Utopia di Pisa, 21 dicembre 2015

Luogo: Scuola primaria E. Zerboglio (IC Fucini, Pisa)
Data: 21 dicembre 2015, venerdì (4 ore)
Gruppo: 22 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013; Voltaire, Micromega, varie edizioni (tra cui Leone Editore, Milano 2012); Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca)
In aula con me: Roberta Mariotti, Angela Giannetti
Bambini: Maria Vittoria, Yuri, Lorenzo, Margherita, Giuseppe, Livio, Flor, Filippo, Christian, Ihssane, Tommaso, Caterina, Eurika, Anna P., Matteo, Jacopo, Michele, Renato, Giorgio, Marcella, Anna C., Pietro.

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Pisa.

Innanzitutto si pensa ad alcune cose – comportamenti o situazioni – che sembrano sbagliate e ingiuste nel mondo in cui viviamo e che pertanto andrebbero tenute per quanto possibili lontano dall’isola. Filippo cita inquinamento delle auto e il fatto che si abbattono «immense foreste per fare altre case». Si citano la guerra e le fabbriche di armi. Giorgio, a conferma di quanto detto da Filippo, ricorda che ci sono uomini che stanno distruggendo l’Amazzonia e Yuri aggiunge: «secondo me, in questo mondo che stiamo facendo, tutti dovrebbero avere i loro diritti». Come esempio di diritti, vengono citati: «giocare, andare a scuola, avere una casa, avere una famiglia, avere anche del cibo». Un bambino interviene per aggiungere che chi non ha questi diritti sono «quei bambini poverini, di colore, e anche i barboni per strada, che per farsi compagnia si comprano un cane ma non possono neanche tagliargli la pelliccia perché non hanno abbastanza soldi per comprare le cose». Jacopo interviene e precisa che, pensando ai bambini senza diritti e che soffrono di malattie, viene anzitutto in mente l’Africa, aggiugendo che c’è «qualcuno che cerca di aiutarli, ma non è abbastanza» e, inoltre, che il problema non esiste soltanto in Africa, ma anche qui in Italia.

Dopo questa premessa, riprendiamo la domanda di Socrate sui primi bisogni. Caterina dice che bisogna procurarsi del cibo e anche una casa, cogliendo così i primi due bisogni – alimentazione e abitazione – segnalati dallo stesso Socrate. Margherita aggiunge che «il cibo si potrebbe trovare nell’oceano, perché peschi». Renato precisa che «il cibo [possiamo procurarcelo] anche coltivando i campi» e Giorgio aggiunge che si potranno «raccogliere i frutti». Jacopo pensa all’acqua potabile: come abbiamo visto, nell’isola scorre un torrente e ci auguriamo la sua acqua sia buona e utilizzabile senza interventi di depurazione. Filippo aggiunge che «ci servirebbero le medicine, nel caso un uomo si ammalasse [anche per esempio] per via di un insetto o di un ragnetto». Livio si preoccupa del fatto che il processo per fare le medicine possa essere inquinante e suggerisce di considerare la possibilità di utilizzare «erbe mediche» [erbe/piante officinali, medicinali] e altri prodotti ricavati direttamente da fiori e piante, senza inquinare.

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IMMAGINE il libro De materia medica di Dioscoride, medico del I secolo d.C., considerato il padre fondatore della farmacologia. una delle più antiche è il Dioscurides Neapolitanus, codice greco della Biblioteca Nazionale di Napoli che in 172 carte illustrate mostra le proprietà e gli impieghi terapeutici di ben 409 specie vegetali dell’opera dioscoridea.

Margherita inserisce tra i primi bisogni «gli amici e poi l’ospedale», mentre Yuri ritorna sul suggerimento di Livio e ricorda che cercare di ottenere medicine dalle piante è «come si faceva» in passato, «come facevano gli uomini primitivi». Poi aggiunge che dobbiamo portare «il gioco», precisando poi «i giochi in generale». Come in altre circostanze, si ritiene che si potrebbero evitare i videogiochi perché «inquinano», perché «se si rompono dove li smaltisci?». Anna C. vorrebbe evitare i videogiochi anche «perché non fanno molto bene…», «alla vista!», interviene Ihssane. Una bambina aggiunge: «Volevo dire che i videogiochi non li porterei, perché ho già un cugino che è già fissato con il tablet e mi dispiace che non viene mai a giocare con noi, ma guarda sempre i video sul tablet e quindi non si crea utile; cioè, ha una dipendenza dal tablet». Giorgio: «Però poi puoi diventare anche dipendente e non fare mai niente e poi se ci giochi sempre troppo, ancora troppo, ancora troppo, ti vengono anche delle malattie…»; «problemi al cervello», dice qualcuno. Qui Giorgio introduce un tema che attraversa vari ambiti della discussione anche in altre scuole: quello del “troppo” [vedi anche il DIARIO DEL FILOSOFO, per una raccolta di proverbi sugli effetti del troppo]. Un bambino testimonia addirittura che «mio cugino, che ha 4 anni, è già fissato col tablet» e aggiunge: «sì, i videogiochi sono divertenti, ma proprio quando non hai nulla da fare, [quando] non hai amici con cui giocare e poi ci puoi giocare un pochino e poi smettere perché sennò…», «ti annoi poi», interviene una bambina, segnalando che la stessa cosa accade anche con la televisione. Alcuni del gruppo confermano anche quanto detto altrove da altri coetanei, che a volte accade che non si riesce a smettere di giocare con i videogiochi neanche se si vuole smettere. Non accade esattamente nello stesso modo con gli altri giochi.

Livio pensa anche a un problema pratico: se vogliamo portare dei videogiochi sull’isola, «non c’è corrente». Per avere energia, comunque, si potrebbe usare «l’energia eolica o dal torrente, facendo una diga». Anche avendo l’energia, comunque, Livio non porterebbe videogiochi sull’isola. Filippo interviene di nuovo aggiungendo: «Per prima cosa io non li porterei perché ti fondono il cervello; se ci stai tanto, “fondono” tra virgolette, per dire che ti fa male. E poi come ha detto Livio non c’è corrente. E poi hai un’isola con poche case e niente inquinamento e stai lì, “Eeeehhh” [con il videogioco]: cioè, vai all’aria fresca, divertiti con gli amici, giocate un po’ insieme!». L’intervento suscita approvazione nel gruppo.

Facendo una votazione risulta che Christian vorrebbe portare i videogiochi sull’isola. È sostanzialmente il solo (uno su 22) a pensarla così e apprezziamo il suo coraggio di dire comunque la propria idea, senza lasciarsi imbarazzare dal fatto che gli altri la pensano diversamente. In questo momento, infatti, sulla questione dei videogiochi è come se 21 bambine e bambini del gruppo puntassero una pila nella stessa direzione: tutti sono concordi nel vedere i motivi per escluderli; Christian però punta “la sua pila” in un’altra direzione, dando voce ad altri motivi e ad altre ragioni. Si tratterà di vedere se risultano convincenti per altri bambini, ma è utile in ogni caso prenderli in considerazione. Christian dice semplicemente che si potrebbero portare i videogiochi «per passare il tempo…». In particolare, si pensa che possano essere utili per passare il tempo «quando sono tutti a giocare, [se] uno non vuole andare a giocare». C’è poi il problema del tempo: se piove, si potrebbero utilizzare per passare il tempo stando in casa. Perché non dovrebbe essere libero di giocare con i videogiochi? Filippo: «Ma se non vuole giocare con gli altri, non può semplicemente prendere quei giochi che ha portato da casa che non sono elettronici?». Caterina ha un’altra idea: se un bambino sta un po’ solitario nell’isola perché non gli piacciono i giochi che fanno negli altri bambini, «io andrei da un’altra parte, inventerei un gioco così attirerei l’attenzione degli altri e gli altri vengono a giocare con te». Margherita aveva la stessa idea.

