Utopia di Roma, 28 gennaio 2016

Luogo: Scuola primaria IIE della Scuola primaria dell’Istituto Comprensivo Vibio Mariano
Data: 28 gennaio 2016, martedì (4 ore)
Gruppo: 18 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013
In aula con me: Isabella Giordano; Barbara Caccia; Leonilde d’Ascoli; Elettra Tori
Bambini: Flavio, Pietro B., Michi, Nick, Zafir, Andrea, Diego, Nia, Ludo, Nicol, Giorgia, Cosmina, Davide, Pietro V., Matti, Ale, Lucia, Merey

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Roma.

Andrea: «Dobbiamo pulire l’isola da tutti gli smog e tutto e portare la natura». Qui intorno, a Roma, c’è molto smog, dice Andrea. Pietro B: «Per mangiare dobbiamo pescare i pesci: là non c’è niente da mangiare». Lucia: «Possiamo costruirci una casa». Davide: «Le case le dobbiamo costruire con il bambù e con le foglie».

Nia: «Tu potresti portare qualcosa da mangiare». Quindi delle provviste. Davide: «Portarti qualche rivista». «Io vorrei che non ci fossero le macchine, perché diciamo che è più brutto avere la città tutta piena dal fumo che producono», dice Diego. Nia: «[Dobbiamo ricordarci] di portarci dell’acqua». Andrea: «[cose per fare] il fuoco». Pietro dice che potremmo portare macchine elettriche, «perché fanno poco fumo».

Diego propone di spostarsi in carrozza. Bici e canoa dicono altri, o zattera, o mongolfiera.

Davide dice che non andrebbero portate sull’isola le sigarette; Ludovica dice che «una cosa bella da portare [è] la pace». Andrea propone di non portare l’accendino; Nia dice che «potremmo portarci dei semi per piantare delle piante»; Lucia aggiunge che «è necessario portare dei vestiti». E, con questo, abbiamo toccato i tre punti già evidenziati da Platone come primi bisogni. «Coperte», aggiungono alcuni bambini. «Con le pellicce degli animali sull’isola possiamo fare delle coperte», dice qualcuno; ma subito c’è chi interviene dicendo: «Ma non è bello prendere la pelle agli animali!».

«Lo facciamo con la lana», allora. «Ma sull’isola non ci sono le pecore», dice un altro. «Allora portiamo le pecore!», propone Diego. Forse i bambini da soli non sapranno tosarle. «Possiamo portarci degli animali e creare una fattoria per loro», aggiunge Lucia.

Le idee sono molte e si susseguono rapidamente.

Consideriamo ora le “cose tecnologiche”. «Se andiamo lì è per vivere naturare», interviene subito Lucia. «Vuol dire che non bisogna… cioè qua ci sono tantissimi videogiochi, giocattoli; quando noi andiamo in vacanza dobbiamo goderci la vacanza e non è necessario portarsi videogiochi o cose… uguali». Precisiamo però qui una cosa: noi dobbiamo immaginare di andare sull’isola non per una vacanza, ma per costruirci un posto talmente bello in cui vivere sempre. In quel caso che si fa? «Dipende perché tu ti puoi divertire anche senza videogiochi», risponde Sofia.

Ludovica: «Io invece sono d’accordo con Sofia, anche per quello che hai detto tu, che non è per andare in una vacanza. Le cose elettroniche le usiamo sempre ogni giorno, quindi… [come] telefoni, giochi e altre cose». «Si usano troppo», aggiunge.

Davide: «Però, se invece di fare portare dal mondo a un’isola le cose elettroniche, te le cose elettroniche te le puoi costruire: invece di artificiali, te le puoi fare naturali».

Nia: «Io sono d’accordo con Lucia, perché se non possiamo portare delle cose elettroniche possiamo pure portarci il costume e farci una nuotata».

Lucia: «Ma, ti puoi creare giochi molto più divertenti sull’isola; non c’è bisogno che ti porti i videogiochi». Quindi questi giochi divertenti potrebbero essere inseriti tra i primi bisogni: basket, tennis, calcio, nuoto, pallacanestro, nascondino, acchiapparella, “rialzo”… che è «tipo acchiapparella, solo che se tu stai su una cosa più alta, come questo banco, è tana». Oppure sulla spiaggia si possono fare castelli di sabbia, oppure giocare a StarWars.

Mi viene qui in mente la poesia di Tagore,

I bambini s’incontrano
sulla spiaggia di mondi sconfinati.
Su di loro l’infinito cielo
è silenzioso, l’acqua s’increspa.
Con grida e danze s’incontrano i bambini
sulla spiaggia di mondi sconfinati.
Fanno castelli di sabbia
e giocano con vuote conchiglie.
Con foglie secche intessono barchette
e sorridendo le fanno galleggiare
sull’immensa distesa del mare.
I bambini giocano sulla riva dei mondi.

Nia: «Potremmo crearci una barca andando sopra un ombrello». «Possiamo scivolare sulla sabbia», dice un altro. Inoltre «ti puoi arrampicare con le liane sull’isola…», «…e poi fare un tuffo dentro l’acqua». «Io a casa mia mi arrampico, perché c’è un giardinetto piccolo dove mi posso arrampicare», assicura Ludovica.

