensare di giocare con la palla…».

Flavia: «Per me bisogna evitare la tecnologia per aumentare la cultura, cioè facendo hobby tipo la pittura, qualcosa che ci stimoli».

Sulla tecnologia, si legga la STORIA DI PROMETEO ED EPIMETEO, vedi a fine resoconto.

prometeo

Erika: «Io concordo con Jasmine, però sull’isola aggiungerei più persone, per momenti di aiuto: nel senso che se tu hai dei momenti di difficoltà, ti potrebbero aiutare». Roberto: «Io penso che [c’è il dovere di] diminuire le persone oltre alle case: perché così sprecheremmo meno elittricità e anche acqua e non inquineremo»; «perché certi se sono troppi, nessuno li esegue i compiti; invece se siamo di meno ci si può collaborare a vicenda». È una delle rare volte che emerge anche il problema demografico.

Ignazio: «Secondo me servirebbero gli alberi e un accendino per accendere il fuoco».

Mattia V.: «Quello che ha detto Cristiano, potrebbero anche non servire: perché se noi ci procuriamo dei megafoni, per non usare tecnologia e per non sprecare potremmo anche – ci sarebbe un po’ di caos – ma si risparmierebbe di più». Si potrebbe fare qui una galleria degli oggetti simbolici del nostro tempo, per vedere quanti ne accetterebbero o escluderebbero tra quelli illustrati.

Abitare sull’isola

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Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

 

Linda: Le case «me le immagino piccole, perché ovviamente se c’è molta fertilità e non ci deve essere molto inquinamento, secondo me dovrebbero essere piccole». Linda preferisce che ognuno decida di abitare dove vuole «perché non è giusto che io decido per forza una zona».

Viviana: «Secondo me le case non devono essere né troppo piccole, né troppo grandi, ma della giusta misura. Poi, secondo me, ognuno potrebbe scegliere dove stabilirsi, però senza diventare egoisti».

La GIUSTA MISURA dovrebbe tradursi anche in qualche immagine definita con qualche misura, con la matematica e la geometria. Quando una misura è giusta? Quando diventa eccessiva? Quanto spazio è giusto occupare, restando nella misura giusta? Quando diventa troppo, quando è troppo poco?

Giovanni: «Io le trovo medie le case, cioè né troppo grandi né troppo piccole; e poi ognuno si tenesse la propria casa, cioè non voglio andare a vivere insieme». Ognuno ha la propria casa, ogni famiglia. «Ognuno [vive] proprio dove vuole».

Miriam: «Io vorrei che le case siano piccole e abbastanza confortevoli per garantire molto spazio per il gioco e il divertimento».

Elvio: «Io volevo dire che per me le case ognuno doveva scegliere come le voleva: per esempio la grandezza e il tipo, se di marmo o di mattoni».

Angelica: «Un po’ come prima: da una parte si sta con il villaggio e un po’ si sta sparsi. Un po’ nel villaggio, vicino al fiume così [ci] si può dissetare, e un po’ sparsi, così ognuno ha un’area per sé». Ancora una volta, un invito ad evitare gli estremi: un po’ villaggio, un po’ case sparse.

Francesca: «Secondo me le case dove andare non ce le possiamo immaginare: perché se un abitante vuole… noi non possiamo immaginare la casa che un abitante vorrebbe. Nella tua mente, per esempio io voglio abitare in un castello, ma tu non ti puoi immaginare che io voglio un castello, perché tu non stai nella tua mente». Questa è una notevole indicazione di cautela: non possiamo aspirare ad IMMAGINARE ciò che andrà bene per tutti, ciò che tutti sognano per sé. Dunque, che relazione c’è tra la forma che stiamo immaginando per quest’isola e i DESIDERI dei suoi abitanti? Non possiamo immaginare in anticipo i desideri di tutti gli abitanti che si troveranno lì… e forse anche i nostri desideri cambieranno col tempo.

Francesca ritiene che ognuno possa fare quello che vuole, «perché è libero», anche a livello di scelta delle dimensioni delle case. Ma non c’è il rischio che se ognuno fa ciò che vuole, lo spazio si riduca per tutti? «Se tu la fai piccola la casa, tu ti devi adattare… devi fare quello che ti pare e piace, nessuno ti può costringere».

Damiano: «E poi su prima, il fatto delle case piccole: secondo me ognuno se la fa come vuole, la casa».

Anna: «Io le case le farei piccole e poi farei venire tutti i miei amici in casa». Anna non stabilirebbe però una regola per impedire di esagerare sulle dimensioni delle case.

Una regola è invece ciò a cui pensa Antonella: «Io direi che le case però dovrebbero essere un po’ tutte della stessa dimensione: perché poi così per togliere il problema che uno dice: “io ho la casa più grande della tua”, “io ho la casa più piccola”». Questa idea fa venire in mente la soluzione ideata da Tommaso Moro nel libro intitolato “Utopia”. «Come dimensioni uguali, però la forma te la puoi decidere, per mettere oggetti…»; «ma è soltanto la misura uguale, però la forma può essere decisa [da ciascuno]».

Leonardo: «Io volevo dire che le case io le voglio ampie, grandi, con giardini e le vorrei in un villaggio tutte insieme, perché per gli anziani e per i più bisognosi come fanno a raggiungere… per esempio un’anziana che ha molti anni e non può camminare, come fa a raggiungere sua figlia che sta dall’altro lato dell’isola?». Interessante anche questo pensiero, e raro: Leonardo si è messo nei panni degli anziani e dei bisognosi che abiteranno sull’isola.

Alessandra: «Secondo me le case dovrebbero essere tutte come vogliono [coloro che ci abitano]». In certi casi potrebbe nascere il problema dell’invidia, ma è meglio lasciare libertà. Vediamo l’esito di una piccola e provvisoria votazione: preferiscono concentrare tutte le case in un villaggio in cui si sta vicini 14 bambini; preferiscono lasciare libertà di scelta a ciascuno, sulla posizione della casa, 19 bambini. C’è una maggioranza, ma sottile: 19 a 14. Decidere se fare un villaggio o avere case sparse cambia molto. Ricordiamo anche l’idea di una bambina, di una soluzione intermedia: un po’ villaggio e un po’ case sparse.

