Utopia di Pisa, 15 dicembre 2015

Luogo: Scuola primaria Don Milani, I.C. Gamerra, S. Ermete (Pisa)
Data: 15 dicembre 2015, martedì (4 ore)
Gruppo: 23 bambine/bambini (V primaria)
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: T. Moro, Utopia, Laterza e altre edizioni; I. Calvino, Le città invisibili; U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani 2013
In aula con me: Isabella Moretti, Michela Lanciani, Laura Santoni
Bambini: Sergio, Jacopo, Alma, Mehdi, Karim, Daniele G., Ledio, Ludovica, Adrian, Gabriele, Vittoria, Lorenzo, Francesco, Erica, Anna, Olivia, Samuele, Beatrice, Antonio, Daniele C., Jonaida, Matilda, Nikola

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini in questa scuola.

Mehdi: «Prima di tutto non ci dovrebbe essere l’inquinamento».

Erica: «Secondo me non ci dovrebbero essere tipo le fabbriche, ma magari costruire le cose a mano».

Beatrice: «Lo spreco, perché ora insieme all’inquinamento si fanno tante cose che non servono; invece come ha detto simile a Erica potremmo fare qualcosa con quell’isola che ci avanza».

Olivia: «Secondo me potremmo non farci tantissimi abitanti, perché se ce ne stanno così tanti siamo tutti, cioè, spiaccicati e non abbiamo posto per fare le nostre cose normali, e allora inventiamo le fabbriche che fanno le cose che possono farci stare bene anche in quel modo». Il ragionamento di Olivia è molto articolato: si tratta di uno dei rari casi in cui si considera l’aspetto demografico e, in aggiunta a questo, si individua una relazione tra il numero di abitanti, la carenza di spazio e l’esigenza di industrie per soddisfare bisogni indotti dall’eccesso demografico.

[Vedi, su aspetti simili relativi all’ecceso di costruzioni e su alcuni proverbi relativi al “troppo”, l’UTOPIA DI PASTURANA]

Daniele: dovremmo lasciare «le armi perché possono uccidere: senza armi si può uccidere, ma meno facilmente».

Anna: Lasciamo indietro «le cose non proprio indispensabilissime: tipo i giocattoli inutili, che stanno nei negozi non comprati e poi si buttano via perché nessuno li usa più».

Sergio: «Secondo me le cose artificiali si dovrebbero fare di meno; costruire di meno, perché tipo fanno tantissime giocherie, poi non ci va nessuno ed è inutile costruirle».

Matilda: «Non si dovrebbe rubare, ma nemmeno essere poverissimi… non so come spiegarlo». Si introduce qui il tema della povertà. Potrebbe essere uno dei motivi che inducono a rubare… «I ricchi, non è che non rubano… diciamo di sì… perché quando i ricchi costruiscono le cose per guadagnare, prendono comunque i soldi degli altri…».

Jonaida: «Io lascerei [indietro] le macchine, perché se vai là l’ambiente sparirebbe; cioè si potrebbero costruire ad energia solare, così non inquinerebbe».

Antonio: «Costruire meno edifici, tipo la Coop, il reparto frutta, alimentari… [si potrebbe] in ogni casa fare un orticello, quindi più natura».

Olivia: «A me piacerebbe, oltre ai vestiti e alle case, tornare un po’ indietro nel tempo… le case, le macchine va bene, però tipo la frutta e la verdura [le troviamo] in un campo là vicino, che si condivide e chi vuole quando ne ha bisogno va là e prende la frutta e la verdura. Poi la carne va beh, si fanno i recinti per animali e poi quando sono troppi o troppo vecchi li uccidono…».

Ludovica: «Noi potremmo fare di stare più all’aperto: così se uno sta più all’aperto risparmia, perché in casa accendi le luci, cucini, quindi si consuma di più». Ludovica ha l’impressione che i bambini di oggi stiano più al chiuso rispetto ai bambini del passato: «oggi ci sono tutti questi giochi elettronici che prima c’erano, ma c’erano di meno, quindi [i bambini di oggi] stanno più dentro».

C’è chi interviene per confermare: «quello che ha detto Ludo è vero; perché mia mamma quando era più piccola andava sempre in campagna e tipo a volte ancora adesso mi dice: “non stare rinchiuso, vieni”» (Mehdi).

Erica: «Secondo me ci dovrebbe essere la raccolta differenziata».

Alma: [Ci dovrebbe essere, tra i primi bisogni] «il rispetto per tutti: che tutti i bambini andassero a scuola e ognuno avesse i suoi diritti».

Beatrice: «Secondo me, già che ci siamo, vorrei mettere nell’isola la pace: a parte i negozi, io direi di metterci gli orti comuni per tutti, così invece di andare e costruire i negozi che non ha senso, prendere le cose dal tuo orto e se qualcuno tipo gli è marcito qualcosa lo puoi condividere anche te e si fa la pace».

Non si fa soltanto appello alla pace, ma alle condizioni per «non essere egoisti» (Antonio). Daniele: «In quest’isola si dovrebbe, invece di sprecare quando vanno a fare le fabbriche il cemento e il metallo, si potrebbe fare direttamente con gli oggetti naturali».

Matilda: «Devo dire due cose: allora la prima è che io non vorrei uccidere gli animali selvatici, tipo le volpi, i cinghiali… perché essendo un’isola… questa è la seconda cosa, non per spezzare questa catena, ma se per portare… quando noi andiamo dobbiamo portare qualcosa per sopravvivere e dobbiamo prendere un mezzo di trasporto per arrivarci e quindi dovremmo costruire porti, aeroporti… dovremmo comunque costruire qualcosa di artificiale, perché non potremmo vivere su un’isola… selvaggia». Si possono eliminare per esempio le automobili dall’isola, ma ci sarebbe bisogno di cose artificiali comunque.

Torniamo ai giochi elettronici. Ludovica ritiene che si possono portare, ma un gioco, così quando piove uno ci può giocare come passatempo quando piove. La stragrande maggioranza è d’accordo. Nessuno ritiene che si dovrebbero proibire sull’isola… tranne un bambino che ricorda che i suoi genitori raccontano che loro da bambini giocavano fuori la sera dopo cena mentre i genitori uscivano e giocavano a carte… e si divertivano molto. «A me piacerebbe di più», dicono in tanti. «Se non ci fossero le macchine!», esclama qualcuno. «Potresti andare a prendere delle cose da solo o essere anche i bambini che sono un po’ più autonomi e giocare fuori sempre». Tutto parte dall’osservazione di Daniele C.: una volta era più bello, ma ora «sono venute le strade molto… che ti arrotano, [dove] ci sono tante macchine».

Olivia: «Secondo me anche perché… a me all’inizio andava bene che quando pioveva uno poteva giocarci [con i videogiochi], se fuori piove. Però poi uno diventa gobbo e anche quando è bel tempo e ti chiedono: “dai, vieni a giocare fuori?”, lui risponde: “no, devo finire la partita”, e poi finita la partita ne inizia un’altra e ancora e ancora». Di diventa “flippati” (Adrian), mentre Samuele usa il concetto di “flippatitudine”. Olivia ha chiamato in causa l’abitudine e qualcuno parla di dipendenza.