Lucia: «Sull’isola però non ti devi portare nemmeno la TV. Perché puoi crearla tu… Prendi un cartone, ci fai un buco, entri dentro il cartone e ti fai la TV». E – assicura Lucia – sarebbe divertente. Alcune volte i bambini la fanno. Merey: «Il mio fratellino lo fa quasi tutti i giorni». Qualcuno interviene ricordando un bambino al momento assente: «Qui è Mattia che le fa queste invenzioni».

Nia: «Possiamo fare come Tarzan sulle liane e fare un tuffo nel mare».

Davide: «Questa TV col cartone le fa un bambino di classe nostra che si chiama Mattia. L’anno scorso a Natale ha costruito quella casa là sopra». «Lui è bravissimo con queste cose». «Ha fatto pure un castello col ponte levatoio». «Ha costruito pure un mare con i cartoncini».

Torniamo alle cose elettroniche e pensiamo a quello che una volta ha detto un bambino di 5 anni, che ammetteva di giocare molto con i videogiochi a casa, ma non ne voleva sull’isola, per «non perdersi tutto il divertimento fuori». Cosa avrà voluto dire. Ipotesi di Nia: «Forse perché a lui piace solo che poi quando ci gioca, lui vorrebbe giocare a un altro gioco, ma vorrebbe finire la partita». Davide: «Oppure la partita dei videogiochi a cui lui gioca potrebbe rifarla nel vero, fuori; creare la partita del videogioco e trasformarla in vera». La stessa idea era stata pensata dai bambini di MARACALAGONIS, in Sardegna.

Andrea: «Possiamo… il bambino forse voleva, gli piacevano così tanto i videogiochi che voleva smettere… [ma non riusciva]». Pietro B: «Forse se due cose gli piacevano così tanto, come fa a giocarci tutte e due contemporaneamente?».

Michele: «Può mettere pausa». Michele assicura che quando vuole smettere, mette pausa senza problema. Anche altri lo fanno. Alessandro: «Potrebbe spegnere e andare a giocare fuori». «Ma non ci riesce!», precisano altri. «Alcune volte sì che non gli va di smettere e forse la mamma e il papà gli dicono di smettere e lui gli dice “Fatemi finire la partita”, e poi ne fa cominciare un’altra…», dice un bambino. «Succede spesso», dice un altro. «Succede perché lui ci vuole ancora giocare, ma non può perché la mamma e il papà devono andare da una parte, ma lui ci vuole ancora giocare e mette un’altra partita; così pensa che la mamma e il papà pensano che lui sta facendo la stessa partita di prima».

Lucia: «Lui… qua ci sono tantissimi videogiochi: a lui poteva piacere qua giocare con i videogiochi. Ma quando vai in un ambiente naturale, dove non ci sono macchine, non ci sono cose elettroniche, perché portarle?». Nia: «Per fare due cose insieme, potrebbe guardare la televisione invece di fare i videogiochi e mentre guarda la televisione potrebbe imitarla!».

Davide: «Ho capito perché non vorrebbe portare i videogiochi… perché lui vorrebbe vedere gli animali che non ha mai visto prima e giocare con loro».

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Giorgia propone di vivere sparpagliati nell’isola, «ognuno dove vuole». Merey: «Mi piace tutti insieme perché è più bello stare insieme, invece di stare…» ognuno dove vuole. Nicol: «Stare tutti insieme, perché sennò non hai nessuno con cui parlare». Alessandro: «è meglio insieme, perché ci possiamo stare tutti insieme, se costruiamo una casa grande per tutti e ci stiamo tutti insieme dentro». Ecco, anche qui, l’idea della casa grande per tutti: a Maracalagonis, in Sardegna, era una casa al centro dell’isola, non pensata per abitarci tutti insieme, ma per ritrovarsi e fare periodicamente delle riunioni e giocare insieme; a Costamasnaga, a nord di Milano, era addirittura inizialmente una casa grande per tutti, con un’unica grande stanza e un unico grandissimo letto per dormire tutti insieme. E molte altre sono queste case nelle utopie dei bambini.

«Ho capito cosa vuoi dire: fare tutte le case attaccate!», dice una bambina. Ma non è esattamente così: Alessandro pensa a una casa grande per tutti.

Michele condivide l’idea di una grande casa, «perché così potremo giocare insieme». Anche Nick è d’accordo, perché così «ci sarà tanto spazio per giocare». Così anche Zafir. Pietro B però ha un’obiezione: meglio non stare troppo insieme, «perché gli altri non possono comandare dove tu devi starci: ognuno sta dove vuole». A Pietro B a dire il vero piace l’idea della casa per stare insieme e giocare, ma teme che poi qualcuno voglia comandare sugli altri e questo non deve accadere.

Pietro V vorrebbe «una casa grande, così possiamo giocare tutti insieme, e per andare a dormire possiamo decidere tutti [insieme], anzi nessuno può decidere. Ognuno dorme dove vuole [nella casa]», però si vive insieme. Nicol: «Poi se eravamo tutti sparsi non ce la facevamo a fare una casa da soli; insieme invece ci aiutiamo».

Ludovica: «Io invece sono d’accordo con Pietro B, perché non si comanda dove uno vuole andare». A chi vuole stare nella casa tutti insieme, lei dice che quando uno abita dove vuole può andare poi a trovare gli altri. Ma ecco Andrea: «Possiamo fare una casa per tutti, perché se piove poi uno vuole andare a giocare dall’altro e non può; invece se stanno tutti insieme possono stare in un minuto dove vogliono». C’è la questione del “volere”, al centro: c’è chi vuole scegliere dove abitare e quindi abitare dove vuole; c’è chi teme che poi, vivendo ognuno dove si vuole, non si possano fare altre cose quando si vuole farle (ad esempio, andare a trovare gli altri anche quando piove…).

