Utopia di Noci, 18 febbraio 2016

Luogo: Scuola primaria, 3C, I.C. Gallo Positano, Noci (Puglia)
Data: 18 febbraio 2016, giovedì (4 ore)
Gruppo: Classi III (17 bambine/bambini presenti su 18)
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Jacques Le Goff, L’Europa raccontata ai ragazzi da Jacques Le Goff, Laterza ragazzi, 2005; Voltaire, Micromega, varie edizioni (tra cui Leone Editore, Milano 2012)
In aula con me: Insegnanti Paola Pace, Martina Cazzolla Maria Di Ceglie; formatrici/esperte esterne: Mariagrazia Raffaeli; Lina Lippolis // Paola Pace, Di Pinto Chiara, Lala Daniela, Martina Cazzolla, Maria Di Ceglie, Antonella Pace; Marco De Angelis.
Bambini: Alessia B., Dania, Alessia C., Antonio 1, Natan, Vito, Cristiana, Paolo, Marco, Roberta, Giuseppe, Alessandro, Donato, Salvatore, Luigi, Mosè, Antonio 2

I primi bisogni e le abitazioni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Noci.

 «Abbattere un albero per costruire una casa», dice Antonio. Vediamo meglio: «un po’ più alberi per costruire una casa grande… per tutti». Luigi: «[Ci sarà il bisogno di] procurarsi del cibo». Salvatore: «Primo per procurarsi l’acqua, da questo torrente [dell’isola] prendiamo l’acqua. La seconda è tipo quella di Antonio: abbattiamo altri alberi, ma facciamo sopra gli alberi la casa», dice Salvatore. Anche Salvatore dice che è bella l’idea di fare una casa per tutti, ma gli sembra strano che le case stiano sempre a pianoterra. Vorrebbe insomma fare delle case sospese sugli alberi.

Donato: «Io prenderei delle foglie e farei un letto». Così iniziamo ad arredare la casa.

Antonio: «Degli attrezzi per scavare, pietra per costruire oggetti». Giuseppe: «Forse un sostenitore che mantiene l’isola: ancorato all’isola nell’acqua mettiamo un sostenitore sotto». «Sì ma come si fa?», chiede un bambino «a mettere sotto un sostenitore che è grossissimo?».

Giuseppe dice che «è fantasia: che ne so?».

Interessante, ma dovremo cercare di fare ipotesi che riteniamo realizzabili. Salvatore prosegue: «Per i vestiti, come si fa? Prendiamo tante foglie, le uniamo e facciamo vestiti». Luigi propone però di usare pelli di animali. Interviene anche Mosé, che suggerisce di «costruire le case una sotto l’altra, con scavi», e farebbe così per «occupare meno spazio».

Roberta propone di «costruire due case: perché se facciamo una casa di legno e dobbiamo cucinare, poi succede un incendio». Insomma, non sarebbe prudente vivere sugli alberi e cucinare lì. Anche a Roberta piace l’idea di vivere in una casa tutti insieme.

Natan: «Da alcuni alberi che sono alti e da altri che sono bassi ci procuriamo il cibo. Poi costruiamo una specie di albergo e ci stiamo tutti insieme». Natan immagina come un albergo la casa in cui vivere tutti insieme.

Alcuni bambini iniziano a discutere sui materiali da utilizzare per gli attrezzi. Antonio pensa alla costruzione di armature di ferro «per proteggersi dagli animali selvaggi».

Vito: «Con le armature che dice Antonio potremo proteggerci dai maremoti».

Soltanto due bambini, Giuseppe, Paolo e Alessandro, hanno un’idea diversa sul modo di abitare. «Potremmo giocare con la casa per tutti», sussurra qualcuno. Giuseppe prova a dire perché sarebbe meglio avere le casette, anziché la casa grande… «Non so come spiegarlo», dice Giuseppe alle prese con la difficoltà di esprimere un’intuizione difficile e, per ora, in minoranza. Paolo prova a dirlo: «Perché voglio vivere da solo». Ma perché? Un bambino tra quelli che preferiscono vivere nella casa di tutti pensa di sapere perché alcuni non sono d’accordo con l’idea: «ma non lo dico, perché sennò faccio cambiare idea a tutti». Un silenzio strategico, dunque: il bambino che ha fatto una scelta intuisce le ragioni per una scelta diversa, pensa che queste ragioni siano persuasive e che potrebbero fare cambiare idea agli altri e, perciò, non le dice.

Comunque, chi sceglie di vivere nella casa grande per tutti è d’accordo nel lasciare liberi coloro che vogliono di costruirsi la casetta personale, «per non stare tutti stretti attaccati» (commenta Antonio).