Olivia: «E poi vorrei dire un’altra cosa: secondo me, va bene, per arrivare è ovvio bisogna usare aerei e barche, però per la barca si fa un molo di legno gigante o se ne fa uno piccolo e si mettono tante barchette; e se ci sono le macchine e passano nelle strade, non credo che cambierà di tanto farne un’altra [di strada] per l’aereo».

Matilda pensa di avere una soluzione sui videogiochi: «a Pisa ci sono cabine telefoniche e si possono mettere due telefoni in due posti diversi dell’isola: così se io sto di là dal fiume e Anna sta dall’altra parte, possiamo telefonarci e incontrarci»: al posto dei videogiochi si mettono dei telefoni con cui si può parlare a distanza e darsi degli appuntamenti. «Non giochiamo con i giochini e stiamo all’aria aperta». Sergio dice che si può giocare poco ai giochi elettronici, facendo sport oppure giocando con le costruzioni; oppure, avendo una casa al mare, andando a giocare a calcio o altrove all’aperto. Sull’isola si potrebbe fare.

Perché pensare a un’isola immaginaria?

Erica ci sorprende a questo punto con due considerazioni: «Secondo me, quando andiamo in quell’isola dovremmo andarci con la consapevolezza di quello che facciamo; perché se magari uno anche fa una cosa di sbagliato e poi vorrebbe perdonare ma non sa come fare, invece che dire “è stato lui, non sono stato io”, magari può dire “sono stato io” e poi farsi perdonare. L’altra cosa che vorrei dire: allora, se poi tutti… cioè credo la stragrande maggioranza, a parte l’Isis, del mondo che vorrebbe vivere bene va in quell’isola poi si abbandona il mondo e allora diventa tutta guerra. E se invece potessimo provare a trasformare il mondo in una cosa molto meglio, invece che inventare una nuova isola, a trasformare quello che abbiamo già?».

Jonaida dice sottovoce che «sarebbe quasi impossibile».

Dunque perché pensiamo a questo? Ci potrebbe servire per comparare ciò che desideriamo, ciò che auspichiamo, con ciò che c’è: come primo passo per chiederci quanto di ciò che esiste potremmo trasformare in direzione di ciò che riteniamo sia meglio per noi, per chiederci almeno da dove iniziare. Dalla riduzione o eliminazione del traffico che inquina e dall’utilizzo di mezzi ecologici per spostarsi, ad esempio? Ma come farlo? Se si può farlo su un’isola, si può forse farlo in un paese di grandi dimensioni, in uno Stato? Dovremo iniziare facendo alcune ricerche su trasformazioni urbane e di comportamenti già esistenti in giro per il mondo, in direzione di quel vivere bene che qui stiamo cercando.

Abitare sull’isola

Iniziamo a parlare di come si dovrebbe abitare sull’isola: ognuno dove vuole? Tutti vicini? Che tipo di case? Anna propone di costruire case, «non condomini quelli alti, palazzi così; ma tipo casette, quelle che a volte si trovano in montagna, le baite, così ognuno ha la sua con un piccolo giardino; al massimo due appartamenti uno sopra l’altro»; con il camino anziché i termosifoni; Anna aggiunge poi una considerazione interessante sulla possibilità di fare CASE UGUALI OPPURE DIFFERENTI: «se uno è più ricco e si vuole comprare delle tende più belle e l’altro non può, allora tutti uguali; se ognuno ha gli stessi mezzi per farsela, la fanno ognuno come vuole perché la possono fare come preferiscono; se uno ha meno soldi per comprare quello che vuole e l’altro ce l’ha [ha più soldi, è più ricco], allora tutti uguali, perché sennò ci sarebbero differenze che magari a quello povero piacciono meno».

Samuele si chiede: «Ho capito che noi si vuole eliminare le macchine e mettere le case così… se è un’isola non ci entra tutto»: soprattutto pensando all’ipotesi che è stata fatta prima, secondo cui tutto il mondo potrebbe venire ad abitare sull’isola. Ritiene poi che le case «tutte uguali no, perché c’è un quartiere che ha le case tutte uguali [fa paura, commenta qualcuno], è uno schifo, ha tutte le case identiche, della stessa altezza, con il tetto tutto rosso, la tinta arancione…». Qualcuno pensa a un quartiene con «una quarantina di case messe in fila, tutte uguali, perfette, non ce n’è una diversa»: non piace. Del resto c’è l’esigenza di evitare le DIFFERENZE TRA RICCHI E POVERI segnalate da Anna e Samuele ribadisce che in quest’isola non dovrà esserci IL PROBLEMA DELLA RICCHEZZA. Vedremo come.

Antonio interviene: «Io do ragione ad Anna di mettere le villette tutte uguali, perché tra queste villette si formano delle stradine e quindi te chiami i tuoi amici e vai, che ne so?, si formano anche dei piccoli parchetti, così puoi giocare. Poi però [lascerei] da una parte il bosco dove puoi andare, tipo [il parco di] San Rossore qui vicino, dove puoi andare a fare il picnic, e da una parte [metterei] tutte le case». L’idea è dunque quella di dividere l’isola in due parti.

Adrian: «Secondo me si potrebbero anche costruire degli stadi, delle polisportive dove i bambini si potrebbero allenare».

Francesco: «Si potrebbero fare le case di legno, così non devi fare delle fabbriche per produrre il cemento».

Alcuni preferiscono case “medie” a quelle piccole dette prima.

Jonaida: «Per me concordo con Francesco che se le facciamo di legno non sprechiamo. Sì, [così] tagliamo la foresta, ma si inquina di più creando il cemento che tagliando qualche albero».

C’è tuttavia il problema di considerare quanti saremo: se saremo troppi, avremo bisogno di troppi alberi per costruire le case per tutti e quindi la foresta scomparirebbe.

Daniele G.: «Ovviamente si dovrebbe abitare bene. Palazzi no di sicuro; sarebbe meglio villette tipo quelle qui davanti». Karim concorda sul fatto che siano meglio le case di legno. Considerando la proposta di bambini di altri gruppi, che talvolta sognano una grande casa per tutti gli abitanti dell’isola, con moltissimi spazi in comune e soltanto le stanze per dormire riservate a ogni persona o famiglia, Karim ritiene che ci sarebbero dei problemi, per i tempi d’attesa nell’utilizzo dei servizi. Propone però che le case si facciano «tutti vicini: così, quando delle volte non troviamo nulla da fare, si va a giocare con i nostri amici».

Jonaida riprende la considerazione di Erica, sul cambiare il mondo di ora: nell’isola possiamo immaginare bene di abbandonare le macchine, ma qui, nel mondo in cui viviamo, come si fa? Se uno l’ha comprata, poi come fa a non usarla o a rinunciare o a buttarla via?

Beatrice: «A me piace tanto quando vado a Bordighera i carrugetti: perché sono casette tutte attaccate perché a me piacciono perché sono in pratica tutte attaccate e sono fatte di mattoni che vengono tutti in fuori, stondati, non sono proprio mattoni non so come spiegarlo; e ci sono anche le case che vanno sopra e c’è una specie di passaggio, [dove] con gli amici si andava, si giocava anche a calcio e si facevano dei passaggi».