Nia: «Possiamo abitare tutti insieme… a me piace l’idea di Merey», ma in casette vicine, «perché ci possiamo andare a trovare. In questo caso dunque un paesino di case tutte vicine sembra una buona mediazione tra le due esigenze.

Lucia: «A me è piaciuta l’idea di Alessandro, perché nella casa dove stiamo tutti insieme non c’è bisogno che vai da un amico [per farsi aiutare]. Lì [nella casa] ognuno può fare le cose dove è più bravo» e gli amici saranno a disposizione per aiutarci in quello che non sappiamo fare bene.

Davide: «Io preferirei fare un villaggio perché se ti crei delle case tutte sparpagliate potresti essere in pericolo e nessuno ti sentirebbe mentre stai in pericolo». Ecco un altro problema legato allo stare distanti.

Alessandro: «Però non sarebbe bello stare con le case tutte vicine in un paesino, perché se siamo tutti vicini ci sono delle stradine che dobbiamo andare uno alla volta per passarci, perché è tutto stretto… e poi come usciremo dalle case, se le porte fossero contro un’altra casetta?». Beh, qui si tratta di fare le case distanti al punto giusto: si potrebbe vedere la cosa con l’aiuto della maestra di matematica e geometria.

Pietro B: «A me è piaciuta l’idea di Alessandro di fare una casa grande per viverci tutti insieme e possiamo decidere tutti insieme dove metterla». Elaborando l’obiezione di prima, si coglie ora bene che Pietro è d’accordo con l’idea della casa grande, a patto che si decida tutti insieme.

Facciamo a questo punto una votazione per vedere a che punto siamo: 11 dei presenti preferiscono andare a vivere in una casa grande per tutti; 3 preferirebbero i villaggi; due preferiscono le case separate e sparpagliate nell’isola, «ognuno dove vuole». La maggioranza è chiara.

Regole: quali fare e cosa fare con chi non le rispetta

Alcuni bambini pensano che non ci dovrebbero essere le regole: Davide e Zafir.

Davide spiega che è meglio senza regole, «perché ogni giorno le persone non rispettano le regole; fanno a caso. Quindi è meglio non farle le regole». Ad esempio «buttano le bottiglie da tutte le parti», «le sigarette fuori dalla macchina», «scrivono sui muri…». Ma proprio per questo «è meglio farle», interviene Pietro B, «perché praticamente tu corri, butti le bucce di banane… le regole è meglio farle, perché non si buttano le bucce di banane, non si corre, non si scrive sui muri…». Davide però non è convinto: visto che le regole non vengono rispettate, perché farle? Zafir è d’accordo con Davide.

Diego: «Però se le regole non ci sono, tu tipo se vuoi… se le regole non ci fossero, tu non potresti fare molte cose, tipo se le regole non ci fossero… tu se butteresti tutte le cartacce a terra, le bucce di banane, inquineresti tutto e non potresti fare le cose belle che ti piacciono». Ci ricordiamo che alcune regole per così dire le abbiamo già introdotte, quando abbiamo pensato di vietare lo smog e cose simili.

«Tipo delle persone buttano delle cose nel mare, poi il mare è inquinato e quindi tu non ci puoi fare piùil bagno», interviene una bambina. Davide ora pensa di avere detto prima che le sigarette non andrebbero portate sull’isola.

Ludovica: «Le regole servono perché non si buttano le cartacce, perché non si fanno le cose pericolose e non si scrive sui muri e le altre cose brutte». Alessandro: «Poi perché sennò renderesti il mondo, tutta quest’isola tutta sporca, e non ci potresti più andare perché è brutto camminare su [un posto] tutto sporco, con tutte a terra le cose buttate dagli altri. È meglio quindi le regole… tanto perché almeno quest’isola non diventerebbe tutta da ripulire, da camminare sopra le cose che buttano gli altri a terra». «E comunque – aggiunge – secondo me è meglio le regole perché tanti hanno detto che le rispettano però altri dicono cose che non le rispettano, però c’è una cosa che vorrei dire: perché alcuni dei grandi e dei bambini non rispettano le regole, invece tanti altri le rispettano?».

Lucia: «Se la gente è civile, non c’è bisogno, non c’è proprio bisogno… cioè un po’ ce n’è, ma non c’è tanto bisogno delle regole, perché tipo la gente sa che comunque non si deve scrivere sui muri e buttare la carta per terra. È una cosa incivile: anche senza le regole lo dovrebbero sapere comunque».

Alessandro: «Alcuni bambini le rispettano, alcuni grandi le rispettano [le regole], ma perché altri bambini non le rispettano e altri grandi non le rispettano. Non capisco questo: qual è il perché?».

Nicol: «Però su quell’isola anche con le regole forse ci ripensano e non buttano le cose per terra e non scrivono più sui muri». Insomma, forse sull’isola le cose potrebbero cambiare.

Ludovica: «Alessandro ha detto “perché…?”. Perché a certi adulti non gli frega che il mondo deve essere pulito e bello con la natura». Perché ci sono adulti a cui la bellezza non interessa? «Se buttano le cose per terra, le lasciano pulire a tutti gli altri…». Anche l’inquinamento rende brutto il mondo, precisa.