 

Regole

Dodici bambine e bambini pensano che NON dovrebbero esserci regole sull’isola. Leone prova a spiegarlo: «Perché secondo me i bambini sono… se hanno le regole dai genitori e le hanno, poi da grandi è come se hanno ancora queste regole, sono rigorosi, ed è strano… non riesco a spiegare… Perché l’uomo adesso si è evoluto e ha iniziato a comprare le case e le altre cose, e non se ne importa più. Non ricorda come vivevano i suoi antenati e non se ne importa più di niente come vivono ancora adesso i bambini, che vivono in mezzo alla natura senza case e senza letto… ma ci devo pensare».

Enrico: «In un’isola senza regole sarebbe meglio per vivere; perché in un’isola non è un Comune, perché un Comune è una cosa e l’isola un’altra. Perché l’isola è un ambiente in cui uno può essere libero di decidere come vivere lui. Metti che ci sono pochissime persone sull’isola, e tu non devi mica per forza dettare delle leggi solo perché l’hai vista tu per primo. Cioè non è che ci sia moltissimo bisogno di leggi in un’isola. Di nessuna».

Si era però parlato di evitare macchine, inquinamento, smog eccetera… Si potrà fare senza leggi?

Francesca: «Secondo me non bisogna avere regole, perché se una persona va sull’isola è proprio perché vuole essere libera di fare quello che piace a lui; pure se magari senza regole ci può essere un po’ di caos, senza regole tu puoi anche… vuol dire che sei libero, che sei una persona libera, che non devi fare quello che l’altro dice». Notiamo che qui l’idea di libertà e quella di regola sono messe in una relazione particolare: più si aumentano le regole, più diminuisce la libertà e viceversa.

Vediamo poi una bambina che dice “poche” regole. Olimpia: «Quelle importanti [ci vogliono], ma non quelle scontate».

Anna: «Io con le regole mi dicono “devi fare quello…”, invece senza regole puoi fare tutto quello che vuoi». Si può anche accettare il caos di cui ha detto Francesca.

Alessandra: «Per me non ci dovrebbero essere regole perché un bambino, pure proprio una persona, diciamo soprattutto i bambini si devono… tipo svagare, si devono divertire».

Gilberto è a favore delle regole. Le regole sì, dunque, «perché tipo… in una città civile le leggi servono per capirci, tutti… cioè non un vincolo, ma per essere più educati». Ci sono dunque due motivi: per capirci e per essere più educati. E usa la parola “vincolo” in modo interessante: le regole non sono un vincolo che ci lega, ma ci danno la possibilità di capirci e di comportarci educatamente. Alberto: «Per me le regole servono molto perché aiutano la gente a vivere; [mentre] senza regole sarebbe come mo’, che ci sono gli attentati…».

Però ora le regole ci sono… «e non le seguono» dice Susanna: «perché non hanno rispetto per le persone».

Leonardo: «Io non concordo con tutti coloro che dicono che le regole non ci debbano essere sull’isola. Perché oggi ci sono molte persone che non le rispettano: però intanto se nessuno rispetta le regole sarebbe una continua guerra. Se le rispetti le regole, nessuno ti dice quello che devi fare, perché se tu le rispetti non c’è bisogno che uno ti dice “quello non si fa”, “quello non si fa”, perché lo devi già sapere».

Torna qui in mente Thomas Hobbes, che nel libro Leviatano scriveva che gli esseri umani vivevano in una condizione di guerra perpetua prima della creazione di leggi e istituzioni e di un’autorità condivisa. Diceva che la guerra era potenziale, cioè che poteva esplodere da un momento all’altro, come un temporale a partire da un cielo nuvoloso:

«La GUERRA, infatti, non consiste solo nella battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata: la nozione di tempo va dunque considerata nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni atmosferiche. Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede in due acquazzoni, bensì nella tendenza verso questo tipo di situazione, per molti giorni consecutivi, allo stesso modo la natura della guerra non consiste nel combattimento in sé, ma nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario [there is no assurance to the contrary]» [T. Hobbes, Leviatano, a cura di A. Pacchi, con la collaborazione di A. Lupoli, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 101].

Poi c’è da ricordare HENRI ATLAN e il suo libro Tra il cristallo e il fumo: diceva che i sistemi viventi sono intermedi tra l’organizzazione rigida del cristallo (in cui tutte le parti sono sempre nelle stesse relazioni, bloccate) e l’organizzazione del fumo (in cui tutte le parti sono slegate e svaniscono velocemente nell’aria). Qui si sta cercando un’organizzazione dell’isola in cui gli abitanti non siano bloccati (in cattività, imprigionati) come gli elementi di un cristallo, ma neanche completamente slegati come può accadere tra le parti del fumo… Una bambina che non vuole le regole ha fatto notare che c’è il rischio del caos. E i sistemi viventi, secondo Atlan e altri d’accordo con lui, vivono proprio “sulla soglia del caos”.

Regole:

Non giudicare le abitazioni altrui, Arnaldo

Non giudicare dall’esterno ma giudica dall’interno, M.V.

Pensa prima di fare le azioni scorrette, Gilberto

DOMANDA: Sul’isola come andrebbe la vita se non ci fossero le regole? Tutti sarebbero buoni e bravi o ci sarà qualcuno che creerà caos?

Rispettare le regole, Ylenia

Non giudicare il posto, Alessandro

Rispetto verso agli altri, Alessandro

Non fare sciocchezza, Mattia

Non inquinare, Miriam

Non essere vanitoso, Leo

Le leggi sono uguali per tutti, Leo

Non uccidere, Antonella

Non odiare, ama, Leone

Non vergognarsi dei propri vizi, Leo

Non avere il pregiudizio sugli altri, Simona

Non fare sciocchezze, M.V.

Amarsi a vicenda, Leo

Rispettare le proprietà di altri, Olimpia

Secondo me è giusto punire, perché se non ci fossero regole lo stato non avrebbe voce in capitolo

Non bisogna mai dare la colpa agli altri di un reato che in realtà hai commesso tu, Ignazio

Avere il diritto allo studio, Simona

Hai il diritto di vivere in casa e di stare in comunità con gli altri, Antonella

Non giudicare le abitudini altrui, Arnaldo

Cogli la diversità, Simona

Non fare barbarie e cattiverie, Mattia V.

Non gridare inutilmente, M.V.

Avere gli stessi diritti, Leo

Vivere insieme e non avere il pregiudizio Leo

Vivi in comunità, Antonella

Essere una sola comunità, Leo L.

Non inquinare, Elvio

Essere amici, Leo

Cercare di pensare a se stessi, Enrico

Non prendere in giro, Simona

Non uccidere, Alberto

Decidere la punizione guardando la gravità del reato, Leo. L.