DAL DIZIONARIO (Treccani online): carrùggio (o carùggio) [dal latino antico e popolare quadrŭvium, che nel lessico classico era quadrivium «quadrivio»: v. quadrivio, carrobbio], genov. – Vicolo stretto, tipico delle cittadine liguri.

carruggi

Antonio: «Io quello che avevo proposto, di dividere la citta con la foresta e fare il picnic: perché, se facciamo le case di legno, tagli quella metà di alberi e con quella metà di alberi che hai tagliato fai le case, i mobili…»; insomma, l’idea di dividere l’isola in due parti, lasciandone una intatta e andando nell’altra ad abitare, permette di utilizzare anche tutti gli alberi della parte in cui si va ad abitare per costruire case e mobili: come vedremo, però, qualcuno preciserà che gli alberi andranno lasciati anche nella parte dove si sceglie di abitare.

Olivia: «A me va bene farle tutte uguali, perché non è che saranno come qua che ci sono le vie dove staranno tutte vicine. Secondo me là [le case] dovranno essere un po’ sparse e quindi non è che tu la vedi e dici “Ma guarda, ce ne sono mille vicine tutte uguali”… che è brutto, lo capisco. Anche qua, vicino alla scuola, ce ne sono lì tipo 10 case uguali, sembrano case da vacanza». Fa riferimento alle case popolari, alcune delle quali sono attualmente inaccessibili; infatti «là [da un’altra parte, ma comunque non distante dalla scuola] hanno fatto un palazzo gigante dove hanno traslocato le persone che abitavano [nelle case popolari evacuate], perché quelle case le rifanno».

Torna così la questione dei RICCHI e dei POVERI, con una considerazione di Erica: Erica: «Secondo me intanto nell’isola non ci dovrebbero essere persone o ricche; cioè magari con i soldi che abbiamo ridistribuirli, perché magari come ha detto Anna se ci sono delle case più belle o magari una più brutta perché non è diroccata, forse è anche peggio; perché se uno è più ricco mentre l’altro è povero, il ricco si può concedere più cose e non stiamo bene tutti perché i poveri non stanno bene. Secondo me non ci dovrebbero essere né ricchi né poveri».

Votazione sulla distribuzione delle case:

Case sparse nell’isola: 2
Unite in un villaggio: 21

Ludovica, tornando alle case di legno, dice: «Se nell’isola si fanno le case di legno, però ogni albero che tagliamo per fare le case dovremmo ripiantarne un altro, così la foresta non sparisce [si forma nuovamente]». Anna: «Secondo me è meglio in piccoli paesi perché penso che anche se ci si cerca di fare gli orticelli, ci saranno dei negozi indispensabili, perché non è che tu ti puoi costruire le cose a casa tua; ci saranno delle cose che tu, [per procurartele], devi andare in qualche negozio e allora ce ne deve essere uno [ad esempio] in mezzo al paese». Matilda aggiunge un’avvertenza a proposito della gestione del torrente, suggerendo la costruzione di paratie lungo il torrente, ricordando l’esempio dell’Arno, che può straripare in caso di forti piogge. Si parla di inondazioni di case e di orti.

Denaro

Erica ha suggerito di ridistribuire tutto il denaro in modo da essere uguali. Altri gruppi hanno immaginato di fondare un’isola dove i soldi non esistono. Qui 16 preferiscono ridistribuire i soldi, 5 mentre altri pensano a un’isola senza soldi dove al massimo si scambiano. C’è chi nota però che in questo modo alcuni non lavorerebbero.

Alma: «Volevo dire una cosa riguardo all’isola senza soldi. Io parecchie volte ci ho pensato e per me andrebbe anche bene, però alla fine penso sempre: “però poi se qualcuno entra in un negozio esagera, perché tanto lui non paga e allora prende tutto e quindi poi ognuno non si regola”, quindi senza soldi dovrebbero esserci anche altre regole».

Karim, riprendendo la riflessione di Erica sul senso dell’esperimento mentale che stiamo facendo in gruppo (che senso ha immaginare un’isola come questa?), interviene e prende posizione così: «Si può fare meglio di dove siamo ora; però se si va anche in un’altra isola [a partire da quella in cui siamo], ci viene anche un’altra isola in più»; «è meglio anche se riusciamo a fare bene l’isola» che stiamo immaginando e partendo da qui, prenderla come modello per migliorare altre isole e questo mondo.

Ledio torna invece alla questione dei soldi: «Se uno ne vuole troppi, poi si può cominciare a rubare» e questo crea dei problemi. Ciò che Alma ha appena detto – la voglia di avere di più – vale anche per i soldi. Ledio preferirebbe un’isola senza soldi.

Anna: «A me prima era venuto in mente di dire “togliamo i soldi”. Allora mettiamo il baratto. Però i soldi ti portano a rubare, e anche il baratto: trovi dei problemi anche con il baratto, perché tu dici [ad esempio]: “Questo qui non equivale a quello che io di do”. Quindi alla fine è uguale, [ci sono dei problemi in entrambi i casi, con il denaro e con il baratto]: senza baratto né soldi; se mettiamo il baratto è la stessa cosa che con i soldi, quindi…».

A questo proposito, vedi anche l’UTOPIA n. 4 di CASCINA, dove un bambino ha pensato di trovare una soluzione per fare un’isola senza soldi e senza baratto.

Jonaida ritiene che «i soldi, se tutti si condividono, ma se uno se li ha guadagnati lavorando, perché li deve dare agli altri? Cioè, uno dice: “perché li devo dare agli altri, se li ho guadagnati io?”». Potrebbe non funzionare, dunque, quella redistribuzione dei soldi.

Erica risponde alla considerazione di Alma, riprendendo l’esempio di chi va in un negozio e vuole molte cose approfittandosi del fatto che non c’è denaro: «Anche lui deve pensare, quello che sta facendo l’azione, se è una cosa giusta o sbagliata per contribuire alle persone e alla felicità di quest’isola. Se uno lo fa, chiaramente non doveva venire, perché molto probabilmente deve rispettare anche tutti gli altri».

Regole: quali fare e cosa fare con chi non le rispetta

In generale, pare che tutti siano d’accordo sul fatto che sull’isola le regole siano necessarie.

Vittoria: «Rispettare la natura, rispettare gli ambienti».

Gabriele concorda con la precedente.

Adrian: «Non rubare».

Lorenzo: «Non costruire troppa roba artificiale». È una sintesi di molte cose dette prima.

Francesco: «Non costruire oggetti inutili». Esempio: «Vicino all’autostrada, vicino all’IKEA, ci sono un sacco di motorini che non spariscono mai da lì [motorini delle Poste che non sono mai stati consegnati, pare, perché in eccesso]».

Ludovica: «Rispettare le persone».

Erica: «La democrazia».

Ledio: «Non litigare».

Anna: «Non uccidere».

Daniele G.: «Non non aiutarci». Poteva dire aiutarci o aiutare gli altri, dice qualcuno; ma notiamo che è interessante la costruzione: mette in evidenza e sottolinea il “non aiutarsi” come comportamento da cui stare in guardia.

Olivia: «Non si può inquinare il mare e tutta l’isola».

Karim: «Non andare a cacciare o a prendere ogni giorno gli animali dell’isola, perché sennò non ne abbiamo più in quell’isola». «Lasciare che gli animali facciano degli altri figli».

Samuele: «Rispettare gli animali che poi uccidi per mangiare». Trattare bene gli animali allevati.

Mehdi: «Rispettare la legge».