Pietro B: «Perché certi uomini prima dicono “non devi fare questo” e poi invece gli uomini che hanno detto la regola lo fanno…»; «fanno quello che non dovrebbero fare», «eh…», ribadisce Pietro. Nia: «Perché così gli altri non lo fanno: così loro possono farlo, perché loro non hanno la possibilità di farlo, perché lui gli ha detto che non lo possono fare». Dunque: c’è chi dice le regole per impedire agli altri di fare le cose che poi loro – che hanno detto le regole – vogliono continuare a fare.

Davide: «Comunque, anche se facessimo le regole, i cani, i gatti, gli animali farebbero sempre la cacca e la pipì dappertutto…». Diego: «Ma gli animali sono animali e gli uomini sono uomini!». «Gli animali non ti possono ascoltare: gli animali non possono parlare… non basta che scriviamo il cartello…», dice una bambina.

Gli animali dunque non possono ascoltare. Ricordiamo un filosofo che diceva che ci sono certi uomini che ascoltano come se non ascoltassero.

Pietro B: «Certo perché gli uomini parlano in una lingua mentre gli animali parlano in un’altra». Però a volte non ci si ascolta neppure tra uomini che parlano la stessa lingua. Succede… Lucia: «A volte noi camminiamo su dei marciapiedi dove ci sono tantissime cacche di cane e tantissime schifezze, che non puliscono i padroni dei cani… sì alcuni, però la maggior parte non pulisce, e quindi poi camminiamo su tante cose, perché giustamente la gente dice “ma non spetta a noi pulire”».

Nicol: «Infatti c’è la mamma di un amico di mia sorella che quando vedeva le cacche per terra le raccoglieva».

Alessandro: «Perché fanno pulire a loro le cose? Prima lo scrivono, poi loro le fanno, poi lo fanno pulire a qualcun altro, poi le rifanno, così fanno diventare il mondo molto più brutto di prima!». «Ancora peggio di come è oggi», dice Andrea. Anziché migliorare, tendiamo a peggiorare…

Alessandro: «Cioè perché buttare le cose a terra, invece di buttarle dove si deve?».

Davide: «Cioè un giorno un signore ha buttato una sigaretta a un albero e un albero ha preso fuoco e poi tutti gli alberi hanno preso fuoco».

Che fare con chi non rispetta le regole, allora?

«Bisognerebbe cacciarli», dice Andrea.

«No, bisognerebbe insegnargli», dice Pietro B.

Ludovica: «Fargli capire che non si fa».

Lucia: «Fargli entrare in testa le buone maniere».

Nia: «[Bisogna] farglielo capire».

Davide: «Se fossi un bambino cattivo, che scrive sui muri e butta le sigarette, e una signora mi dicesse: “Devi capire che non devi farlo”, io l’ascolterei…».

Andrea: «Possono chiamare la guardia forestale».

Ma come si potrebbe fare per fargli capire le cose?

Pietro B: «Praticamente, tu gli devi insegnare… dirgli che questa cosa non si fa, che è una cosa brutta. E poi sennò meglio che, se tu glielo dici tante volte, poi forse possono imparare». Notiamo la cautela e l’incertezza che rimane: dopo tante volte “forse” possono imparare.

Nia: «Possiamo dirgli una volta che non si fanno queste cose, poi dopo che glielo abbiamo detto troppe volte, potremmo provare a ridirglielo, ma se poi non ci ascoltano, come dovremmo fare?».

«Metterli in punizione», suggerisce Pietro B.

Ludovica: «Potremmo dargli un esempio: che a lui gli piacerebbe… che lui scrive sui muri e butta le cose per terra… e se lui è un bambino buono e vedeva un bambino che buttava le cose per terra e scriveva sui muri era felice? O era d’accordo o no?». Qui compare la strategia dell’esempio e del provare a mettersi “nei panni degli altri”: cosa proveresti se fossi in un’altra persona?

Lucia: «Se tu gli dici “non scrivere sui muri” e poi lui lo fa, tu gli dici “non scrivere sui muri” e poi lui lo rifà, alla terza volta ti stufi anche e come diceva Pietro gli dai un po’ una lezioncina»; poi gli si dice «pensa se tu fossi una persona civile, che invece di scrivere sui muri li pulissi, se invece di ammazzare i fiori li piantassi…».

Davide: «Una volta ero andato al parco a giocare con i miei amici, quando sono arrivati tre ragazzi [che] hanno buttato giù la spazzatura e non l’hanno raccolta e l’hanno fatto per altre due volte senza raccoglierla poi è arrivato il proprietario e ha detto: “Sentite, questo è il mio parco, non dovete fare così!” e loro se ne sono andati». Quindi anche richiamare l’attenzione in questo modo può servire, almeno sul momento.

Nia: «Potremmo dirgli dopo tre volte… fargli una lezioncina, fargli pulire almeno quello che hanno scritto, perché sennò non può andare avanti così».

Alessandro: «Farglielo leggere finché non lo capiscono, perché senza regole come possiamo fare a stare sull’isola, se loro non rispettano le regole che noi abbiamo scritto… e invece noi le rispettiamo?».

