Utopia di Verdellino 2018 IV B

Data: 13 marzo 2018

Classe: IV B, Verdellino

Filosofo in classe: Luca Mori

Compagni di viaggio: Giuliana Beretta

Insegnanti in classe: Marinella Frigerio, Romana Ravasio

 

Trascrizione: tutte le parti tra «…» sono citazioni letterali di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.

 

Equipaggio: Sofia, Chiara, Stefano, Milena, Christian, Camilla, Laura, Elisa, Sara, Saul, Gloria, Noor, Alessandro, Stella, Anton, Nicole, Matteo

 

Ecco che il viaggio inizia. Ci chiediamo per prima cosa, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano gli amici di Socrate: «Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 

Quali sono i primi bisogni?

 

Camilla: «Cibo».

Elia: «Case».

Christian: «Cibo e quello che serve per fare una casa».

Chiara: «Per me fuoco che ci riscalda e vestiti».

Sofia: «Casa, acqua, cibo».

Nicole: «Acqua, cibo, vestiti».

Christian: «Mezzi di trasporto, che possiamo creare noi con alberi, tronchi, con le foglie facciamo una vela magari; o con quelli con cui siamo venuti». Possiamo utilizzare la barca per muoverci attorno all’isola. Sull’isola si potrebbero portare delle macchine.

Elia: «I fuoristrada, perché ci potrebbe essere l’erba alta e per andare a perlustrare un po’ vicino al monte ci vorrebbe [il fuoristrada]. Uno o due».

«[Ci vuole] una macchina per andare anche dove non ci sono le strade». Macchine con ruote grosse.

Noor: «Autobus».

Nicole: «Io prenderei una bicicletta».

Camilla: «Secondo me se ci sono degli animali potremmo fare degli oggetti come i coltelli per prendere da mangiare».

Chiara: «Un amico che ci può aiutare e che ci tenga compagnia».

Pensando che a partire è già un gruppo di amici, c’è bisogno di altri? «Non si sa mai, magari ci serve un altro aiuto e possiamo avere altri amici a disposizione; se vogliamo fare una casa e siamo tutti occupati, ci sarà una sola che deve andare a prendere tutto il cibo e non riesce».

Gloria: «Una bussola per vedere dove possiamo andare, perché non la conosciamo ancora l’isola».

Noor: «Magari tu pensi che sei solo ma nell’isola c’è qualcun altro prepararsi a fare amicizia».

Christian: «Dobbiamo creare una specie di porto, tipo un’asta lunga che va nel mare per alcuni metri, così puoi andare a pescare». Ci vorranno così le canne da pesca.

Camilla pensa all’elettricità: ci vorranno dei modi per produrla sull’isola. Come? «Quelle specie di cose…»: avremo bisogno di cavi che trasportano l’elettricità ai lampioni. Ma come si può produrre energia elettrica? Dovremo approfondire.

Sara e altri scelgono la bicicletta: «per due motivi: primo perché non inquina e secondo perché se tu prendi un altro mezzo di trasporto e non ti stanchi, vuol dire che non ce la farai più; invece se stai ancora un po’ movimento ti carichi e fai le cose».

Chiara: «Prendere un telefono o un computer per chiamare i nostri parenti e i nostri genitori».

Christian: «Io non vorrei inquinare però devo scegliere il motocross, perché non puoi andare in bicicletta sopra le montagnette; però ho pensato, non è che puoi fare la benzina». «Si dovrebbero creare [dei distributori]». Christian metterebbe questo nella lista dei bisogni, anche se non vuole inquinare.

Anton: «Ma se tu porti il telefono, dove lo carichi?».

Camilla parlava di elettricità.

Elia pensa che si potrebbe costruire una diga, usando il torrente che attraverso l’isola. «Come mezzo di trasporto prenderei una trial», sempre per spostarsi fuori strada.

Noor: «Magari possiamo costruire il telefono facendo come abbiamo fatto una volta con i bicchieri e con un filo che ci fa sentire anche se eravamo lontani».

Camilla: «Due cose: la prima è che col telefono però non dobbiamo starci tanto tempo, perché sennò non ci godiamo le cose dell’isola; [la seconda non si ricorda]».

Sofia: «Io non sono d’accordo con quello che ha detto Noor perché sì, ci può essere un filo, ma non lungo lungo».

Noor: «Ma io dicevo che c’è qualcun altro sull’isola, magari un amico che vive in un altro posto, usare il filo per comunicare con lui». «Ma dovrebbe essere teso», dice Saul.

Chiara: «Allora, per me per fare la connessione possiamo prendere una bici, metterla da una parte che non può andare avanti né indietro, metterci una persona che pedala e con tutta questa forza può creare l’elettricità».

Christian: «Tre cose: tagliaerba, per tagliare l’erba; e poi ci vorrebbe pure una toilette; e la terza che però non ci possiamo fare la doccia, perché l’acqua del mare è salata…». Ma si può fare la doccia dal torrente, mentre «con l’acqua salata ti sporchi di più».

Camilla: «Allora, caloriferi e condizionatori».

Nicole: «Invece di fare tutti questi sforzi per fare il cavo di elettricità secondo me è meglio approfittarne e vedere questo spazio com’è che forse un giorno non la vedrai più». In questo caso si propone insomma di non portare elettricità.

Stella: «Potrebbero esserci delle grotte con dei materiali che potrebbero servire» e ci vorrebbe una torcia per esplorarle.

Noor: «Magari imparare a costruire da solo o aggiustare le cose, perché magari in quell’isola non c’è una persona che sa aggiustare le cose». Oltre a portare oggetti o persone, prima di partire dovremo imparare delle cose nuove.

Sofia invita a pensare agli attrezzi di cui abbiamo bisogno: ad esempio, finora non abbiamo pensato a mezzi utili a tagliare gli alberi, cosa che si dovrà fare per costruire alcune cose.

 

Quali sono le cose a cui siamo abituati, di cui non avremmo bisogno nell’isola? O meglio: a quali cose e abitudini bisognerebbe rinunciare, per vivere davvero bene sull’isola? Pensiamo a cose e abitudini che potrebbero rendere l’isola brutta oppure infelici gli abitanti.

 

Sara: «Le macchine che inquinano» l’ambiente.

Sofia: «Io invece non vorrei portare l’elettricità».

Chiara: «Io non sono d’accordo… perché magari c’è qualcuno che vuole fare la diga, o andare con la bicicletta, non è che dice ‘no non posso’ perché gli altri non vogliono; se vuoi te fare una cosa, non è che devi dire di no perché gli altri non sono d’accordo». Ecco i primi problemi dell’isola: se uno dice che una cosa non andrebbe portata, ma agli altri piace, come si fa? «Uno potrebbe andare da una parte, uno dall’altra». Ma la sfida è quella di fare un’isola tutti insieme, se ci si riesce. Per farla insieme, bisogna trovare un modo per prendere decisioni anche quando non si è d’accordo.

 

Christian: «Io non sono d’accordo con Sara, perché è impossibile stare senza mezzi di trasporto; ho pensato di portare la bicicletta elettrica, perché non si può vivere… se devi salire sulle cime delle montagne, è quasi impossibile [salirci in biciletta]. Dovresti fartela a piedi…».

 

Altri notano che l’elettricità serve «se qualcuno si sente molto molto male, bisogna chiamare l’ambulanza». E l’ambulanza è un altro mezzo di trasporto di cui potremmo avere bisogno.

Camilla: «Se la spazzatura, per buttarla, la devono mettere in una specie di cosa che la infiamma e così esce il fumo sporco; quindi direi di non farla quella specie di roba dove mettono dentro la spazzatura, così non inquinano». Sull’isola bisogna allora capire come cavarsela con la spazzatura.

Elia: «Per la spazzatura, per non inquinare l’isola le mettiamo tutte insieme e formiamo il terriccio». Potremmo usare o riciclare meglio le cose.

Sara ribadisce che non porterebbe il telefono perché si rischia di guardare il telefono e di non guardare l’isola.

Nicole: «Tre cose: primo il fuoco, perché se si avvicina troppo a un albero può cadere quasi tutto e rovinare l’isola; la seconda è l’elettricità perché se c’è un’onda troppo forte può bagnarla e si fa un casino; e terzo volevo dire… quella domanda che ha detto Christian, che lui porterebbe il motocross, io non lo porterei, però non salirei mica [sulle cime] con la bicicletta; porterei una corda» per arrampicarsi.