Beatrice: «Rispettare la privacy».

Alma: «Rispettare tutto quel che ci circonda, le persone che incontri e la natura, un po’ tutto».

Antonio: «Rispettarsi».

Jacopo: «Non picchiare».

Daniele C.: «Dire ogni volta quello che pensi, anche per il governo: se non c’è un capo assoluto, devi sempre esprimerti».

Sergio: «Secondo me non dovrebbero rinchiudere gli animali per poi fare uno zoo; rispettare gli animali».

Jonaida: «Rispettare la natura, perché se tu inquini il fiume ci può essere qualcuno che poi va a prendere l’acqua». Questa precisazione sottolinea il fatto che inquinando la natura attorno, l’effetto torna su di noi.

Matilda: «Rispettare la natura e l’isola».

Nicola: «Non infuocare l’ambiente».

Karim: «Lavorare senza guadagnare: aiutarci, tipo uno va a prendere la frutta e delle cose, alcuni vengono a prendere, ci si aiuta, però senza rubare; gli si chiede e se lui ci dà si prende».

Iniziamo ora a considerare COSA SUCCEDE SE QUALCUNO NON RISPETTA LE REGOLE, sull’isola. Tra le prime idee che vengono in mente di solito si trovano l’esilio, il ricorso a punizioni o la prigione.

Jacopo proponde per il ricorso all’esilio. Qualcuno precisa che se uno ha fatto «una piccola cosa», potrebbe essere mandato via per una settimana dall’isola, non in una gabbia come suggerisce un amico: mandarlo via perché «almeno si ricorda che deve [o non deve] fare quella cosa».

Vittoria: «Se facesse qualcosa di sbagliato, per due settimane gli farei pulire la città, o la prigione». Si introduce qui l’idea di fare dei servizi per la città se non vengono rispettate le regole.

Karim: «Voglio dire due cose. Se uno ruba lo mettiamo in prigione; se fa delle cose brutte, se ammazza o cose così, lo mettiamo in punizione e nella prigione; se lo fa tre volte lo mandiamo via dall’isola». Insomma, ci sono pene differenziate a seconda di quante volte si ripete un determinato comportamento: l’esilio dall’isola viene dopo tre cose.

Sergio: «Invece secondo me si dovrebbe fare che all’inizio se è una cosa non così tanto grave lo dovresti avvertire una volta: non lo fare più perché sennò è brutto che l’ambiente si rovina; la seconda volta gli dici “basta, sennò ti mettiamo in galera”; poi lo metti in galera e se lo rifà ancora si manda via dall’isola».

Qualcuno parla a questo punto di gabbia, qualcuno di prigione. Chi vorrebbe introdurle nell’isola: 7 preferirebbero una gabbia, 10 una prigione [cioè un «edificio con tante gabbie»]. La maggioranza dunque non vuole prigione né gabbia, ma sommando le due votazioni si hanno 17 bambini (e dunque la maggioranza) che vorrebbe un posto del genere in cui rinchiudere chi non ha rispettato le regole.

Mehdi interviene con una domanda che ci conduce a un’altra questione, di natura architettonica. Come si potranno gestire le fognature sull’isola? Se dovessimo iniziare a costruire un posto dove vivere, senz’altro dovremmo affrontare anche questo problema. Un primo modo per farsi un’idea è studiare la storia, per vedere dove sono state scoperte quelle più antiche, quali tecniche di costruzione furono adottate e così via.

Lorenzo: «Se uno commette un reato grave, dovremmo mettere in funzione l’ostracismo». Qui si introduce un termine ripreso dallo studio della storia. Lorenzo lo spiega così: «esilio dalla città», per i reati particolarmente gravi.

«Secondo me però se mandiamo [qualcuno] in esilio, l’esilio dovrebbe essere di nuovo sulla terraferma. Però se lo mandiamo sulla terraferma potrebbe raccontare a tutti di quest’isola e a questo punto tutti verrebbero in quest’isola e quest’isola sarebbe piena di gente», così Beatrice. «Se fa una cosa all’inizio gli si deve spiegare che non si fa; se lo rifà si deve mettere in prigione; e se fa un’altra», gli si danno progressivamente dei giorni di prigione in più.

Ma la prigione renderebbe consapevoli di ciò che si è fatto o non si dovrebbe fare. Beatrice fa riferimento a uno spiegare. Altri però parlano di essere messi in quarantena, di tortura e di pena di morte; «ma è stata tolta la pena di morte!», dice un altro.

Olivia: «Secondo me, quando ha rubato una volta [ad esempio] pulisce la città; quando ha rubato due volte, pulisce la città; tutte le volte che ruba pulisce la città, però a modo; quando arriva a cinque [volte che a rubato], come la prima volta che uccide, lo mandano in una baita in montagna con un recinto intorno, dove però non è che lo trattano male, sennò non imparerà mai; lo trattano come una persona comune, normale, solo che tipo ogni giorno gli portano il cibo e lui sta là per un mese». Anche se ha ucciso qualcuno, «bisogna farglielo capire».

La sfida è molto grande, come si nota. Olivia e Beatrice hanno sollevato il problema di come chi non ha rispettato le regole andrebbe trattato per avere speranza che capisca e cambi comportamento. Andrà trattato bene o male? Abbiamo visto soluzioni per “sbarazzarsi” di chi si è comportato male, ma come trovare un modo per farlo tornare a vivere nell’isola.

Ecco l’ipotesi di un altro bambino: «Tipo la prima volta lo richiamiamo, “non farlo più”; la seconda volta lo mettiamo in una prigione; la terza volta in una gabbietta con sotto un canotto e lo buttiamo via». Ma cosa succede nel passaggio intermedio della prigione: «Gli farei passare il tempo mangiando solo minestra e acqua e sale».

Altre idee di un bambino su come passare il tempo in prigione: «Per farlo cambiare un po’, gli faccio fare delle buone azioni; lo costringo a fare delle buone azioni; gli faccio restituire [ciò che ha rubato]. E poi dorme nel letto di legno». Un altro bambino, Daniele, propone un collegio anziché la prigione: «Secondo me se uno fa qualcosa di male lo metti in un collegio che lo restituisca: lì non puoi fare cose brutte; non una prigione che stai male». Un luogo dove uno «si ricalma un pochettino»; «forse gli fanno accudire qualcosa, un animale, gli danno una responsabilità», che porta a una «ricivilizzazione»: «finché non lo fa bene non può ritornare [nell’isola]».

Ledio: «Io per fare imparare la lezione a chi ha ucciso, [ad esempio], lo farei stare da solo per farlo riflettere su quello che ha fatto»; non basta forse dirgli di riflettere, a parole, ma si potrebbe fare qualcosa di più. Non è semplice dire cosa, però.

Un’altra idea riporta al versante del “trattare male”: «Secondo me se qualcuno uccide qualcuno o ruba, ci si dovrebbe riunire e il tizio che ha ucciso o rubato passa in mezzo a due file di cittadini che gli lanciano sassi». Ma una volta che costui esce dalla doppia fila, che succede? «Non lo farebbe più, perché non credo che voglia che risucceda».