Pietro B: «Semplice, perché un bambino buono lo fa vedere a quello che butta le cartacce; che gli altri piantano i fiori e fanno queste cose e poi lo vede e non lo fa più». Notiamo la novità dell’intervento di Pietro B: oltre a dirlo a parole di non fare certe cose, sarà importante dare esempi positivi: chi non strappa fiori dovrebbe piantarli (non limitarsi a non strapparli); chi non sporca dovrebbe pulire… eccetera «e l’altro vede e gli piace e così dopo lo impara».

Pietro V: «Fargli fare una lezione [a chi non rispetta le regole], tipo che non devono buttare niente a terra».

Lucia: «A volte a me è capitato di avere visto dei ragazzi che erano terribili, buttavano a terra tutto e poi il giardino era di una persona, e se ne sono andati e c’era un ragazzo che però era bravo e hanno incolpato quel ragazzo. Hanno detto: “è stato lui a fare questo casino”».

Alessandro: «Io mi stavo chiedendo: perché noi lo scriviamo, poi lo diciamo agli altri, loro lo capiscono e il giorno dopo le rifanno e le rifanno; noi glielo ridiciamo e loro non se lo mettono in testa! Non riescono a capire perché dobbiamo fare così su questa isola: fargliele capire, perché sennò diventerebbe brutta, brutta senza regole».

Lucia: «Volevo dire che oggi quando stavo venendo a scuola, su un marciapiede con lo spray c’era scritto in bianco “ciao piccolina”; mi è sembrato strano, non si capisce nemmeno per chi lo hai scritto».

Davide: «Però è vero che scrivere le parolacce sui muri è vietato?». Ci sono testimonianze di parolacce scritte sui muri.

Ludovica: «Invece io quando stavo andando da una mia amica, avevo visto che tre bambini stavano picchiando un bambino…». Sull’isola ci vorrebbe la regola di non picchiarsi. Già abbiamo visto così molte regole.

Andrea: «Qua a scuola, là sotto, c’è la parolaccia che stava per dire Davide…».

Alessandro: «… e poi le scrivono [le regole], ma non basta scriverle». Le regole si imparano «a scuola, a casa i genitori te le devono insegnare; se tu non segui queste regole, non sei un bravo concittadino di tutti!». Andrea aggiunge: «è molto difficile spiegare le regole agli altri; è molto complicato».

Anche in classe pare sia successo che un bambino ha preso troppe cioccolate e altri sono rimasti senza… e non è proprio così che si fa, «perché le cioccolate piaccono quasi a tutte».

Alessandro: «Ma io mi sto chiedendo un’altra cosa. Mi sto chiedendo perché prima le fanno [le cose contro le regole], poi uno glielo dice, glielo dice, glielo dice [di non farle], poi loro le rifanno; e uno glielo dice, glielo dice, glielo dice… come facciamo a fargliele capire? Scrivere non basta, neanche dirgliele, perché loro non le capiscono proprio…».

Nia: «Potremmo dirgli di smetterla perché se continuano poi dovremmo chiamare qualcuno…». Alessandro: «Chiamando qualcuno che cosa cambierebbe? [Io le rispetto] perché ascolto mia madre e mio padre; ascolto i genitori, i grandi […]; la loro mamma e il loro papà gli hanno insegnato le buone regole e loro me le stanno insegnando pure a me, così da grande sarà bravo e non butterò cose a terra, non mi arrabbierò con qualcuno, gli parlerò al posto di picchiare, sarò un bravo cittadino, farò delle cose… Ma non capisco soltanto questa cosa!».

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Roma.

Lucia dice che tutti potranno dire le regole che vogliono e poi si decide insieme quale è giusta e quale sbagliata. Giorgia dice che «tutti possono decidere dove mettere la casa e quello che vogliono fare». Si tratta dunque di decidere tutti insieme. «Tutti possono decidere quello che vogliono, perché lì non puoi decidere soltanto uno perché sennò uno solo decide per tutti gli altri e gli dice “tu vai lì, tu vai lì, tu vai lì”. Invece no, si decide tutti insieme». Ma non c’è il problema della confusione e il rischio di non decidere mai? Che fare se si hanno idee diverse?

Flavio preferisce che sia solo uno a prendere le decisioni, perché altrimenti in tanti si fa cadere la barca. L’immagine è interessante perché il verbo “governare” viene dal greco “kubernao”, che voleva dire anche “tenere il timone della nave per farla andare in una nave”. Flavio insomma con una metafora suggerisce che il timoniere deve essere uno, per non correre il rischio di fare traballare e cadere la nave.

Nia preferisce che si decida in tanti, che si governi in tanti; ma di fronte al rischio di confusione preferirebbe che comandi uno… e ci troviamo così alle prese con un dubbio non facile da scegliere… forse tutti insieme «perché sennò uno fa come vuole». Il rischio è che, se uno comanda da solo, poi fa da solo, sceglie quel che vuole lui facendo scontenti gli altri.

Andrea: «Secondo me nessuno non dovrebbe comandare, perché sennò è brutto: cioè uno deve fare quello che dice l’altro. Scriviamo solo le regole, ma solo quelle che sono giuste». Qui compare l’idea che le regole da sole potrebbero bastare senza governo, purché le regole siano giuste.