Stella: «Io non per noi ma magari per la gente che verrà poi nell’isola le sigarette [escluderei]». «Si muore per le sigarette».

Noor: «Io invece nell’isola ci andrei solo con la barca e nessun’altra cosa e se mi serve qualcosa lo costruirei lì da sola, che non inquina». Insomma, si potrebbero usare solo i materiali non inquinanti che sono sull’isola.

Laura: «Come ha detto Stella di non portare le sigarette, perché inquinano».

«Io non costruirei tante città perché sennò distruggeremmo tutta l’isola, perché a forza di scavare per metterci delle città l’isola si distruggerebbe».

Christian pensa alle scialuppe.

Una bambina: «Prima, che se si rompe la nave, noi come potremmo tornare a casa? Potremmo prendere l’ascia e ricostruire [una nave] con l’albero. E non sono d’accordo con Nicole: se è tanto freddo, l’acqua è ghiacciata, il fuoco lo possiamo tenere lontano dagli alberi e non dà fastidio e almeno si può riscaldare». Potrebbe servire per riscaldare l’acqua e noi stessi, o per mangiare, fare la pasta. Si potrebbero portare anche dei gommoni da gonfiare.

Sofia: «Io sono d’accordo: magari se butti via tanti alberi, ti sembra che è più piccola [se costruiamo troppo». Per Sofia, nel posto in cui ora abitano si è costruito il giusto, ma nell’isola facendo così sarebbe troppo.

C’è chi si preoccupa che se si tagliano troppi alberi non si potrebbe più vivere sull’isola; ma alcuni pensano che gli alberi si potrebbero ripiantare.

Matteo dice che non andrebbero portati i petardi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Vediamo alcune votazioni

 

  No Forse
Petardi 3 13 1
Sigarette 0 17 0
Macchine che inquinano 1 8 7
Telefonini 8 2 7
Elettricità 9 1 7
Fuoco 15 0 2
Sistemi che fanno fumo per bruciare la spazzatura 0 12 3

 

Possiamo considerare l’esito di queste votazioni come il risultato del primo scambio di idee; approfondendo si possono trovare altre soluzioni. Christian ad esempio propone di utilizzare impianti che producono il gas con i rifiuti e non sappiamo bene se e quanto il fuoco e il fumo in questo caso sono presenti. Per scegliere bene, dovremmo studiare meglio come funzionano gli impianti per il trattamento dei rifiuti. Più cose sappiamo e conosciamo, più possibilità di scegliere abbiamo e possiamo anche scegliere meglio: meno sai, meno scelte hai.

 

Dei posti in cui i bambini abitano, ricordano altre cose non belle, come il buttare sigarette o altri rifiuti per terra; il traffico e l’inquinamento (specialmente «nei posti famosi», dove va tanta gente). Si ritiene inoltre che sull’isola non si dovrebbe uccidere (questa è già una legge per l’isola). Poi dice Noor che «ci sono persone cattive che sembra che sono gentili e invece sono cattive. Alcune persone sono cattive ma fanno finta di essere gentili». Ci sono dei modi per accorgersi? «Magari sì, con lo sguardo: quando qualcuno fa finta di ridere, ma ride in modo strano, si capisce che lui è cattivo».

Anche i «rapitori di bambini» non ci dovrebbero essere sull’isola.

Nicole: «Anch’io lo capirei subito dallo sguardo, perché di solito quelle persone ti guardano sempre… sembra che guardano dritto e invece cercano un modo di prenderti».

Chiara: «Per me, tipo la cosa che ha detto Nicole: se vediamo che ci guardano strano, noi possiamo dire che la persona o potrebbe essere buona e che magari ha qualcosa in cambio o una persona cattiva che ci vuole prendere… però da come si comporta si capisce; perché se si comporta male con te vuol dire che un po’ ti odia, e se si comporta bene…». Quello sguardo strano non è facile da imitare.

Gloria: «Io sull’isola non vorrei neanche i ladri».

 

Pensare ai ladri fa venire in mente la questione dei soldi: se sull’isola non ci fossero i soldi, cosa ruberebbero i ladri? Ma, soprattutto, sull’isola i soldi ci saranno o no? Non è ancora stato affrontato questo argomento e i bambini rispondono subito dicendo molti: “No!”. «Non servirebbero: non ci sono mica le bancarelle». Si può fondare un nuovo posto in cui vivere senza denaro?

Pensando al denaro un bambino pensa anche al MacDonald… lì si paga, però. «Siamo tutti amici, non siamo mica sconosciuti», dice un bambino: e tra amici si potrebbe vivere senza denaro.

Milena non è d’accordo sull’idea di immaginare un’isola senza denaro. Può essere difficile dire perché… si devono cercare le parole: «Perché lì possiamo fare delle città con anche dei negozi, però non troppo grandi perché sennò inquinerebbero; e lì possiamo andare a prendere delle cose che servono».

Christian avverte però i suoi amici: «Ma io non capisco una cosa: ma se viviamo già qua in una città, se vai là vai là per cambiare vita, per mangiare genuino; mica vai a mangiare al Mac, mica costruisci altre città. Ti costruisci una casa per te e ti fai i fatti tuoi. Se dobbiamo andare in un’isola, la lasciamo un’isola; sennò ritorniamo qua, se vogliamo una città». «La facciamo diventare bella e grande, però facciamo una casa soltanto per noi; poi ovvio se c’è tanta gente costruiamo tante case, ma se siamo solo noi, è inutile che facciamo una città, perché sennò ritorniamo qua, tanto vale».

Se venisse un bambino che vuole un Mac, Christian direbbe: «Mi piace fare queste cose, costruire; però la città, siamo arrivati da una città, tanto vale che restavamo lì. Qui invece veniamo in un’isola, per restare sulla spiaggia, mica per fare le città; per cambiare vita andiamo, se ci dobbiamo andare, sennò non ci andiamo».

Camilla: «Allora per me i soldi ci vorrebbero, perché se magari viene un tuo amico che dice ‘Non li voglio i soldi’ e invece ti inganna e ti dice ‘Questa cosa la devi ripagare’». D’altra parte, uno potrebbe ingannarci anche se ci sono i soldi davvero sull’isola.

Sara: «Per me i soldi ci vogliono perché se uno si fa male bisogna che vada in ospedale». E l’ospedale si paga, secondo Sara. Ma secondo alcuni amici si potrebbero fare queste cose anche senza soldi: ci si potrebbe curare, su quest’isola, senza bisogno di pagare per i servizi dell’ospedale… è davvero possibile? Secondo alcuni bambini sarebbe peggio senza soldi: secondo Sara, ad esempio, le cose funzionerebbero peggio, ma è difficile dire il perché. Cercare le parole che non vengono in mente è come sforzarsi di arrampicarsi su una parete difficile: stiamo ‘scalando’ problemi più difficili da soli.

Nicole: «Allora, io ho due cose da dire: sul fatto dei soldi io non li porterei, perché in pratica, cioè, a cosa servono i soldi, se poi ti costruisci la tua casa… non hai bisogno di negozi e cose simili… ti porti le cose necessarie a fare la tua cosa, non c’è bisogno di prendere tutte le cose. Forse soltanto per il cibo, ma non credo che ce ne sia così tanto bisogno, tanto abbiamo il mare, i pesci, gli animali… non mi sembra che ci servano. La seconda cosa è: io preferirei pagare invece, perché se i miei compagni andassero tutti i giorni a prendere i cosi non ci sarebbe più niente… riguardo la cosa che hai chiesto a Sara o a Chiara: io preferirei pagare, perché se tu avessi questa cosa gratis, tutte le cose gratis, tutti andrebbero lì e non ci sarebbe più niente». Ecco un motivo di dubbio: se tutto fosse gratis, si rischia che tutte le persone vogliano tanto, prendano troppo, se ne approfittino.

Anton: «I soldi non ci devono essere, perché uno costruisce uno fabbrica e guadagna i soldi e poi diventa viziato». I soldi potrebbero fare diventare viziate alcune persone sull’isola. Tuttavia Anton condivide la preoccupazione per il rischio segnalato da Nicole: forse alcuni, essendo tutto gratis, vorrebbero troppo.