Erica prima aveva insistituo molto sull’importanza di essere consapevoli delle proprie azioni e delle conseguenze. Francesco interviene così: «Noi si è detto che la violenza non si usa, quindi non è che sia così tanto utile [la soluzione della doppia fila che tira sassi] e come dicono altri esce ancora più arrabbiato». Erica: «Allora, secondo me quello lì che ha detto Daniele è l’idea migliore, perché se magari hai una responsabilità e la esegui bene, allora puoi rientrare in questo villaggio; se invece non la fai bene, allora continui finché non la farai bene; perché se qualcuno si prende una responsabilità, forse riesce a capire come si fa a stare bene insieme». Sul punto era d’accordo anche Anna.

Karim: «Volevo dire due cose. Una di prima e una di ora. Quella di prima: quando uno fa qualcosa gli chiediamo se vuole andare in prigione o uscire dall’isola. Se vuole andare in prigione ci va, però la terza volta lo facciamo uscire dall’isola direttamente senza chiederglielo. E quella di ora: se [rimedia a quello che ha fatto], gli si fa preparare una torta» e la deve offrire agli altri, senza mangiarne.

La città di Leonia

Una bambina dice che l’esperienza le ricorda una città di cui si è parlato in classe, Leonia. È una città ribaltata rispetto all’ideale che i bambini stanno delineando nell’isola. È una città dell’eccesso, del troppo consumo e della eccessiva produzione di rifiuti. È una città che rinnovando continuamente se stessa e facendosi sempre nuova produce come proprio “doppio” inquietante una montagna di rifiuti da cui potrebbe essere sommersa. Fa parte delle Città invisibili di Calvino: «La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello di apparecchio. Sul marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. […] Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migli

ora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.

[…] Più ne cresce l’altezza, più aumenta il pericolo delle frane: basta un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo.

 

Adulti e genitori

Sergio dice che andrebbe da solo sull’isola, «perché così almeno mi rilasso»; idealmente, andrebbe da solo, ma andando con i compagni di classe, sceglierebbe comunque di stare nel villaggio. Si pensa ora agli adulti e in particolare ai familiari. C’è chi non ha esitazione nel dire che porterebbe mamma e papà, nonna e zia e così via. Karim oltre alla famiglia pensa ai suoi «due migliori amici», che porterebbe volentieri nell’isola di utopia, se si potesse andare.

Beatrice dice che «se devo andare, porterei anche i genitori e […] anche i parenti, non tutti ma qelli che mi sono più cari, perché gli voglio bene e mi piacerebbe portarli lì», poi «di solito quando sono triste i miei genitori mi rassicurano e mi aiutano». Antonio porterebbe i genitori perché «ci aiutano e se sbagli qualcosa loro ti fanno capire. Poi, chi è che cucina?». Con i genitori che ti aiutano, «sai cosa fare».

Jonaida si porterebbe i genitori e «anche un taccuino, così mi scrivo tutte le mie avventure». Anche Matilda, Erica, Vittoria, Daniele G. e tanti altri porterebbero i genitori. Adrian vorrebbe portare «tutti i bambini del mondo», per fare un’«isola di bambini, senza adulti». «Con gli adulti ti senti diverso», perché dicono di fare quello, di non fare quell’altro e alla fine questa cosa stanca. Con i bambini questo non accade. Daniele G. porterebbe anche il computer, la PS3 e qualche libro.

La domanda sulla presenza degli adulti deriva anche da una considerazione di Platone, che nel suo libro intitolato Repubblica (in greco Politeia, organizzazione della città, polis) aveva sostenuto che per fondare una città nuova e più giusta di quelle esistenti si dovrebbe iniziare con bambini non più grandi di 10 anni, perché gli adulti porterebbero inevitabilmente le vecchie abitudini. Dunque, come affrontare il dubbio di Platone? Gli adulti si “adatterebbero” a quanto finora immaginato per l’isola.

Olivia direbbe a Platone che gli adulti si adeguerebbero a vivere come abbiamo immaginato… pensandoci bene però «i nonni si adattano» meglio e di più, perché loro un tempo vivevano come noi stiamo immaginando di vivere sull’isola. C’è anche fiducia nel fatto che babbo e mamma capirebbero che è meglio vivere in un posto come quello immaginato nell’isola, piuttosto che nel mondo com’è ora. Pensando alla nonna, una bambina, Anna, dice: «Lei è nata ed era piccola prima che succedesse questo e penso che preferiva come quando era piccola, quando non c’erano queste cose [cose inquinanti, le cose escluse dall’isola in generale]; e quindi se tornasse in un’isola come quando era piccola penso che sarebbe felice».

Jacopo pensa che gli adulti dovrebbero venire sull’isola, immaginando tuttavia che non potrebbero tanto cambiare abitudini e che quindi potrebbero nascere dei problemi. Alma ritiene che gli adulti non provocherebbero troppe difficoltà, pensando però soprattutto a genitori e a nonni.

Beatrice: «Secondo me non tutti i genitori sono fissati… magari c’è quello che lavora, il capofabbrica, che magari se lo porti ti costruisce qualcosa»; del resto non si riuscirebbe a dire di no alla propria famiglia, andando sull’isola senza portarli; e «i genitori sarebbero utili», ad esempio in particolare nel caso di un babbo architetto. Una bambina pensa invece che i genitori danno regole precise a casa e le porterebbero anche sull’isola e quindi «non saremmo liberissimi». Questo costituisce un dubbio ricorrente: «Anche a casa faccio tante cose, non è che non le faccio, mi piace farle; ma potendo scegliere sull’isola farei senza genitori».

Erica fa una domanda: «Ma nella città di quell’antico greco, che inventava la città con bambini fino a dieci anni, poi cosa fa con i bambini che superano i dieci anni, li toglieva?». Non era questa l’intenzione di Platone: chi cresce nella città da lui immaginata, cresce con buone abitudini e quindi può restare. Erica aggiunge, sempre pensando ai genitori e agli adulti in generale: «Forse la potranno cambiare la città, ma quando gli facciamo vedere quello che abbiamo fatto noi per fare la città penso che cambieranno idea; perché è bello vedere dei bambini, soprattutto i propri figli, che imparano a condividere, a non inquinare».

Nicola e altri sono convinti del fatto che gli adulti non creerebbero troppi problemi sull’isola: sarebbe sufficiente parlare con loro.

La questione del governo

Mentre introduciamo l’argomento, consideriamo su suggerimento di qualcuno il caso dell’anarchia, come condizione in cui manca una funzione di governo definita e individuata, con le gerarchie che ne conseguono nei rapporti tra chi decide (per tutti) e chi sottostà alle decisioni.

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi.

Anna: «Secondo me l’isola dovrebbe essere governata da tutti gli abitanti, facendo delle grandi assemblee, che funzionerebbero così: a turno si fanno delle proposte, poi si va alla votazione e il numero maggiore vince. Le assemblee si fanno quando un abitante dell’isola ha un grosso problema. Secondo me è giusto fare così perché ogni abitante ha il diritto di risolvere i suoi problemi e ogni e ogni suo concittadino ha il dovere di aiutarlo».

Olivia prende così posizione su come si governa, indicando pro e contro: «Nell’isola che vorrei a governare ci dovrebbero essere poche persone, massimo sei: esse dovrebbero come ora essere votate dai cittadini in modo da rispettare le preferenze di tutti. Sull’isola il governo deve durare massimo tre anni e poi si rivà alla votazione dei prossimi sei. Il governo dovrebbe avere il compito di controllare il benessere della città e con l’aiuto della polizia catturare e mettere in galera i ladri o i colpevoli di omicidi. La galera dovrebbe essere un campo circondato da reti e con piccoli dormitori.