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Flor e Giuseppe preferirebbero abitare in un villaggio, in cui tutti gli abitanti sono vicini tra di loro. Quanto ai materiali, Giuseppe suggerisce il legno. Margherita dice che «le case potrebbero essere anche quadrate, rotonde e a cilindro», di forme diverse, e condivide la preferenza per il villaggio.

Renato: «Si potrebbero fare delle case un pochino più da montagna, un pochino più massicce e più riscaldate nella parte rocciosa [e più alta] della montagna [che si trova nell’isola] e più in basso tipo delle case dove entra sia il fresco sia il caldo, almeno si sta bene». Si tratterebbe in questo caso di un solo villaggio in cui si vive tutti insieme, posizionato al centro dell’isola, con propaggini verso l’alta montagna.

Giorgio: «Io farei un villaggio, però dove starei sul fiume, ma non in una città come Pisa che un po’ è sul fiume [e un po’ distante dal fiume]: [facciamo] un villaggio su entrambi i lati del fiume [che attraversa l’isola], ma dove le case invece che allargarsi [verso l’interno] stanno tutte abbastanza vicine al fiume». Poi «in caso facesse freddo, per l’inverno, si potrebbe fare una città sotterranea» e «si potrebbero sperimentare delle case a palazzetto non troppo grande», secondo il modello base con due piani più una cantina. Ogni famiglia potrebbe avere una casetta così.

Yuri propone un villaggio esteso nel seguente modo: «Un villaggio, in cui il villaggio entra anche un po’ in mezzo al bosco e sugli alberi, con delle casette per terra fatte in modo che sono una sfera che ha un primo strato, poi però sono due sfere una dentro l’altra: nella seconda [nella sfera più interna] ci vive, [mentre] la sfera esterna ti protegge, così se la cosa che regge questa casa cede, invece di crollare rotola e te però visto che sei al centro [ti salvi], perché la sfera al centro resta ferma. E se va in acqua è meglio avere una casa così, perché potrebbe galleggiare visto che si può fare di legno».

Notiamo a questo punto che sulle abitazioni iniziano ad esserci tante idee diverse. Anna P. aggiunge che le piacerebbero le casette sugli alberi, «però non sferiche», «sia vicino al fiume, sia vicino al bosco». Pare che il villaggio che si sta delineando abbia una parte orientata e distribuita lungo il fiume, con propaggini verso il bosco e verso l’alta montagna, con l’ipotesi aggiuntiva di abitazioni sotterrannee.

Marcella abiterebbe d’estate nella casa sull’albero e d’inverno nel villaggio. Christian pensa alla possibilità di costruire canali che portino acqua dal fiume verso le case distribuite all’interno del bosco.

Livio: «Io la casa la farei… andrei nella parte rocciosa della montagna e farei un tunnel in orizzontale, e poi scaverei in verticale, in modo tale da fare dei piani che si collegano con delle scale e fare tipo un appartamento scavato nella roccia. E non c’è bisogno del fiume, perché se sono delle rocce acquifere può venire anche l’acqua [direttamente dalle pareti]», ma con un filtro per purificare l’acqua.

Sarà davvero realizzabile questa idea? Non tutti ne sono convinti, come non tutti sono convinti dalla proposta della casa sferica di Yuri, sulla quale vengono fatte ripetutamente osservazioni. Ad esempio, Filippo: «Per prima cosa devo dire un imprevisto che potrebbe capitare a Yuri [se la casa finisce nel fiume e galleggiando arriva fino al mare]: allora, tu ti trovi nel mare con questa casa e lontano dall’isola e vedi un mulinello che ti sta portando giù. Come reagisci?». Questa obiezione suggerirà a Yuri di dotare la casa di un sistema di remi che permettano di guidarne il movimento anche in acqua. Strada facendo, ci accorgiamo che le obiezioni fatte all’idea originale stimolano variazioni sul progetto iniziale e, in qualche modo, lo rendono più articolato. Ad esempio Livio proporrà di trasformare la casa sferica in mezzo di trasporto, capace di scivolare su rotaie con movimento indotto da magneti [qualcuno citerà poi i treni a levitazione magnetica giapponesi, maglev trains in inglese]. Si pensa poi alle condizioni necessarie a far sì che la posizione mantenga sempre una certa parte verso l’alto. Viene in mente il gioco misirizzi [un pupazzo che per la forma arrotondata e la distribuzione del peso concentrata nella parte bassa ha un baricentro molto in basso e quindi, quando viene piegato, anche di molto, viene riportato in posizione verticale dalla forza di richiamo esercitata dal peso]

misirizzi

Filippo fa poi riferimento alla figura di un “vecchio saggio” che potrebbe abitare nella parte alta della montagna dell’isola: in tal caso, occorrerebbe «un sentierello» per arrivare là. Inoltre, sarà necessario portare ferro e mattoni: il ferro, in particolare, fissato in modo da rendere più stabile la casa, «così se c’è un tornado non la porta via».

Caterina: «Io non ho tanto un’idea della forma della casa; per il materiale, [sceglierei] quello che inquina di meno: ad esempio di legno no, perché sennò bisogna abbattere gli alberi; però [servirebbe] un materiale che non inquina e che non [ci porti ad] abbattere neanche la foresta». Inoltre, «una casa si può condividere con una famiglia che non ci riesce a costruirsi la casa, quindi qualcuno può aiutare questi qua».

Si affaccia qui un’idea di condivisione dell’abitazione, limitata ad alcune famiglie in caso di bisogno. In alcuni, rari casi, alcuni gruppi di bambini arrivano ad ipotizzare grandi case comuni condivise da tutti gli abitanti dell’isola, con alcune stanze “private” riservate alle famiglie e molti spazi a disposizione di tutti [VEDI SU QUESTO AD ESEMPIO UTOPIA 4, CASCINA]. Renato pensa a un’altra situazione e aggiunge che «si potrebbe pure fare così: per passare il tempo, tipo quando hai finito di fare tutti i compiti e queste cose qua, tu puoi pure andarti a fare un bagno: però se arriva qualche squalo sulla costa, come fai a farti il bagno? Puoi mettere una specie di recinto, tutto intorno all’isola, così almeno ci fai il bagno». L’idea riguarda sempre il modo di abitare l’isola: si tratta di “controllarne” i dintorni in modo da essere abbastanza protetti quando si va a fare il bagno.

Facendo una prima votazione: 16 sono d’accordo nel costruire case sugli alberi, 5 sono contrari e un bambino è indeciso (Matteo, perché «primo potrebbe cadere l’albero» e «se c’è una bufera potrebbe cadere la casetta»; ma se riusciamo a farle davvero sicure, allora darebbe il suo consenso); l’idea di scavare montagne e gallerie piace a 10 bambini («è troppo pericoloso», dice Maria Vittoria sintetizzando parte delle ragioni del no); l’idea di fare abitazioni sotterranee piace a 9 bambini («è troppo pericolo, per i terremoti», dice qualcuno).