Mosè ritiene che «ognuno può stare nelle case diverse perché poi si crea confusione». Ma «a noi piace fare confusione», dice Luigi. «Ma ogni giorno no», ribatte Mosè, e proprio Mosè dice di avere cambiato idea. Anche Salvatore ora preferirebbe la casa singola, «anche per lo spazio; e proprio perché se noi si sta troppo affollati di gente, poi dopo un po’, dopo un po’, dopo un po’ la struttura si aumenta sempre di più e piano piano, piano piano si rompe».

Marco: «Proporrei di costruire un piccolo aereo perché se finisce il cibo andiamo a prendere l’altro».

Roberta: «[Dovremmo] costruire una nave, come ha detto Marco, per prendere il cibo».

Natan: «Meglio la casa grande, perché poi così siamo un po’ più insieme, c’è più amici, abbiamo più compagnia». Alessia B. aggiunge: «Però poi tu li puoi invitare pure a casa tua».

Notiamo che la discussione segue due livelli contemporaneamente: quello dei primi bisogni e quello delle abitazioni. Altri preferiscono la casa comune, «perché possiamo scavare in miniera, trovare utensili e per aiutarci». Un altro Antonio, Antonio 2, sceglie «la casa non comune, perché dividendo le cose poi non c’è più niente da fare: cioè, noi dividiamo le cose, il mangiare, poi non c’è più il mangiare: e come facciamo?». «Lo andiamo a riprendere! Lo andiamo a trovare e lo prendiamo», ribatte Donato.

Salvatore: «E se no perché Marco e Roberto hanno detto l’aereo e la nave: lo possiamo prendere…». «Sennò a che servono gli alberi?», dice qualcuno. Luigi: «Allora, siccome stiamo in confusione tra quelli che vogliono avere la casa singola e quelli che vogliono la casa insieme, potremmo costruire una casa grande per quelli che vogliono stare insieme e delle case per quelli che vogliono stare da soli». Mosè però non è d’accordo. Perché? «Io non decido la casa grande, perché se finisce cibo o soldi viene chiedere a te; poi finisce e tu lo vai a chiedere a un altro…». Che fare allora?

Se mettiamo tutto in comune, c’è il rischio che qualcuno se ne approfitti e vada in giro a prendere le cose dagli altri. «Poi ci prende la mano», dice Salvatore.

Dania: «Io direi di avere una casa comune per stare insieme agli amici, per uscire con loro». Mosè però teme che ci sia qualcuno che se ne approfitta. «Potrebbe capitare», ammette Dania, ma preferisce stare insieme agli altri.

Alessia B.: «Forse condividere la casa, però non condividere le proprie cose, così nessuno poi prende le cose dell’altro». Vito: «Vorrei avere la casa in comune, perché quando uno avrà un problema, qualcosa che non sa fare, lo potremmo aiutare». Roberta: «Siccome è un’isola, quando arriva l’estate potremmo costruire uno scivolo lunghissimissimo e poi arrivare nel mare». «Invece di creare una casa questa ha creato un Acquapark», commenta Luigi. In effetti, però, Roberta aggiunge qualcosa all’elenco delle cose di cui potremmo avere bisogno: qualcosa di divertente. «Potremmo giocare anche a nascondino», commenta qualcuno.

Giuseppe: «Però dovevo dire una cosa [sull’idea] di Donato: però se tu dici che il cibo lo andiamo di nuovo a raccogliere; invece se arrivano delle persone, e se li prendono, non ce l’abbiamo più il cibo, dove lo prendiamo secondo te?». «Per mangiare li uccidiamo come pietre gli animali», dice qualcuno. Ma come l’Homo habilis, dice qualcuno.

Cristiana ricorda a tutti che potremmo fare orti e mangiare frutta e verdura. «Dobbiamo piantare!», concorda e sottolinea Antonio.

Natan torna sul tema della casa comune: «Ad Alessia: però se vivi in una casa comune e non vuoi condividere il cibo… cosa l’hai fatta a fare la casa comune?». Alessia dice: «Le altre cose [non condividerei]: tu stai nella casa comune, condividi il cibo, condividi le cose, però non tutto. I soldi per esempio tu li vorresti condividere?». «No!», dice Natan. «Visto? Pure tu!», dice Alessia.

Antonio: «Voglio rispondervi a tutte e due: perché poi possiamo condividerli i soldi; perché tanto noi viviamo nell’isola, non c’è più nessuno; [viviamo] come gli animali selvaggi; solo gli animali ci sono; i soldi a che servono? A che servono?». In effetti gli uomini primitivi non avevano i soldi, pare («grazie alla maestra li abbiamo studiati», dice qualcuno).

L’idea della casa comune per tutti ottiene 11 voti, a questo punto.

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Cosa andrebbe cambiato del mondo dove siamo? Ovvero, con NON vorremmo sull’isola?

Antonio: «L’inquinamento, tutte la spazzatura buttata a terra e la guerra!». Roberta: «L’inquinamento, la guerra e i ladri che vanno a rubare nei negozi».

