Utopia di Scampia, 24 novembre 2015

Luogo: Scuola primaria, classe IV (58° Circolo didattico “J.F. Kennedy”, via Monterosa 149, Napoli)
Data: 24 novembre 2015, martedì (4 ore)
Gruppo: 17 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe (Le Petit Prince), varie edizioni; Voltaire, Micromega, varie edizioni (tra cui Leone Editore, Milano 2012); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013; Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca)
Insegnante: Carmela de Lucia
In aula con me (per il Centro Territoriale Il Mammut di Scampia): Chiara Ciccarelli, Chiara, Assunta Iorio, Giovanni Zoppoli)

Bambini: Ilenia, Nando, Francesco M., Antonio, Fabio, Marco, Francesco C., Vittorio, Giovanni, Federica, Carmela, Sara, Patrizia, Ilaria, Gabriella, Martina, Michela


I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Scampia.

Fabio: «La mia idea è che, se vogliono vivere bene in quell’isola, tipo si deve portare un’ascia appresso e tagliare qualche albero, così si potrebbe costruire una casa». Il primo pensiero va dunque all’abitazione.

Giovanni: «Ma non è che puoi portare l’ascia e tagliare l’albero per costruire la casa. Tu non puoi andare direttamente su quell’isola. Devi avere una barca, devi trovare il punto preciso dove poter restare, se ci sono forme di vita pericolose oppure buone, e poi ti attrezzi di roba. Non puoi portare solo l’ascia; devi portare anche qualche cibo per vivere e poi dovresti portare anche un amico e qualcuno con cui stare». Il secondo punto qui introdotto (il cibo) richiama il primo pensato da Platone, con una significativa aggiunta: servirà almeno un amico, o più in generale qualcuno con cui stare. Servirà la compagnia di qualcuno.

Michela: «Potrei portare qualche cosa che mi serve, per esempio qualche attrezzo, oppure per mangiare potrei portare una canna da pesca per pescare». Qui si pensa non solo al cibo già pronto e confezionato, che potrebbe finire in breve tempo: si tratta di portare attrezzi per lavorare e procurarsi il cibo. Ilaria: «è importante portare il cibo, però importante portare anche altri indumenti». Ed ecco i vestiti, che comparivano in Platone come terzo elemento con l’arte della tessitura. La conversazione tuttavia prosegue:

Francesco C.: «Una volta che tu hai finito di mangiare, ci sarà qualche frutto sull’isola? Bisogna procurarselo, altrimenti come fai?», chiede un bambino.
Federica: «Per me dovremmo portare tante cose: ad esempio una tenda».
Ilenia: «Ma se sull’isola non ci sono i frutti, possiamo portare pure i semi, da piantare».
«Anche dei trapani», aggiunge Nando, «per fare la casa».

Per usare i trapani, tuttavia – e altri attrezzi simili – ci vorrebbe l’elettricità. I bambini dichiarano qui subito che vorrebbero forme di energia pulita: innanzitutto viene in mente quella ottenibile dall’acqua, idroelettrica. Come vedremo, si vuole evitare tutto ciò che produce l’inquinamento in forma di “fumo” e quindi ciò che sporca l’aria.

«Ma se troviamo della frutta sugli alberi, se non è buona?», chiede una bambina. Dovremmo stare attenti, considerando che la frutta dell’isola potrebbe essere per noi sconosciuta. E tenere conto anche della tempesta: «se vediamo le nuvole ci dobbiamo affrettare per tornare indietro», dice ancora una bambina. Nonostante la tempesta, si potrebbe restare sull’isola e trovare un posto ben protetto. La bambina, Patrizia, teme anche i lampi che potrebbero fare bruciale gli alberi. Francesco C. la rassicura: «Se si costruisce una casa, poi siamo sicuri». Non staremo insomma all’aperto sotto gli alberi.

Fabio: «Quando ha detto Patrizia che viene la tempesta, poi come fai a prendere del vetro e ti copri le finestre? Sennò l’acqua ci entra dentro». Occorrerà procurarsi del vetro: poiché per le case si pensa alla costruzione con elementi reperibili in natura (pietre, legno), il vetro potrebbe diventare un problema: occorrerà imparare a farlo, se possibile, oppure portarlo sull’isola da altri luoghi (importarlo). Fabio suggerisce anche di fare la fornace per il pesce e Antonio ricorda a tutti l’esigenza di avere acqua: finora abbiamo detto che sull’isola scorre un torrente e diamo per scontato che l’acqua sia potabile.

Giovanni torna sulla presenza di amici, aggiungendo il riferimento agli animali domestici: «Ma tutte queste cose sono indispensabili, però se noi portiamo un amico e un animale domestico per esempio, noi lo dobbiamo proteggere. Se ci sta qualche animale, tu ti devi portare i giusti strumenti per uccidere un animale». Se c’è.

Notiamo a questo punto che tra i primi bisogni ci sono tutte le cose individuate da Socrate nella Repubblica e anche di più. Federica: «Se vado io sull’isola e trovo dei frutti che non conosco devo vedere se sono velenosi o no. Preferirei vedere prima se ci sono frutti che conosco o che sono commestibili».


Cose cattive da lasciare fuori dall’isola

Ci chiediamo, tra le cose e i comportamenti esistenti, quali vorremmo escludere dall’isola, pensando in particolare a ciò che provoca dolore e sofferenza agli esseri umani, a causa di ciò che gli esseri umani stessi fanno. Ci sono mali – pare – che non dipendono da noi, ma ce ne sono altri che siamo noi a provocare. Dunque, che fare? Cosa lasciare lontano dall’isola?