Diego: «Però le regole si decidono comunque quali sono»; per Diego il meglio è «comandare tutti; però anche se si fa confusione non importa». Quando poi si vuole arrivare a decidere, come si fa? «Possiamo fare tutte e due anche le scelte», nel caso che si è presentato come esempio prima, parlando di casa grande e villaggio. Ma ci sono casi in cui non si possono fare entrambe le opzioni che si sono immaginate, perché una esclude l’altra. Ad esempio: se si vogliono completamente evitare le macchine che emettono fumo sull’isola, e dieci dicono di non volerle, mentre quattro le vorrebbero, che si fa?

«Vince la maggioranza», in questo caso, dice Andrea… Diego ci riflette.

Davide: «Secondo me i re non ci dovrebbero essere, perché i re scatenano la guerra e non è bella la guerra. Perché tipo se un altro re è arrabbiato con l’altro re, loro dichiarano guerra e tutte le persone fanno la guerra e poi le persone muoiono. Quindi il re dichiara guerra e tutti devono ascoltare il re, e poi così tanti bambini muoiono». Escluso il re, che si fa? «[Decidono e governano] tutti quanti insieme gli abitanti». Ma proprio tutti, o c’è un’età ad esempio in cui si inizia a poter decidere? O altre caratteristiche che bisogna avere? Davide vorrebbe che sull’isola decidano anche i bambini: alcuni da 12, altri da tutti gli anni, altri da 18.

Certo, se si inizia da 12 anni, allora i bambini che ora stanno discutendo ora non potrebbero più governare e partecipare agli incontri per prendere le decisioni, una volta arrivati sull’isola. Alessandro: «Io voglio decidere tutti insieme, perché non importa che si fa casino e c’è la confusione: l’importante è che ognuno di noi decida una cosa», che ognuno partecipi alle decisioni.

Lucia: «Adesso i re dichiarano guerra, fanno queste cose, ma se ci fosse un re che invece di dichiarare guerra dichiarasse la pace, tutti andrebbero d’accordo». Per l’isola «non farei, porterei lì la pace, non farei un re; perché adesso siccome noi a volte ci divertiamo.. io non ci gioco però alcuni bambini giocano a fare i re, a comandare, siccome giocano così non vorrei farlo sull’isola, perché come ho detto prima tutti possono decidere e tutti possono amare quello che vogliono amare».

Un bambino testimonia che alcune mamme comandano e dicono che «le persone grandi devono comandare». Mattia non è d’accordo con questa cosa e sull’isola vorrebbe cambiarla; come lui, molti altri bambini. Poi Mattia aggiunge che sull’isola le decisioni andrebbero prese «insieme con gli altri», «perché è bello così!».

Cosmina immagina un’isola di bambini dove andare «a fare la pace»: «Se tipo un bambino viene in quella isola da solo non riuscirà a decidere… ma in tanti ci riusciamo»; «Mamma aveva detto che ormai gli uomini sono fatti così». Gli adulti non andrebbero portati sull’isola, secondo Cosmina, perché «dicono non fare quello, non fare quello, e non si può fare niente». Però Cosmina aggiunge che stanno preparando con gli amici uno spettacolo sugli Gnomi di Gnù, che potrà servire agli adulti «per essere educato». Dunque, anche gli adulti potrebbero cambiare, incontrando la bellezza dell’isola e alcune cose che i bambini possono fare per loro. Flavio interviene per dire che vorrebbe gli adulti sull’isola. «I genitori si prendono cura e ci hanno fatto crescere», ripensa Cosmina.

Lucia: «O magari portiamo la nostra sorella più grande che quando stiamo male si può prendere cura di noi». Ma qualcuno dice che con la sorella potrebbero esserci dei problemi.

Andrea: «Quando stiamo male noi potremmo chiamare aiuto e fare venire i genitori solo per curarci e poi li mandiamo via». «Di solito io e mia sorella ci picchiamo», dice qualcuno; «mia sorella ha scritto sui muri», dice un altro.

Galleria

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Roma?

«Solo quelli che si comportano bene, perché quelli che si comportano male possono rovinarla!», dice subito Nia. Lucia aggiunge: «Devono essere civili». Pietro V ricorda che sua nonna quando porta il cane in giro pulisce la cacca… quindi ci sono adulti che le regole le rispettano e non sporcano, ma altri no. Andrea: «Dipende se sono buoni o cattivi». «Guardando se sono bravi», dice Nia. Diego: «Però secondo me no, perché noi abbiamo inventato una cosa, abbiamo fatto l’isola, e se noi invitassimo gli adulti sull’isola loro farebbero tutto quello che vogliono loro». Nia: «Quindi meglio non invitare nessuno».

Proviamo a immaginare cosa farebbero gli adulti sull’isola: Diego prosegue così: «Direbbero le cose che secondo loro non andrebbero bene, che noi però secondo noi abbiamo fatto bene. Se gli adulti verranno sull’isola, diciamo cambieranno tutto quello che abbiamo fatto; tipo io prima avevo detto che non vorrei le macchine; loro però, siccome sono loro che le hanno costruite, le potrebbero portare anche lì e a me questa cosa non mi andrebbe bene».

Andrea: «Noi possiamo invitare solo quelli che si comportano bene e possiamo anche chiederglielo se sono buoni e rispettano la natura o non la rispettano». Anche Zafir propende per l’idea di non portare gli adulti sull’isola, perché «loro hanno creato lo smog». Poche parole, ma precise. Si noti: lo smog è stato tra le prime cose individuate come cose da evitare; ma gli adulti hanno creato lo smog, dunque gli adulti sull’isola potrebbero diventare un problema.