Pro: io sono molto soddisfatta, nel compito del governo l’idea del benessere della città mi piace perché così la città rimane pulita, non si sprecano i materiali e tutto è perfetto. Contro: secondo me un “contro” è che se le persone a governare sono in sei, possono cerarsi conflitti anche tra di loro; pro: a me piace l’idea del governo che dura tre anni, così non si cera ancora più conflitti, dovuti al fatto che qualcuno vuole governare più a lungo. Contro: dato che l’isola che vorrei dovrebbe essere con molta natura, la galera creerebbe il contrario, coi suoi colori scuri (nero, marrone, grigio…)».

Samuele: «Secondo me ci devono essere più persone a governare l’isola e deve essere il popolo a votare i candidati; chi vota deve avere minimo diciassette anni, deve essere obbligatoria la residenza e possono votare sia maschi che femmine il nuovo governo ogni otto anni. Devi fare almeno quattro anni di beneficenza per poter votare. Il governo dell’isola deve accertarsi che il popolo abbia acqua, che rispetti le leggi e che uccida gli animali selvaggi due volte all’anno. Il governo deve distribuire soldi e deve permettere a tutti di essere uguali e non deve approfittarsene».

Antonio: «Secondo me bisogna usare il metodo della democrazia, grazie al quale decidono tutti i cittadini a maggioranza. Io penso che anche i bambini possano votare o candidarsi, in modo da impegnarsi ed insieme agli adulti contribuire a governare al meglio l’isola. Il governo si cambia, di norma, dopo sette anni, ma se ai cittadini non piace il governo, si cambia subito. Lo scopo del governo è quello di far stare bene l’isola, decidere dove metter le case, disciplinare tutte le cose della vita quotidiana. Si possono verificare dei problemi nel momento in cui le persone, che compongono il governo, possono litigare e così non decidono niente».

Daniele C.: «Sulla mia isola ci dovrebbe essere un governo che non è né l’anarchia (non c’è governo), né la democrazia (le persone votano i rappresentanti del popolo); farei un governo dove ci sono delle assemblee, nelle quali tutti i maggiori di quattordici anni possono partecipare, non solo gli adulti, perché a volte anche i bambini possono avere delle idee interessanti. Nell’assemblea tutti possono proporre delle idee e tutti possono votarle. Secondo me non ci sarebbe molta confusione, perché nell’isola non sarebbero in tanti e sarebbe una buona cosa perché tutti potrebbero esprimersi.

Quando si vota vince la maggioranza, quindi, se ci fosse qualcuno con idee strane, non verrebbe votato e il popolo resterebbe al sicuro. Ci sarebbe anche un problema: se ottantacinque su centosessanta la pensassero in un modo e settantacinque in un altro, quei settantacinque non verrebbero considerati e, magari, quell’idea era migliore! E se tutti si conoscessero, ci potrebbero essere delle preferenze di amicizia e questo non è giusto! Secondo me il governo si dovrebbe occupare dei problemi economici e non fare le ingiustizie dei soldi, dei problemi ecologici e ambientali e, se anche nell’emergenza. Questo governo secondo me va bene perché ci sono persone importanti che scelgono per tutti e quindi tutte le regole vanno bene a tutti».

Ludovica: «Secondo me devono votare tutti, anche i bambini, ma solo al di sopra dei dieci anni, perché al di sotto possono non capire qual è lo scopo della democrazia. Se uno vince, la persona eletta deve pensare ai bisogni della gente; se questo non succede, chi non governa bene può essere tolto dalla carica che ricopre. Il governo dell’isola viene scelto da un gruppo di persone che poi espongono le proprie idee alla gente ed i cittadini possono essere a favore o no. In classe avevamo deciso di fare le case basse, quindi anche il palazzo del governo deve essere basso. Il parlamento deve essere accogliente, perché ci sono i bambini. L’unica cosa che potrebbe andare storta è che le persone che compongono il governo potrebbero litigare tra loro».

Beatrice: «Nell’isola che vorrei il governo dovrebbe essere democratico e composto da dieci persone: cinque femmine e cinque. Il popolo ed io selezioneremmo le persone con queste caratteristiche: altruiste, intelligenti, disponibili, simpatiche e anche non competitive.

Questo incarico dura un anno, però se qualche persona non fa bene il proprio lavoro/dovere, può essere tolto dall’incarico.

Queste persone si occupano di tenere in ordine la città, di far rispettare le leggi e di fare in modo che ci sia sempre la pace nell’isola e anche nelle isole accanto».

Francesco: «Secondo me per governare gli abitanti dell’isola occorrerebbero circa venti-trenta persone, perché se ce ne fosse una sola farebbe di testa sua e ci sarebbe un caos totale. I governanti li dovrebbe scegliere il popolo intero, votandoli, come facciamo noi. Il governo dovrebbe svolgere questi compiti: a) fare leggi per far convivere meglio i cittadini; b) dare dei servizi ai cittadini. Dovrebbe servire insomma per migliorare la vita dei cittadini.

Secondo me il governo si dovrebbe cambiare quando i cittadini lo vogliono, soprattutto quando il governo non rispetta più il popolo. La conseguenza per chi non governa bene è l’esilio: ovviamente gli viene tolto l’incarico. Però i governanti scacciati non dovranno rivelare a nessuno l’esistenza dell’isola: questi vengono fatti salire su una nave ormeggiata al porto e rimangono lì per sette giorni».

Vittoria: «C’è solo una persona che governa e il criterio per sceglierla è che sia il cittadino che sta da più tempo nell’isola. Viene indicato da tutti i cittadini. Il governo che viene scelto dura fino a dieci anni; i compiti che svolge sono: a) controllare l’isola e creare delle nuove regole da rispettare.

Per rispettare anche i cittadini sono stati fatti alcuni regolamenti per loro: a) mantenere la città pulita b) fare delle villette tutte uguali c) fare giardini e parchi molto calmi».

Sergio: «Al governo devono esserci più persone, perché ognuna ha una sua idea e tutti i componenti devono rispettare le idee degli altri. Il governo dell’isola viene scelto con la democrazia dai cittadini. Il governo dell’isola secondo me deve durare dieci anni, perché ha bisogno di tanto tempo per soddisfare i bisogni dei cittadini, come dare una casa a chi non ce l’ha e garantire il cibo, ma anche fare le leggi, poi applicarle e sanzionare chi non le rispetta con avvertimenti o esclusioni dall’isola. Le leggi che i cittadini devono rispettare sono: non uccidere, rispettare le case altrui, rispettare la fauna e la flora.

Erica: «Secondo me il governo che fa apposta per noi è la democrazia perché demos e crazia significano governo del popolo. Quindi dovremmo decidere tutti insieme cosa fare nell’isola, certo ci sarà sempre un moderatore. La sua funzione è quella di aprire le assemblee dove si decide e ascoltare le idee di tutti: quest’uno dovra essere un bambino o una bambina. Secondo me il governo dell’isola deve essere scelto in un’enorme assemblea, dove esponiamo a tutti le nostre idee e dove diciamo cosa pensiamo delle idee degli altri. Il moderatore viene rinnovato ogni cinque anni: ci saranno dei candidati da votare. Il moderatore deve fare una cartina dell’isola (se vuole si può fare aiutare) e decidere con tutti dove costruire case, scuole, ospedali…deve anche controllare che tutti stiano bene nell’isola. La democrazia si occupa di far stare bene e in pace tutti quanti».