Cura le tue azioni, Gilberto

Non giudicare le iniziative altrui, Arnaldo

Hai il diritto di vivere, Simona

Non sentirsi superiori, Simona

Non rubare, Simona

Per me una regola fondamentale sarebbe non dare punizioni così severe da non divertirsi più, Ignazio

Leggi basate sul codice di Hammurabi, Damianoo

Secondo me chi non rispetta le leggi deve pagare la giusta multa e chi uccide qualcuno dovrebbe essere ucciso. O come Hammurabi si dovrebbe seguire la legge del tagione

Per me non si dovrebbero dare i soldi ai prigionieri solo perché fanno qualche lavoro domestico, Leo

Vivi in pace, Antonella

Non aver paura delle punizioni, Leo

Far iniziare la scuola e imparare cose nuove, Susanna

Il taglione è oltre la legge di Dio perché Dio dice di non uccidere, Leonardo

Non disubbidire all’ambiente e non usare troppa tecnologia, Francesca

Essere civili ed educati, Alessandro

Le persone devono rispettare le regole perché tutti siamo uguali, di sesso, di razza eccetera. Infatti come dice il proverbio la legge è uguale per tutti, Alessia

Essere capaci di volere bene all’isola ed essere civili, Alessandro

Non gettare spazzatura per terra, Alessandro

Rispettare gli altri e relazionarsi. Fare la PACE, Flavia

Essere educati, Alessandro

Usare solo biciclette per non inquinare, Enrico

Rispettare le leggi e rispettare gli orari quotidiani, Enrico

Non è giusto la legge

Rispetta l’ambiente e la natura, Antonella

Essere piùcivili, Erika

E rispettare le regole come tutti i cittadini e soprattutto dire la verità nei momento di difficoltà, Erika

Non fare qualcosa di male o di sbagliato, Erika

Sii giusto, Antonella

Non essere contro le regole, Erika

Non uccidere animali, però non ci possiamo nutrire solo di frutta, ma l’uomo ha bisogno di carne e grasso, Leo

Poi in più se qualcuno odia l’inquinamento deve anche dimostrarlo in fatti, Jasmine

Condividere gli oggetti con gli altri, Leo

Fare quello che ci pare, Anna

L’elettricità serve, è importante, Leonardo

Avere gli stessi diritti, Leo

Sull’isola ogni persona deve rispettare l’altro, anche se una persona è ricca o povera, Cristiano

Vivere insieme e non avere il pregiudizio, Leo

Che fare con chi non rispetta le regole.

Jasmine: «Secondo me è anche giusto fare tipo delle leggi di Hammurabi, di nuovo, perché la gente uccide e va in galera e basta, come una semplice punizione: non subisce». Anche nella IV di Bari alcuni bambini hanno parlato della tavola di Hammurabi. «Occhio per occhio e dente per dente», dice un bambino. Poi precisa: «Però io toglierei… la società che va, l’uomo libero, semi-libero, tutti uguali, però che c’è una punizione ovvia». Si tratta insomma di essere tutti uguali, ma con punizioni ovvie per chi non rispetta le regole.

Angelica: «Io sono per le leggi, un po’ come ha detto Jasmine. Però, se noi andiamo in questa isola, ci vanno solo le persone che rispettano bene le leggi, a che ci servono? Se noi ci sappiamo già comportare in un modo educato, senza ammazzare nessuno, io mi chiedo: se ci vanno delle persone che già si sanno comportare in maniera adeguata, senza fare cose di testa loro come ammazzare persone, allora, che vi vanno a fare? [a che servono le regole?]. Se le persone si sanno comportare bene, allora, è un premio che vanno in un posto in cui si possono comportare come persone adeguate senza avere fastidi altrui».

Qui torna alla mente Jean-Jacques Rousseau, che diceva che se le leggi potessero essere scritte nel cuore degli uomini, si potrebbe fare a meno sia del governo, sia forse delle leggi scritte… Antonella: «Le leggi, poche, ma ci devono stare, ma non devono essere governate da una sola persona. Io direi che gli abitanti si mettono d’accordo e fanno delle certe leggi in certi posti e non ne fanno troppe, altrimenti poi ti senti troppo in gabbia come aveva detto lei… diciamo: le leggi poche e in certi posti e metti soltanto quelle principali, altrimenti è come se non ti puoi muovere e allora diventa un po’ difficile la vita». Cioè, si va verso la dimensione del “cristallo” che dicevamo prima, dove le parti sono bloccate.

Ignazio: «Sono d’accordo sulle punizioni, però non sono d’accordo… le punizioni se tu le dai troppo severe, non hanno più senso». Perché? «Perché per esempio io voglio andare a pescare e c’è una legge che solo le persone più ricche possono pescare: non è giusto, perché se una persona decidono di vivere così e una legge dice che possono pescare solo le persone più adattate, più ricche, queste persone [che non possono pescare] potrebbero pure morire». E la punizione severa non ha senso perché… «non lo so dire», dice Ignazio. Ottima cosa, essere alle prese con la difficoltà di esprimere il motivo di un’intuizione.

Domenico: «Sono contro la cosa di Jasmine, perché non meritano proprio di tagliargli le parti del corpo, ma di metterli in carcere e se non la rispettano ancora di più li mettono nell’ergastolo».

Simona: «Io sono contro le leggi di Hammurabi, perché direi che la persona che non rispetta la regola (per esempio butta una sigaretta per terra) deve pagare la multa ma non deve andare in carcere. E sono d’accordo con Domenico, perché la persona deve sì pagarne le conseguenze, però non deve essere punita in modi severi». «Pure io – aggiunge una bambina – sono contro quello che ha detto Jasmine, perché uno non deve per forza rispettare le regole».

Gilberto: «Io ho in mente altre cose: oltre a ergastolo, multe e cose varie, io gli farei capire». Ecco qui sollevata una questione difficile e interessante: occorre FARE CAPIRE. In che modo? «Con la calma, perché tu lo inviti… cioè dici: prova a rispettare le regole, vedi come ti trovi… Cioè tu lo stimoli, lo inviti». Si apre così una pagina diversa.

Antonella aggiunge: «Io volevo dire che uno deve guardare la gravità del non rispetto delle regole. Cioè, se uno ha fatto una cosa non tanto grave, deve avere una punizione non troppo grave; se uno ha ucciso qualcuno deve essere messo in carcere. Ma tu devi guardare la gravità del fatto».