Jacopo suggerisce che «in casi di frane, tempeste e queste cose, al centro si potrebbe mettere una cupola che riparerebbe tutto». In qualche modo, si tratta di una soluzione analoga al recinto tutto intorno all’isola immaginato in precedenza per proteggere dagli squali gli abitanti dell’isola che si fanno il bagno nell’oceano. La cupola in questo caso sarebbe al centro dell’isola, in una porzione limitata, con buchi per fare passare l’aria; ci sono casi di isole in cui invece si immagina una cupola che protegge tutta l’isola. L’idea della cupola ottiene provvisoriamente, ad una prima votazione, 12 voti. Altre idee: fare case sull’acqua, come palafitte o come a Venezia.

Consideriamo ora due possibili scelte relative alle abitazioni. La prima si trova in alcune utopie immaginate da coetanei: l’idea consiste nel costruire una grande casa comune per tutti gli abitanti (alcuni usano l’immagine di un grande albergo, per spiegarsi: dove ognuno ha la sua stanza e gli altri spazi sono condivisi: cucina, sale, corridoi e così via).

Giorgio ritiene che «sulla casa comune di tutti, in verità per me dipende, [se questa casa] è in orizzontale o in verticale». L’idea dell’albergo, che alcuni bambini in altre scuole hanno introdotto per spiegarsi, suggerisce uno sviluppo verticale della costruzione. Giorgio però una casa del genere la preferirebbe costruita «in orizzontale», ma in ogni caso continua a preferire l’idea avanzata in precedenza, di un villaggio di casette distribuite lungo il fiume dell’isola, casette familiari di «due piani più la cantina».

C’è poi l’idea di Tommaso Moro, descritta nel libro che introduce la parola stessa Utopia.

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Da THOMAS MORE, Utopia, Guida Editore, p. 166. Dalla descrizione di Amauroto, capitale di Utopia in Tommaso Moro (libro del 1516).

Caterina: «A me non piacerebbe questo metodo di Tommaso Moro, perché uno si ambienta… a parte che [le case] sono tutte uguali e non è che sia tanto bello, perché uno può personalizzare la propria casa come ho fatto io: al mio compleanno mi hanno dato tutti i disegni, i bimbi mi hanno fatto tutti i disegni per me e li ho attaccati al muro, quindi ho un po’ personalizzato la mia casa e quindi… si personalizza la casa e poi smonta tutto [per il passaggio previsto da Moro, ogni dieci anni, da una casa ad un’altra]».

Giorgio: «A me non piace questa idea perché se uno vuole andare nella stessa casa, e nel villaggio ci sono 500 case, in 500 anni ci rivai». Sia che si estragga a sorte, sia che si faccia una rotazione diversamente organizzata di casa in casa – anche di anno in anno – se il villaggio ha 500 case occorrerebbe molto tempo per tornare nella casa in cui si vuole stare, quella che Caterina definisce “personalizzata”, quella a cui ci si è per così dire affezionati. Del resto, Tommaso Moro voleva probabilmente evitare che ci si affezionasse proprio ad una casa in particolare, sentendola come “propria”, come “proprietà” esclusiva.

Ma la frase di Giorgio potrebbe essere interpretata anche come la interpreta Filippo in seguito: se le case sono tutte uguali, per tornare alla propria casa potrebbe essere necessario molto tempo, a causa del disorientamento prodotto da quell’uniformità eccessiva. Filippo infatti si richiama a Giorgio e dice: «L’idea del villaggio con tante case tutte uguali è triste sia per quello che ha detto Giorgio, che non riesci ad orientarti, però mi è piaciuta l’idea dei giardini, così ti coltivi e hai i frutti e non devi andare troppo in là e in là». Aggiunge a questo proposito un’osservazione sugli alberi: potrebbero essere coltivati per la frutta, essere tagliati ed essere seminati di nuovo.

Yuri: «Allora, le case tutte uguali non è che mi piacciano molto, perché ti senti in un universo tutto uguale, in tanti piccoli universi in cui non c’è niente di differente. Invece la casa comune mi piace: è carina, così che condividono tutti la stessa casa. Poi volevo dire, se posso, qualcosa del villaggio, sul materiale. Argilla». A questo aggiunge alcune considerazioni sulla casa sferica proposta in precedenza, specificando perché dai buchi per i remi non potrà entrare acqua all’interno della sfera.

Christian teme che possano entrare animali nelle case, se si lasciano le porte senza chiusura; inoltre, se le case sono tutte uguali, «si potrebbe sbagliare casa». Livio: «A me non piacerebbero le case tutte uguali, però potrei trovare una soluzione a quello che hanno detto Giorgio e Christian, che potresti sbagliare casa: mettessero tipo “battaglia navale”, tipo lettere e numeri», ci si potrà orientare.

Caterina riconosce che Tommaso Moro ha ragione sul fatto che potrebbe nascere invidia tra gli abitanti: «se a uno piace la casa dell’altro, se una persona è molto gentile può fare abitare questa famiglia nella casa, così si possono trovare… d’accordo… non so come spiegare»; ad esempio: «a una famiglia piace la casa di un’altra famiglia; questa famiglia ospita l’altra famiglia e si mettono insieme, se sono d’accordo, e nella casa che è stata lasciata dalla famiglia che è andata ad abitare dall’altra famiglia possono andare ad abitare persone che non vanno d’accordo insieme e che quindi [così] si separano, ma restano sempre amici».

Giorgio: «Oppure potrebbe capitare che però quello invidioso va dall’altro, che secondo lui è beato, e però quello invidioso e quello beato diventano invidiosi tutti e due e vanno in un’altra casa… e poi proprio per questo avrei due soluzioni: una, la prima, che vale [la pena] tentare la casa comune; poi, che proprio per questo potrebbero esistere gli psichiatri che ti aiutano a risolvere questo tipo di problemi. Sennò, potremmo non fare case uguali, ma non è neanche che uno se la possa ingrandire, perché sennò va all’infinito: tipo, si fa una legge, “tu non la puoi migliorare all’esterno, ma all’interno”». In questo secondo modo, il problema dell’invidia potrebbe essere evitato stabilendo per legge un limite alle modifiche “esterne” delle case e soprattutto alle dimensioni e agli agi correlati; lasciando liberi di modificarle all’interno come si vuole.

«Così almeno uno non vede cosa c’è dentro», commenta un bambino. L’idea di sperimentare la soluzione della casa comune, che secondo Giorgio potrebbe essere tentata per evitare il problema dell’invidia, raccoglie comunque soltanto 6 voti più un indeciso, tentato di votare.

Regole: quali sono e cosa fare con chi non le rispetta

Si è appena parlato di una legge relativa alle abitazioni, che potrebbe permettere agli abitanti di evitare alcuni comportamenti capaci di generare invidia e differenze eccessive tra gli abitanti.

Proseguiamo parlando di leggi dell’isola: tutto il gruppo è coeso nel sostenere che delle leggi saranno necessarie. Iniziamo perciò a elencare alcune priorità, da scrivere nel libro delle leggi dell’isola.

Caterina: «collaborare», a cui si aggiungerà poi «non dire parolacce».
Ihssane: «Non si fuma».
Christian: «Concentrarsi sul loro lavoro»: ci si dovrebbe concentrare sul lavoro che si sta facendo. La concentrazione diventa così una regola.
Maria Vittoria: «Non uccidere tutti gli animali», nel senso di «cacciare pochi animali».
Yuri: «Non litigare».
Margherita: «Non buttare lattine, cioè [più in generale] non inquinare».
Giuseppe: «Non drogarsi».
Livio: «Non fare guerre».
Filippo: «Non alzare di più piani casa tua, altrimenti vengono risse…».
Eurika: «Non distruggere le piante».
Anna C.: «Vietato non amare». Qui alcuni bambini dicono che si poteva dire semplicemente “Amare”. Ricorda una regola formulata da un bambino in un’altra scuola di Pisa: «Non non aiutarci».