Alma: «Nella mia isola vorrei una sola persona al governo, non per comandare su tutti, ma per essere un punto di riferimento per i cittadini. Questo governante deve essere buono, leale, colto e intelligente e deve essere eletto dai cittadini, che valuteranno queste qualità. Il governo dell’isola deve durare finché riesce a mantenere il suo ruolo. Il governo aiuta gli abitanti a risolvere qualsiasi tipo di problema, ad esempio se un cittadino viene derubato, il governo cerca il ladro e lo mette in carcere e se lo rifà, lo bandisce dall’isola. Questo è il governo che vorrei».

Lorenzo G.: «Per me le persone che governano l’isola devono essere più di una: un gruppo di persone votate dai cittadini dai diciotto anni anni in su; per me il governo di quelle persone deve durare quattro anni, per consentire ad altra gente di governare ed esporre a tutti le proprie idee. I governanti devono soddisfare i bisogni dei cittadini e fare perciò delle buone leggi».

Daniele G.: «Secondo me l’isola di utopia dovrebbe essere un luogo di benessere e rispetto delle regole. Gli acquisti dovrebbero essere fatti senza l’uso del denaro come i popoli antichi. Questa forma di commercio si basa sugli scambi delle cose: il baratto. Sull’isola dovrebbe esserci un punto d’incontro per scambi d’idee, giochi, letture ecc ecc. Nell’isola la legge dovrebbe essere rispettata e una prigione dovrebbe ricordarlo. Proporrei che per atti di vandalismo i colpevoli fossero obbligati a lavorare in aree speciali fino a risarcire col lavoro i danni fatti.

Né alcool, né sigarette dovrebbero essere sull’isola. L’istruzione dovrebbe essere obbligatoria ma completamente gratuita. Le persone che trovano rifugio sull’isola come profughi, dovrebbero essere cacciati se trascorrono il loro tempo a rubare, bere, vagabondare. Gli abitanti dell’isola devono partecipare e essere protagonisti della vita politica e non. Ogni casa deve avere il proprio orto per permettere alle persone di essere autosufficienti».

Mehdi: «Secondo me nell’isola di Utopia il governo deve essere democratico così che tutti ogniqualvolta i possano esprimere la propria opinione. Secondo me chi governa deve essere scelto dai cittadini; governa chi ha preso più voti dai cittadini. Secondo me il governo dovrebbe essere rinnovato ogniqualvolta i cittadini ne sentano il bisogno. Soddisfare i bisogni dei cittadini è il compito principale del governo. I bisogni dei cittadini sono: avere un’abitazione, un lavoro soddisfacente e che lasci del tempo libero, una vita sana e naturale.. Altro compito del governo è garantire la necessaria assistenza sanitaria ai cittadini che ne avessero bisogno».

Adrian: «Secondo me il popolo dell’isola dovrebbe essere fatto solo di bambini, perché se ci sono gli adulti, mi sento molto diverso: “Non fare questo, non fare quell’altro…” sarebbero i discorsi principali e quindi io non ci vorrei i genitori. In caso di sbarco di un adulto, il governo di utopia fatto da noi bambini lo rinchiuderebbe in carcere e dopo due, tre mesi lo lascerebbe libero, ma a un costo: quella persona dovrebbe abbandonare l’isola e andare nel posto da cui è venuta».

Karim: «Il governo dell’isola viene votato e scelto dal popolo; al governo dell’isola devono esserci più persone. Il governo dura quattro anni e comanda l’isola ed offre ai cittadini le cose fondamentali per vivere».

Jonaida: «Io per l’isola sceglierei un governo di poche persone, giusto tre femmine e tre maschi, per rispettare le ragazze; poi il gverno deve avere un posto e quindi io lo metterei in cima al monte, così nessuno lo può disturbare.

Per eleggere il sindaco ci si riunisce nella piazza centrale dove c’è una specie di scatola dove uno entra e scrive chi preferisce. Per me c’è bisogno anche della polizia, così cattura chi si comporta male. Poi si può costruire una specie di prigione in mezzo alla foresta, però i prigionieri si devono trattare bene, sennò non imparano e continuano a comportarsi male».

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scurare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Sono «stranieri». Che fare? Ecco alcune idee:

Jonaida propone: «Quelli che sono in viaggio si ospitano e si vede se erano qui per passaggio o per starci per sempre». Matilda invece suggerisce di farli venire, «però poi li mando via, spiegandogli i motivi per cui [li mandiamo via], perché. Li accolgo tipo come una vacanza e dopo qualche settimana li mando via. Gli spiego il motivo e basta»; «prima gli facciamo vedere il villaggio, il torrente, li facciamo divertire un pochino», ma poi si mandano via.

Erica: «Io avevo già intuito che tu facevi questa domanda: cosa si fa? La prima cosa che ho detto, “li mando via, perché non ce li voglio”, poi ho fatto: “Ma se anche loro volessero restare bene insieme?”, tipo come se ci fossero due alle mie spalle che dicevano queste cose. Poi ho sentito quell’altra che ha detto: “Sì, però scusami, è un po’ troppo piccola come isola. Noi quest’isola l’abbiamo fatta per poi migliorare tutto il mondo” e quindi avrei fatto come Matilda che li avrei lasciati per qualche settimana e poi se non se ne volevano andare li mandavamo via noi. Perché questa è anche un’isola dove si vuole stare in pace. Magari facciamo che qualcuno lo è venuto a sapere che esiste quest’isola e poi se ne approfitta troppo di queste cose e poi ci vuole mandare via noi, oppure vuole distruggerla e farci altre fabbriche. Io non ne sarei felice e poi noi qui ci vogliamo stare in pace. E quindi li manderei via».

Sergio: «Prima io gli dico da dove vengono, come si chiamano, poi li ospito; poi gli dico perché sono qui». Occorre quindi considerare la provenienza, il nome e il motivo del viaggio.

Jonaida chiedeva però sottovoce agli altri: «Ma se ci fossi tu, lì?». Ci si rimarrebbe male o no, essendo ospitati per poi essere rimandati via dopo un po’ di tempo? Si potrebbe dire, prosegue una bambina: «Mi dispiace ma quest’isola è nostra e ci vogliamo restare in pace: voi ci potete restare qualche settimana e poi potete tornare anche a farci visita».

Beatrice introduce un’idea di ospitalità FINALIZZATA A TRASFORMARE IL MONDO, LA “TERRAFERMA” DA CUI NOI STESSI SIAMO ARRIVATI SULL’ISOLA DI UTOPIA: «Prima gli chiederei che intenzioni hanno: cioè se hanno buone intenzioni, vedo, se sono tanti… prima di costruirgli… se hanno cattive intenzioni li butto subito via, “addio, tornate dove eravate”; invece se hanno buone intenzioni guarderei se si comportano bene; li lascerei per qualche settimana e poi se tutto il popolo è d’accordo li lascerei, se si comportano bene, se fanno subito amicizia… Prima gli spiego il progetto, cioè a cosa serviva quest’isola e poi li manderei come dei messaggeri, cioè senza rivelare il posto, [essendo tanti] li mando di nuovo sulla terraferma e gli dico: “Andate di nuovo sulla terraferma e fate come dei messaggeri. Se sono tanti si spargono nel mondo e fanno buone azioni per rimettere a posto il mondo. E così quando viene altra gente facciamo sempre così e così magari quando si ritorna sulla terraferma troveremo il mondo a posto».