Alessia B.: «La spazzatura. Se noi mangiavamo solo frutti, verdure, non ci sarebbe la spazzatura». «E come diventavano muscolosi [gli abitanti dell’isola]?», dice qualcuno.

Giuseppe: «Però dal nostro paese viene tanto inquinamento a causa delle industrie. Invece se alla nostra isola non costruiamo industrie non c’è più inquinamento. Poi i ladri al nostro paese possono venire perché non è circondata, è circondata un po’ ma non tutta…». Mentre l’isola sarebbe più protetta.

 

Regole

«Secondo me sarebbero necessarie le regole e le leggi, perché ad esempio quando qualcuno finisce il cibo potrebbe andare a prenderlo dall’altro e non dovrebbe farlo, perché anche l’altro si deve nutrire di cibo», dice un bambino. Mosè, Natan e Giuseppe però non sono molto convinti della necessità di avere regole. Ecco perché.

Mosè: «Secondo me alcune possono servire e alcune no».

Natan: «Qualcuna ci vuole, però secondo me non ce ne vogliono molte, perché se viviamo in un paese bello, il cibo non lo buttiamo, lo rispettiamo… cioè se lo rispettiamo non servono regole». Notiamo qui l’ipotesi secondo cui il rispetto può rendere superflue molte regole.

Giuseppe: «Certe le mettiamo, ma senza regole sarebbe più divertente».

Roberta: «Secondo me le regole ci devono essere, perché se uno entra nella tua casa e ti rompe tutto o senza permesso ti prende i soldi… [che fai?]».

Alessia B.: «Secondo me le regole ci vogliono, perché se poi usiamo i rifiuti uno li butta nel mare e poi il mare si inquina». La regola può impedirlo: avevamo già detto prima che su quest’isola non si deve inquinare.

Giuseppe: «Però, Roberta ha detto che se qualcuno viene a prendere le cose e a rompertele [ci vogliono le regole]. Però ci vuole qualcuno che indaga». «Ma ci vuole un casino per indagare!», commenta qualcuno.

Cristiana: «Se non mettiamo i soldi nell’isola, come fanno a ruberteli?».

Marco: «Le regole servirebbero perché se quest’isola è immersa in mezzo all’oceano, tipo se sta la guardia marina viene qua e dice, vedendo che c’è qualcosa contro la legge: “Perché non rispettate questa regola?”». Serviranno dunque, secondo Marco, anche delle regole.

Vediamo dunque alcune regole importanti nell’isola:

Alessia B.: «Non inquinare l’isola».

Dania: «Non sporcare l’isola».

Alessia C.: «Non gettare le bottiglie in acqua». Evitare dunque di inquinare anche lo spazio attorno all’isola.

Antonio: «Non inquinare lo spazio intorno all’isola e aiutare gli altri a fare i loro lavori. Se stanno facendo qualcosa, tu li aiuti. Aiutare a raccogliere oggetti… [come nella casa comune, interviene qualcuno]. Pulire tutto. Voglio che la casa sia splendente». Ecco una regola senza il “non” all’inizio: la regola di “aiutare gli altri”.

Natan: «Rispettare l’isola, cioè non inquinarla, non sporcarla; però anche tenerla pulita, non gettare cose… anche l’albergo si deve tenere pulito. Gli altri compagni che vivono in quest’isola anche loro dovrebbero fare così, perché non bisogna sporcarla, non bisogna… noi viviamo qua e dev’essere bella, dev’essere felice quest’isola!».

Vito: «Rispettare gli alberi, perché con i rami degli alberi si possono fare tantissime cose»

Cristiana: «Non buttare le cose avanzate nell’isola e poi gli alberi… non sprecarli perché ci danno aria».

Paolo: «Non buttare le carte nel male, sopra gli alberi e non abbattere gli alberi».

Marco: «Non rompere e non rubare le cose degli altri».

Roberto: «Non buttare le cose a terra per la casa, perché deve essere pulita».

Giuseppe: «Allora, non fabbricare industrie, perché… per fare divertire tutti e non inquinare l’isola».

Alessandro: «Non inquinare l’ambiente».

Donato: «Non sparare tipo a delle cose belle: tipo in quell’isola sta una torre, non la fare cadere».

Salvatore: «Sono d’accordissimo con quello di Alessia e di Donato ma aggiungo anche di non rubare, non rompere ogni cosa e ci aggiungerei anche molte, ma molte regole: non inquinare, non buttare oggetti in mare, non fare volare le carte perché inquiniamo il cielo, non buttare le cose in mezzo all’isola, tenerla pulita, tenere pulite le case, gli alberi solo per le case usarli, gli alberi da frutto non spaccarli mai perché ti producono i frutti, non sparare…».