Nick: «No, [non portiamo gli adulti], perché sporcheranno l’isola».

Michele: «No, perché potrebbero dire che non gli piace stare con le cose che ci piacciono e con le cose che a loro piacciono faranno [cose che a noi non piacciono]». Dunque, ciò che piace ai bambini e ciò che piace agli adulti sembra troppo distante. Forse «gli adulti non vorranno condividere alcune cose». Ricordiamoci anche che avevamo deciso di vivere in una casa grande tutti insieme. Ma c’è di più: «Come se ci serve la palla per giocare, ma loro non vorranno».

Neanche Ludovica vorrebbe gli adulti sull’isola «perché buttano le cose e inquinano».

Pietro B però lì vuole, «perché puoi decidere una cosa insieme a loro e così dopo si mettono d’accordo i bambini con gli adulti». Pietro B crede in questa possibilità.

Merey suggerisce di non portarli sull’isola, «perché rovinano tutto il divertimento».

Lucia: «è brutto pensare che un bambino che ha vissuto la nostra stessa vita e poi da grande è passato a lasciare le cacche dei cani per terra e a non raccoglierle, e a scrivere sui muri e a non rispettare le regole». SEMBRA SIA SUCCESSO QUESTO A TANTI ADULTI: questi adulti che critichiamo saranno stati bambini come noi, che amavano la bellezza e la natura. Questa la conseguenza che ne trae Lucia: «è meglio non protarli, perché possono non essere proprio… [persone] su cui dare confidenza, e poi magari ti dicono che sono bravi e nella notte mentre noi dormiamo portano lo spray e ci rovinano tutta l’isola. Quindi si dovrebbe eliminare anche questo spray… non lo dovrebbero vendere». Lo spray possiamo prenderlo qui come simbolo di tante altre cose dette, tra cui lo smog e le automobili che inquinano, ad esempio.

Alessandro: «Secondo me non li porterebbero [gli adulti non dovrebbero essere invitati sull’isola], perché non si capisce dal chiederlo se sono bravi oppure no, perché possono pure dirti una bugia e poi ti rovinano tutto. E poi non li porterei perché tanto se non sono civili distruggerebbero gli alberi e porterebbero lì lo smog». Ma ricordiamo che prima Alessandro ha sottolineato l’importanza dell’educazione che si può ricevere da adulti ben educati.

Ricordiamo che Platone diceva di voler fondare una nuova città, più giusta di tutte quelle esistenti, mettendovi come abitanti bambini fino ai dieci anni di età, che non hanno ancora preso brutte abitudini in modo irrimediabile. Che ne pensano qui i bambini?

Alessandro: «Quelli bravi non li escluderei, ma quelli che non rispettano proprio mai le regole li escluderei, e se venissero proprio loro la trovassero proprio loro mentre sono andati in barca, li manderemmo via».

La posizione è chiara, ma come facciamo a riconoscerli, a distinguerli? «Come si fa a riconoscerli, chi rispetta le regole e chi non le rispetta… tu gli fai vedere: allora fammi vedere come tu rispetti le regole, ma poi quando è sull’isola poi non le rispetta. Tu come fai a capirlo?», chiede un compagno. «Devi vedere», dice Alessandro, «cosa fa, devi osservare che cosa fa lui e gli altri». «[Devi osservarlo] prima di venire sull’isola». Alessandro: «Devi prima vedere come si comportano. Allora, lo sai come devi fare? Vai a casa sua e gli dici: “vuoi venire con me in un posto”. E lui dice: “va bene, allora andiamo”. Intanto se lui fa qualcosa che non si deve fare, tipo prendere qualcosa che non deve prendere, e poi sull’isola la scarabocchia e la mattina dopo se lui è più sveglio di tutti e è come se non ha dormito e ha sonno vuol dire che è stato lui, che è stato tutta la notte senza dormire». Chiaro, ma Pietro B aveva detto prima sottovoce che, per controllare gli adulti o nuovi arrivati che non sappiamo come si comportano, alcuni di noi dovrebbero stare svegli la notte… In questo caso, potrebbero sembrare stanchi anche i “guardiani” e non soltanto quelli che sono stati svegli per sporcare l’isola…

«Tutto il giorno li possiamo controllare…». Alessandro: «Però un minuto: se due stanno svegli non si capisce chi lo ha fatto. Quindi quello che lo ha fatto deve restare sveglio e tutti gli altri possono andare a dormire, così si capisce».

Nia ribadisce che gli adulti non dovrebbero essere portati sull’isola, ma resta in dubbio nel dire perché.

Davide vorrebbe solo bambini per fare il «Paradiso dei bambini».

Giorgia dice che bisognerebbe portare gli adulti che rispettano le regole. Si tratta di portare quelli bravi, quelli civili… ma non si riesce a dire come si fa a capire quali sono… Chiederlo non basta, potrebbero dire delle bugie. «Ma se dicono che sono civili e invece non è vero…? Non potrebbero mai sapere se sono civili o no», così Nia, che vorrebbe portare gli adulti che sono civili; quelli che non sono civili potrebbero ingannare i bambini per l’isola.

Da quello che hanno detto i bambini, però, ricaviamo che alcuni potrebbero anche diventare più civili, una volta sull’isola, trovando lì esempi belli di come vivere.

Alessandro: «Per capire se è civile o non è civile, si può capire da cosa mette dentro la valigia quando parte». Dunque, si può capire dagli oggetti che uno porta con sé.