Noor continua a pensare allo sguardo delle persone cattive, che guardano strano o provano a offrire una caramella per attirare l’attenzione dei bambini.

Anton: «Secondo me i soldi potremmo farli per alcune cose che costano». Cioè, si pagano solo alcune cose e altre no: è un tentativo di risolvere il dubbio sul denaro, con una regola che permette di utilizzarlo solo in certi casi. Volendo approfondire, si dovrebbe provare a fare almeno un elenco di esempi: cose per le quali si deve pagare/cose per le quali non si deve pagare. Sarebbero d’accordo i bambini nella scelta degli elementi da inserire in questi due insiemi?

 

Sofia: «Allora, secondo me sui soldi servirebbero, però pochi: per mangiare, si possono piantare degli alberi che danno frutti, quindi non c’è bisogno che mangi sempre troppo…». Ci si potrebbe accontentare di poco.

Chiara: «Io ho tre domande: primo, una cosa che non possiamo portare è un animale domestico, perché magari noi non possiamo tenerlo, che stiamo facendo un’altra cosa, e tutti gli altri sono impegnati, non possiamo tenerlo perché sennò il cane va di qua e di là… fa confusione; la seconda domanda è sui soldi… [anziché portare i soldi] secondo me potremmo scambiarceli, cioè io do una cosa a te, e facciamo scambio [ad esempio tra vestiti]. L’ultima domanda: se io mi trovassi da sola in questa sola, come riuscirei a fare le cose: io non ho ancora preso la patente e non so ancora guidare e per tagliare l’albero ci serve un aiuto perché [da sola] posso farmi male».

Milena: «Io non sono d’accordo su quello che ha detto Chiara di scambiarsi i vestiti: perché c’è chi ha delle malattie sul corpo e le può passare all’altro compagno. E poi se tutto fosse gratis, dopo non capiamo più niente, perché c’è uno che entra in un negozio e esce con tutte le cose e il negozio ha già finito tutti i vestiti o tutte le scarpe… e allora è meglio portare i soldi».

Christian: «Due cose: io penso di andare là da solo perché è un’isola lontanissima, non penso che tanta gente venga con me; se vado magari ci vado con i miei amici e con i miei genitori; però per me i soldi non servono, perché tanto là non ci sono cose per andare a prenderti i vestiti, i negozi che ci sono adesso cosa ti servono a fare? Quindi perché posso pescare, posso fare le cose; e se ci andassi da solo, non avrei bisogno di un adulto… cioè sì, ne avrei bisogno, ma io ho il patentino per il motocross, io so guidare, ce l’ho». Stando con gli amici e gli adulti, i soldi «non servono lo stesso, perché se non c’è altra gente che fa un negozio, tu mica vai là a comprare le cose: ci condividiamo il mangiare, perché andiamo a pescare e si trovano le cose». Ecco una parola non utilizzata prima: potremmo condividere. «Quell’isola non è di nessuno», quindi è inutile fare negozi lì.

Sara: «Io volevo dire quello che ha detto Milena: ci sono persone con le malattie sul corpo». Lavando i vestiti prima di scambiarli? C’è un dubbio.

Gloria: «Per me il denaro può servire perché se qualcuno si fa male comunque serve l’ospedale; poi però a me piace anche l’idea dello scambio, tranne che per i vestiti, ma comunque nel negozio non ci sarebbe una persona a cui pagare, a meno che uno non stia lì…».

Noor: «Per me se è ammalato è meglio se chiama subito l’ambulanza e gli si dà la medicina, così non si ammala di più».

 

Cambiamo domanda. Come facciamo per abitare sull’isola? Meglio trovare un punto e viverci insieme (ad esempio facendo qualcosa di simile a un villaggio), oppure è meglio distribuirsi nell’isola (ognuno nel punto che preferisce)?

 

Matteo propone di andare su un’altra nave, se non ci fosse spazio o se qualcuno non fosse d’accordo con un compagno. Ipotizziamo quindi di arrivare con due navi. Come si va ad abitare sull’isola? Matteo preferirebbe avere una casa tutta sua, trovando un posticino dove metterla, anche vicino agli amici.

Nicole: «Per me dipende. Allora, dipende, se siamo due o tre abitiamo in una stessa casa, così abbattiamo meno alberi; perché siccome ci sono tanti alberi dobbiamo abbatterli alcuni; poi dipende anche se siamo tanti. Meglio anche fare un’unica casa… invece di fare ogni casa così, facciamo una casa in un angolo dell’isola e un’altra di qua [in un altro angolo], ma due grandi, così ci stiamo tutti». Si può abitare mescolati, maschi e femmine, piccoli e grandi, come si vuole.

Matteo: «Quello che ha detto Nicole», e propone di scegliere gli alberi giusti per fare la casa. Si potrebbe fare con alberi vecchi. Matteo condivide l’idea della grande casa per vivere insieme.

Anton: «Per me, io farei un piccolo villaggio, però ognuno ha la sua casa».

Perché il villaggio e non la casa tutti insieme? «Poi se viviamo tutti insieme, secondo me… a me non piacerebbe tanto». Sofia: «Quello che ha detto Nicole, ma con una casa unica: se siamo tutti insieme collaboriamo; invece se magari uno va dall’altra parte dell’isola e ci disperdiamo tutti così, non possiamo aiutarci [come facciamo stando] vicini; magari c’è un adulto, che vuole andare a vivere da solo, e noi bambini vogliamo vivere insieme e non possiamo perché, come ha detto Chiara prima, ci possiamo anche fare male». Nicole pensava anche a due case grandi vicine, non troppo lontane.

Stella: «A me va bene un po’ l’idea di Nicole, però vorrei non proprio una casa unica, ma una casa a due o tre… poi un villaggio, perché se siamo da soli magari qualcuno si perde e non c’è l’altro vicino a lui. Se qualcuno si perde, poi non sa dove andare, perché non ci sono gli altri che lo aiutano».

Noor: «Io invece… mi piace l’idea di Nicole, però io farei tante cose vicine a due centimetri di distanza, ma sopra con una casa bella grossa e sopra ci metto tante case con due o tre piani: sul piano di sotto viene una famiglia, sul piano di sopra un’altra».

Iniziamo a capire che ci vorrebbero dei disegni con i PROGETTI di queste abitazioni: le descrizioni a parole a volte hanno dei limiti e non ci fanno capire bene cosa uno sta immaginando. Si tratta in questo caso di case a tre piani vicine tra loro. Gloria voleva dire la stessa cosa di Stella.

Sara: «Per me dobbiamo trovare un accordo: è bello stare insieme». Si dovrebbe perciò trovare un punto in cui abitare.

Stefano vorrebbe vivere in una casa di tutti.

Chiara: «Io ho due domande: primo, non sono d’accordo con Anton, perché se facciamo tantissime case poi sprechiamo gli alberi e dobbiamo sempre fare e rifare; poi gli alberi che abbiamo piantato ci servono mesi per farli crescere, quindi non è che possiamo tagliarli ogni tre per due. Possiamo fare una casa tutte femmine… due case: una tutte femmine e una tutti maschi, dove magari io avrò un letto matrimoniale e ci viene anche un’altra mia amica e ci sono anche altri letti così, quindi un po’ di casino ci sarà… e poi devo chiedere una cosa a Christian: avevo capito che te hai il patentino, però se fai un incidente e non hai nessuno vicino a te?».

Christian: «Lo so: infatti ho detto che se ci vado ci vado con i miei amici».

Chiara a Nicole, che pensava a una casa dove maschi e femmine, bambini e adulti possono stare insieme. Perché una casa dei maschi e una delle femmine? «Perché forse uno si vergogna a cambiarsi davanti ai maschi…». Si potrebbero però fare delle stanze per cambiarsi e altre dove si sta insieme: «Sì, però, se la facciamo gigante, ci servono più alberi per fare le porte…».