Luigi: «Io direi di non abbattere la vegetazione, perché ci producono frutti e anche come hanno detto molti di noi, non inquinare l’ambiente e non sporcare dentro casa; perché ad esempio se stiamo dentro una casa sola, … poi ad esempio facciamo… c’è un bambino che gli piace buttare tutto per terra e non mettere in ordine e altri [a cui] piace mettere in ordine…».

Mosè: «Secondo me non esisteranno i ladri, non rubare le cose, non rompere le cose tue, non nascondere droga, non uccidere, non inquinare il cielo il mare e l’isola».

Antonio: «Non riesco a decidere». E aggiunge però che si dovrebbero evitare le cose pericolose che esplodono, come bombe e dinamiti.

Vediamo cosa si fa quando qualcuno non rispetta le regole

Alessia C. inizia dicendo che è bene affidarsi alla parola e parlare con chi non rispetta le regole. Paolo aveva suggerito di mettere cartelli, ma Mosè dice che i cartelli da soli non bastano, perché non parlano né fanno le multe. Quindi potrebbe esserci un poliziotto sotto ogni cartello. Qualcuno poi pensa che debbano essere date punizioni e che si debba costruire una galera nell’isola.

Antonio dice a questo punto che «bisogna rispettare i dieci comandamenti». Però, curiosamente, proprio Mosè non è d’accordo su questo punto: «Se una persona ha da fare e non va al catechismo, come li fa a sapere?».

Un bambino suggerisce di «fare la pipì addosso» a chi non rispetta le regole. Rientrebbe nelle punizioni, questa soluzione. Ma quali conseguenze ci sarebbero? «Si comporterà bene perché non è bella…». C’è però qualcuno, come Alessia B., che mette in guardia: «così potremmo provocarlo». In che senso? «Che lui poi ti fa un’altra azione brutta». Dunque non otteniamo di migliorarne l’atteggiamento. Così anche Natan. Un altro bambino dice che invece se non ascolta gli si danno botte; se provoca ancora gliele ridiamo; se provoca ancora gliele ridiamo e così via, fino a fargli la pipì addosso e a metterlo in galera.

Questa cosa è un po’ particolare… qualcuno l’ha chiamata schismogenesi simmetrica: è la situazione in cui si risponde al comportamento di qualcuno con un comportamento analogo, aumentando per così dire la posta in gioco (A si vanta con B, B si vanta con A, A si vanta di più e così via): oppure, uno fa una cosa brutta a un altro (minaccia, offesa ecc.) e l’altro fa altrettanto, un po’ di più… «Ma non solo quello che l’ha fatto per prima, anche quello che l’ha fatto secondario… vanno tutti e due in prigione», suggerisce un bambino.

Roberta: «Io vorrei aggiungere una cosa a quello che ha detto Luigi di sequestrare gli oggetti. Tipo se uno sporca e lo fa una volta, lo perdoniamo; se lo fa un’altra volta gli sequestriamo il telefono… e lui lo vorrebbe riavere indietro, perché è il suo telefono».

Dania: «Se uno prende una cosa dell’altro, possiamo chiuderlo in camera e fargli fare un lavoro di casa».

Natan chiama questa cosa “penitenza”. Non è dunque una “punizione”.

Natan: «Secondo me per la prima volta fa niente, invece la seconda bisogna o cacciarlo dall’isola o farli una penitenza anche, cioè una punizione secondo me».

Marco: «Basta anche una sola punizione, perché se ne aggiungi tante lui lo rifà sempre».

Ma è possibile fare “capire” a qualcuno che le regole andrebbero rispettate?

Luigi: «Secondo me dovremmo lasciarli stare, andare per i fatti loro; perché ad esempio se provi tutto, lo mandi in galera, gli dai le punizioni… quello poi è tipo un tuo… [è come una catena di montaggio, dice qualcuno]… quello come vuole fare io lo lascerei andare».

Salvatore: «Io lo metto in galera è già un pezzo di catena, gli metto una punizione è un altro pezzo di catena. Poi pian piano si forma una catena lunga… e poi se non si ferma [facciamo una catena di montaggio]». La metafora è interessante e originale.

Come spezzare questa catena? «Dobbiamo mettere il quadruplo degli anni tutte queste punizioni ogni giorno», dice un bambino. «Eh Madonna Santa, poverino pietà!», dice un bambino, «cioè gli fai una testa grossa grossa, Salvato’».

Mosè: «Secondo me è meglio non usare la violenza. È meglio mettere una maestra in carcere che gli insegna l’educazione»; «oppure un uomo, siccome è maleducato, ad esempio fa male a una persona, poi lo mandano in galera dove i prigionieri che fanno male a lui».

Luigi però dice: «è sempre la catena di montaggio!».

E la maestra potrebbe interrompere questa catena di montaggio? «Più o meno», dice qualcuno.

«Ad esempio, appena entra la maestra diciamo dove stanno i prigionieri, praticamente i prigionieri con i pugni [sarebbero violenti] le danno i calci…».