«E com’è possibile? Se uno non ama nessuno, perché deve amare?», chiede un bambino.

Non è chiaro se e come si possa “stabilire per legge” che si debba amare. Al filosofo sovviene il giovane Hegel. La bambina precisa che la regola precedente potrebbe essere riformulata nel senso di “non odiare”.

Giorgio interviene con una legge sulle religioni, tenendo presente il fatto che se un credente di una religione vuole imporre a tutti ciò in cui crede «possono crearsi attacchi terroristici»: «secondo me è meglio ospitare anche chi è diverso per religione, perché se uno ci vuole stare noi non lo evitiamo: basta solo che ognuno pensa alla sua religione»; «lo ospitiamo anche, purché non crei problemi, altrimenti lo cacciamo via».
Jacopo: «Ognuno deve avere i suoi diritti»: tra i diritti fondamentali, quelli alla famiglia, alla casa, agli amici, al cibo.
Michele: «Non creare case su posti pericolosi».
Renato introduce un’altra idea: «Creare un parco nazionale e poi proteggerlo»; «poi volevo dire pura una cosa per Maria Vittoria: perché noi si può pure cacciare animali che, come ha detto lei, bene, pochi, ma si potrebbero pure cacciare animali di grossa taglia e quelli che sono già adulti, così i loro figli [più piccoli] si riproducono». Non è d’accordo Maria Vittoria, perché gli animali adulti potrebbero essere comunque genitori di piccoli che hanno bisogno di crescere; nasce anche una discussione sui bisogni dei piccoli: hanno più bisogno degli animali adulti maschi o degli animali adulti femmine? C’è poi chi non include i pesci tra gli animali, almeno in questo caso: cioè, non sembrano esserci problemi particolari per la pesca. Comunque la regola generale che sembra prevalere nel gruppo è quella di non cacciare troppo, di non esagerare.

Alcuni bambini non riescono a trovare subito una regola per l’isola, ma ci pensano, ci «devono pensare». Poi arriva la regola che prevede di «non rubare».

Ma COSA SUCCEDE A CHI NON RISPETTA LE REGOLE, SULL’ISOLA? «Morirà», dice subito qualcuno.

Giorgio interviene e sostiene che i provvedimenti per chi non rispetta le regole vadano presi in modo differenziato a seconda della gravità del reato: ad esempio, se qualcuno non collabora [vedi la prima regola nell’elenco], sarà sufficiente fare una multa; se qualcuno non rispetta la regola di non fumare, dovrà fare un giorno di lavori sociali; chi ruba, andrà in galera; non uccidere in galera più a lungo e ancora più grave con ulteriori ripetizioni del reato. Giorgio proporrà in un secondo momento di sostituire la pena di morte con l’esilio, per un tempo definito.

C’è chi sostiene che eventuali colpevoli di mancato rispetto delle regole vadano cacciati dall’isola.

Ecco altre idee:

Caterina: «Quando vediamo una persona che infrange una delle leggi, proviamo a dirglielo; se continua glielo ridiciamo e dopo un po’ facciamo qualcosa che lo punisce, così capisce che ha sbagliato; prima gli si fa un po’ capire con le parole, poi quando continua e non vuole capire si penalizza». Dunque, prima ancora di parlare di “pene”, “punizioni” e cose simili, occorre fare ricorso alle parole, tentando di capire e fare capire attraverso le parole. Le punizioni arrivano dopo, «dopo un po’ che uno lo fa, se non smette»: arrivati a questo livello, Caterina condivide la proposta di Giorgio sull’adozione di punizioni differenziate a seconda della gravità di quanto è stato fatto contro le leggi.

Matteo: «Prima di tutto, se c’è un carcere… prima di tutto gli fai l’interrogatorio, perché se non sai nemmeno che è stato lui non puoi metterlo in galera».

Eurika non vorrebbe la prigione: non sa bene come spiegarlo, ma l’idea di costruire una galera nell’isola non le piace. Livio, riprendendo il suggerimento di Giorgio, sostituirebbe la pena di morte con l’esilio. Ricorda inoltre il Codice di Hammurabi.

Yuri riprende e sottolinea l’esigenza di indagare, per verificare l’effettiva violazione di regole e le condizioni in cui è accaduta.

Anna: «Secondo me la prigione ci dovrebbe essere, ma non dovrebbe essere nell’isola, perché nell’isola magari ci sono delle cose che servono più della prigione e bisogna avere più spazio; allora tipo c’è qualcuno che con la nave li porta in un’isola accanto apposta per i prigionieri». Anna cerca così di mediare tra la proposta di chi vuole una prigione sull’isola e il disagio di chi, come Eurika, non ce la vorrebbe: in questo caso, si tratterebbe di trovare un’altra isoletta in cui portare i prigionieri. Si potrebbe anche fare una specie di piattaforma al largo. Il punto è quello di non occupare troppo spazio sull’isola. Caterina: «Io non sono d’accordo con l’idea della prigione, perché se deve essere un’isola felice, non sono d’accordo; però sono d’accordo con Anna, di non farlo proprio nell’isola, perché nell’isola ci sono le persone che rispettano la legge, quindi non è bello vedere le persone che non hanno rispettato la legge. Sennò diventi anche te triste, perché vedi queste persone che stanno dentro il carcere, però te sei fuori e ti dispiace». Si potrebbe forse andare a trovarle, suggerisce qualcuno.

Renato: «L’isola di Pianosa è tutta piena di carcerati: cioè praticamente è un’isoletta piccolina dove ci stanno un sacco di carcerati, dove ci stanno tante spiagge, però ce n’è soltanto una aperta per quelli che vanno a fare il bagno. E praticamente, e poi c’è un posto dove si mangia e lì facevano da mangiare i carcerati, in modo che almeno in quell’isola se volevano andare via non potevano».

Si pensa anche alla tristezza dei familiari dei carcerati: avere la possibilità di andare a trovarli è meglio che non averla, rimanendo «lì depressi» senza poterli vedere. Dunque Giorgio, che pure considera questo problema, fa «Io se proprio devo fare un carcere, lo metterei molto lontano dall’isola, e poi secondo me potremo anche fare due opzioni: una, potremmo provare a mettere il carcere su una piattaforma in modo che si riabilitano, cioè con la palestra… però potrebbe anche non funzionare. O sennò però potrebbe anche capitare che tutti dalla rabbia che uno è andato in prigione, uno si fa triste e tutti vadano in galera perché hanno fatto qualcosa di sbagliato». Più precisamente: «Per esempio, moglie e marito: il marito va in galera e dopo la moglie dice: “No, non è giusto. Adesso io ammazzo qualcuno per andare anch’io in galera!”». In questo caso, sarebbe necessario garantire la possibilità di riabilitarsi per i carcerati e quella, per i familiari o gli amici, di incontrarli. Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra la prossimità all’isola e ai familiari/amici e la distanza che alcuni preferirebbero mantenere da chi ha commesso reati: «Io li metterei in un’isola – continua Giorgio – [ma] non isolarli, metterli in un’isola e costruire delle case e farli riabilitare e però se lo fanno possono tornare». Dunque non vanno in un’isola prigione, ma in un’isola di prova dove possono andare temporaneamente e da cui, se dimostrano di sapersi comportare bene, possono tornare sull’isola di utopia». È un’isola dove ci si esercita e se ci si abitua a rispettare le regole: «però se fanno un altro omicidio [e dunque un altro reato grave], esilio».