Consideriamo il caso di un crimine abbastanza grave. La strada indicata da Gilberto è praticabile? Secondo Olimpia, «certe volte sì e certe volte no, perché se è una cosa non troppo grave puoi credergli; invece se fa una cosa grave ci deve essere qualcuno che testimoni». Ci deve essere in questo caso un processo.

Francesca: «Siccome io non sono molto d’accordo sul fatto di mettere le regole… mettere le regole per me vuol dire anche mettere un marchio di possesso su una persona perché deve fare una cosa che non vuole. Cioè mettere un possesso su una persona, come se io vengo e ti dico: “Adesso tu fai quello che ti dico io”». Mettendo in prigione, si mette un possesso su qualcuno: «è giusto che se qualcuno ha fatto del male deve essere punito…». Ma con la punizione si mette un marchio di possesso… «Una persona ha dei sentimenti lo stesso», anche se non ha rispettato le regole.

Ylenia: «Io sempre sulla domanda precedente volevo dire che sono d’accordo con Jasmine però sono indecisa anche con Francesca. Da una parte credo a Francesca perché ha ragione che tu non puoi avere un possesso su una persona. Però una cosa su Jasmine: ovviamente se una persona uccide un povero non si può uccidere la stessa persona»: ovvero, non si dovrebbe poter adottare la legge del taglione nel senso di Hammurabi.

Miriam: «Io sono un po’ d’accordo anche con Gilberto, perché se ha fatto qualcosa di male è giusto che lui debba pagare, ma se gli dai una giusta punizione; però poi una persona non capisce e quando esce [dalla prigione] lo fa di nuovo. Tu devi anche farglielo capire. [Occorre] parlarne con la persona e fargli capire cosa ha passato la persona che ha subìto questo male».

Attraverso la parola.

Alessia: «Io sono un po’ d’accordo con Gilberto e un po’ no. Perché tu è vero lo inviti quella persona che ha fatto un crimine, molto brutto, che ha ucciso un’altra persona. Tu ci provi, lo inviti a pentirsi; ma ci sono delle persone che, anche se tu ci provi, non si pentono; e invece ci sono delle altre persone che si pentono e ammettono che sono stati loro e non incolpano le altre persone. Questo volevo dire». Passiamo dunque per la strada di Gilberto, ma senza farsi illusioni. «Poi ci sono persone che ad esempio si pentono e il poliziotto dice: “Va bene”, dopo tanti anni lo liberano e poi lui riprende ad uccidere».

Erika: «Concordo con Gilberto però io sarei di più con le regole, perché ci sarebbe più civiltà con le persone. Se una persona uccide una persona e ammette che è stato lui, la cosa finisce. Però se non ci sono le regole diventa difficile capire chi è stato».

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Molfetta.

Jasmine: «Possiamo fare tipo come qui: il Nord e il Sud, per le estremità del fiume che divide: una parte governa e l’altra è il popolo; una parte abbastanza grande, una metà governa e la metà più piccola è il popolo». In una metà governano tutti (su tutta l’isola) e nell’altra metà c’è il popolo, che non governa. C’è una parte dell’isola che governa su tutta l’isola.

Elvio: «Io volevo dire che per me dovrebbero decidere tutti». «Tutti nel senso “tutte le persone di ogni tipo”. Anche bambini, dai 18 in poi…». Ma allora non potrebbero decidere proprio i bambini della scuola primaria.

Antonella: «Dovrebbero governare un gruppo di persone, che però sceglie il popolo, perché il popolo non sceglie delle persone tipo cattive; deve scegliere delle persone giuste. E se qualcuno non è d’accordo si fa una specie di estrazione: tutti gli abitanti scrivono il nome su un foglio e si vede chi ha più voti». Arnaldo: «è meglio che dedica solo il popolo, perché lasciando scegliere il re poi la scelta è sua e al popolo potrebbe non andare bene». C’è il rischio di confusione? «Dipende da che tipo di persone, dal carattere delle persone di cui è formato [il popolo]. Se c’è una persona con carattere calmo non è che fa scoppiare una guerra per questo». Ma i bambini qui presenti sono di carattere diverso: come si fa in un popolo composto di caratteri molto diversi? Anche Arnaldo ritiene che si debba eleggere qualcuno che governa.

Mattia V.: «Secondo me dovrebbero governare tutti, inteso [anche] i bambini». Qui viene anche l’idea che si possa governare in modo inverso rispetto all’usuale: si può governare FINO AI 18 ANNI. Gli adulti non possono governare e diventerebbe così un’isola governata dai bambini. «Questa cosa non è mai successa!» esclama qualcuno.

Simona: «Secondo me il popolo deve eleggere colui che deve governare o colei che deve governare. Perché appunto come ha detto Arnaldo può essere che la persona eletta dal re o dal presidente attuale non può piacere a determinate persone. Però comunque il popolo non sa se emette un giudizio buono o un giudizio brutto, perché in fondo in fondo può essere che una persona che sembra calma può prendere le decisioni sbagliate».

Il problema sollevato da Simona è serio. Che fare? Simona ci pensa.

Viviana: «Io sono d’accordo con Simona che si dovrebbero fare le elezioni. Però anche se qualcuno è bravo in qualcosa, non può essere bravo in un altro e non ci si deve mai fare ingannare dall’apparenza». Anche questo è un tema cruciale, che emerge rarissimamente nelle conversazioni tra bambini.

Il problema dell’inganno risale già all’epoca della democrazia greca, dove c’erano professionisti nell’arte della parola e della persuasione.

Linda: «Sul fatto di Antonella, l’estrazione, non è che mi convinca tanto; perché una persona, il popolo, può votare una persona che all’apparenza sembra in gamba come sovrano, ma invece che si fingeva così». Linda intende dire, con estrazione, che non è giusto “pescare” chi ha ottenuto più voti, per attribuire incarichi di governo.

Flavia: «Per me devono governare in pochi, però devono governare seguendo i bisogni di tutti, del popolo; perché sennò se loro governano secondo i propri interessi, non darebbero [quanto soddisfa] le necessità al popolo».

Ci sono modi per evitare che chi governa lo faccia nel proprio interesse? Dobbiamo pensarci.

Cristiano: «Secondo me dovrebbe esserci una sola persona, la monarchia: perché se ci sono tante persone, il problema del mondo anche adesso è che ci sono troppe persone che non si riescono a mettere d’accordo. Invece con un solo re, con una sola persona che governa su tutto, è più semplice mettersi d’accordo».