Alessia B.: «Secondo me invece di metterli in galera, gli mettiamo un braccialetto che ci dice dove stanno così possiamo saperlo e non li mettiamo in galera». «La maestra potrebbe servire però dovrebbero stare i poliziotti accanto a lei».

Difficoltà: se una maestra andasse lì a parlare, le parole probabilmente non basterebbero… dicono tanti bambini in altre parti d’Italia. Che fare allora se le parole non bastano.

«Le bacchette», si potrebbero usare, dice una bambina.

Alessia C.: «Come ha detto Mosè, il poliziotto può fare la multa». Ecco un’altra strategia.

Natan: «Però questo fatto [la bacchetta] è di nuovo un modo di provocarlo».

Alessia B.: «Sì, ma le bacchette gliele darebbe sulle manette, non sulle mani». Sarebbe una bacchettata simulata. È sempre provocazione, secondo Natan.

Un bambino dice: «Si mette un fuoco in bocca».

Luigi: «Però l’idea che ha detto Alessia, gli mettiamo un braccialetto: quelli possono continuare alla violenza [anche se] voi sapete dove sono. Lui mi ha dato uno spunto, di mettergli un braccialetto elettrico: quando loro stanno per fare male a una persona, il braccialetto gli dà una scossa».

Anche Alessandro condivide l’idea. Mosè precisa: «Secondo me farei uscire un ladro una volta la settimana, poi due elicotteri con tre poliziotti dentro a vedere che fa; se rifà qualcosa si mette in carcere, poi la settimana dopo di nuovo [gli si dà una possibilità]». Notiamo che Mosè cerca modi per alleggerire le pene di chi è in prigione e di dare delle possibilità.

Ma se le parole non bastano? Torniamo a quel problema. Mosè: «Se non lo capisce [a parole], lo facciamo stare con la maestra vent’anni».

Ma cosa dovrebbe fare la maestra? «Secondo me la maestra deve fargli dire la lezione: se si è scordato qualche cosa lo frusta», dice un bambino. «Ma è ancora un provocare!», dice Natan, che su questo punto sta sempre all’erta.

«Però se il ladro entra in una casa, quelli come fanno a vederlo [dall’elicottero]? Dentro la casa potrebbe violentare delle persone, però ce ne vuole prima che quelli scendano…», obietta un bambino. Qualcuno pensa allora a telecamere a raggi X.

Roberta: «Secondo me se la maestra glielo spiega e lui non riesce a capire glielo spiego io…». Ma come? «Dicendo che inquinare la natura è un’azione cattiva per la natura…». Una bambina aggiunge: «Per esempio se qualcuno non rispetta le regole lo facciamo sedere sopra i chiodi». Natan: «Mettere le telecamere per tutto il paese»… «per tutta l’isola». Mosè non è d’accordo. «Ma è esagerato!», dice un altro bambino.

Alessia B.: «Gli avevamo messo il braccialetto poi i poliziotti senza farsi notare lo spiavano».

Secondo Antonio chi non rispetta le regole va arrestato, facendo l’esempio della dinamite e di chi rischia di provocare esplosioni.

Sarebbero utili immagini, video, filmati delle conseguenze delle brutte azioni? «Più o meno», dice qualcuno. L’idea però non sembra convincere molti.

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Noci.

Marco: «[Si dovrebbe governare] in tanti, [aiutarsi] tutto il popolo».

Luigi: «Secondo me ogni giorno si cambia re: ad esempio, prima è una persona, passa un giorno e diventa l’altro, così tutti sono contenti perché possono essere re». Una specie di MONARCHIA TEMPORANEA QUOTIDIANA. «Anche i bambini!», dice Salvatore.

Mosè: «Secondo me come ha detto Luigi ci vuole un re ogni giorno».

Anche ad altri l’idea piace.

Giuseppe: «Secondo me ognuno comanda per sé».

Vito: «Non sono d’accordo con Giuseppe. Perché se ogni giorno è un nuovo re, poi se finiscono gli abitanti del paese…», «si ricomincia daccapo», dice Luigi; «ma si stancano!», riprende Vito; «e perché devono stancarsi: è bello essere re», ribatte Luigi. «Oppure si salta [chi si è stancato]», dice qualcuno.

Natan: «Per me il figlio del re dopo [diventa] re; poi il figlio del re che stava prima [diventa re]». In questo caso però la monarchia è EREDITARIA: si può trasmettere a figli e figlie come re e regine. Ma con un’aggiunta: il re dovrà avere dei consiglieri.

Anche Antonio preferisce un re, «perché poi sennò se stanno tanti litigano per fare una decisione. Poi voglio dire a Luigi che se un giorno sta a uno e dopo agli altri, si stancano… Non che si stancano in quel senso, ma nel senso che dopo litigano che vuole stare uno dopo l’altro… [sui turni]».