Sara: «L’uomo inquina la natura soprattutto con le macchine, perché le macchine usano il petrolio e inquinano l’aria». Qui, sull’isola, le macchine vanno eliminate del tutto.

Ilaria: «Quelle specie dove ci sono, dove c’è tutto quel fumo e inquinano gli alberi… [pensa alle fabbriche] penso che dovrebbero essere eliminate, perché dopo non hai più niente da mangiare e niente da bere, perché farebbero ammalare gli alberi e l’acqua si inquinerebbe». Qui emerge l’attenzione ai “cicli” nell’interazione tra esseri umani e ambienti di vita: se si inquinano aria, terreni e piante, questo inquinamento non va soltanto su quelle cose, restando lì, ma torna indietro, su tutti coloro che vivono in quell’ambiente; si inquina il proprio ambiente, non si ha più niente da mangiare e da bere (niente di sano, niente di così buono come potrebbe essere se non fosse inquinato e così via).

Michela: «Io direi che, per esempio, se si sta su questo mare e c’è il ruscello, non si dovrebbe inquinare questo ruscello buttando lattine e… che ne so? qualcosa che non ci serve».

Ilenia: «Oltre a quelli, [andrebbe tenuta lontana] la gente che vengono già con l’idea delle pistole, come quello che è successo in inverno, o con la droga e queste cose qua». Ma cosa è successo in inverno? In inverno «un signore, a Secondigliano, ha sparato a parte a qualche suo familiare, poi ha sparato dal balcone». Ilenia pensa che andrebbero eliminate tutte le armi che sparano dall’isola.

Nando: «Non bisognerebbe accendere un fuoco vicino agli alberi e neanche alla casa, perché se te la fai di legno prende fuoco tutta la casa e poi puoi morire in mezzo alle fiamme». «Però qualche arma dovrebbe starci, per proteggersi», aggiunge. «Come in America».

«Se ci sono degli animali grandi che non abbiamo mai visto e sono carnivori…», dice Fabio: anche in questo caso avremmo bisogno di armi per proteggerci.

Francesco C.: «Portiamo un coltello, ma non arma che [con cui tu poi] spari. Armi che possono uccidere, ma per animali, per vivere [noi, se attaccati dagli animali], non per la guerra». Qui l’idea condivisa è che non ci debbano essere armi da fuoco. «Come i fucili a pompa», dice un bambino.

Giovanni: «Io sono d’accordo con Ilenia che non porti le armi», ma gli animali possono anche essere aggressivi e attaccare. Si ricollega quindi a Fabio e Francesco: «possiamo provare a costruirle noi», con pietre e come armi da lancio. «Le pistole non si dovrebbero proprio portare», insiste Giovanni.

Federica: «Per me non ci dovrebbero stare… sono d’accordo con Michela che non si dovrebbero buttare le cose nel ruscello», e ricorda storia della gabbianella, di quelli che inquinano acqua con il petrolio, che può uccidere anche i pesci.

Ilenia: «Quando tu hai detto, ok, però non è che intendo togliere, eliminare tutte le armi: quando arrivano gli animali potrebbero costruire una cosa così, che quando arrivano gli animali te le prendi, [da un posto] con un guardiano [delle armi]». Dunque Ilenia non intendeva eliminare totalmente le armi dall’isola e condivide l’idea che siano necessarie per proteggersi eventualmente da animali feroci. Ma propone l’idea che siano tenute in un posto a parte (non a portata di mano di tutti), sorvegliato da un guardiano delle armi. Chi ne ha bisogno va dal guardiano e chiede l’arma, dicendo il motivo per cui ne ha bisogno.

«E [sull’isola] non [si dovrà] vendere la droga», aggiunge una voce, con l’accordo generale del gruppo.

Abitare nell’isola

Ilaria torna a questo punto sul problema di come costruire una casa solida. Francesco C. dice che si potrebbe fare ad esempio di pietre.

Sara: «Dico di costruire dei villaggi, però nel mio quaderno ci sta una foto di alcune pietre che si possono costruire. Le pietre sono solide e sono una cosa della natura».

Esistono, in effetti, villaggi di pietre: in Italia ce ne sono in molte regioni, di stile vario. Per chi fosse interessato, sarebbe interessante raccogliere delle immagini al riguardo, confrontarle… Mi propongo, durante il Gioco delle 100 utopie, di raccogliere immagini e testimonianze anche a questo proposito, sui modi di abitare, per aiutare le insegnanti impegnate nella ricerca.

Federica: «Per me devono prendere delle piccole case sempre come un villaggio, solo che non vorrei che fecero come mattoni perché così diventerebbe più artificiale l’isola. Vorrei che fossero fatte con il legno, così è più naturale».

Ecco qui comparire la distinzione tra naturale e artificiale, con una doppia sfumatura: da un lato, pare che naturale e artificiale siano due cose ben distinte; dall’altro lato, ci si rende conto che qualsiasi cosa l’essere umano faccia nell’ambiente è artificiale, fatta ad arte dall’uomo, e che l’uomo porta con sé l’artificialità – per così dire – come la propria ombra. Non può che proiettare artificialità sugli ambienti in cui vive, in modo tale che i suoi paesaggi sono sempre natural-artificiali. Anche un giardino in questo senso è artificiale, perché l’aspetto che assume dipende dalle scelte, dalle selezioni e dalla cura del giardiniere. Ciò che però i bambini intendono dire è che nella combinazione di naturale e artificiale (un albero viene comunque considerato come una “cosa naturale”) non ci deve essere “troppo” artificiale. La questione del “troppo”, la preoccupazione per ciò che l’uomo fa di “troppo” (troppo artificiale, troppo pieno, troppo costruito, troppo inquinato…) è una delle più frequenti da me incontrate nel viaggio delle utopie e nelle esperienze formative degli ultimi anni con i bambini.