Enrico: «Io metterei i bambini perché la maggior parte delle volte può succedere che i bambini fanno cose più sensate degli adulti: ci sono volte che gli adulti fanno scelte sbagliate, però i bambini cercano di fare cose che sono più giuste: diciamo che è come se, entrati in quel ruolo, ci capiscono un pochino di più».

Come mai gli adulti fanno cose meno sensate? «Perché vedendo delle cose che hanno fatto i re di tanto tempo fa, si vede che certe volte hanno fatto cose giuste e la maggior parte fanno cose sbagliate… perché i bambini è come se… si fanno un’idea nella mente, poi come se si… come si dice? si elabora su qualcosa che tu vuoi far costruire, vuoi far fare una cosa per fare migliorare la città, il popolo… quindi cerchi di… come dire? migliorare in tutti i modi, a poco a poco si va avanti».

Enrico dice che certe cose le ha lette da solo, perché gli piace la storia, ed è arrivato a informarsi sulla seconda guerra mondiale.

Leonardo: «Io penso che tutti devono decidere, anche i bambini. Non esiste un’età per i bambini: anche un bambino piccolo che ha un’idea per migliorare la città [può decidere]. Invece per il problema che hai detto… del governatore che governa per i propri interessi, io metterei una spia che lo pedina e vede cosa fa: se governa facendo cose che a lui non piacciono però decide il popolo o cose che a lui piacciono e non ascolta il popolo».

Miriam: «Io volevo dire che ho scelto che chi deve essere a votare: per me dobbiamo unire tutte e tre le cose e trasformarla in una cosa in gruppo. Per esempio, unire tutte e tre le cose: prima il popolo, come facciamo adesso, che il popolo decide un gruppo di persone che elegge il re, l’unico; e fare tipo una cosa che in pratica governano tutti». Ci sono ruoli diversi del popolo, del re che governa controllato dal popolo.

Francesca: «Secondo me non dovrebbe governare nessuno, perché se mia madre mi dice sempre che l’uomo è una macchina perfetta ed è dotata anche di un cervello, grazie a Dio! Quindi l’uomo sa badare benissimo a se stesso e non ha bisogno di un sovrano per sapere quello che deve fare». In questo caso avremmo una sorta di anarchia: dal greco, an = senza, non e arché = governo. «Se l’uomo riesce a badare tranquillamente a se stesso, pure un bambino sa badare tranquillamente in se stesso: quindi [avere un sovrano] non sarebbe giusto nemmeno nei confronti dell’uomo, perché un sovrano spinge le persone a fare quello che non vogliono fare».

Jasmine: «Io sono d’accordo con Enrico, però non sono d’accordo con Francesca, perché è vero che l’uomo è una macchina perfetta e sa badare benissimo a se stesso. Non è giusto che uno pressi, però io mica sto a casa tua a dirti cosa devi fare; ho solo detto delle regole che è giusto che tu rispetti. Perché per esempio se a me viene in testa di andare in una casa a rubare, io vado e rubo; e nessuno mi dice niente [se non ci sono governi né regole]». «Però poi c’è anche che uno si vendica: poi vado a casa sua e prendo un’altra cosa… e poi c’è il caos». Al punto, Francesca ribatte: «Sì, però, pure ora con il governo le persone vanno a rubare». Ci sono degli applausi: è chiaro che il problema sollevato da Jasmine e Francesca è serio. Secondo Jasmine, se togliamo governo e leggi il caos potrebbe anche aumentare: «è ancor peggio», dice una bambina; «uno ammazza tutta la famiglia così prende l’eredità», dice qualcuno.

«Hai bisogno di qualcuno che ti guida», dice un bambino.

Leonardo: «Prima di tutto io non sono d’accordo né con Enrico né con Mattia, perché dai 18 anni si inizia a votare e non che tu già governi e finisci di governare a 18 anni. Perché poi io la vedo che il bambino inizia a governare da 5 anni e finisce a 18 anni, poi come se cambia il futuro: che invece di essere noi bambini siamo i genitori, siamo gli adulti che li guidano. E come si cambia il futuro? Poi tu hai detto che una volta in Grecia le donne non governavano e non valevano quasi più. Allora io ho avuto due idee: o che governava un uomo per il popolo maschile e una donna per il popolo femminile, oppure visto che tu hai fatto il fiume [nell’isola], io ho pensato che facevano un ponte e le donne governavano da una parte e i maschi dall’altra». «La grande muraglia!», commenta qualcuno.

Linda: «Io sono d’accordo con quello che ha detto Francesca, però dire che l’uomo è perfetto non si può dire, perché “nessuno è perfetto”».

Damiano: «Secondo me uno dovrebbe cominciare a fare le leggi da 20 anni, invece di fare il contrario». Ma è anche d’accordo sul fatto che ogni bambino, anche se è piccolo e ha un’idea, può dirlo.

Susanna: «Quando loro hanno detto che noi dovevamo togliere le leggi e il governo, per me no; perché pure se togliamo le leggi continua la violenza e ora quelli che fanno la guerra non hanno più paura che potrebbe succedere qualcosa a loro»

Olimpia: «Io volevo dire che sono d’accordo che i bambini potrebbero governare, perché siamo su un’isola, e quindi non è come una città che possono governare gli adulti. Noi possiamo cambiare».

Alessandro: «Per me possono governare tutti sull’isola, anche i bambini, tutti».

Proviamo a fare una breve analisi delle preferenze per le varie posizioni:

Anarchia: 5 voti

Monarchia: 1 voto

Oligarchia: 3 voti

Democrazia: 21 [ci sono come abbiamo visto varie forme miste da sperimentare]

Alcuni non prendono posizione: diciamo che dubitano e che sospendono provvisoriamente il giudizio. La maestra suggerirà poi una sperimentazione in aula sull’argomento.

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Molfetta?

Nella votazione preliminare, prima della conversazione, sono 23 a sostenere che sull’isola gli adulti NON dovrebbero esserci; gli altri, 12, sostengono che dovrebbero esserci; si tratta quindi di una larga maggioranza. C’è una bambina che sostiene: tanto so cucinare e sono autonoma.

Vediamo dunque la motivazione di chi vorrebbe gli adulti sull’isola.

Domenico: «Gli adulti ci dovrebbero essere perché ci placano quando facciamo troppe cose velocemente, e poi ci ascoltano quando noi abbiamo un problema».