Matteo: «Io dicevo che praticamente… vabbè, è tristissimo se un familiare è finito in galera, però se ha commesso un crimine è la legge». E allora bisognerebbe accettare.

Anna C.: «Io volevo dire che il carcere non va messo nell’isola anche perché, a parte che poi i familiari… questa cosa, anche perché nell’isola c’è bisogno, visto che non è grandissima, c’è bisogno di cose più…: [insomma] se ci metto il carcere, dopo non c’è più spazio per altre cose». Nell’isola dovrebbero essere messe solo cose belle per chi rispetta le regole.

Margherita: «Io farei una piattaforma là [davanti all’isola], però collegata all’isola: praticamente ci sarebbero dei ganci attaccati all’isola e per andare a prendere questi qua si può attraversare» passando da una specie di ponte. La cosa non piace molto: «comunque è brutto perché uno va in spiaggia o al ristorante a mangiare e dice a suo figlio: “guarda che bel panorama”, e c’è questa piattaforma» che occupa così tanto spazio proprio davanti all’isola, commenta Giorgio.

Yuri: «Volevo dire, quella cosa che ha detto Renato dei carcerati che preparano il cibo a me non piace tanto, perché così è come schiavizzarli: cioè se li fai rimanere in galera in una stanza senza faticare possono riflettere, ma se invece li fai cucinare, li fai faticare, si arrabbiano ancora di più». «E poi possono mettere qualcosa nel cibo», aggiunge qualcuno. Ma così è meglio, così penseranno che è meglio non fare più quello che hanno fatto.

Caterina: «Volevo dire che secondo me è meglio se li mettiamo dentro una stanza a riflettere, perché se si mettono al lavoro, a loro viene più nervoso: perché dicono, “sì ho sbagliato”, ma mettendolo al lavoro gli si crea tutta la mente piena, invece di pensare; cioè pensano al lavoro; invece se si mette dentro una stanza a pensare, la mente pensa solo alla cosa sbagliata che ha fatto, secondo me».

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Pisa.

Yuri e Livio optano subito per il governo del popolo. Jacopo ha invece «un’altra opzione»: «Secondo me uno dovrebbe scegliere da solo». Allora «a voti, la democrazia!», interviene subito qualcuno. Ma Jacopo precisa: «No, non quello: cioè, secondo me non ci deve essere nessuno che governa, nessun governo». «Allora – interviene subito Renato – le regole dobbiamo scordarcele!».

L’opzione dell’«assenza di governo» non era contemplata nella tripartizione di Erodoto: potrebbe essere definita «anarchia», dal greco ἀναρχία, composto di ἀν- privativo e tema di ἄρχω «comandare»]. Ma potrebbe anche essere intesa come una forma di governo in cui tutti partecipano direttamente alle scelte, esercitando direttamente la sovranità, senza delegarla a nessuno e senza attribuire a nessuno un ruolo di governo.

Jacopo non trae la stessa conclusione di Renato: «No, [non è così, non consegue ciò che ha detto Renato]: secondo me ognuno deve avere la sua responsabilità».

Renato spiega meglio ciò che intende dire: «Allora ogni casa si crea le proprie leggi: [ad esempio] ammazzare, ammazzare, ammazzare…». Come si fa a impedirlo, se non c’è un governo comune che stabilisce leggi e divieti validi per tutti? Di rimando, Jacopo fa ancora appello alla responsabilità dei singoli.

Giorgio interviene prendendo posizione a favore dell’esistenza di un governo: «Secondo me nell’isola dobbiamo costruire un municipio, un palazzo del governo, e poi un edificio abbastanza grande in cui si possono mettere i voti, per la democrazia». Si tratta quindi di combinare l’esistenza di un governo, rappresentata da un palazzo dedicato, e l’esistenza altrettanto importante di un diritto di espressione e di voto sulle scelte per tutto il popolo, rappresentata a sua volta da un palazzo dedicato.

Nessuno, in questo gruppo di bambini, preferisce che sia uno solo a governare. Margherita preferirebbe invece che siano pochi, posizionandosi così per l’opzione oligarchica di Erodoto: «Secondo me, più pochi sono e meglio è». «Allora arriviamo a uno», obietta un amico. Ma non è a questo che vuole arrivare Margherita, che suscita alcuni ripensamenti nel gruppo. Ad esempio Anna dice che «ha ragione anche Margherita, perché sennò [governando tutto il popolo] c’è un po’ di difficoltà a mettersi d’accordo». «Come ha detto Margherita, è vero quello che ha detto Margherita, perché sennò poi si fa troppo, tanto casino e non si riesce più a ricordarsi chi è il politico».

Si tratta di un argomento differente da quello di Megabizio nel racconto di Erodoto: qui si fa leva sulla difficoltà nel mettersi d’accordo e nell’evitare la confusione prodotta dalla necessità di conversare e confrontare idee tra tanti; là si faceva leva sulla mancanza di discernimento, sull’impetuosità e sull’incompetenza del popolo inteso come plebaglia sfrenata.

Yuri ammette che potrebbe accadere proprio così: in tanti si farebbe confusione. In effetti, già ora, immaginando un’utopia in 22, stiamo incontrando difficoltà dovute alla stanchezza, ai tempi d’attesa per prendere la parola, all’impegno richiesto dall’ascolto.

Maria Vittoria ritiene però che «in pochi si prendono poche decisioni». Il numero potrebbe aumentare le idee in circolazione. C’è chi dice allora che essere in uno è troppo poco, essere in tanti è troppo (troppe idee in circolazione = troppa confusione = troppo tempo necessario per conversare davvero e confrontare tutte le opzioni = troppe difficoltà per mettersi d’accordo) e quindi la soluzione migliore è attribuire a pochi la responsabilità di governare.

Giorgio interviene a questo punto evidenziando altre criticità della democrazia, ma proponendo alcune soluzioni per rendere praticabile un governo condiviso tra candidati con idee diverse: «Ho tre idee. Primo potremmo dire che praticamente… io sono per la democrazia. Infatti uno o pochi dicono “si fa questo”, e gli altri: “non va bene”, il popolo non è soddisfatto. E però c’è anche questo in democrazia: se c’è un voto per chi sarà il prossimo politico, se 200 votano uno, 200 votano un altro e 200 votano un altro sono pari». Potrebbe non esserci una maggioranza chiara. «Potremmo fare, visto che siamo un’isola e siamo in pochi, una specie di democrazia: noi abbiamo tre candidati, potremmo fare che invece di mettere il migliore, potremmo sempre fare – come dire? – [un governo] a tre posti»: si potrebbero mettere tutti i candidati politici, sia che abbiano avuto più voti, sia che ne abbiano avuti meno, a funzioni di governo con qualche responsabilità, eventualmente «per settori».

Maria Vittoria aggiunge che noi, essendo in pochi [in classe] abbiamo preso tante decisioni.

Anna: «Secondo me si potrebbe fare che decidono in pochi, che prendono in pochi le decisioni, però il popolo dice quello che è secondo lui e poi i pochi che prendono le decisioni dicono quello che… [va fatto». Si tratta di una sorta di combinazione tra il principio oligarchico e quello democratico: a prendere le decisioni finali, collettivamente vincolanti, sono pochi (cioè, un governo di pochi), ma basandosi sulla volontà e sulle opzioni espresse dal popolo.

Jacopo: «Volevo dire che ho cambiato idea [sulla questione del non avere nessun governo]. Volevo dire che secondo me si può fare in un certo modo: il popolo deve decidere, però ogni anno, tipo il popolo ha deciso un gruppetto per avere [il governo dei] pochi e un gruppetto per avere [il governo del] popolo: [allora] un anno si fa [che governano in] pochi e un altro anno si fa [che governa] il popolo». In questo caso, l’isola di utopia diventa un’isola di sperimentazioni sulle forme di governo, dove a rotazione si provano gli effetti del governo dei pochi e quelli del governo del popolo.