Christian: «Io pensavo di fare che se ci andasse tutta questa classe una casa grande che ci stiamo tutti: magari facciamo una stanza dove ci sono due o tre lettini, un’altra con due o tre lettini, però una casa dove stiamo tutti insieme, e magari facciamo i turni: oggi cucini tu, domani cucino io, e poi magari quando vogliamo andare fuori a giocare ci andiamo insieme; poi magari oggi vado a pescare io e quando porto [il pesce] cucina Nicole… Facciamo i turni e poi per uscire andiamo tutti; e se qualcuno non vuole venire resta a casa».

Camilla: «Allora io ho pensato a una casa unica: in pratica c’era una porta dove andavi su su all’ultimo piano e c’era una porta con tutti i letti delle femmine e un’altra porta con tutti i letti dei maschi. E dopo ci metterei anche uno scivolo» per spostarsi da un piano all’altro. Uno scivolo d’acqua!

Christian aveva detto che potrebbe andare sull’isola con gli amici e anche con alcuni adulti. Ma gli adulti vorrebbero vivere in una casa grande tutti insieme, oppure no? «Se non si conoscono no; se si conoscono e sono amici, sì, può darsi». D’altra parte, lo stesso Christian ha dei dubbi: non sa se dormirebbe in una casa unica con amici dei suoi amici: «dipende: non è che li conosco tutti bene gli amici dei miei amici; quindi dipende con chi sto». Insomma: la casa unica sull’isola sarebbe innanzitutto per gli amici della classe.

Sofia: «Prima ha detto Chiara che non vuole sprecare gli alberi. Però ha detto quindi che non vuole fare due case staccate ma ne vuole fare una… ma ne spreca lo stesso tante, anche se ne fai una: se ne fai una più grande sprechi più alberi. Se le fai più piccoline sprechi meno alberi…».

 

Questi problemi si potrebbero affrontare anche con la matematica e la geometria, eventualmente costruendo due MODELLINI IN CARTONE delle case: quanta ‘superficie’ di legno è necessaria, considerando i pavimenti, i tetti, i piani, le divisioni all’interno…

Alessandro: «In quella grande si possono fare più stanze». Forse si spreca più materiale.

 

Nicole: «Io avrei un’altra domanda. Se dovessero venire i genitori nostri, io farei due case come ho detto, però con un altro piano: così in un piano tutti i bambini, in uno sopra tutti i maschi, poi in uno le femmine, e in uno i grandi». Nicole ora introduce una divisione di piani tra maschi e femmine, per avere spazi riservati… Christian dice che non è necessario preoccuparsi per il fatto di cambiarsi: uno si cambia in bagno…

 

Christian: «Se la casa grande è grande 100 metri quadri, e una delle due piccole è grande 50 metri quadri, e se ne costruiscono due da 50 metri quadri, uso lo stesso materiale che per quella grande».

Chiara: «Se non sembra un’idea bizzarra, potremmo metterci una scuola, così possiamo imparare».

«E chi ci insegna?». «La maestra Romana!». «Perché chi non vorrebbe venire adesso [a scuola], potremmo metterci anche una scuola, ma poi tutti diranno ‘no, devo fare questo, devo fare l’altro’, troverebbero delle scuse per andarci, ma potremmo imparare lì, un giorno sì e un giorno no».

Christian: «Non c’è bisogno della scuola».

Chiara: «Ma facciamo finta di arrivare lì e non sapere niente, abbiamo bisogno della scuola, perché almeno possiamo imparare un po’ di più».

Christian: «Se vado là a vivere non mi serve la scuola. Chi viene là a farmi la scuola?». Si può imparare fuori: «Dopo un po’ imparo qualcosa, non è che serve sapere proprio tutto, specifico». Le cose le impari facendole, secondo Christian.

«Però potresti capire, se devi costruire una casa, potresti capire già quali sono i centimetri, i metri…». Prima abbiamo visto ad esempio che è necessario fare calcoli, studiare le superfici, le dimensioni… Christian ammette che queste cose le ha imparate a scuole.

Christian: «Se vado a vivere là, qualcosa già lo so… Abbastanza. Se studio anche alle superiori, perché io vorrei fare l’architetto». Quindi si dovrebbe mettere la scuola? Delle scuole diverse da quelle esistenti? Si potrebbe imparare lavorando all’aperto? «Allora tanto vale andare là che hai già fatto tutte le scuole o almeno la prima o la seconda superiore», dice Christian.

In questo modo però si rinuncerebbe ad andare sull’isola da bambini.

Si potrebbe fare una scuola con 4 ore di scuola e 5 ore di gioco e con una piscina dentro, sull’isola.

Una bambina: «Dev’essere una scuola divertente, però se magari Romana o le altre maestre non vogliono venire nell’isola possiamo imparare noi: magari qualcuno fa l’insegnante… Stella per esempio: così magari un po’ studiamo e un poco possiamo divertirci».

Nicole: «Io non sono d’accordo [con Chiara], perché se costruiamo una scuola tagliamo anche troppi alberi: o prima ci diplomiamo e poi andiamo nell’isola; oppure invece di costruire la scuola la facciamo nella nostra casetta [la scuola]. Invece di costruire altre cose e sprecare legna, alberi».

«Sarebbe molto bello se andiamo laureati [sull’isola]!», esclama Christian. Ma non vorrebbe perdere la possibilità di andare sull’isola quando si è ancora un po’ bambini: dopo la terza media o dopo la seconda superiore.

 

Sull’isola dovranno esserci leggi?

 

Sofia: «Non voglio inquinare l’isola».

Chiara: «Come Sofia, anche per me ci vogliono le leggi, perché poi tutti farebbero di testa sua; io farei una cosa e gli altri mi direbbero ‘no fai l’altra’. E quindi [è importante] rispettare le regole. [La prima:] Non dobbiamo litigare».

Stefano: «Per me ci vogliono le leggi: per essere tranquilli. [La prima:] metterei la legge di non litigare con i compagni».

Milena: «Per me ci devono essere le leggi. Per prima la legge di non buttare rifiuti nel mare e [altrove]».

Christian: «Per me ci vogliono le leggi. [Per prime] quella di non buttare rifiuti e di non allontanarsi da soli».

Camilla: «Per me sì le leggi e allora la legge che voglio per prima è quella che dobbiamo essere sempre uniti e aiutarci».

Laura: «Non picchiarsi».

Elia: «Aiutarsi a vicenda».

Sara: «La prima che metto è aiutare tutti i bambini».

Saul: «La prima che metterei è aiutare chi ha bisogno».

Gloria: «Per me sì perché la legge è importante. La prima che metterei è non offendersi».

Noor: «Per me le leggi sì, però che noi a volte, quando nelle verifiche diciamo che ci siamo arresi, che non dobbiamo arrenderci, perché così almeno… se ci arrendiamo non impariamo, è tipo saltare una verifica. Se nell’isola non riusciamo dobbiamo provare, magari possiamo credere a qualcun altro». Quando sull’isola capiteranno prove difficili, insomma, bisognerà aiutarsi e non arrendersi. «E un’altra cosa: che come là [sul muro della classe] c’è scritto che le parole possono fare anche come una spada, però le maestre hanno ragione, che è vero che con le parole possiamo offenderci».

«Non dobbiamo offendere qualcun altro, perché così rompiamo anche l’amicizia».

Alessandro: «Per me sì alle leggi e la prima legge che metterei è di non fare la guerra».

Stella: «Per me sì le leggi e la prima legge che metterei è di non offendersi e non picchiarsi».

Anton: «La prima è rispetto per gli altri».

Nicole: «Per me sì la legge è importante, ce n’è bisogno, e metterei la prima di rispettare l’ambiente dell’isola, non inquinarlo».

Matteo non metterebbe le leggi sull’isola. Perché? Una bambina sottolinea che ora è importante ascoltare le ragioni di Matteo. Sara: «Per me un motivo per cui lui ha detto…». Aspettiamo. Diamo la parola a Matteo: «Perché non sono importanti per noi, perché…». È difficile trovare le parole, ma i compagni sono molto attenti e concentrati, pronti ad ascoltare.

Sara voleva provare a indovinare il pensiero di Matteo…: «che poi non è che ci servano così tanto, perché noi lo sappiamo già che siamo tutti amici, quindi sa già che non litighiamo e non inquiniamo così tanto, perché anche qui a scuola non inquiniamo noi tantissimo e poi ci rispettiamo».