Cristiano: «Secondo me dovrebbero starci, perché se loro non ci fossero nella casa sarebbe tutto più difficile. Loro cucinano, ci fanno il letto, pagano la corrente, ci danno i soldi, ci comprano gli oggetti».

Annapaola: «Perché noi così non viviamo perché loro sono tutto. Io mica sono brava a cucinare, a spazzare… e chi deve fare tutte queste cose».

Erika: «Sono la nostra seconda vita».

Flavia: «A me invece dovrebbero rimanere perché loro ci aiutano, ci aiutano a capire, ci insegnano molte cose su come è la vita; ci aiutano anche a capire i momenti di difficoltà, cosa dobbiamo fare. E ci aiutano anche a fare le cose: perché se non ci fossero loro, chi è che cucinerebbe? Perché nessuno lo saprebbe fare come lo sanno fare i genitori».

Leonardo: «Io i genitori li vorrei sull’isola perché.. pensateci: chi vi ha allattato? Mamma! Chi vi ha fatto crescere? Mamma e papà! Chi vi sfama con i soldi? Papà, perché va a lavorare!».

Ma anche le mamme lavorano, dicono altri.

Miriam: «Per me i genitori devono esserci sull’isola, perché oltre che loro ci hanno tipo un po’ come ha detto Flavia, che ci aiutano nei momentin di difficoltà: sono un po’ come ha detto Erika una seconda vita. Se loro non ci fossero non potremmo fare niente».

Angelica: «Io i genitori li vorrei sull’isola, perché un po’ come ha detto Flavia ci aiutano nelle difficoltà; ma non sanno anche che i genitori ci aiutano in delle difficoltà che neanche i bambini saprebbero risolvere… anche se devi fare un compito, che anche se ti fai aiutare da un altro amico non ce la fai, solo un adulto ti può aiutare, ad esempio la mamma, che sta con te dalla mattina alla sera. E questa cosa mi piace anche perché mi fa capire, anche se qualche volta sono una capa tosta, mi piace perché mi sento sicura di sé… si arrabbia per tutti i motivi però per i motivi per cui valgono».

Raccogliamo ora qualche motivazione per il “no” ai genitori.

Fiorella: «Io non voglio né lavarmi le mani, né lavarmi i denti… [gli adulti] mi costringono a fare quello che non vogliono».

Ignazio: «Io non voglio gli adulti perché pensano di comandare tutto su tutto». «L’unica cosa buona dei genitori è che quando torniamo da scuola ci fanno fare i selvaggi!». Qualcuno dice: «Per le minime cose, o sgridano oppure mazzate sicure, con la cucchiaia e col mattarello». Applausi di altri.

Mattia: «No ai genitori perché… rompono le scatole». Applausi anche qui.

Roberto: «Secondo me anche se non ci fossero i genitori, comunque noi li diventeremo. E come faremo? Ci cacceremo da soli?».

Più motivi a favore del sì o del no troviamo, più possiamo individuare anche soluzioni originali e “miste”, mettendo ad esempio dei sì con riserva. «Queste cose è come se ce le diamo a noi stessi, perché anche noi saremo come i nostri genitori in futuro», aggiunge un bambino.

Mattia: «Secondo me è meglio che non ci siano i genitori; perché ci comandano sempre e alcune volte dicono “o fai questo…” e ci comandano sempre».

Ylenia: «Io vorrei dire una cosa: che i genitori sono come delle guide, ci aiutano in tutto, ci fanno scoprire nuove cose, e li vorrei nell’isola».

Vediamo Francesca: «Secondo me i genitori ci devono stare e non ci devono stare». Entrambe le opzioni, dunque? Ma come? «CI devono stare perché ci aiutano in qualunque momento, però non ci devono stare perché pensano che devono governare su di noi, pensano che non sappiamo fare niente, che siamo impediti praticamente».

Qui si apre un tema interessante. Quello dell’autonomia. Su questo punto richiamo un’immagine tratta dal filosofo Kant.

Sapete cos’è un girello per bambini? È uno strumento dotato di rotelle che viene utilizzato per sostenere i bambini quando non sono ancora capaci di camminare da soli: stando nel girello, possono muovere le gambe e spingersi in diverse direzioni, senza correre il rischio di cadere. Ma… come si impara a camminare da soli, su due gambe? Quello che si fa nel girello non sembra un “vero” camminare. Se un bambino è stato sempre nel girello, la prima volta che viene lasciato senza girello, sarà capace di camminare da solo? Oppure cadrà? Ma allora, come si fa a imparare a camminare su due gambe, da soli?  Un filosofo vissuto più di duecento anni fa (si chiamava Immanuel Kant) ha fatto l’esempio del girello mentre parlava del coraggio che si deve avere per conquistarsi l’autonomia. Diventare autonomi in qualcosa significa diventare capaci di farla senza dipendere dal modo in cui ce la fanno fare altre persone. Il problema del girello si presenta tutte le volte che abbiamo di fronte compiti che sembrano “troppo difficili” o “troppo grandi”: quali difficoltà si incontrano? Chi o cosa può aiutarci?

 

Un bambino dice: «Loro [gli adulti] sembra che mi trattano come da schiavo». Un altro commenta: «Parole sante!».

Una bambina dice: «Per me non ci dovrebbero essere i genitori perché quando noi facciamo qualcosa di brutto loro ci danno diciamo gli schiaffi… però a me dà fastidio che non li posso dare a lei…».

Un bambino dice: «Io sì e no [a proposito] dei genitori. Sì perché sono le nostre guide e hanno fatto tanto per noi e hanno pure rischiato. E no perché ci danno sempre gli schiaffi, ci danno gli ordini eccetera eccetera».

Un altro bambino aggiunge: «Sì però loro comunque sono quelli che ci hanno messo al mondo. Perciò secondo me dovrebbero stare sull’isola e perché poi noi quando diventiamo grandi ce ne dovremmo andare [se vige la regola che i grandi non possono abitare nell’isola]».

Una bambina dice: «Io concordo con [il bambino che ha detto che i genitori ci danno gli schiaffi], però voglio aggiungere una cosa; è vero che ci danno sempre gli schiaffi, però loro [i genitori] nel loro cuore ci vogliono bene».

«Sono le stelle che ci illuminano la strada», dice un bambino.