Lucia: «Ma se noi portiamo quelli incivili in quest’isola e gli facciamo vedere quanto è bella la natura e quanto è bello non rovinarla, loro potrebbero capire che effettivamente se noi la curiamo e non la ammazziamo, non la facciamo appassire, è molto meglio perché abbiamo l’acqua, abbiamo tutto, e quindi potremmo fare qualunque cosa vogliamo con la natura». Quindi le persone potrebbero anche cambiare in bene su un’isola così.

Chi è d’accordo con Lucia? Sono d’accordo in 14 bambini. Risulta allora che la bellezza potrebbe trasformare in meglio le persone che vanno sull’isola. Ma allora, vale anche il contrario: «la bruttezza può fare diventare le persone civili un po’ incivili», dice Lucia.

E questa ipotesi è stata studiata… Si veda l’esperimento delle “finestre rotte” e altri analoghi, su cui mi ha richiamato l’attenzione l’amico che mi ha ospitato durante la tappa delle cento utopie a NAPOLI/SCAMPIA.

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

Andrea dice: «Si scappa!».

Nia: «Gli diciamo “Che ci fate qui?”». Si potrebbe chiedere «mentre stanno ancora lontano un po’ nel mare, perché se sono dei pirati cattivi possono rovinare la nostra isola».

Davide: «Oppure per nascondersi da quella nave possiamo scavare una buca sottoterra e nasconderci là dentro». Ma se ci nascondiamo, osserva una bambina, potrebbero rovinare la nostra isola.

Alessandro: «Gli diciamo se se ne possono andare; perché se noi gli diciamo che se vengono su questa isola devono rispettare queste regole; se non le rispettano li mettiamo in punizione o li cacciamo». «Come a scuola», dice Nia. «Meglio andare a parlare con loro quando sono distanti», conferma Alessandro.

Cosmina: «Si deve fare, se vengono degli uomini, non è che li dobbiamo mettere in punizione. Gli dobbiamo dire: “Per favore, non rovinate la nostra isola”. Se dice di no, allora dobbiamo dirlo con dolcezza, e dobbiamo chiedere se ha un re perché i re non possono nella isola, comandano tutti e l’isola diventa sporca e brutta».

Lucia: «Possiamo provare a ospitarli e se poi davvero è gente cattiva, li mandiamo via. Gli diciamo: “Guardate che questa non è l’isola dove potete fare quello che volete”». «E se non vogliono andare via?». «Se volete restare bene, se volete giocare con noi bene, ma sennò siete pregati di andarvene».

Lucia accetterebbe di farli restare un po’ sull’isola e ci ricordiamo che in precedenza aveva detto che un’isola bella può trasformare in meglio le persone. Ludovica è più diffidente e dice: «E se non vogliono andare via?». Nia allora lo chiederebbe per favore. Merey suggerisce di «ospitarli così poi vediamo se sono persone civili». Flavio dice che «è meglio tenerli un po’ lontani [questi sconosciuti in arrivo], perché sennò i cattivi ci potrebbero voler ammazzare». È un rischio che emerge quasi sempre quando i bambini, immaginando la loro utopia, si trovano a ragionare su questo punto.

Mattia suggerisce di cacciarli se si comportano male: «se si comportano bene [però] li teniamo».

Andrea: «Io voglio dire: “Volete diventare nostri amici?”». Andrebbe sulla nave «per evitare che poi danneggiano l’isola». Andrea inizialmente aveva pensato che è meglio scappare: «perché se erano cattivi e non ci ascoltavano», era meglio scappare.

Diego non saprebbe cosa fare; ci pensa un po’ e dice: «andrei a parlargli, a vedere come si comportano».

Pietro B: «Si fa che questi bambini, noi possiamo diventare loro amici…».

Mattia: «O sennò se invadono la nostra isola, noi possiamo scappare con la loro nave».

Giorgia: «Vediamo se sono civili e se sono civili li ospitiamo; invece se non li sono civili, li cacciamo». Anche in questo caso potrebbero essere utili i grandi, per avere il loro aiuto.

Michele suggerisci di scappare; Nick di cacciarli, come Zafir.

«Costruiamo una trappola per essere prudenti prima che noi ci sotterriamo», dice un bambino. Ci sarà un cunicolo sotterraneo dove nascondersi, insomma. L’idea della trappola suscita alcune idee: Davide propone, nel caso fossero cattivi, di distribuire una specie di colla tutta intorno all’isola per bloccarli… «Noi saremmo già dentro», non ci sono problemi per noi, dice qualcuno.

L’ipotesi della cupola, fatta da altri bambini in altre scuole (vedi ad esempio a Costamasnaga), fa venire innanzitutto una domanda: «Ma dovrebbe costare molto». Ma l’idea genera un certo entusiasmo anche qui. Mattia: «Se noi possiamo avere della carte, possiamo avere dei codici, e possiamo aprire la porta». «Ma l’abbiamo appena detto: nell’isola non ci devono essere cose tecnologiche, sennò esplodono», obietta un bambino. Vediamo tre possibilità: quando arriva la nave, cerchiamo di fare amicizia vedendo come si comportano (13); ci nascondiamo o scappiamo (1); cerchiamo di mandarli via senza conoscerli (3). La maggioranza dice di farli scendere sull’isola. Davide commenta: «Ha vinto la pace!».

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