Nicole: «Secondo me è perché va bene sì, rispettarle è giusto, però secondo me vuole fare quello che vuole essere un po’ più libero, che gli piace fare senza ascoltare le leggi…».

Matteo riconosce che Sara e Nicole hanno indovinato il suo pensiero: senza leggi ci si sente più liberi e tra amici non ce n’è bisogno.

Noor: «Per me Matteo si sta sbagliando, perché senza regole tutti potrebbero anche fare la guerra, essere cattivi con gli altri…». Si corre insomma un grosso rischio, senza leggi.

Christian: «Va bene che uno vuole fare un po’ quello che vuole, però certe regole si devono rispettare, sennò il mondo chissà come sarebbe… va beh che il 90% non le rispetta, però…».

Chiara: «Io devo dire una cosa a Noor. Noi siamo amici e visto che siamo amici e non litighiamo così tanto, mettiamo tutto nel cestino, non inquiniamo… e non è che io adesso dico ‘non ti voglio bene’ e non è un’offesa.. io non direi mai a qualcuno ‘non ti voglio bene’».

Nicole: «Una cosa riguardo a quello di Noor. Che anche se Matteo non vuole rispettare le regole, cioè, va beh le rispetta sì, ma vuole essere un po’ libero, non è che fa le guerre e queste cose; si comporta in modo un po’ educato, ma non fa queste cose».

Matteo: «Perché una volta io ho sentito qualcuno che diceva che non mi voleva più bene». È capitato, a volte… Allora una regola circa il ‘volersi bene’ ci vorrebbe sull’isola? O non si può stabilire con le regole? Secondo Matteo una cosa importante con il volersi bene non si può stabilire con le regole o per legge. D’accordo Gloria, Sofia, Chiara… C’è chi annuisce: «è una cosa che provi, un sentimento». «non è che se tu non vuoi tantissimo bene a quella persona e la legge dice di volerla bene, tu devi per forza volerla bene»; «io voglio bene a mia mamma perché è dolce con me [non per una legge]», «io gli voglio bene; se uno non volesse bene, non è che deve per forza volergli bene per legge». Questo gruppo sta dimostrando di sapersi rispettare molto e di ascoltare le idee degli altri, anche quando uno solo la pensa diversamente da tutti gli altri.

Nicole: «Io prima di dare la mia idea di rispettare le leggi, stavo pensando già a questa cosa che volevo essere un po’ libera e ci stavo già pensando; però ho detto: ‘secondo me è giusto fare quello che si vuole, ma è meglio rispettare le regole, così puoi avere anche più persone che ti vogliono bene, che forse già ti volevano bene, ma che iniziano a volerti bene perché sei educato bravo gentile…». Con questo Nicole ci fa vedere alcuni pensieri che sono stati pensati prima di esprimere la sua posizione. Molto interessante notare questo aspetto: ognuno conversa con gli altri ma, per rispondere, conversa un po’ anche nella sua mente, tra sé e sé…

Camilla: «Come ha detto Nicole: allora è vero che vogliamo essere certe volte un po’ liberi, però le regole le dobbiamo rispettare, perché se magari uno si è fatto male e c’è la legge che bisogna aiutare, quello lì è … se non ci sono le regole, [magari] non viene aiutato».

Noor: «Mi è venuto in mente che se non vuoi bene a qualcuno al massimo non glielo dici così almeno non si offende».

Chiara: «Volevo dire due cose. Prima di tutto, aggiungere una cosa a quello di Matteo: è vero che certe volte servono le leggi, tipo per alcune persone che sono un po’ maldestre e non sanno dove mettere le cose, allora leggono le leggi e sanno un po’ le leggi; ma in questo caso che siamo nell’isola siamo amici e sappiamo rispettare le regole, già qua a scuola abbiamo alcune regole e le rispettiamo. E quello che avevo detto prima per me sono tutte e due, è un forse: sì per rispettare alcune regole e anche no, perché non è che possiamo stretti così per tutte le regole, dobbiamo liberarci un po’, quindi per me adesso è un ‘ni’». Le regole non devono essere troppe.

Christian: «Le regole vanno rispettate: magari quella di non fare entrare i cani nel parco; però certe regole non vanno rispettate, perché la gente a volte non le vuole fare per la cosa giusta. Esempio, ne dico una che non rispetterei io: se mettono la regola ‘non restate vicino ai cani perché vi possono sbranare’, io resterò sempre vicino ai cani».

Chiara: «Tipo Trump dice che non vuole fare entrare altre persone straniere in America, ma non è che non possono entrare, non possono visitarla… non è che si deve per forza stare lontani se vuoi andare a incontrare questo posto». Con questo abbiamo un esempio preso dalla cronaca: una legge sentita come ingiusta, di Donald Trump. «Poi anche quella dei cani, poi alla fine i cani entrano lo stesso».

Nicole: «Adesso che ci penso, ascoltando tutti i miei compagni e ascoltando anche me stessa e Matteo, mi ha fatto venire in mente che anche io, per me, è sia un sì che un no, perché… vorrei essere anche io un po’ libera, perché esistono delle leggi che non hanno senso: tipo, perché i cani non potrebbero entrare nel parco? Sono anche loro degli esseri viventi?».

Su questo punto però non tutti sono d’accordo e scopriamo che non sempre si è d’accordo su quali leggi o regole sono sensate e quali no. Secondo alcuni è giusto che i cani non entrino in certi parchi riservati ai bambini, perché così non si trovano lì i ‘bisognini’ dei cani. «C’è il parco fatto apposta per i cani», dice Christian. Nicole dice però: «Eh sì ho capito, ma scrivono: ‘Cari clienti del parco, preferiremmo che puliate i bisogni dei cani’. Non c’è bisogno di non fare entrare i cani, poverini». «Ma se è il parco dei bambini, mica è il parco dei cani!». «Ma sono degli esseri viventi anche loro!». «Non ha senso e io non la rispetterei mai, perché scusa se il mio cane ci vuole entrare, sono degli esseri viventi anche loro, può entrare, non è che non può entrare solo perché la legge dice che fanno la pipì ovunque».

Una bambina accenna a problemi che capitano in città: «Nella mia parte della casa alcuni hanno scritto cose brutte, ma che hanno senso. Perché i miei vicini, che vanno nella stradina della casetta, in pratica fanno la pipì, i bisogni ovunque e in pratica si sono arrabbiati e hanno scritto questa cosa e infatti adesso non l’hanno più messa in giro. In certi casi è una regola insensata quella di non fare entrare i cani nel parco».

Chiara: «Volevo aggiungere una cosa: è vero che non ha senso non fare entrare i cani dentro il parco perché fanno i bisogni da tutte le parti, però non è che noi possiamo tenerli… facciamo finta che sono solo io e il mio cagnolino, io non lo posso tenere legato vicino a qualcosa che lo tiene legato lontano dal parco, non lo posso tenere lontano dall’erba perché l’erba si trova da tutte le parti e da tutte le parti si trovano un po’ di escrementi… io li pulirei subito, anche se li lascerei un secondo lì per prendere la bustina e lo metto e lo butto… non è che non bisogna fare entrare i cani…».

Continuando a parlare del problema delle leggi, ci facciamo però anche un’altra domanda.

Se qualcuno non rispettasse le leggi, che si fa?

 

Noor: «Nicole e Matteo mi hanno fatto ricordare che alcune regole è meglio non metterle. Come ha detto lei, i cani sono esseri viventi e anche loro devono muoversi e divertirsi: se fanno i bisogni noi li raccogliamo». Se qualcuno non rispetta le regole «per me magari dovrebbero scegliere una persona che, come un poliziotto, dovrebbe portarli in un tipo di scuola, che mette la multa. Se uno fa qualcosa gli dice che,… va beh, non ci sono i soldi [sull’isola]: se ci sono i soldi deve dare dei soldi; se non ci sono i soldi, gli dà una punizione, tipo devi pulire devi pulire tutte le scale ogni giorno per ogni settimana. E un’altra cosa: io i cani non li terrei mai legati.. perché se magari lui non vuole dev’essere libero anche lui come noi. A non non piacerebbe essere legati».