Jasmine: «Io ho cambiato [idea] per due motivi: è vero che i genitori hanno sempre la mazza pronta, o la punizione dietro l’angolo; però è vero anche che se noi ci troviamo in difficoltà, ci parlano. Però di solito la mia mamma mi aiuta, ogni minuto mi dà qualche consiglio in qualche modo». Però, aggiunge una bambina: «io mi sento un giocattolo: loro sono tipo dei bambini che giocano con noi». «Noi siamo giocattoli loro: per esempio se loro vogliono che il giocattolo cammina, il giocattolo cammina perché loro lo spingono il giocattolo; oppure, se vogliono che il giocattolo si rompe, lo buttano a terra il giocattolo e lo pestano. E loro possono fare tutto quello che vogliono. E se uno dice “e basta!”, loro dicono: “eh no, è per il tuo bene!”».

Rivotiamo: sono in 17 i bambini che pensano che gli adulti non dovrebbero essere sull’isola. Siamo esattamente al 50% dei presenti. Dunque, non emerge una decisione a maggioranza.

 

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

«Dipende. Se poi questa nave… una, la nave atterra e se sono persone che non vogliono la guerra e che non vogliono governare, allora semmai li facciamo restare; ma se invece sono persone che vogliono la guerra e vogliono avere il potere, io farei di tutto per non farli entrare nell’isola; per esempio metterei un recinto di mura per tutta l’isola che non possono entrare», dice Fiorella. Un muro di pietra.

Una bambina dice: «Io mi nasconderei dietro un cespuglio e appena arrivano guarderei chi sono: se assomigliano a persone brave io cerco di fare amicizia; se invece non lo sono, cercherei un’altra soluzione».

Viviana: «Io direi che non so se li vediamo col cannocchiale agguerriti, ci prepariamo anche noi… mettiamo le mura come hanno detto loro. Invece se vediamo che non hanno niente possiamo anche provare a fare amicizia».

Olimpia: «Io volevo dire che io aspetterei che arrivino e poi li conoscerei e avrei parlato con i miei amici dell’isola per decidere se potevano rimanere». Olimpia non prepararebbe mura e li farebbe scendere sull’isola. Ignazio: «Io li accoglierei… prima li andrei a conoscere sulla loro nave per assicurarmi che sono delle persone buone e poi li farei venire sull’isola». Ma come accorgersene? «Immaginati se tu sei lì sulla barca e loro fanno finta di essere buoni, invece ti avvelenano, faccio un esempio, e poi ti rubano tutti i frutti e le cose che hai fatto in quei mesi…», dice Roberto. «Io prenderei un binocolo e andrei sulla montagna più alta e li guarderei [a distanza] prima di conoscerli».

Domenico: «Io invece avrei paura e chiamerei tutti i miei amici per nasconderci agguerriti: poi, quando vengono, se sono cattivi li cacciamo; sennò ci facciamo amicizia».

Prevale l’idea di nascondersi agguerriti? Giovanni: «Io andrei sulla montagna per giocare con i miei amici, lascio stare i miei amici e vado dietro un albero e mi nascondo: se sono cattivi noi ce ne andiamo; se non sono cattivi, ci facciamo amicizia».

Simona: «Se sono dei cattivi noi dovremmo soprattutto trovare materiale adatto per difenderci; e se sono invece buoni o faremo amicizia o vedere se fingono con noi per fare qualche attacco».

Arnaldo costruirebbe mura, per difendersi: «proverei prima a conoscerli e poi se non va…».

Ma bisognerebbe subito costruire un muro, appena si arriva sull’isola, per essere pronti in caso arrivino questi sconosciuti con una nave. Ma come costruire mura attorno all’isola se non c’è un governo che decide? Una decisione del genere è «collettivamente vincolante», nel senso che crea vincoli per tutti gli abitanti dell’isola. Non è come decidere di costruirsi una cosa per sé in un punto piccolo dell’isola… Come si fa a fare una cosa del genere, se manca un governo e se non si è tutti d’accordo?

Francesca pensa però che gli abitanti, di fronte all’emergenza, si troverebbero tutti d’accordo e costruirebbero le mura.

Concludiamo a questo punto con qualche votazione:

1) ci nascondiamo, spiamo i nuovi arrivati e decidiamo il da farsi: 2 voti

2) li accogliamo senza fare le mura e vediamo come sono (senza spiarli): 10

3) facciamo le mura e ci prepariamo ad accoglierli: 13 voti

Mancano alcuni voti: c’è chi ha altre idee… Vediamo dunque che sarebbe difficile.

Ci manca dunque anche su questo punto, come sul punto relativo alla presenza degli adulti, una soluzione adottabile a larga maggioranza. Ma questo è proprio il faticoso lavoro della democrazia: trovare tempi, regole e modi per la conversazione, alla ricerca di soluzioni che siano largamente condivise, sapendo che l’unanimità non è quasi mai raggiungibile e che forse, anzi, quando c’è l’unanimità possono nascere problemi dovuti alla mancanza di punti di vista alternativi.

PROMETEO ED EPIMETEO

 

Prendiamo spunto da un brano di Platone, che attribuisce a Protagora un racconto sulla differenza tra la condizione naturale degli esseri umani e quella degli animali. Cfr. Platone, Protagora, in Dialoghi filosofici, vol. I, a cura di G. Cambiano, Torino, Utet, 1987, 320c-323a, 325d-e e 326c-e, pp. 319-322; 324-326.

 

«Vi era un tempo in cui esistevano gli dèi, ma non ancora razze mortali. Quando anche per queste giunse il tempo destinato alla generazione, gli dèi le plasmarono all’interno della terra, mescolando terra, fuoco e gli elementi che si combinano col fuoco e con la terra.

Immediatamente prima di portarle alla luce, incaricarono Prometeo ed Epimeteo di ordinarle e di distribuire ad ognuna le possibilità confacenti.

Epimeteo pregò Prometeo di lasciargli il compito della distribuzione. «Dopo che avrò distribuito, disse, tu verrai a controllare.» Ottenuto il suo consenso, si mise all’opera. Nella distribuzione assegnò ad alcuni la forza senza la velocità; ad altri più deboli assegnò la velocità; dotò alcuni di mezzi di difesa e di offesa; per altri, che aveva provvisti di natura inerme, escogitò qualche altra possibilità di conservazione. Agli animali che foggiava piccoli concedeva ali per la fuga o un’abitazione sotterranea; a quelli che faceva grandi di corpo, dava modo di conservarsi con la loro grandezza. Così distribuì le altre doti in modo che si compensassero. Escogitandole, aveva la precauzione che nessuna razza si estinguesse.