Francesco C.: «Una volta che sono tanti paesi… non significa che… puoi fare in due modi: devi farlo solido. Io direi che quelli che se la vogliono fare solo loro, se la fanno solo loro; gli altri che vogliono farsela insieme, se la fanno insieme». Dunque non si è obbligati a costruire un villaggio in cui stiano tutti. Ci saranno case sparse per chi vuole le case sparse.

Nando: «Volevo portare pure una piccozza, così se si rompe l’ascia possiamo anche scavare». Nando riprende qui il tema degli attrezzi necessari a lavorare sull’isola e un bambino nota che li ha presi da un gioco che si chiama Minecraft.

Nando poi dice: «Preferisco [abitare] in un villaggio, così stiamo tutti insieme».

Carmela: «Per esempio, io sull’isola, ci sono gli alberi: prendono un’ascia, tagliano gli alberi e fanno delle case molto piccole». Case molto piccole, dice Carmela. Non come quelle attorno alla scuola, che non le piacciono tanto. Le vele di Scampia non sono molto distanti. Si è più felici, secondo Carmela, abitando in «casette piccole». Perché? Non è facile dirlo: «veramente perché a me piacciono così le case».

Federica: «Per me, se per esempio faccio io una casa sparsa, non possiamo stare vicini alle persone, agli amici che gli vogliamo più bene. Invece, se stiamo tutti quanti in un villaggio, possiamo uscire fuori dalla [nostra] casa e entrare nella casa del nostro amico. Invece se siamo sparsi non riusciamo a stare tutti quanti felici, tutti quanti». Federica è d’accordo con idea di Carmela su case piccole e aggiunge che la felicità aumenterebbe stando vicini.

Patrizia: «Io [ho un’idea] per fare la casa solida: quando metti un ramo sopra l’altro dovresti portarti dei chiodi per fissarli bene». Resta un po’ indecisa sulla scelta tra casa grande e piccola.

Ilaria: «Io direi di fare le case sparse, perché se occupi troppo spazio nell’isola va a finire che poi c’è troppo, troppo baccano poi, e anche troppa… cioè diventa una città e non diventa più un’isola. E poi se te la fai piccola la casa, puoi avere la maggior parte dell’isola come un giardino e condividerla con altri».

Qui c’è un invito a “contenersi”, a non esagerare occupando lo spazio dell’isola: meno spazio si dà alle case private, più spazio resta in comune, come un giardino da condividere con altri.

Ilenia: «Sono d’accordo con Ilaria, perché sennò diventa una città. Però quanto è grande quest’isola?». Perché «se tu la fai troppo piena, non c’è più neanche spazio per camminare. Tipo come qua [e Ilenia mostra ciò che si vede dalla finestra della classe, attraverso la grata]: se tu sei tra questi due palazzi c’è uno spazio troppo piccolo, perché hanno fatto entrambi i due palazzi molto alti. Infatti io e una mia amica quando stavamo parlando al telefono, prima che costruivano questi palazzi, noi dal balcone ci vedevamo, invece non ora [ora non riusciamo più a vederci] e ci hanno fatto arrabbiare». Per questo Ilenia preferisce non fare tanti palazzi sull’isola. «Mia mamma diceva: non si dovevano chiamarle “le case nuove”, [ma] “le case dei pazzi”, perché all’improvviso la notte si mettono a urlare. Per questo non [bisogna] fare palazzi troppo pieni, perché a un certo punto va a finire pure che a un certo punto ci sta la gente che si sono bisticciati con strilla, si lanciano le lattine addosso, è successo un casino; però era di notte».

Le case che Ilenia mostra

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Lo spazio stretto e così densamente abitato può provare litigi e confusione.

Cambia scenario Michela, che pensa ad altri pericoli: «Io non farei una casa tipo vicino alla scogliera perché potrebbe cadere qualche cosa e la casa potrebbe scivolare».

Fabio: «Io voglio una casa naturale, non tipo grande, un palazzo enorme. E con il legno che mi basta perché ho fatto la casa mi vorrei fare pure un ponte, così una barca e una canna da pesca».

«Eh, però così diventa troppo… cioè non dico che diventa troppo artificiale, solo che andando andando ti vengon altre idee e diventa artificiale», dice una bambina, Ilaria: «Diventa anche più pesante della natura: va a finire che i fiori non sbocciano più, i frutti…». Anche a Napoli è troppo artificiale…

«La cosa migliore è che ognuno di noi si costruisce la sua casa: chi la vuole naturale e chi la vuole artificiale».

Francesco C.: «Per me Napoli è bella!». Ilaria precisa: «Napoli non è brutta, solo che ha preso troppo spazio e allora diventa troppo artificiale. Io pensa che l’abbiano costruita gli uomini per vivere però hanno aumentato troppo le loro richieste». E Francesco C. concorda sul fatto che si è costruito troppo: «Questo è vero, però ci stanno dei posti di Napoli che sono belli». E aggiunge: «Però dico, se in questa isola noi costruiamo una casa che ci sta un giardino solo, bello grande, sai quanta gente, quanti di noi andrebbero a visitare quel giardino… invece fare un villaggio di case, con una piccola proprietà nostra, perché l’isola non è che deve essere rumorosa».

