Utopia di Zingonia 2018 IV A

Data: 15 marzo 2018

Classe: IV A, Zingonia

Filosofo in classe: Luca Mori

Compagni di viaggio: Giuliana Beretta

Insegnanti in classe: Anna Rita De Angeli

 

Trascrizione: tutte le parti tra «…» sono citazioni letterali di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte. Nei nomi dell’equipaggio indico m e f per maschio o femmina dove il genere dei nomi non risulta facilmente riconoscibile per un lettore italiano

 

Equipaggio: Yuri, Melissa, Elena, Manreet f, Tanish m, Shiva m, Umair m, Zaira, Alessia, Linda, Gioi, Nidal f, Keizy m, Fiorello, Joel, Nicolò, Afnan m, Abdullah, Serena, Malak f

 

Ecco che il viaggio inizia. Ci chiediamo per prima cosa, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano gli amici di Socrate: «Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 

Un bambino dice che sarà difficile provare ad immaginare come realizzare quest’isola, «perché prima dovremmo chiederci tante cose e dovremmo capire se sono giuste le risposte che abbiamo dato a quelle domande». Così Tanish.

 

Quali sono i primi bisogni?

 

Tanish: «Navigare nel mare e quando siamo arrivati in quell’isola chiedere che isola è». Se quell’isola è disabitata, però, dovremmo organizzarci da soli.

Quali i primi bisogni.

Umair: «Legna e cibo».

Zaira: «Anche qualcosa in ferro per tagliare gli alberi e procurarsi legna».

Alessia: «Acqua».

Linda: «Una mappa e una bussola».

Zaira: «Attrezzi per costruire».

Melissa: «Vestiti».

Elena: «Cibo».

Tanish: «Bonificare il terreno se è paludoso, per poi coltivarci e avere dell’altro cibo».

Zaira: «Un riparo». Come potrebbe essere? Non lo sappiamo per ora. Va immaginato.

Ricordiamoci che la sfida è quella di immaginare un paese in cui vivere a lungo e non soltanto per un po’, o come in vacanza. Fare dell’isola un posto in cui vivere bene.

Manreet sottolinea ancora l’importanza dell’acqua.

Nidal: «Attrezzi da pesca per pescare».

Zaira: «Corde».

Fiorello: «Dei metalli».

Umair: «La caccia»: strumenti per andare a caccia e quindi armi per andare a caccia. Che tipo di armi? Melissa suggerisce: «Lancia, poi un arco».

 

Serena: «Ma se siamo i primi a mettere i piedi su quest’isola, perché ci sono già gli animali?». Precisiamo che saremo i primi esseri umani ad andare lì.

Tanish: «Portare qualcuno insieme per essere in compagnia», anche oltre il nostro gruppo di partenza.

Nidal: «Un kit di emergenza»: anche questo rientra tra i primi bisogni.

 

A proposito della mappa, un bambino nota che se l’isola è sconosciuta la mappa non può esserci. Ma è appunto una delle cose che andranno disegnate.

Melissa pensa anche a un microscopio; un bambino a un telescopio.

Alessia: «Un binocolo».

Zaira: «Non so come dire, quello per scalare le montagne». Il piccone, dicono alcuni, e altri attrezzi utili per scalare la montagna (picozza…).

Manreet nota (con la traduzione di Tanish) che se su questa terra, dove siamo ora, siamo poveri, possiamo andare là e cacciare qualcosa e mangiare. Quindi l’isola potrebbe essere un buon posto per andare e procurarsi da vivere. Umair pensa alla torcia. Serena pensa ai minerali.

 

Quali sono le cose a cui siamo abituati, di cui non avremmo bisogno nell’isola? O meglio: a quali cose e abitudini bisognerebbe rinunciare, per vivere davvero bene sull’isola? Pensiamo a cose e abitudini che potrebbero rendere l’isola brutta oppure infelici gli abitanti.

 

Afnan: «Non inquinare». Non portare cose inquinanti.

Joel: «Non portare cose tecnologiche». Quali? C’è da pensare.

Fiorello: «Tipo l’elettricità». Si potrebbe vivere senza elettricità sull’isola? Secondo Fiorello sì, usando solo «torce manuali», che illuminano con il fuoco.

Malek: «Le auto». In effetti, ci sono automobili e mezzi che inquinano.