Alessia B.: «Secondo me prendere uno sconosciuto che passa di lì e farlo diventare re e dopo cambiarlo; cioè prendere ogni sconosciuto [che passa] e dopo [farlo diventare re]». L’idea è molto originale. Qualcuno teme che chi passa sia cattivo, ma perché uno sconosciuto? Alessia B.: «Perché così nessuno si offende, perché litigano poi: “no, io voglio essere il re!”… Perché così se quella persona è povera può provare a essere anche per un giorno un po’ più ricco; se è povera quella persona [quello sconosciuto] può provare un giorno di felicità e poi viene ammesso nel paese».

Un problema per l’ipotesi di Luigi. Se il re cambia ogni giorno, come fare a prendere le decisioni che riguardano cose che richiedono molto tempo per essere realizzate? Se uno decide di fare un ponte sul torrente oggi, e domani qualcuno non vuole più, e dopodomani qualcuno vuole ancora, ma in un punto diverso… e così via, che succede?

«Però una cosa, per essere re che nessuno si offenda, io proporrei di fare delle prove di agilità… il re è la persona che vince più prove e si guadagna il posto di re…».

Si potrebbe qui scrivere un pensiero su quali dovrebbero essere le prove da superare per diventare un re. «Oppure prove di gentilezza», dice Luigi. Ma quali? Quali esercizi e prove fare.

Roberta: «Secondo me dovrebbe decidere sia il re, sia la regina. Secondo me prendere una persona povera e sconosciuta come ha detto Alessia, maschio, e diventerà re, poi una sconosciuta povera che diventerà la regina… per un giorno farli diventare re e dargli da mangiare… che non possono permetterselo».

Alessia: «Invece di un giorno, una settimana… [dovrebbe durare l’incarico di re e regina]».

Ma torniamo alle prove di gentilezza. Luigi: «Allora praticamente bisogna scegliere un piatto che non paice a quella persona e quando glielo portano a tavola bisogna essere gentili a non sgridare quello che ha capito male [quale piatto portare]». Si tratta quindi di capire come una persona gestisce il sentimento del disgusto nei confronti di chi lo provoca in questo modo. Salvatore: «Essere gentili con le altre persone, non alzarsi mai da tavole…». «Ma tu devi dire prove di gentilezza, non gentilezza tutta la vita: prove di gentilezza, per essere un re», precisa un amico. «Allora, riprende Salvatore, non bisogna dire mai parolacce…».

Luigi: «Io ne ho un’altra: tu la fai apposta a fare male a quella persona e vedere come reagisce. Non “stai più attento, mi hai pestato il piede!». Dovrebbe dire: “Fa niente, potrebbe capitare”… non arrabbiarsi con quello là, non infuriarsi». «Qui invece fanno tutto il contrario le persone», commenta Salvatore.

Alessia chiede ora a Luigi: «Tu però chi sei per decidere con le prove di gentilezza? Non possiamo sapere quanto siamo gentili». Luigi ci pensa: «Vabbè… immagina che sono un sindaco qualsiasi…». «Ma tu immaginalo, neanche quel posto è reale», dice un bambino. Luigi e Salvatore però hanno provato a individuare delle prove. Ma Alessia dice: «Però quella persona che vorrebbe diventare re, per quel giorno [della prova] potrebbe fare quelle cose ma può essere che poi gli altri giorni non più… [proprio perché]… è diventato re…». Alessia segnala qui un punto importante di cui tener conto: il comportamento di una persona potrebbe trasformarsi dopo essere diventata re (sia che scelga deliberatamente di apparire diversa da quel che è nel momento della prova, sia perché effettivamente il potere può “trasformare” una persona). «E vabbé se farà quelle cose lo bandiranno», dice un bambino. «E se finge di essere buono e poi è cattivo?», chiede Natan. Proprio per questo dovrà essere bandito.

C’è un margine di incertezza e imprevedibilità nel comportamento umano.

Vediamo alcune alternative discusse:

MONARCHIA EREDITARIA: 3

MONARCHIA TEMPORANEA A TURNO (settimanali, con re scelti tra sconosciuti): 9

MONARCHIA TEMPORANEA A TURNO (tra i fondatori dell’utopia): 3

Qualcuno è indeciso ma la maggioranza è chiara: qui potranno governare sconosciuti di passaggio che, dopo aver governato per una settimana, diventeranno cittadini. «Ma se poi gli sconosciuti ci fanno un inganno?». Il problema rimane.

Discutiamo l’idea di un altro gruppo di bambini, che avevano ipotizzato di fare una specie di città finta (come una scena teatrale o di cinema) in cui mettere alla prova i candidati re: questi non sanno che la città è finta e quindi governano mostrando il loro stile, su finti sudditi. Se si comportano bene, si svela che il periodo di prova è superato e coloro che si sono dimostrati buoni sovrani diventano re nella città vera; altrimenti, vengono cacciati e non assumono l’incarico di re nell’isola vera. Marco teme però che il re della città finta girando per l’isola scopra la città vera. Salvatore propone allora di circondare la città di prova con delle barriere che impediscano il passaggio verso la città vera, mentre Luigi pensa che la prova possa essere fatta su un’altra isola, piccola, destinata a mettere alla prova i candidati alla carica di re.