In questo modo, l’arrivo di ospiti non costituirebbe un problema, ma anzi un’occasione per MIGLIORARE IL MONDO. Non tutti però ritengono che ciò sia possibile. Una bambina solleva un’obiezione che riguarda il POTERE DELLA PAROLA: «Ma se tipo vanno anche nei paesi dove c’è guerra, allora non basta la parola per fermarli; perché alcuni sono irragionevoli, e allora sparano e non chiariscono le cose con le parole».

Un’altra bambina: «Secondo me sarebbe una buona idea fare un collegamento: fare venire in una specie di vacanza un gruppo di persone e poi rimandarle, e fare capire mano a mano un po’ in tutto il mondo [che si può vivere diversamente e in modo migliore]».

Vittoria dice: «Io le persone che scendono da quella barca… aspetto una settimana: se in questa settimana rispettano l’isola, tutti noi e le persone con cui ha viaggiato ci possono stare; invece se non rispettano l’isola e tutti noi, no». In questo caso, riprendendo la proposta di Beatrice di cercare di capire le intenzioni di chi arriva, troviamo un’idea per esplorare quelle intenzioni: dare una settimana di tempo, in cui valutare durante la permanenza dei nuovi arrivati sull’isola quanto e come sono capaci di rispettare – l’isola, gli abitanti che li hanno accolti e se stessi (rispetto tra di loro).

Olivia: «Quando vengono la prima cosa che gli chiedo è appunto che intenzioni hanno, quanto rimangono, se vogliono fare un altro villaggio e così… Se mi dicono che vogliono fare un altro villaggio gli dico: “Mi dispiace, dovete stare qui un mese senza costruire niente, poi dovete sloggiare”. Invece se non vogliono costruire e collobrano con noi, o anche se non collaborano con noi ma non danno fastidio e non costruiscono altre cose, gli do una settimana di tempo per dimostrare che sono bravi, o a non dar noia o a fare il loro lavoro; poi se rispettano noi e l’ambiente possono restare, altrimenti vanno via».

Nicola: «Gli faccio vedere un po’ l’isola, poi gli dico che possono restare due giorni e poi ve ne andate dove eravate». Karim ritiene che chiunque arrivi, può essere ospitato senza essere mandato via se «non fa cose brutte».

Consideriamo a questo punto con una votazione quanti ritengono che i nuovi arrivati possano restare soltanto un po’ e poi debbano andare via: sono 20. Ricordiamoci che c’è comunque l’opzione di Beatrice, di farne dei “messaggeri” dell’isola. Sono in 2 invece che ritengono che i nuovi arrivati potrebbero restare per sempre sull’isola, purché si comportino bene.

A questo punto, ci poniamo il problema di come confrontarci con altri gruppi di bambini a cui, pensando all’arrivo di persone sconosciute, viene in mente di costruire attorno all’isola delle muraglie, delle difese di vario genere, fino all’idea di erigere cupole di vetro indistruttibile attorno a tutta l’isola. Servono per controllare i nuovi arrivati, per impedirne l’ingresso libero nell’isola. Solitamente compaiono anche strutture armate (cannoni ad esempio). Cosa dire? Beatrice: «è brutto deh! È brutto perché noi volevamo fare quest’isola per la pace. Se uno fa così [costruisce mura ecc.], vuol dire che l’isola non ha più senso; è come l’isola della morte, non ha più senso». Samuele: «A parte per le cose che si era detto, dell’esilio… a parte quello è brutto vivere in una cupola per due motivi: uno, non respiri aria e ossigeno vero, ma respiri… è come quando sei sotto un cuscino però hai uno spazio piccolo, che tu respiri sì, ma respiri sempre la tua aria usata; è brutto poi anche perché in un’isola così, che si è detto che non si devono creare cose artificiali, se poi ci si fa una cupola tutta di vetro indistruttibile poi magari uno vuole andare a fare il bagno, c’è la cupola e fa: “com’è bello il mare oggi” e va e sbatte la testa [contro la cupola]». Chiudendo le porte ai nuovi arrivati, si respira sempre la propria aria.

Francesco: «Per me non va bene la cupola, perché tutti hanno il diritto di vivere una vita senza le guerre». L’ipotesi è che i nuovi arrivati possano essere partiti da paesi in guerra. Ma in questo caso, che fare se dopo vengono rimandati via sulla terraferma, dopo un certo periodo. Dice una bambina: «Se vengono da un posto dove c’è la guerra, poveretti, ce li faccio restare».

Karim: «Se fai questa [la cupola], è come se stai per fare la guerra e alcuni ti stanno per attaccare, se fai così». La cupola insomma esprime un’intenzione di attacco da parte degli abitanti dell’isola. A chi si inventa la cupola Karim direbbe di andare, «perché in quest’isola si andava per fare la pace»; dunque non sarebbe l’isola per chi costruisce cose come le cupole: non è un’isola dove fare cupole e cose «come per la guerra, come se ti stanno per attaccare».

Tornando all’ipotesi di ospitare temporaneamente i nuovi arrivati, un bambino propone di fare un lavaggio del cervello a quelli che dopo essere ospitati vengono mandati via, perché potrebbero dire a tutti dov’è l’isola e l’isola di conseguenza potrebbe essere invasa da persone curiose.

Mehdi dice che è brutto «perché non si può vedere intorno», con le mura. Certo, si intuisce che si potrebbero fare mura di vetro, come in effetti accadde in un gruppo.

Matilda: «A me non piace la cupola e nemmeno le mura […], non mi piace essere prigioniera di un’isola». Un’altra bambina suggerisce che «sarebbe meglio se se la creassero da soli una nuova abitudine», anziché venire in un’isola già fatta. Ma Jonaida evidenzia che non è semplice trovare un posto come l’isola, dove iniziare tutto daccapo. Dove potrebbero andare? Certo, sulla Terra, sul pianeta Terra: ci siamo già! Ma nel pianeta ci sono già cose costruite; è occupato da città e cambiare dove ci sono già città e abitudini costruite è molto più difficile di quanto noi abbiamo immaginato pensando all’isola; inoltre «per costruire in altre città si inquinerebbe tantissimo; perché [ad esempio] distruggere [le cose che non vogliamo più], demolire tutte le macchine [e cose simili]» lo si potrebbe fare soltanto inquinando molto. E, ancora una volta, sarebbe difficile. Ma c’è chi pensa che «le macchine si possono trasformare, non demolire». Insomma: si potrebbero trasformare le cose che esistono, anziché distruggerle. Resta così aperto uno degli aspetti più originali emersi discutendo in questo gruppo: immaginando l’utopia, ci si è interrogati in modo insolito e appassionato sul senso di ciò che stavamo facendo e sul rapporto tra utopia e mondo, con l’ipotesi che gli stranieri che visiteranno l’utopia possano diventarne messaggeri in tutto il mondo.

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