Christian: «Se tipo siamo in un’isola tutta questa classe, andiamo a giocare, e poi ci sono dei bambini che non rispettano le regole; il secondo giorno li lasciamo andare; poi dopo un po’ ci stanchiamo e chiediamo ‘perché non rispettate le regole?’. Poi se continuano a non rispettarle gli diciamo: ‘allora, facciamo una cosa: se la maggioranza dice di sì, rispetta le regole, voi ve ne andate; sennò ce ne andiamo noi’».

Sofia: «Allora, io della domanda che hai detto, pensando a uno che inquina l’isola, potremmo fare così: avere cinque spillette e una per chi rispetta bene le regole e fa quello che gli si dice; no, una spilletta, per chi si comporta bene e rispetta le regole, riceve questa spilletta… Chi non le rispetta non la riceve». Se qualcuno non rispetta le regole, «per due giorni rimane a casa». E se non le rispetta ancora?

Sara: «Per me bisogna subito mandarli via dall’isola». Perché? «Perché sennò ci rovinano l’isola e magari…».

Chiediamoci però: se qualcuno non rispettasse le regole, si potrebbe tentare di fargli cambiare comportamento?

Camilla: «Secondo me chi non rispetta le regole dovrebbe… noi in pratica lo… se ci fosse una scuola, noi lo faremmo andare più ore a scuola fin quando lui non rispetta le regole; se comincia a rispettarle non lo manderemmo più a scuola». Che si fa in questa scuola? «Tipo da studiare le leggi».

Anton: «Secondo me chi non rispetta le leggi lo manderei a pelare le patate». Questo compito può servire a cambiare comportamento? «Più o meno».

Nicole: «è un’idea un po’ strana, però a me piace. Io farei un banchetto, senza tagliare nessun albero, e fare il giudice, e il giudice decide la punizione da dare a quello che ha infranto le leggi e lo mandiamo nella nostra casetta dove ci sarà uno che gli insegnerà a comportarsi bene e a rispettare le leggi e se continuerà a fare così lo mandiamo via dall’isola, se invece si comporta meglio, bene, sta iniziando a diventare più bravo, gli diamo un’altra chance». Il giudice «può decidere se fargli studiare le leggi o mandarlo nella sua stanza a farlo studiare con uno, oppure una punizione tipo pelare le patate o quelle cose».

Il giudice dovrebbe avere una specie di libro sul da farsi a seconda di cosa è successo? «In pratica ci sono sempre delle punizioni: tipo se uno ha picchiato un bambino avrà una punizione che lo manderà nella scuola di calmarsi con la rabbia; oppure se uno avrà rubato qualcosa di qualcun altro, avrà una punizione ancora più seria».

Chiara: «Allora, quando qualcuno non rispetta le regole per me è meglio rifarle dire tutte a memoria; se non le sa le facciamo ripetere tutte a memoria o riscrivere cento volte e se non rispetta ancora… noi li mandiamo subito a casa e gli facciamo mettere una spilletta e un braccialetto per quando qualcuno… c’entra anche un po’ il poliziotto, che gli mette una cosa con il braccialetto che non fa uscire dalla casetta e se esce fa una settimana in più. Quando esce [dopo avere finito il periodo stabilito] glielo togliamo e vediamo se riesce a rispettare le regole».

Gloria: «Se tipo butta le carte per terra gliele facciamo raccogliere; se picchia un bambino gli facciamo chiedere scusa; se invece lo fa un’altra volta, gli facciamo ripetere a memoria le leggi; se invece lo fa un’altra volta, lo mandiamo [lontano]».

Sara: «Se picchia un bambino o fa qualcos’altro che non è nella legge, va nel mare e gli facciamo ripetere tutte le leggi». Questo si fa nel mare.

Noor: «C’è un giudice che ha dei cappelli, come sei cappelli, e come il giudice ha sei aiutanti che vanno qua e là nell’isola e vedono qualcuno che sta facendo qualcosa di male… se qualcuno picchia un bambino e gli dà una cosa forte, ma almeno proprio dopo non lo fa più. Hanno fatto una prigione che lo mettono nella prigione, lo fanno studiare, lo fanno studiare anche i verbi, come fa la maestra, e tutte le tabelline, e se prova a uscire dopo ha un mese in più di studio».

C’è ora l’ipotesi di costruire una prigione sull’isola: sono in 9 su 17 al momento che la costruirebbero. Noor: «Però se quando lui esce e non rispetta ancora le regole, lo rimettono in prigione e lo lasciano più giorni e se non vuole più studiare magari lo legano».

Elia: «Se un bambino picchia un altro bambino, la prima volta gli facciamo ripetere tutte le regole, le leggi; la seconda volta gli mettiamo una maglietta che lega dietro le mani; la terza volta lo mandiamo a casa».

Laura: «Bisognerebbe fargli studiare le tabelline e così… poi la seconda volta…». C’è da pensarci su.

Christian: «Se qualcuno butta le cose per terra, i rifiuti, si fanno gli arresti sociali». Cosa sono? «Si chiamano così perché ti fanno pulire» e fanno fare dei lavori sociali per rimediare al danno fatto; «se picchi un bambino già là ti fanno gli arresti domiciliari o lo mandi in carcere; se invece fanno un incendio o rubano [parole coperte da rumore di fondo]»…

Anton: «Se fa qualcosa di grave grave lo mandano in prigione, ma in isolamento».

Camilla: «Allora, io invece… se picchia un bambino, la prima volta li mandiamo in prigione e [parole coperte da rumore di fondo] e dopo, se lo rifà ancora, lo buttiamo nel mare».

Non tutti sono d’accordo. Chiara dice che non si può fare perché la legge impediva di farlo. Ma non si tratta di farlo annegare, soltanto di lasciarlo un po’ in mare.

Sara: «Tipo, quando non rispetta le leggi, lo mettono nel mare e se fa un’altra cosa sbagliata lo mettono nel mare e deve ripetere le leggi; se lo rifà, va sotto l’acqua per due secondi; e se lo rifà per la quarta volta va a casa».

Saul: «Se non rispetta le leggi deve fare il giro dell’isola mille volte. E se non le rispetta ancora deve nuotare attorno all’isola 500 volte. E se lo rifà ancora a casa».

Stefano: «Quando qualcuno non rispetta le leggi, la prima volta va a nuotare per dieci volte intorno all’isola e dopo se lo fa ancora un’altra volta gli diamo un pugno e la terza volta lo mandiamo a casa».

Chiara: «Mi è venuta un’altra cosa. Se una cosa non è tanto grave, il giorno dopo, visto che facciamo finta che una persona non esiste più… Non lo ascoltiamo… Se lo rifà un’altra volta, una cosa un po’ più grave, gli facciamo una cosa un po’ più grave noi, come ripetere tante volte le tabelline, i verbi, le regole e fare i problemi; e dopo che ha capito che è difficile e per sbaglio butta qualcosa per terra, glielo facciamo raccogliere, e poi se picchia qualcuno lo mandiamo a fare tanti giri intorno al mare e dopo che ha finito i giri che gli abbiamo detto, e non so adesso quanti, lo andiamo a portare in carcere».

Nicole: «Mi è venuto di fare la prigione del giudice e se uno si comporta una volta male gli facciamo ripassare le tabelline, i verbi, le regole e le leggi; la seconda volta che lo fa gli facciamo fare quattro giri attorno all’isola; la terza volta che lo fa lo mandiamo nella prigione del giudice e se lo fa di nuovo lo mandiamo a casa. Però se picchia il giudice, la prima volta [che lo fa] va subito a casa».

 

La questione del governo. Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizo e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

 

Matteo: «Bisogna rispettarsi». Questa è la prima cosa da tenere presente considerando il problema della forma di governo. Poi, secondo Matteo, si dovrebbero scegliere in tanti.

Stefano: «Un solo re, così c’è più pace nel mondo, ci protegge e fa la cosa giusta».

Sofia: «Secondo me tutti insieme: invece che essere un re o decide un gruppetto, si decide tutti insieme».

Chiara: «Anche per me tutti insieme, perché il re comanda troppo… dice ‘voglio stare comodo qua in questa sedia, te vammi a prendere questo…’; un gruppetto non ci serve; tutti insieme possiamo prendere una decisione che va bene a tutti». Che dire a chi dubita, perché tutti insieme si fa confusione, spesso? «Io direi di metterci in un posto un po’ più tranquillo, dove si può parlare meglio, e decidere se mettere un altro re o non metterlo: perché se mettiamo un re comanda tutto, quindi è brutto; se facciamo un gruppetto, magari loro vogliono un re e noi no; allora dico tutti insieme, almeno possiamo prendere tutti insieme una decisione che ci piace».