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Noci?

Prima della discussione, 14 bambine e bambini pensano che sia meglio NON ospitare adulti sull’isola; sono dell’idea di ospitarli in 3. Vedremo che succede dopo la discussione.

Luigi, Alessia B. e Alessia C. propongono che gli adulti siano sull’isola. Luigi: «Se tu ti trovi in un grave problema, là c’è il re e non ti può aiutare. Invece se ci stanno i tuoi genitori, ti stanno d’aiuto; invece tu dovresti stare tutto da solo, risolvere tutte le occasioni che puoi da solo; invece se ci fossero anche i genitori ti potrebbero anche aiutare a risolverla questa occasione». Alessia B.: «Secondo me i genitori possono aiutare. Perché per esempio noi vogliamo cenare con i miei amici e vogliamo cucinare: poi fai l’incendo, come facciamo?». «Oppure non sappiamo cucinare, oppure cuciniamo una schifezza», aggiunge Luigi. Natan ha detto: «Si fa una festa e si mangia frutta». Alessia C.: «[Gli adulti sì] perché gli adulti ci possono aiutare quando c’è un problema». In quali situazioni? «[Per esempio] non sappiamo cucinare».

Chi invece non vuole gli adulti sull’isola. Alessandro dice che «se non ci stanno i genitori ci sembra tutto più avventuroso». Antonio: «Se i genitori non ci sono e il bambino non mangia… muore di fame!». Marco aggiunge che «i genitori non devono stare, perché se stai uscendo, se ci sono, ti dicono “copriti, copriti”». Ma Luigi interviene e dice: «Ma così ti proteggono!». Che fare? Vai fuori con le maniche corte quando è freddo e ti ammali. Marco aggiunge che il genitore ti dice di mettere guanti, sciarpa… e così via. La cosa diventa eccessiva. Vito: «Sono d’accordo con Marco. I genitori a volte…» «esagerano», aggiunge Salvatore. Un bambino ricorda che i genitori ci fanno lavorare e ci comandano». Sembra poi che a volte «esagerino»

Cristiana: «Secondo me i genitori non devono venire perché sono un po’ stressanti e poi dicono “fai i compiti, fai i compiti, fai i compiti”». «Ma senza compiti diventi ciuccia!», aggiunge ancora Luigi.

Roberta: «Secondo me i genitori non devono stare perché loro sanno cucinare ma noi no, però noi vogliamo imparare a cucinare, anche se facciamo un disastro…» «a me me lo fanno fare», dice Luigi; «… anche se facciamo un disastro, almeno impariamo a cucinare: poi intanto la prossima volta che lo faremo, lo faremo bene».

Salvatore: «Come ha detto Alessio, un poliziotto, un carabiniere, un agente del FBI… militari… cosa vuoi più?». Dunque, solo pochi adulti per queste funzioni base. Altri no, aggiunge un bambino, «proprio perché i genitori normali litigano e ci fanno delle orecchie così».

«Servono un po’ i genitori», dice però un bambino, che li vorrebbe.

Un bambino dice: «Io no, [non vorrei adulti], perché loro dicono sempre, come ti posso dire?, non ci fanno divertire… non ci comprano le cose che ci piacciono… non fanno niente per noi». «Ma se non hanno i soldi, come fanno?», chiede una bambina. Ma il bambino di prima ha detto: «Non fanno niente per noi». Ecco allora intervenire un altro bambino: «Ah no? Allora, chi ti prepara da mangiare?». «Mia mamma». «E chi va a lavorare per avere i soldi?»… Insomma, sembra che gli adulti facciano cose per i bambini. «Poi i genitori parlano con te [dei tuoi problemi]», aggiunge un bambino.

Damiano: «Lui ha detto che ci sono cinque adulti… ma c’è anche uno chef. Almeno cinque ce ne possono stare».

Mosè: «Ma è impossibile vivere senza i genitori, perché noi quando cresciamo non diventiamo sempre genitori?».

Alessia B.: «Secondo me i genitori non sono tutti uguali. Ognuno ha il proprio carattere. C’è chi ti può comprare un gioco oggi, domani ti compra un vestito. Non sono tutti uguali i caratteri. Poi ha detto Salvatore che ci sta uno per ogni cosa… [cinque o sei], allora se sta uno a ogni cosa, può essere che c’è un paese sulla montagna, uno sulla pianura… capito?». Alessia invita a non generalizzare mentre parliamo degli adulti e mette in evidenza che ci dovrebbero essere più adulti per ogni paese: dunque non sarebbero cinque o sei soltanto, ma andrebbero moltiplicati per ogni paese, se si sceglie l’ipotesi di Salvatore.