Marco ha annuito molto su quest’ultima proposta di Francesco.

Patrizia riprende il punto evidenziato da Ilenia: «Il fatto che Ilenia ha detto che lei e la sua amica si vedevano dal balcone. Secondo me l’hanno costruito i palazzi gli uomini per vivere, però quando stanno troppe case in un paese, in una nazione, a te ti sembra che si rimpicciolisce, invece è grande: come l’isola, più ci costruisci troppe case, ti sembra che si rimpicciolisce e ti sembra che si restringe attorno a te». In questo modo noi esseri umani ci priviamo di ciò che potrebbe essere bello; ci priviamo di bellezza e «si sta peggio».

L’attenzione dei bambini è orientata sia all’organizzazione degli spazi di vita, sia alle possibilità di socializzare. Al filosofo viene in mente un riferimento alla Politica di Aristotele, dove si legge che gli esseri umani, naturalmente sociali, aspirano a vivere bene insieme, lasciando poi intendere che si può finire con il dimenticarsi del vivere “bene”, limitandosi a vivere o a sopravvivere. «Può capitare! – commenta Francesco C. – perché tu una volta che stai tanto tempo… cioè tu ti vuoi bene, ti vuoi bene, però capita che ti abitui, hai le tue abitudini; ti abitui a stare rinchiuso e non hai più bisogno di nessuno, perché ormai stai da tanto tempo».

Francesco M. inteviene qui per la prima volta per dire che vorrebbe «abitare con i suoi compagni», suggerendo addirittura l’idea di vivere in una grande casa comune, tutti insieme.

«Sì ma è un po’ difficile», commenta Francesco C.: «Quando tu vuoi fare un’isola tranquilla, non deve essere una cosa così». E segue una riflessione sull’esigenza di un grado di artificialità accettabile e necessario per stare bene: «Perché se uno sceglie di fare la vita come ha detto Ilaria, [in] case naturali, piuttosto non è che non sono d’accordo con Ilaria, perché se tu hai detto di fare un’isola [dove vivere] bene… uno dice: “Meglio che sto là, che è artificiale e almeno vivo meglio”: è bello fare uno spazio con un prato e tutto [come ha detto Ilaria], ma non con tutto naturale: tipo quando tu fai una cosa troppo naturale, c’è rischio che se tu metti fuoco [una casa tutta di legno potrebbe bruciare subito] – beh questo, [il fuoco], è una cosa che crolla [fa crollare] tutte le case. Ma come si vive meglio… se tu tipo fai il camino di legno e la cucina, dove vai meglio? [con il camino di legno o con una cucina, per cucinare?]». Una bambina ribadisce che il punto sta nel non fare troppo né in direzione dell’artificiale, né in direzione del naturale.

Fabio: «Io dico che quando si costruisce una casa, poi io mi metto con Francesco… perché tipo io [Francesco] e Nando ci costruiamo una casa, possiamo mettere le nostre idee insieme e possiamo realizzare una cosa meglio di quello che stiamo ora». Dunque Fabio sottolinea due punti: dovremmo immaginare e costruire case migliori di quelle in cui viviamo ora e, nel costruirle, potremmo riuscire meglio facendolo insieme ad altri, mettendo insieme le idee.

Nando torna sul «fatto delle case» e sull’esigenza di non costruire palazzi grandi: «perché le persone se hanno tanti figli, come io che sono al centro [in un casa, in un piano in mezzo ad altri piani], siamo io e altre due signore: quella di sopra ha due figlie e un cane che fanno tanto casino per giocare con loro, quando io faccio i compiti: è sempre un casino. E pure la signora di sotto dice che noi facciamo il bordello, però se stava lei al nostro posto, se ne doveva andare fuori di casa perché aveva il bambino piccolo». «Per questo si dovrebbero fare case piccole». Perché nelle case in cui ci sono tante famiglie una sopra all’altra si litiga più spesso e si sta male. «Perché io non faccio niente, gioco solo e basta!», dice Nando, che pure evidentemente deve confrontarsi con elementi di disturbo da sopra e da sotto.

Patrizia: «Secondo me non ci vuole tanta artificialità: però se tu sei abituato a dormire con la lampada a casa, mo’ sull’isola la lampada non ci sta, te la puoi pure fare tu, come gli uomini di tanto tempo fa che non c’erano le lampade ma c’era il fuoco».

Francesco C. torna sull’idea della casa grande per vivere tutti insieme: «Non sono d’accordo perché così la devi costruire enorme, tipo un palazzo; il giardino si fa ancora più grande e non va bene. Perché l’isola si deve godere e anche le cose naturali».

Vedremo in seguito, anche grazie all’utilizzo di un plastico, la direzione presa dalle scelte dei bambini sulle abitazioni. Noteremo un villaggio e alcune case sparse. Passiamo ora a discutere della questione delle regole.


Le regole dell’isola

Sull’isola di utopia ci dovrebbero essere delle regole? «No», dice Antonio: «Io sull’isola vorrei fare quello che voglio io». Federica però interviene: «Per me ci dovrebbero stare alcune regole, perché sennò finiamo di fare come l’uomo… perché se vuoi fare a modo tuo, poi puoi rompere dell’erba, schiacciare i fiori…».

Non si potrà fare proprio tutto come si vuole. Ecco alcune idee:

Ilenia: «la regola che dobbiamo fare non inquinare, chi inquina paga».
Michela: «Io sono d’accordo con Ilenia: però [propongo] pure di non fare le cose che non si possono fare sull’isola, per esempio costruire cose artificiali [escluse in precedenza]. Non fare cose che abbruttiscono l’isola».