Milena: «Io dico tutti insieme, perché così possiamo decidere, al posto di litigare».

Nicole: «Io direi tutti insieme, perché a me non piace essere comandata, oppure qualcuno che comanda soltanto lui e preferisco che tutti siamo d’accordo su quella cosa, invece che soltanto uno e tutti gli altri [no]. Invece io preferisco che tutti tutti tutti noi decidiamo insieme, senza litigare ovviamente, una soluzione per questa cosa». Se qualcuno dicesse che c’è il rischio di fare confusione? «Io direi che invece si sbaglia, perché è meglio tutti insieme che soltanto uno d’accordo. E se lui dice ancora così, gli faccio fare un giorno di re, e sicuramente dirà che sarà più difficile fare il re da solo che tutti quanti insieme».

Anton: «Secondo me è meglio tutti insieme». Si riesce? Se i bambini di IV A, B e C andassero insieme sull’isola, riuscirebbero a parlare e a confrontare le idee? Secondo Anton, sì.

Noor: «Primo, non è bello avere un re, perché comanda di fare questo o quello, e neanche un gruppetto che decide. Come ha detto Nicole, neanche a me piace essere comandata. Meglio essere tutti quelli che decidono, meglio se decidono tutti. Facciamo che uno vuole una cosa e un altro un’altra cosa, magari troviamo una soluzione, magari si possono fare tutte e due le cose».

Sara preferisce l’idea di decidere tutti insieme.

Christian: «Io invece non voglio nessun re: ognuno può fare quello che vuole, basta che rispetti le regole, perché nessuno è meglio degli altri. E non sarebbe giusto che io o lei o lui fosse il re, perché proprio lui?».

Camilla: «Secondo me dovremmo fare decidere due bambini che sarebbero due più saggi che non dicono stupidaggini e così ci fidiamo solo di loro e non dobbiamo fare tutto questo caos… perché se sono tutti che comandano, uno dice di fare questo, uno un’altra cosa… [e c’è il rischio di fare caos]». Ecco una posizione nuova: provando a decidere tutti insieme si rischia il caos; meglio dare la possibilità e la responsabilità di prendere le decisioni a due persone che non dicono né fanno stupidaggini, come Stella e Gloria, che non dicono cose a caso.

Stefano: «Per me avere un re lo so che comanda, però è stato scelto quando erano tutti insieme, perché lui era il re, [fin da] quando era piccolo è stato scelto come il sovrano del mondo».

Gloria: «Pensavo che si potrebbe fare anche tipo come abbiamo fatto là: con le votazioni e la maggioranza vince».

«E se siamo pari?», chiede qualcuno.

Sara: «Si tolgono i ‘forse’ e si lasciano solo i sì e i no [quando si vota]». Si parla finché non si eliminano i dubbi poi si vota.

Chiara: «Mi metto qua e dico: ‘sono una regina e comando tutti voi’. A me non piacerebbe prima di tutto. Secondo, volevo dire che adesso se arriva qualcuno che dice: ‘no, non voglio questa decisione di farlo tutti insieme’, tu cosa [diresti]?». Domanda a Nicole. «Allora, come ho detto prima è un po’ troppo eccessivo, però farei così: se la maggioranza di tutti noi decide che vogliamo uno come re… facciamo le elezioni chi vuole il re e chi non vuole il re… se vince il re…». Lo scenario è difficile da valutare. Se in un’isola di 20 abitanti, 11 volessero il re e 9 no, come si fa? Se facciamo il re perché la maggioranza lo ha voluto, 11 festeggiano, ma forse i 9 vivrebbero nell’isola «senza la voglia [di viverci]». «Se ci dev’essere un re, secondo me non deve decidere di solo, ma [considerando] se va bene [agli abitanti]»: così una bambina.

Forse è il caso di distinguere tipi di maggioranza: piccola o grande. È cosa diversa essere tutti d’accordo su una cosa (unanimità) o essere d’accordo soltanto per la metà più uno…

«Se c’è la maggioranza del re, tu cosa fai?». «Gli farei fare il re, ma che non comanda, che non si vanta, che in pratica fa decidere al popolo». C’è modo e modo di fare il re: si può fare il re in tanti modi diversi: se sull’isola 11 vogliono il re e 9 vogliono decidere tutti insieme, allora bisognerebbe trovare il modo di tenere insieme le 2 idee: il re esiste, «che rispetti le regole, che non sia cattivo», ma deve ascoltare gli altri e decidere insieme al popolo. È una via. Comunque la maggioranza dei bambini qui ha ritenuto che si debba decidere tutti insieme.

 

Adulti e genitori. Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Su quest’isola ci dovranno essere gli adulti?

 

Saul risponde subito introducendo una distinzione: «Sì, ma quelli più responsabili». E con questo ricorda a tutti che gli adulti non sono tutti uguali.

Una bambina non è d’accordo e dice: o tutti o nessuno.

Saul dice: «La compro con i soldi». Si potrebbe provare a convincere qualcuno a cambiare idea con i soldi o con le caramelle? Potrebbe capitare.

Camilla: «No, perché è bello divertirsi con gli amici, perché certe volte i genitori si stancano e vogliono tornare a casa…».

Nicole: «Io voglio dire prima una cosa su quello che ha detto Saul, perché non mi sembra giusto: tipo Chiara va nell’isola e vuole ospitare i suoi genitori, ma Saul decide che solo qualcuno va… non mi sembra giusto». Una bambina dice che non ospiterebbe gli adulti: «sì, sono gentili, ovviamente sono i nostri genitori come possono non ospitarli, però… loro non si fidano, si preoccupano, e così stiamo un po’ con i nostri amici senza che dicano: ‘attenta quando peschi i pesci’, ‘dormi’, ‘fai questo, fai quello, fai questo, fai quello’». «Non c’è libertà!».

Ma gli adulti potrebbero cambiare atteggiamento sull’isola? «No, secondo me no, perché è il loro carattere: fanno quello che sono loro».

Stefano: «Per me sì perché sono i nostri genitori, perché loro ci curano e giocano con noi quando sono liberi: giochiamo a palla, pallacanestro, calcio… io li inviterei». «Trovano un tempo per noi», dice una bambina.

Chiara: «Io non li inviterei perché poi direbbero: “Chiara non fare questo, Chiara non fare l’altro, vai a dormire alle nove’ e io ‘dai, ti prego’, e allora alle nove e mezza; ‘vai a mangiare perché è pronto e si raffredda’… e poi ‘metti in ordine’… e un po’ è stressante».

Sull’isola però «forse» cambierebbero: «Se dico ‘mamma un attimo, per favore aspetta, che sto giocando con i miei amici’, lei mi dice ‘va bene’. E se dico ‘posso per favore andare a dormire un po’ più tardi’, lei dice ‘va bene, perché non c’è scuola’, e quindi dipende, certe volte…».

Gloria: «Per me sì perché i miei genitori vengono, si prendono cura di noi; per me i miei non sono stressanti, per niente…».

Noor: «Per me invece sì, li inviterei, perché quando siamo tristi cercano di farci ridere [Chiara commenta: «Questo è vero!»]… tipo una volta il mio papà… ci curano quando siamo malati, giocano con noi, ci fanno anche divertire, ci portano fuori, quindi io li inviterei; e comunque come ha detto Gloria neanche i miei sono stressanti e se prendo un 6 mi dicono ‘studia di più’, ma non è che mi sgridano tanto».

Qualcuno apre un’altra parentesi:

Anton: «Io no, perché visto che [sull’isola] non vanno al lavoro, stanno tutto il giorno a dormire».

Bambina: «A parte che mia mamma quando c’è il sole non fa altro che stare col telefono oppure dormire, giocare». «Ma la mamma si deve riposare…».

Un bambino: «Io no perché i miei genitori non han tempo di giocare con me e invece di farmi ridere mi fanno piangere».

 

Non è chiaro se potrebbero cambiare venendo sull’isola.