«Se noi gli diamo fiducia, può essere pure [che gli adulti possano migliorare su un’isola come questa]», dice Alessia B.

Roberta: «Secondo me, [eviterei gli adulti sull’isola] anche perché i genitori dicono “copriti”, “stai attento”…». «Se ti prende uno zingaro…» «Sì perché non c’è il poliziotto, il militare [sull’isola]?». Diventa un po’ difficile a questo punto seguire il filo degli interventi che si sovrappongono.

Proviamo una votazione dopo la conversazione: 7 dicono che gli adulti dovrebbero essere ospitati sull’isola; i “no” sono 9. Antonio interviene per fare cambiare idea: «E chi ci cura se non ci sono i genitori?». «Abbiamo detto che c’è la dottoressa!», dice qualcuno. «Ma i dottori sono anche genitori!». Luigi: «Immaginate anche come si sentono i bambini poveri che non sanno cosa vuol dire avere i genitori. Essere nudi, non mangiare, non bere, stare senza vestiti…».

Notiamo comunque che i bambini abitanti dell’isola sono quasi divisi a metà sulla questione dei genitori.

A proposito del rapporto con gli adulti e di alcuni esempi fatti (sull’imparare a cucinare con o senza gli adulti) citiamo l’esempio del GIRELLO PER BAMBINI ISPIRATO AL FILOSOFO IMMANUEL KANT. Segnalo qui, a questo proposito, un piccolo esercizio pubblicato sul progetto “Il barrito dei piccoli”, dal Centro Mammut (che mi ha ospitato durante l’incontro per l’utopia di Scampia, a Napoli):

http://www.barritodeipiccoli.org/it/8.2_54/il-girello-per-bambini.htm

Alessia interviene per dire: «I genitori, se staranno sull’isola, noi gli diremo: non ci dovete stare addosso, perché non siamo più piccoli, ora ci prendiamo le nostre responsabilità così possiamo iniziare a fare altre cose». Antonio: «Provano a farlo camminare sul letto [il bambino che esce dal girello]», o «su un materasso»… Salvatore: «Io ho un’idea. Metà città è per gli adulti e l’altra metà per i bambini: poi quando ci serve l’aiuto di un genitore lo chiamiamo per l’emergenza».

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

«Si dovrebbe fare amicizia», dice subito Antonio.

Roberta: «Secondo me, ospitarli. Però secondo me solo i bambini, per fargli imparare come ho detto prima a cucinare» (Roberta non è convinta della bontà dell’idea di dividere la città in due parti). «La gentilezza», sussurra qualcuno.

Alessia B.: «Conoscerli un po’ e vedere se fidarsi o no», lo dice Alessia che ha lanciato l’idea di avere come governanti degli sconosciuti.

Natan: «Farli vivere con noi: quelli grande da quella parte e i bambini da quella parte nostra».

«Condividere tutti le loro cose: i bambini con i bambini e gli adulti possono parlare con gli adulti», aggiunge un bambino.

Marco: «Sapere chi sono e da dove vengono».

«Fargli delle domande», dice una bambina: «Vedere se stanno facendo finta di essere gentili o no».

Mosè: «Dirgli se sono poveri o no: se non li sono, li separerei, se li sono no». Cioè, adulti con adulti e bambini con bambini se non sono poveri; «se sono poveri li farei rimanere insieme».

Ma che si fa se i nuovi arrivati non vogliono essere separati.

«La dividiamo in tre [parti l’isola]», dice Salvatore, «o anche in quattro, in cinque se serve». La terza parte sarebbe quella per adulti e bambini che vogliono stare insieme (eventualmente anche parte per ricchi e parte per i poveri).

Alessia: «Chiedere da dove vengono e perché può essere che loro dicono quel posto dove prima abitavano, però le vere origini… che origine avevano i loro papà». Si tratta così di conoscere la loro storia.

Natan: «Metterei adulti e bambini insieme e [dovremmo] buttare giù tutti i muri che separano quelli poveri da quelli ricchi»… Insomma, togliere tutte le divisioni che aveva suggerito Salvatore. Salvatore però vorrebbe tenerli, anche se il confronto con Natan lo induce a dire che tutto sommato i muri che separano adulti e bambini si potrebbero togliere.

Luigi prova ad affrontare il problema difficile di come si potrebbe capire come sono questi sconosciuti: «Innanzitutto io proporrei di chiedergli tutte le domande, da dove vengono, dove lavorano e dopo se trovo qualcosa di sospetto li andrei a spiare [per vedere come si comportano]». È la stessa idea che era stata escogitata per riconoscere l’affidabilità del re o della regina (che peraltro vengono scelti tra stranieri di passaggio ed hanno un incarico di breve durata).

noci3

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