Distribuisce cibi e stabilisce l’equilibrio tra predatori e prede… Dopo che le ebbe dotate in modo che sfuggissero alla distruzione reciproca, elaborò espedienti di difesa contro le intemperie del cielo: rivestì le razze di fitto pelame e di dure pelli, sufficienti a proteggere dall’inverno, ma capaci anche di difendere dai calori estivi, e fece in modo che questi rivestimenti costituissero, quando andavano a dormire, coperte proprie e naturali. E calzò alcune di zoccoli, altre di pelli spesse e senza sangue. In seguito fornì ad ogni specie cibi diversi: ad alcune l’erba della terra, ad altre i frutti degli alberi, ad altre ancora le radici. E ve ne sono altre alle quali diede come cibo la carne di altri animali; a queste egli assegnò scarsa prolificità, alle loro prede, invece, grande prolificità, procurando così la conservazione della specie.

Ma Epimeteo, che non era un gran sapiente, non si accorse di aver consumato le possibilità in favore degli animali senza ragione: il genere umano rimaneva ancora privo di ordine ed egli non sapeva che fare. Mentre era in difficoltà sopraggiunse Prometeo per esaminare la distribuzione e vide che gli altri animali erano forniti di ogni cosa in giusta proporzione, mentre l’uomo era nudo, scalzo, senza coperte e inerme. Ormai era imminente il giorno destinato in cui anche l’uomo doveva uscire dalla terra alla luce.

Preso dalla difficoltà di trovare una via di salvezza per l’uomo, Prometeo rubò l’abilità tecnica di Efesto e di Atena insieme col fuoco (perché acquisire o impiegare questa tecnica senza il fuoco era impossibile) e ne fece dono all’uomo. Con essa l’uomo ottenne la sapienza per la vita, ma non la sapienza politica. Questa si trovava presso Zeus e a Prometeo non era concesso di penetrare nell’Acropoli, abitazione di Zeus; inoltre le guardie di Zeus lo intimorivano. Si introdusse invece di nascosto nell’officina comune di Atena ed Efesto, ove essi lavoravano e insieme, rubò la tecnica di usare il fuoco, propria di Efesto, e l’altra, propria di Atena, e ne fece dono all’uomo. Da Prometeo quindi provenne all’uomo la risorsa necessaria per vivere; ma in seguito, a quel che si dice, a causa di Epimeteo, egli dovette scontare la pena del suo furto.

Divenuto partecipe di una condizione divina, l’uomo fu, in primo luogo, a causa della sua parentela con la divinità, il solo tra gli animali a credere negli dèi e ad innalzare ad essi altari e statue; in secondo luogo, egli articolò ben presto con tecnica voce e parole, e inventò abitazioni, vesti, calzature, coperte e gli alimenti che nascono dalla terra. Pur essendo così forniti, in principio gli uomini vivevano dispersi e non esistevano città; perivano quindi uccisi dalle fiere, dato che erano in tutto più deboli di esse: la tecnica artigianale bastava per aiutarli a procacciarsi il cibo, ma era insufficiente nella lotta contro le fiere, perché essi non possedevano ancora la tecnica politica, di cui è pane la tecnica di guerra. Cercavano allora di riunirsi e di salvarsi fondando città; ma quando si erano riuniti, commettevano ingiustizie reciproche in quanto non possedevano la tecnica politica, sicché nuovamente si disperdevano e perivano.

Zeus, temendo l’estinzione totale della nostra specie, inviò Ermes a portare agli uomini il rispetto e la giustizia, affinché costituissero l’ordine della città e fossero vincoli di solidarietà e di amicizia. Ermes chiese a Zeus in che modo dovesse dare la giustizia e il rispetto agli uomini: «Devo distribuirli come le altre tecniche?

Queste sono distribuite in modo che un solo medico, per esempio, basta per molti profani; allo stesso modo gli altri artigiani. La giustizia e il rispetto devo stabilirli in questo modo tra gli uomini o devo distribuirli a tutti?». «A tutti, rispose Zeus, e tutti ne partecipino: non esisterebbero città, se, come avviene per le altre tecniche, soltanto pochi ne partecipassero.

E stabilisci in mio nome una legge per la quale chi non può partecipare di rispetto e giustizia sia ucciso come peste della città».

Per questo, Socrate, gli Ateniesi, come gli altri uomini, quando si discute sulla virtù costruttrice o su qualche altra tecnica artigianale, credono che sia compito di pochi dare consigli, e se qualcuno, estraneo a questi, si mette a darne, non lo tollerano, come tu dici, e a ragione, dico io. Quando invece si riuniscono a consiglio sulla virtù politica, che deve procedere interamente secondo giustizia e saggezza, è naturale che ammettano a parlare chiunque, poiché è proprio di ognuno partecipare di questa virtù; altrimenti non esisterebbero città. Questa, Socrate, è la causa del fatto. […]

Fin dall’infanzia e per tutta la vita si è sottoposti ad insegnamenti e ammonimenti. Appena il bambino comincia ad afferrare le parole, la nutrice, la madre, il pedagogo e lo stesso padre fanno a gara, intorno a lui, per migliorarlo il più possibile, prendendo occasione da ogni fatto e parola per ammaestrarlo e indicargli: questo è giusto, quello è ingiusto, questo è bello e questo è brutto, questo è santo e quello è empio, fa’ questo, non fare quello.

E se obbedisce volentieri, bene; altrimenti è raddrizzato con minacce e percosse, come se fosse un legno storto e curvo. In seguito li mandano dai maestri ed esigono che sia curata molto più la condotta dei bambini che il loro perfezionamento nelle lettere e nel suonar la cetra. […]

Non appena gli studi presso i maestri sono terminati, la città li obbliga ad apprendere le leggi e a conformare ad esse la propria vita, affinché non agiscano a caso, secondo il proprio capriccio; anzi, come i maestri di grammatica tracciano le lettere con lo stilo sulla tavoletta per quei bambini che non sanno ancora scrivere e, data loro la tavoletta, li costringono a scrivere seguendo la traccia delle lettere, così anche la città, tracciando le leggi, scoperte da legislatori buoni e antichi, li obbliga a conformarsi ad esse, nel comandare come nell’obbedire, e punisce chi le trasgredisce: e il nome dato a questa punizione, qui da voi e anche in altri luoghi, è raddrizzare, in quanto la pena raddrizza.

Dal momento che si ha così grande cura della virtù in privato e in pubblico, come puoi stupirti, Socrate, e dubitare che la virtù sia insegnabile? Anzi, dovresti ben più stupirti, se non lo fosse».

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