Abbruttire l’isola ha delle conseguenze anche su di noi, forse. Non è detto, dice Michela. Però Francesco C. ricorda che non dobbiamo abbruttirla perché «l’isola è tipo nostra, l’abitiamo noi».

Martina: «Non sporcare l’isola».
Nando: «Non dare fastidio agli altri».
Francesco M: «Non tagliare mai gli alberi perché ci stanno gli animali sopra».

Come capita spesso in questo caso, in relazione alla regola di non tagliare gli alberi, alcuni bambini richiamano l’attenzione sull’esigenza di prevedere delle eccezioni. Ad esempio, si è detto che le case potrebbero essere costruite anche di legno e forse il legno potrà servire per costruire altre cose (ponti, barche) o per accendere il fuoco per scaldarsi e cucinare. Dunque, come fare? In genere e anche in questo caso i bambini tornano sulla necessità di darsi dei limiti chiari.

Gabriella: «Non inquinare l’acqua».
Antonio: «Non toccare frutti che non conosci».
Ilaria: «Le regole ci devono stare perché se tu fai troppo uso di questa isola va a finire che se tu fai del male agli animali non hai più compagnia, [come] se non ci sono altri umani sull’isola».
Fabio: «Allora, io per tagliare gli alberi, a parte la casa, quando taglio gli alberi li rimetto, perché la favola [che ci ha raccontato la maestra] mi ha insegnato qualcosa qui».
Patrizia: «Se sei imprudente, che vuoi perlustrare l’isola e non la conosci tanto bene, se qualcuno invece si sa difendere e sa difendere anche qualcun altro, in modo da difendere anche l’amico, se conosce meglio l’isola, riesce a fare tutte le cose necessaria sia per lui sia per l’altro». La regola che se ne ricava è quella di difendersi a vicenda, essere solidali.
Marco: «Non dobbiamo accendere fuoco vicino agli alberi perché potrebbe esserci un incendio».
Sara: «Io ad esempio dico sempre di non incendiare perché a Castellabate ho visto una casa con un giardino enorme, ma una sera delle persone l’avevano tutto incendiato».
Francesco C: «Non rubare mai».
Carmela: «Non si possono uccidere gli alberi, perché noi abbiamo ossigeno e poi con gli alberi uccisi non abbiamo ossigeno e quindi moriamo anche noi e quindi questa è una brutta cosa».

Torna qui la questione del “ciclo” che collega gli esseri umani alla natura, agli ambienti e ai paesaggi in cui vivono: il ciclo tra le azioni compiute verso l’ambiente e gli effetti di quelle azioni che tornano dall’ambiente all’essere umano. Notiamo anche che qui Carmela, come altri hanno fatto, mette insieme alla regola una breve spiegazione del perché è stata fatta. Ricordiamo che il vecchio Platone, vissuto più o meno 2.500 anni fa, in un libro intitolato Leggi aveva suggerito di scrivere prima delle leggi un Proemio, una specie di introduzione in cui motivarle e persuadere i cittadini dell’esigenza di rispettarle.

Vittorio concorda sulla regola del «non rubare mai», detta da Francesco C.

Federica introduce un altro elemento: «So che a qualcuno non piacerà questa cosa. Portare la maestra sull’isola perché così possiamo studiare», «non rimaniamo indietro con le lezioni». La regola qui riguarda la scuola, l’esigenza di avere una scuola in cui imparare e il desiderio di farla ancora con la maestra Carmela. «La portiamo sull’isola [la maestra] e [noi] torniamo a casa», commenta un bambino scherzando… ma si tratta dello stesso bambino che ha riconosciuto poco prima di avere imparato dalla maestra e dalla favola da lei raccontata una cosa importante sul rapporto tra uomo e natura. A chi dice che sarebbe meglio non avere la scuola, che i maestri potrebbero essere sostituiti dai libri, Federica ribadisce l’idea: «La vita non è solo per divertirsi, è anche per studiare».

Giovanni conclude il giro di pareri sulle regole: «Questa piacerà sicuramente a tutti quanti. Portarsi… il pallone da calcio a tutti i maschi e alle femmine portare…», il codino, i trucchi, dicono alcune voci.


Chi non rispetta le regole

Giovanni ammette che «sì, può capitare che noi possiamo violare le regole che abbiamo inventato noi»

Ecco alcune idee a proposito di ciò che si dovrebbe fare con chi non rispetta le regole sull’isola.

PAGARE LE CONSEGUENZE

Carmela: «Io penso che deve pagare le conseguenze: non può passarla liscia. È brutto per esempio tagliare gli alberi: non va bene».
Sara: «Io penso che per vivere bene bisogna rispettare le regole. Ma se qualcuno non le rispetta, le deve pagare le conseguenze e poi le dovrebbe rispettare per vivere felici».
Ilenia: «Buttarlo fuori dall’isola o farlo pagare le conseguenze, con alcun capi di polizia».
Ilaria: «[Penso] che se non rispettano le regole ne pagano le conseguenze: che se, per esempio, bruciano gli alberi, ne pagano le conseguenze o di morire o di bruciarsi»

CONVINCERE

Patrizia: «Chi non rispetta le regole dovremmo parlare un po’ finché non si convince. E usare la violenza non serve, perché se no si capisce che però tu neanche rispetti le regole: cioè, “non usare la violenza”.