Sofia: «Potremmo anche aggiungere il forse, perché da una parte li porterei e dall’altra parte no. Mi spinge al sì perché sono divertenti, mi fanno ridere e allora li porterei. Al no perché come ha detto Chiara magari dicono ‘vieni a casa, non puoi andare a giocare, devi fare questo e quest’altro’».

Christian: «Io volevo dire di no, perché l’avevo presa come una festa per i bambini se abbiamo deciso di andare. Però poi sì, perché ho pensato che se li facciamo venire possono giocare, tipo nell’acqua con mio padre, quindi li accetto, li invito, però gioco con loro».

Nicole: «Allora sul fatto di portare i genitori mi ha fatto un dubbio: a me dipende, se noi stiamo là per qualche giornetto non li porto, perché voglio anche divertirmi con i miei amici; ma se siamo lì per tutta la vita, io ho bisogno di loro e è tutto per me stare con loro e solo con loro riesco a vivere: mi aiutano, mi curano, mi fanno divertire, quindi se viviamo là tutta la vita di sicuro li porto».

Camilla: «Io ho cambiato idea e sono sul forse. Perché allora: sul sì perché mi voglio anche divertire un po’ con loro e sul no perché voglio giocare con gli amici». L’impressione abbastanza diffusa è che la presenza degli adulti potrebbe limitare la possibilità di giocare con gli amici.

Christian ricorda che nella scuola dell’isola si potrebbe fare che non ci sono i compiti: certo, la scuola andrebbe progettata in modo più preciso.

 

Votazione provvisoria, sulla presenza degli adulti sull’isola:

 

Sì: 15

No: 1

Forse: 1

 

Resta un forse: «il sì perché i miei genitori mi fanno ridere; sul no perché voglio essere un po’ più libera».

Camilla: «Se dobbiamo stare lì 20 giorni possiamo fare 10 giorni stiamo con loro e gli altri 10 stiamo tra noi». Se si sta lì molto tempo, che si fa? Si potrebbe fare che i genitori sono presenti a periodi sull’isola?

 

Proviamo a immaginare una scena di vita sull’isola…

 

Nicole: «Io sto immaginando il mare con dei gabbiani che stanno volando e qualcuno che nuota, qualcuno che gioca a palla… è tutto calmo, ci sono anche i genitori, non c’è un re ed è come io mi aspettavo nella mia immaginazione: è calma e bella».

Matteo vede la stessa scena.

«Io mi sono immaginato che ci sono alcuni bambini che giocano a calcio, altri al mare, altri al casa, e alcuni che stanno in spiaggia».

«Hanno tutti cibo. Si sta bene. I bambini giocano a palla e nuotano».

Noor: «Io invece ho visto che c’erano tanti bambini, c’erano gli adulti, che stavano facendo un picnic e avevano acceso il fuoco; i bambini stavano giocando a palla, poi è venuta la mamma e ha detto ‘venite, è ora di mangiare’ e poi hanno visto mentre stavano volando tantissimi uccelli; così poi loro sono andati a casa…».

Gloria: «C’erano dei bambini che giocavano con i loro genitori nel mare, degli altri che giocavano insieme e chiacchieravano».

Saul: «Bambini che giocano a calcio nell’acqua».

Sara: «Io ho visto le mamme che si abbronzavano e i bambini che giocavano nell’acqua».

Elia: «Io come Saul».

Laura: «Io ho visto i bambini che giocavano con i propri genitori e che nuotavano nel mare. Ho visto un po’ di uccellini che volavano».

Camilla: «Io ho visto dei bambini che stavano andando sullo scivolo d’acqua, che andava velocissimo e li buttava nel mare azzurro e vedevo alcuni che stavano ancora dormendo e alcuni che erano andati ad esplorare la giungla e alcuni che mangiavano».

Christian: «Io mi sono immaginato che ero messo così e di qui c’era una casetta fatta di legno e un tavolino con tutte le mamme che parlavano e tutti i bambini che correvano, c’ero pure io».

Matteo: «Ho immaginato un’altra cosa: che c’era un castello gonfiabile con l’acqua».

Milena: «Io ho immaginato un tavolo dove c’era da mangiare, il mare con i bambini che giocavano a palla con dei pesci che nuotavano».

Stefano: «Io ho immaginato di essere solo a scuola e di fare matematica». E Stefano si divertiva a lavorare qui sulle tabelline, fino a quella del 12.

Chiara: «Ho visto che è nato il mio fratellino». Sull’isola! E Chiara si immagina anche di prendersene cura. Poi immagina però anche una persona che è entrata nell’acqua dove c’era uno squalo.

Sofia: «Io ho immaginato che i papà costruivano una piscina mentre i bambini giocavano nel prato con la palla. Dopo i bambini hanno visto che continuavano a cadere delle mele dall’albero e allora hanno messo una specie di tronco che avevano costruito loro come ciotola e le hanno messe tutte lì dentro… e dopo che i papà hanno finito di costruire la piscina, i bambini giocavano in piscina».

 

Estranei, stranieri. Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

 

Una bambina: «Allora, per me loro avevano già prima… visto che abbiamo detto che abbiamo alcuni coltelli… gli adulti si preparano con i coltelli i maschi e le mamme con la pistola e noi bambini con i calci».

Stefano: «Stanno arrivando i pirati che volevano conquistare l’isola e dopo sono arrivati i papà che prendevano i coltelli, gli scudi… e le mamme i coltelli e i bambini le pistole…».

Prima non avevamo parlato di pistole.

Saul: «Si preparano a fare una carneficina».

Nicole: «Prendiamo i petardi che abbiamo portato…». No! Ci accorgiamo che si era deciso a maggioranza di non portare petardi. «Prendiamo gli oggetti che abbiamo costruito: le mamme prendevano i coltelli affilati, i papà quelli più stretti però più grandi e i bambini [si preparavano] con le botte».

Noor: «Io ne ho due di cose: la prima è che quando i coltelli prima avevo detto io che dovremmo imparare a costruire cose, quello c’era… coltelli, pistole; la seconda era che… [dimenticanza]».

 

Ci sono idee diverse?

Christian: «Ho pensato che si nascondevano con degli oggetti per difendersi». Se scoprivano che i nuovi arrivati non erano cattivi, gli abitanti dell’isola buttavano e nascondevano quegli oggetti per difendersi e andavano a vedere. «Per me no», dice qualcuno. Si tratta di studiare la situazione.

Sofia: «Allora, questi che stanno arrivando con la barca potrebbero essere anche buoni; quindi è inutile che diciamo delle pistole e così, perché magari all’inizio puoi stare lì a vedere col cannocchiale fino che arrivano e quando arrivano gli diciamo: ‘come vi chiamate’, se siete buoni o cattivi, e gli diciamo che non potete venire in quest’isola, ma andate in un’altra, perché questa qui l’abbiamo costruita noi ed è nostra». Ma potrebbero vivere nell’isola se sono rispettosi? «Beh, dipende, ci dobbiamo anche mettere insieme con i compagni. Per me sì, perché se sono carini si può fare anche amicizia».

Sara: «Su quello che ha detto Christian: se erano cattivi prendiamo le armi; invece se erano buoni», si accolgono un po’ da qualche parte… ma non è chiaro se è il caso di ospitarli sull’isola.

Camilla: «Le donne si preparavano con rumore, i bambini con la pistola e gli adulti con il coltello e si nascondevano: e quando arrivavano e vedevano magari che erano vestiti male e avevano lo sguardo un po’ cattivo, di sorpresa li attaccavano». E se fossero vestiti male con uno sguardo non cattivo? Che si fa? «Boh, se scopriamo che sono buoni…».

Stella: «Vediamo com’è la nave, però se sono buoni, non hanno da mangiare, allora noi li aiutiamo». Stella dunque è pronta ad aiutarli. «E se sono cattivi?», chiede Gloria.

Gloria ammette: «Non so» cosa farei.

Stella: «Se sono cattivi potremmo insegnargli a diventare buoni».

Altra bambina: «Per me se sono cattivi e non li conosciamo e tutto, io non li farei manco venire nell’isola. Se sono buoni, può darsi, ma io non mi fido tanto: devo prima conoscerli, fare amicizia, poi si vedrà e se saranno bravi, gentili, potranno essere nell’isola».

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