Yuri: «Io volevo dire una cosa come Giorgio: che è un po’ democrazia e un po’… siamo mettiamo in 50 a governare: si fanno dieci settori, uno che si occupa delle case, uno che si occupa della manutenzione dell’isola e in questi settori ci sono 5 persone, che sono abbastanza pochi, così decidono un po’ meglio».

Margherita: «Io non sono… Per me non va bene quello che hanno detto: cioè, per me vanno bene i pochi [e basta], perché i pochi possono anche dire tante cose [e avere tante idee]: quindi secondo me hanno ragione [quelli che propongono] i pochi, perché sennò [facendo come in democrazia] c’è confusione e uno ci resta male se poi non si fa la sua [idea]». Potrebbe accadere, in democrazia, che uno non riesca ad esprimere la propria idea, o ad essere ascoltato, o a vedere realizzata la propria idea pur avendola espressa. La democrazia espone insomma ad una serie di possibili delusioni individuali che si aggiungerebbero, come problema, alla confusione già denunciata.

Giorgio tenta un’ulteriore mediazione: «Oppure possiamo fare in due modi. O ognuno si prende cura di casa, quelli della spiaggia si prendono cura della spiaggia [e così via], senza politici; oppure, al contrario di quello che ho detto, tutti possono essere politici». E in tal caso sarebbe governo di tutti «proprio completamente: perché uno potrebbe essere così, come dire?, tutti politici secondo me è meglio, perché così [essendo in] tanti si dividono in gruppi» e possono prendersi cura di più cose, di tutta l’isola, «tipo a quartieri». Ci sarebbero diversi livelli di politici: quelli al livello 3, [il più alto], «si occupano delle leggi» e delle cose generali; al livello 2 si possono occupare dei gruppi [dell’organizzazione dei gruppi] e della manutenzione; il livello 1, cioè il popolo, viene organizzato dal livello 2 che così potrebbe una volta al mese – che così si impegnano anche a essere bravi – a pulire [e a curarsi dell’isola]». C’è anche una circolazione di denaro fra i vari livelli, che dovrebbe consentire il buon funzionamento dei vari piani di lavoro.

Anna: «Secondo me dovrebbero esserci i pochi che prendono le decisioni: cioè, che tutto il popolo deve prendere le decisioni, decide le cose, ma se qualcuno del popolo fa qualcosa contro le leggi i pochi decidono se deve andare in prigione»: potrebbero esserci cioè due livelli distinti di decisione. Da un lato il popolo dovrebbe decidere le cose da fare; mentre un governo di pochi dovrebbe decidere il da farsi in caso di violazione delle leggi.

La votazione sulle tre opzioni di Erodoto a questo punto non riuscirebbe più ad esprimere la complessità delle opzioni considerate: pare prevalere la combinazione tra la partecipazione del popolo alle decisioni (e quindi la democrazia) con l’attribuzione di compiti di governo distinti e specifici a gruppi di delegati o rappresentanti. In genere, temporanei. Notiamo però che la discussione su questo punto richiederebbe ancora molti passaggi prima di arrivare a un accordo e, del resto, abbiamo riconosciuto nel corso della discussione la fatica che il mettersi d’accordo in democrazia comporterebbe.

Colpisce qui il senso della politica emerso nella discussione. Consegno ai bambini un’immagine:

Il potere è paragonabile a un uovo:
se lo stringi troppo forte, ti si rompe nella mano;
ma se non lo stringi abbastanza, può scivolarti di mano e rompersi ugualmente.
Bisogna esercitare il potere né con troppa severità, né con troppa noncuranza.
È un’immagine profonda che paragona il potere
A qualcosa di molto prezioso come l’uovo che porta un germe: la vita.
Ed effettivamente chi è al potere ha in mano la vita delle persone
.

Joseph Ki-Zerbo, A quando l’Africa? Conversazioni con René Holenstein, EMI della Coop. Sermis, Bologna 2005.

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Sono 9 (su 22) tra bambine e bambini che non vorrebbero gli adulti sull’isola. Maria Vittoria è tra coloro che li escluderebbero: «perché almeno facciamo qualcosa in più, invece che stare a scuola la maggior parte della giornata e quando torniamo stiamo così sul divano a guardare la tv senza fare niente». A Tommaso piacerebbe invece il gusto di «avere l’isola nostra», per noi bambini. Non è tanto un problema di essere più liberi. Lorenzo è tentato dall’idea perché «si sarebbe liberi di fare quello che ci pare». Ihssane pensa al fatto che gli adulti «ti chiedono sempre di fare delle commissioni» e che a volte «ti stressano». Qualcuno interviene e aggiunge: «è come se [gli adulti] se ne approfittano di te», facendoti fare una serie di cose per loro. Margherita aggiunge: «Secondo me anche perché ci stressano, ma anche perché noi la sappiamo fare la roba, sappiamo cucinare… e quindi secondo me possiamo anche andare da soli su quell’isola». Pietro dice che «senza offesa, [gli adulti] sono un po’ noiosi perché dicono “state attenti, non andate lì, non andate da soli nella foresta” eccetera eccetera, “non salire negli alberi da solo”…». Un bambino interviene in un clima di confusione determinato sia dall’eccitazione provocata dalla domanda, sia dalla stanchezza dopo ormai oltre tre ore di conversazione, intervallate da una pausa, in cui peraltro alcuni bambini hanno continuato a lavorare all’isola, disegnando ad esempio un prototipo di sfera-mobile e di casa-sfera: «Allora scegli – dice il compagno di Pietro – è meglio non essere stressati ma muori, o essere stressati ma vivi», sottolineando il fatto che gli adulti suggeriscono di non fare cose che sono pericolose. Ma Pietro ribatte dicendo che spesso i genitori dicono di non fare cose per le quali «lo sappiamo benissimo come fare, non succede nulla». Giorgio interviene a favore della presenza degli adulti dicendo che «primo, noi non possiamo insegnarci da soli; secondo, poi quelli più piccoli, tipo quelli di un anno, potrebbero mangiare qualcosa di velenoso senza che noi ce ne accorgiamo; e poi, la politica, chi ci pensa?; quarto, noi stiamo violando le nostre due regole, primo “rispettare i diritti”, e un diritto è avere una famiglia; secondo, che è “vietato non amare”, e questo è che non amiamo. E quindi [la prima violazione] sui diritti vale un esilio, quella relativa al “non amare” [vale] una multa».

Marcella: «I genitori ti insegnano poi ti brontolano per il tuo bene: non è che ci vogliono male, [lo fanno] per il tuo bene e poi ci insegnano. E poi se qualcuno ti picchia ti difendono».

Caterina: «Io vorrei i genitori nell’isola perché sono d’accordo con Filippo e con Flor che ci dicono di non andare lì per il nostro bene, perché loro ci vogliono bene: cioè, ci hanno messo loro in vita, ci hanno messo in vita per un motivo, perché vogliono bene, e non solo ai propri figli, ma anche a tutti i bambini del mondo. Almeno mia mamma e mio babbo vogliono bene a tutti i bambini di questa classe. E sì, alcune volte [un genitore] rompe, però possiamo sbagliare noi e possono sbagliare anche gli adulti».