RICORDARE

Fabio: «Scrivere su un foglietto le regole, se no ce le dimentichiamo».
Federica: «Prendere un foglio, scriversi tutte le regole e ogni giorno prendere il foglio e ripassarsi tutte le regole, così, per ricordarle».

ARRESTO

Gabriella: «Viene arrestato, o promette di non farlo più».
Michela: «Venire arrestato e fatto delle domande, perché ha fatto cose che non doveva fare».

ESILIO, SOLITUDINE

Vittorio: «Io non lo penso e lo lascio solo e lo farò morire e lo caccio».
Francesca: «Io lo caccio dall’isola».
Martina: «Viene cacciato dall’isola o arrestato».
Marco: «Lo lascio sull’isola senza cibo e senza acqua».
Nando: «Farlo andare da solo da qualche parte e in galera».


La questione del governo

Mentre si discuteva delle regole, Nando aveva anticipato la questione del governo suggerendo di scegliere un capogruppo.

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi dei bambini. In prima battuta, 2 bambini pensano che debba governare/comandare (i due termini spesso si sovrappongono) uno solo; 9 ritengono che le decisioni sul da farsi debbano essere prese da pochi; 6 preferiscono che le decisioni siano prese tutti insieme.

Giovanni e Federica sostengono che sia meglio che a comandare sia una persona soltanto.

Federica: «Io ho scelto un adulto; visto che ho detto di portare la maestra sull’isola, potrebbe fare lei il capo. Perché noi siamo un pochettino curiosini; quindi meglio un adulto che sa più cose di noi». Con una precisazione: «Poi altri hanno detto che non vogliono portare gli adulti [se ne è brevemente parlato prima e durante l’intervallo: vedi sotto], però stando solo noi bambini è molto più pericoloso. Però stando anche solo con un adulto, anche solo con uno, è già qualcosa di più. Per esempio quando andiamo in gita, la maestra non ce la portiamo?».

Giovanni pensa che forse le bambine, come hanno detto, non possono vivere senza un adulto, «ma noi maschi…», lasciando intendere che i maschi potrebbero. Aggiunge: che solo uno deve comandare, motivando la scelta con un lungo racconto: «perché io una volta mi sono visto un cartone che non comandava nessuno e uno che si chiamava Teo aveva detto: “Perché non facciamo un capo? Così poi non siamo più così”… e poi gli altri nella giungla dicevano: “No, perché [non facciamo] tutti capi?” e Teo aveva detto “ok, allora tutti capi” e fecero tutti quanti i capi e uno che si chiamava Luca aveva detto: “Perché non facciamo la piscina così grande che tutti i bambini della città possono divertirsi?”, l’altro diceva: “No meglio un campo da calcio così possono allenarsi”, poi l’altro diceva “pallavolo”, l’altro “tennis”, e alla fine litigavano tutti. Poi uno che si chiamava come me, Giovanni, disse: “Perché… non siamo più amici, parenti, ma siamo tutti nemici come cane e gatto. Teo facciamo un’altra giuria e scegliamo un solo capo”».

Giovanni racconta dunque il rischio di confusione e di eccessivo conflitto provocato dal voler governare tutti insieme. L’esempio che propone però riguarda una situazione in cui tutti vogliono essere capi impegnandosi ben poco per prendere le decisioni insieme. Il rischio, comunque, sembra esserci anche secondo il parere di altri bambini.

Francesco C. aveva proposto di governare in pochi: «con tanti si può complicare, non si riesce a decidere bene; uno invece non sai che cosa fare, sei indeciso; invece se [c’è qualcuno] in più che aiuta un capo, si mettono [ad esempio in] quattro [a governare]. [Questi governanti devono essere] forti decisi seri, questi pochi che governano». «E rispettosi», aggiunge Vincenzo.

Marco condivide l’idea.

Michela: «Non si sa come decidere se sei uno, ti possono aiutare gli altri a decidere».

Ilenia preferisce pochi, per gli stessi motivi. A Fabio piace invece di più l’idea di governare tutti insieme. Che a governare sia uno solo «è da egoista», aggiunge Francesco. Fabio precisa che se ci sono tanti capi devono scambiarsi le idee. Ed ecco Nando, che mette in evidenza un vantaggio legato al prendere decisioni insieme: «[Preferisco che ci siano] Molti capi, perché se il primo capo ha un’idea e io la miglioro e si aggiunge Federica, o Sara o Carmela, è meglio essere in tanti [a decidere] perché ognuno migliora la propria idea». La parola “capo” continua a esserci, ma si riferisce al fatto che si è in molti a prendere le decisioni, a scegliere il da farsi. Occorre farlo insieme perché aggiungendo idea a idea e cercando combinazioni le idee iniziali migliorano. Ma allora non è reale il pericolo di cui parlava Giovanni? Nando è chiaro anche su questo punto: «è vero [che si fa confusione], però se tu riesci a calmarli si può fare». Occorre sapere trovare il modo di calmarsi per decidere insieme.

Federica: «Io ho scelto uno, però se tutti insieme come ha detto Giovanni si fa confusione, uno potrebbe dire: “allora facciamo tutte le ipotesi che avete detto”, poi l’isola si farebbe sempre artificiale, facendo tutti insieme…». Qui interviene di nuovo Federica che dice di aver fatto riferimento a un governante che governi da solo precisando che pensava a un adulto: «Sì, però io ho detto che è un adulto e l’adulto vuole sempre il bene dei bambini».

Altra proposta, o meglio una precisazione, di Francesco C: «Per esempio nella palestra facciamo la gara di corsa… e i più veloci gestiscono e fanno le classifiche. Noi scriviamo le classifiche, non comandiamo gli altri: scriviamo solo le classifiche». L’idea è che non si debba per forza parlare di qualcuno che fa il capo e che comanda, ma di persone responsabili di guidare certe attività: in questo senso, ci si può organizzare come si fa in palestra con le corse, dove non si comanda sugli altri, ma si è «responsabili di quelle cose».


Gli adulti sull’isola

Alla prima votazione 14 bambine e bambini hanno detto che i grandi sull’isola non ci devono essere, mentre soltanto in 3 li accoglierebbero. Vediamo innanzitutto le idee della minoranza.

Federica ricorda di avere detto che vuole un solo adulto e che potrebbe essere la maestra, «perché ci vuole fare studiare e imparare le cose nuove», «ci fa capire delle cose nuove». Solo uno o due adulti al massimo, dunque. E l’adulto potrebbe anche governare l’isola.

Francesco C. inizialmente non vorrebbe adulti perché mettono «troppe proibizioni»: «Non giocare, non fare quello, non fare questo… troppe probizioni…». Se poi dicono di non fare o di non andare, può capire che «io me ne vado lo stesso, però sempre con il pensiero…».

Ilaria: «è stressante, però gli adulti ti cucinano»; «è stressante che ogni tanto vengono gli adulti e ci dicono quello che dobbiamo fare, quello che dobbiamo dire se qualcuno ci fa la domanda, che dobbiamo andare al corso di danza, in piscina… Poi i bambini non hanno più tempo di giocare: io non dico che non voglio andarci: però dateci un po’ di libertà!».

Se si chiedesse agli adulti di dare più libertà sull’isola, funzionerebbe? «Non ce la farebbero», secondo qualcuno: «no, perché alle mamme e ai papà servirebbe un aiuto e questo io lo capisco, quindi…».

Ecco l’idea di una bambina: «perché quando ci sono gli adulti, dicono “fai quello”, “fai quell’altro”…, tipo il pomeriggio mio fratello fa i compiti quando lo dice la mamma; io faccio finta e dico “sì mamma sto facendo i compiti” e invece non è vero… però gli adulti fanno sempre queste cose, “fai quello”, “fai quell’altro”, “fai questo”, “parla al telefono”…», anche quando mi scocciava di parlare al telefono.

Ecco un’altra considerazione: «perché gli adulti vogliono il nostro bene solo che lo fanno in modo che noi… non è che non li vogliamo sentire, però a volte diventano troppo pesanti». Come quando dicono di non bagnarsi i capelli e «sono 100 gradi fuori».

Nando: «Io dico che non ci devono stare i genitori e neanche le sorelle», perché danno fastidio. E Nando, ricordiamolo, aveva suggerito la regola: “Non dare fastidio”.

Fabio: «Io dico che gli adulti servono a fare, a dire quello che dobbiamo fare noi. Tipo se noi ci troviamo in mezzo alla strada, tipo gli adulti, mia mamma mi impara a attraversare la strada, a camminare in mezzo alla strada e tutto il resto»; «se io non lo so fare e gli adulti non ci sono, io come faccio ad imparare?».

Patrizia: «Gli adulti per me servono sull’isola, perché ti dicono sempre il meglio, perché mia mamma anche se mi fa stressare perché dice che la devo aiutare, perché ho due sorelline piccole che sono gemelle… fanno tutte e due la stessa cosa allo stesso tempo e allora mia mamma non ce la fa. È vero, è stressante, ma la riesco ad aiutare e quando lo voglio fare lo faccio e pure quando non lo voglio fare lo faccio, perché le voglio bene e lo so che non ce la fa».

Giovanni ascoltando Patrizia cambia idea, nientemeno che sulla questione del governo: «Io avevo scelto uno come capo, però appena ho sentito Ilaria che ha parlato ho capito che uno non ce la può fare da solo, pure per come ha detto Patrizia il fatto della mamma. Allora ho deciso che si fa in pochi, però ho deciso che i pochi devono comandare… La mamma è stressante e pure il papà è stressante e pure la sorella maggiore. Però poi ti vogliono bene, ti stressano perché come ha detto Patrizia non ce la fanno, perciò hanno bisogno di aiuto, anche se è stancante: la mamma e il papà ti vogliono un’infinità di bene…». «E comunque a te fa piacere». Francesco M. osserva che «si possono aiutare» i genitori, come loro ci aiutano noi. Le mamme in particolare. E i papà, aggiungono alcune bambine.

Dopo la conversazione l’idea generale sugli adulti e in particolare sui genitori da ospitare nell’isola è cambiata: in 16 li vogliono portare; rimane soltanto un no.

Galleria delle utopie (mi colpisce un fatto insolito: venuto il momento di disegnare l’utopia immaginata, si formano subito un paio di gruppi di bambine e bambini che decidono di disegnare insieme, a più mani, e riescono a farlo con grande coordinamento. Nella stragrande maggioranza dei casi l’iniziativa di disegnare insieme non si presenta così spontaneamente e non viene condotta così bene)

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scurare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Sono «stranieri». «Gli invasori!», qualcuno esclama. Che fare? Ecco alcune idee:

Francesco C.: «Se non li conosco e vogliono fare la guerra, li caccio».

Martina: «Li cacciamo». Prima che si avvicinano o li facciamo scendere… Cerchiamo di conoscerli un po’».

Michela: «Fare una cosa: [chiedere] perché sono venuti, forse cercavano una cosa e non sono cattivi, forse cercavano una cosa o erano in viaggio da troppo tempo». Sono domande da fare facendoli scendere sull’isola.