Filippo: «Ho appena sentito Giorgio dire “sentiamo la loro mancanza”. Ed è proprio questo che mi era venuto in mente. Cioè, noi stiamo sulla nostra isola, però ci sono i genitori su un’altra abbastanza vicina alla nostra e noi alleviamo una civetta come in Harry Potter, gli diamo il messaggio e la facciamo volare dai genitori che gli manda il messaggio». Questa idea viene come tentativo di combinare l’esigenza di avere gli adulti vicini e al tempo stesso un po’ (non troppo) lontani: sarebbe ideale, in tal senso, un’isoletta «abbastanza vicina», con cui comunicare e da cui sia facile arrivare a trovarsi insieme.

Yuri: «Comunque, se gli adulti dovessero essere esiliati, anche noi quando cresciamo a diciotto anni ce ne dobbiamo andare via». Su questo i bambini non sono d’accordo. Yuri comunque interpreta come esilio il fatto di non essere ospitati nell’isola. Pietro preferirebbe invece che gli adulti restino a casa, tanto «possiamo andarli a trovare». Mentre Anna dice: «Secondo me dovremmo… i genitori dovrebbero venire nell’isola anche loro, però visto che poi iniziano a fare, a inquinare un po’ di più, perché sono più grandi, dovremmo mettere noi come un mondo al contrario: cioè noi piccoli mettiamo delle leggi e noi, se loro non rispettano le leggi, li mandiamo in galera». Dunque, un’isola con gli adulti sì, ma governata dai bambini. [Per un caso rovesciato, in cui un gruppo di bambini di quinta elementare sceglie di fare governare l’isola agli adulti, non attribuendosi alcun ruolo di governo, vedi l’UTOPIA DI PASTURANA].

Renato: «Loro dicono: “sì va beh, loro stressano stressano, però lo fanno per il nostro bene”; anche Giorgio ha detto prima, come ha detto Filippo, sì, poi sentiamo pure la mancanza dei nostri genitori…»: perciò la cosa migliore sarebbe averli in un’isola accanto alla nostra, ma non proprio sulla stessa isola. L’idea ricorda in parte una delle soluzioni adottate in precedenza per chi non ha rispettato le regole: la piattaforma costruita in prossimità dell’isola per i carcerati e, in effetti, Yuri ha interpretato questa disposizione dei genitori come una sorta di esilio dall’isola.

Jacopo: «Io volevo dire che i genitori spesso dicono: “è l’ora che sei autonomo”, però nel senso che devi, che tu puoi fare da solo: però quando voi avete detto che loro ci vogliono bene questo è vero, però non è che devono stressarci sempre a dire “di là, di su, di giù”», ma qualcuno dice: «è giusto» e qualcuno ribatte: «no, no…». Anna: «I genitori nell’isola io ce li voglio, perché a parte che gli voglio bene, almeno un po’ sanno cosa fare, perché magari noi non sappiamo dove andare…».

Caterina aggiunge un’osservazione sul fatto che «ci sono dei genitori diversi», che non dicono “sii autonomo”, “sii autonomo”: e «più che altro dipende dal bambino, dal comportamento del bambino». «Ma se ti dice autonomo vuol dire che stai diventando più grande e stai imparando più cose!», dice Jacopo. «Infatti!», ribatte Caterina, però ci sono genitori che non lo dicono.

Yuri: «Secondo me quello che ha detto Caterina è vero: che una mamma dice di essere autonomo a un figlio, dipende dal figlio».

Che posso fare senza gli altri uomini?
Arrivando in questo mondo ero nelle loro mani,
andandomene da qui sarò nelle loro mani
Tradizione orale malinke

Immagini dall’isola di utopia

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

In prima battuta, due bambini gridano “guerra!”, alcuni bambini suggeriscono di andare subito via, altri dicono “ci nascondiamo”; si sentono nominare archi e frecce.

Caterina introduce però un altro approccio: «Direi che li ospitiamo, poi gli si spiega un po’ dove ci troviamo e quali sono le nostre leggi; si spiegano un po’ le leggi, poi se non le rispettano, come abbiamo detto prima [per noi] gli si rispiegano e poi se ci sono dei bambini feriti, perché tipo scappano da una guerra, li curiamo con le erbe; i genitori li ospitiamo dentro le case e gli facciamo vedere un po’ l’isola».

Tommaso: «Quando scendono da questa nave noi gli diciamo che se inquinano, poi gli spieghiamo qual è la situazione: se ci vogliono vivere va bene, altrimenti gli spieghiamo le regole [facendo presente] che se inquiano li mettiamo in prigione».

Christian: «Volevo dire che quello che dice “ci nascondiamo” e quegli altri che dicono “guerra, che guerra sia!”, cioè praticamente quello che si vuole nascondere perché non fa così? Mentre quelli che vogliono fare la guerra la fanno». Ma perché bisognerebbe nascondersi? «Perché ci si spaventa di loro, perché penso che loro [i nuovi arrivati] vogliono fare la guerra». «Ma invece se non la vogliono fare?», chiede ancora Christian. Il punto è che alcuni di noi, sull’isola, appena hanno visto la nave hanno gridato: «Che guerra sia!».

Lorenzo segue il consiglio di Christian secondo cui è meglio nascondersi nell’isola. Viene l’idea anche di una «galleria sottoterra». Giuseppe suggerisce un approccio diverso: quando arrivano questi viaggiatori «li attacchiamo». C’è chi suggerisce di attaccarli quando scendono sull’isola, tuttavia «provando prima a conoscerli». Ci potrebbe essere una schiera di uomini con le mitragliatrici pronti a mitragliare e di fronte chi chiede ai nuovi arrivati: “Siete buoni?”. Se la risposta non convince, iniziano le mitragliate.

Filippo inizia considerando il fatto che la nave avvistata potrebbe avere bisogno di un paio di giorni per arrivare all’isola: «In questi uno o due giorni ci prepariamo un po’ di armi, quelle che possiamo, ma non per attaccarli, ma ci prepariamo subito, uno davanti, il sindaco dietro, dietro altri due [con le armi] nascosti; se dicono “siamo buoni”, e noi gli diciamo “venite pure”». Ma Jacopo nota: «Non è che gli si può chiedere “siete buoni?” e loro dicono “sì!”… Cioè devi essere sicuro». Forse ci vorrebbe un investigatore? Forse un’idea migliore è «fare subito così: all’attacco!». La tentazione di attaccarli viene dunque per la paura che loro potrebbero attaccare e anche perché semplifica tutto il lavoro che andrebbe fatto per capire come sono: non basta infatti chiedere direttamente ai nuovi arrivati che intenzione hanno.

Livio si ricolloca a un altro estremo: «Io li accoglierei, gli farei vedere le cose belle dell’isola e le leggi, tutte le cose che abbiamo. Cioè, li accogliamo». Yuri: «Io direi di accoglierli e fargli vedere la nostra città non inquinata. Poi fargli vedere le nostre leggi e stanno là: poi se non le rispettano li scacciamo, ma non con le armi». «Ma come?», chiede qualcuno. «Come li scacciamo, se non con le armi?».