Marco: «Vedere, li facciamo venire, vedendo se vogliono fare la guerra o amicizia». E le intenzioni come le riconosciamo? Non è semplice. Un altro bambino preferisce cacciarli subito. «Io li faccio volare via», dice Antonio. «Una rete dove… una gabbia». «Li metto dentro la gabbia, li metto sulla nave e li mando via». Francesco M. suggerisce che potrebbero essere mandati via «minacciandoli», ma dice che prima bisogna cercare di fare conoscenza, sulla loro nave. Vittorio fa notare a Francesco M. che facendo così, andando sulla nave di quelli sconosciuti, potrebbe rischiare: «quelli potrebbero picchiarlo e lui potrebbe morire». Insomma, non è facile prendere una decisione. Francesco C. sostiene che dovremmo vedere prima come si comportano, facendoli scendere sull’isola.

Vittorio e Francesco C. pensano anche che si possa capire qualcosa «dalla pelle, se sono buoni… dalla faccia… da come si comporta, dai capelli, dallo sguardo» (da questo si capisce «come sono intenzionati», dice Francesco C.). Di ciò che dicono a parole non ci si può fidare del tutto. Occorre poi considerare il da farsi «se loro tengono le pistole».

Gabriella: «Li conosciamo sull’isola».

Ilaria: «Direi prima di conoscerli, perché un libro non si giudica dalla copertina». L’aspetto, dunque, non basta.

Patrizia: «Secondo me [guardiamo] se usano le armi. Se hanno armi, noi li cacciamo dall’isola, sennò rischiamo una guerra».

Sara: «[Dovremmo andare a] conoscerli sulla nave e se sono cattivi li mandiamo via», come Carmela.

Federica: «Per me prima sulla montagna più alta vorrei vedere se hanno la faccia felice, triste o arrabbiata. Poi se hanno la faccia arrabbiata, lo so che è una cosa che non si può fare, però taglierei un paio di alberi per coprire il villaggio così non lo vedono». L’idea qui è quella di mimetizzare il villaggio.

«Se poi vengon vicino alla nave con un aspetto felice perché da lontano non è che capisci bene, se li vogliamo cacciare, nel momento che si avviciano prendiamo una decisione se li vogliamo cacciare o no; se li vogliamo cacciare, gli diciamo una scusa che ci stanno degli animali feroci e a loro gli facciamo mettere la paura e se ne vanno. Se invece diciamo di farli restare farli conoscere bene la nave, poi come hanno detto loro dobbiamo vedere anche prima se hanno le armi. Poi dobbiamo mandare un maschio, perché le femmine…».

Giovanni è d’accordo con Federica: «il maschio, per esempio, deve proteggere le femmine: per esempio se lei viene catturata io costruisco un’arma»…

Nando consiglia di andare sulla loro nave prima di farli scendere sull’isola ed espone un piano piuttosto elaborato: «Tutti i maschi andiamo sopra per vedere se hanno delle armi nella nave nascoste e se ce le hanno li cacciamo». Bisogna fare le cose insieme. Non un maschio da solo. «Fare mettere quattro che si guardano le spalle, che vedono se ci vogliono fare del male, e quattro davanti». Considerando che i maschi in classe sono 8, si procederà così.

Ilenia: «Anche come ha detto Nando: quattro maschi avanti e quattro indietro. La stessa cosa si deve fare con le femmine. Dieci siamo con Sharon, cinque avanti e cinque indietro. Come ha detto Nando e Giovanni eccetera, perché i maschi non possono iniziare loro la guerra. Ci devono essere le femmine. Perché se loro [i maschi] dicono che sono armati [scoprendo che ci sono armi sulla nave], le femmine devono dare le armi ai maschi». Dunque: i maschi dell’isola inizialmente salgono disarmati sulla nave dei nuovi arrivati e le femmine devono seguirli, pronte a consegnare le armi in caso di necessità, anche loro organizzate in una fila frontale e in una fila che guarda le spalle: si tratta delle armi da lancio di cui avevamo detto inizialmente.

Francesco C.: «Io non li vedrei proprio, io gli sparerei subito, li butterei subito via». Ma magari sono delle persone simpatiche, brave, osserva qualcuno. «Se no ce lo dicevano se possono venire», obietta Francesco. Ma se ce lo chiedessero di poter venire? Allora «vediamo come si comportano. Dunque attaccarli se non chiedono il permesso».

Marco: «Io vorrei sapere se loro vogliono fare la guerra, io li farei venire sull’isola e farei amicizia, però se loro vogliono fare la guerra lo capiamo se hanno le armi».

Fabio: «Io li accompagnerei sull’isola, così dopo li spiamo per vedere se ci vogliono tipo fare male oppure un’altra cosa. Se ci vogliono fare male ci creiamo una, tipo una trappola, tipo scaviamo scaviamo, [facendo una buca in cui] sotto ci stanno delle punte, qualcosa così, se loro vanno sulle cose…».

Ilaria: «Allora, io voglio concordare con Ilenia, però se tu l’hai scritto prima alla lavagna che noi non possiamo portare armi sull’isola perché finiremmo con il togliere tutta la naturità dell’isola, e allora io proporrei se non possiamo a fare a meno delle armi costruiamole con i legnetti che cadono a terra e con le pietre».

Prevale in generale l’idea di fare conoscenza dei nuovi arrivati, considerando bene innanzitutto se hanno armi con sé, quali sono le loro intenzioni e come si comportano. A questo punto, possiamo provare a distribuire le case e altre cose che abbiamo immaginato sull’isola.

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