Proseguiamo considerando l’effetto di quanto detto fin qui sulla posizione di altri bambini, che per il momento non si sono espressi sulla questione. Margherita propende per un’ospitalità temporanea: «Secondo me [dovremmo] ospitarli e mandarli via, perché non c’è più posto. Un giorno di tempo per stare sull’isola, poi vengono mandati via». La proposta dell’OSPITALITÀ TEMPORANEA, generalmente rara, trova un singolare analogo nell’utopia realizzata presso la Scuola Don Milani di Sant’Ermete, sempre a Pisa. Anna P. è d’accordo: «Ospitarli per un po’ di tempo, poi devono tornare via». Aggiunge un’osservazione sulle conseguenze di chi si preparebbe ad accoglierli con le armi, tenendo pronte le armi: «Se ci vedono con le armi in mano, magari hanno intenzioni buone, poi invece… si arrabbiano e ci attaccano». Dunque, noi potremmo preparare le armi senza avere intenzione di usarli, temendo che i nuovi arrivati vogliano attaccarci; loro potrebbero avere buone intenzioni ma, vedendoci armati, potrebbero temere di essere attaccati e dunque armarsi a loro volta, attaccandoci: ne uscirebbe verosimilmente una guerra che nessuno ha davvero voluto inizialmente, generata dall’attribuzione di intenzioni bellicose all’altro. Flor dice che sarebbe «una guerra senza senso», questa guerra iniziata così, con un’intenzione diversa.

Jacopo precisa il senso del riferimento alle armi: «Volevo intendere, secondo me, che avevano intenzioni cattive e che comunque non si può sapere se siano buoni o cattivi: quindi volevo dire che è meglio preparare le armi; poi, se sono buoni, semmai non si usano; però sarebbe meglio prepararci, perché se tipo poi sono cattivi, non si potrebbe sapere cosa ci possono fare». Se i nuovi arrivati si mostrano buoni, «prima bisogna fare [con loro] un giro dell’isola e li lasciamo lì per un po’ di tempo; poi, se non rispettano le leggi, forse dovremmo usare le maniere cattive cacciandoli».

Renato propende per una combinazione tra due soluzioni emerse in precedenza: nascondersi e prepararsi al contatto con i nuovi arrivati. Il modo in cui entrare in contatto – attaccando oppure ospitando – lo si decide nella fase in cui il contatto viene evitato nascondendosi e spiando: «[…] nascondersi e poi, quando vediamo se sono cattivi oppure buoni, se sono cattivi si passa all’attacco, invece se sono buoni, si fa vedere l’isola».

Giorgio fa invece affidamento sulla politica e rivolge l’attenzione anche alla nave dei nuovi arrivati: «Io prima vedrei com’era la nave. Io li ospiterei e, se vogliono la guerra, io non la farei; resisterei. Però, se continuano troppo [a propendere per la guerra], noi non è che rispondiamo con le armi: rispondiamo in politica. O sennò ci mettiamo d’accordo per una conclusione buona». A chi prenderebbe subito in mano le armi – anziché ricorrere alla “politica” – Giorgio ribatte così: «Io non lo farei perché se loro hanno le armi, o [anche se] non le hanno, provochiamo comunque una guerra. E [viceversa], anche se la vogliono [loro la guerra], comunque potremmo andare d’accordo». Ci sarebbe insomma spazio per un accordo che evita la guerra, usando la politica, anche se i nuovi arrivati arrivassero con intenzioni bellicose. In ogni caso, questo spazio andrebbe cercato ed esplorato per primo. D’altra parte, «con la guerra distruggeremmo tutto quello che abbiamo creato».

Marcella propende per l’ospitalità anche a lungo termine: «Io ospiterei questi stranieri: però se loro hanno le armi con sé, noi ci prepariamo all’attacco; però se loro sono buoni, noi li ospitiamo nella nostra isola e gli facciamo conoscere tutto ciò che abbiamo imparato e cosa abbiamo inventato nella nostra isola. Loro, secondo me, vengono qui perché vogliono aiuto e non è che loro ci vogliono male, ma perché gli serve la casa e vengono qui per abitare insieme a noi».

Anna C. inizia con alcune domande, tutte orientate all’ospitalità e all’aiuto: «prima chiedo cosa fanno, perché sono venuti qui; poi se hanno buone intenzioni li ospito e dico le leggi. Gli chiedo se gli serve aiuto e provo ad aiutarli. Ma se loro ci vogliono fare qualcosa di male, allora io gli chiedo perché [non è che li caccio]… e vedo se posso dargli una mano».

Pietro è in sintonia con l’idea di Renato: «Secondo me bisognerebbe nasconderci, così non ci vedono, e vedere se sono buoni o cattivi. Se hanno buone intenzioni li ospitiamo e li facciamo vivere con noi; sennò li mandiamo via o li mettiamo in galera».

Eurika preferisce essere ospitale: «Secondo me, io [le] ospiterei quelle persone e non le attaccherei».

Caterina interviene per aggiungere che dovremmo dare loro del cibo e da bere; inoltre: «Non sono d’accordo [di ospitarli solo per un po’ di tempo]: tipo, se sono in difficoltà nel trovare casa, perché tutti, come alcuni bambini di questa classe pensano che sono persone che ci vogliono fare male, non li ospitano, ma io penso che sono persone buone e li ospito per quanto vogliono restare. Se non si trovano bene [con noi, nell’isola] hanno il diritto di andare via; se si trovano bene hanno il diritto di restare».

Anche Tommaso sceglie di «accoglierli nell’isola», sottolineando che è meglio «chiedere prima chi sono», anziché «attaccarli subito»: «c’è qualcuno che li vuole attaccare subito, perché forse loro vogliono [dei] nemici: pensano che sono nemici e li attaccano direttamente anche loro». Maria Vittoria pensa all’esigenza di mettere in mezzo all’isola una bandiera, nei pressi di «un’enorme quercia con una specie di altalena fatta di liane». È tra i posti che potrebbero visitare i nuovi arrivati, se prevale la posizione di coloro che vogliono accoglierli e mostrare loro l’isola.

Christian riflette sul fatto che probabilmente «loro [i nuovi arrivati] non sapevano se loro venivano a combattere o in pace»: a pensarci bene, è quello che accade anche al gruppo, che non sa se scegliere di combattere o di accogliere in modo pacifico i nuovi arrivati. C’è un margine alto di incertezza nell’esito dell’incontro che si prepara. Provando a cogliere la posizione prevalente con una votazione, provvisoria, rispetto alle principali opzioni delineate, abbiamo quando segue:

Accogliere i nuovi arrivati, mostrando l’isola e facendo conoscere le regole: 10 voti
Nascondersi (evitando il contatto) per poi decidere il da farsi: 5 voti
Attaccare senz’altro (“che guerra sia!”): 5 voti
Astenuti: 2

Questa la conclusione da cui ripartire.

Per continuare il lavoro, sui singoli punti toccati, l’esperienza del Gioco delle 100 utopie prende senso anche grazie al confronto con il lavoro fatto da altri gruppi in altri luoghi d’Italia e grazie alla fantasia delle insegnanti che vorranno immaginarne prosecuzioni e condividerle.

Sulla questione della gestione dei confini e del contatto con i nuovi arrivati (estranei, stranieri), singolare ad esempio quanto accaduto nel lavoro parallelo con bambini di 7 anni fra Trento, Rosignano Solvay e Mazara del Vallo.

La questione ha fatto emergere varie posizioni che trovano analogie con quelle prevalenti nel mondo adulto. Ci sono stati dei riferimenti alla possibilità che gli sconosciuti in arrivo verso l’isola giungano fuggendo dalla guerra. In Italia, in particolare, il 2015 è stato un anno particolarmente significativo da questo punto di vista. Lo testimonia in modo efficace un’infografica tratta da un sito internazionale che raccoglie dati sulle migrazioni per opporre informazioni controllate e certificate a stereotipi e pregiudizi (http://openmigration.org/en/).

datimigranti-italia2015

Le ombre camminano,
gli animali camminano sulla terra che cammina,
perché non dovrei camminare, io?
Tradizione orale peul

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