Serena: «Non portare altre persone, perché per me, tipo, se tu muori… rischi di fare morire gli altri. Tipo se c’è una malattia sull’isola e tu muori, non rischi la vita per gli altri [non metti a rischio gli altri]». C’era però Tanish che diceva che sarebbe bello portare altre persone sull’isola, ma Serena non è d’accordo.

Joel: «Volevo dire di non portare armi, che danneggi l’isola». Si dovrebbero eliminare le armi «che potrebbero danneggiare l’isola», come le pistole; ma armi come lancia, arco e spada si potrebbero portare.

Zaira: «Non portare la realtà virtuale: perché se tu la metti è brutto vedere le cose che non potrebbero esistere o non stare nella natura». Zaira sta pensando ai videogiochi, ma anche agli occhiali che fanno vedere le cose in 3D. Zaira escluderebbe anche i videogiochi: «Sarebbe meglio non portarli». E la televisione? «Se non inquina troppo, allora va bene».

Tanish: «Manreet dice di non portare petardi per non spaventare gli animali».

Serena: «Non portare la dinamite».

Joel: «Per me è meglio portare la televisione, per vedere il telegiornale, che cosa sta succedendo».

Melissa: «Io dico di non tagliare gli alberi, sennò poi se non ricrescono?».

Non si può tagliare mai nessun albero, o alcuni sì? «Qualche albero sì, per necessità».

Yuri: «Soltanto uno».

Alessia: «Che se tagli gli alberi, almeno devi ripiantarli». Osservazione importante: si potrebbe fare una regola su questo punto.

Tanish: «Se non tagliamo nessun albero, non costruiremmo cestini e se portiamo vetro, li buttiamo a terra e se io ci passo e non mi accorgo che c’era quella bottiglia di vetro ti puoi fare male».

Linda: «Non portare oggetti di vetro». Sono inquinanti secondo alcuni bambini. La plastica? Linda la porterebbe, altri no. Non sappiamo se e quanto inquinano (di più o di meno) il vetro e la plastica.

«C’è il sole, la bottiglia di plastica sotto la luce di plastica può essere anche [causa di] un incendio». Così anche il vetro. Non sappiamo bene se inquinano nello stesso modo.

Nidal: «Ma se porti qualcuno con te e poi lui va a dirlo a tutti che c’è un’isola non scoperta?».

Che fare? Diventa un problema secondo i bambini: «sarebbe una scoperta e l’isola non sarebbe più… vengono tutti quanti con le armi, le tecnologie, la inquinano». «Se sono tanti potrebbero tagliare tanti alberi». Così anche Malek e gli altri.

Elena: «Io volevo discutere del problema di Nidal: ma come farebbero a trovare l’isola se non hanno dispositivi per chiamare gli altri». «Se uno glielo dice…» dov’è l’isola, forse riuscirebbero.

Potrebbero anche arrivare per caso.

Nicolò non porterebbe il telefono. Quale tipo di telefono? «Quelli da portare in tasca». Non andrebbero portati, secondo alcuni, perché se l’acqua ci va dentro non funziona più o perché non c’è la rete. Potremmo comunque organizzarci per avere le antenne sull’isola, quelle che assicurano la rete. Non tutti però vorrebbero la rete, anche se si potesse portarla sull’isola.

Alessia: «Non si devono portare perché qualcuno potrebbe stare lì attaccato al cellulare senza andare in giro a esplorare la natura». Col cellulare si rischierebbe di restare attaccati: sono quasi tutti d’accordo, tranne uno o due. Serena, nell’incontro con le famiglie, dirà che i cellulari sono come “virus”, che ti tengono incantato e attaccato allo schermo.

Ma si potrebbe portare il cellulare e riuscire a usarlo diversamente?

«Se sull’isola c’è un pericolo, con il cellulare puoi chiamare gli altri che ti possono venire a salvare», dice un bambino.

Melissa: «Perché, ormai tutti hanno il cellulare, quindi rimarrebbero attaccati. Una televisione la dovrebbero avere, per sapere cosa accade fuori da quell’isola. Ma poi il resto… per chiamare non serve, perché quella persona gli potrebbe dire cosa sta succedendo qua… gli dice dove siamo e [l’isola] diventa tanto inquinata [se tante persone scoprono dov’è e arrivano]…».

Tanish: «Io vorrei dire una cosa che ha detto pure Nicolò e Alessia. Se io ho il telefono in tasca, e ci sono tantissimo attaccato, e poi lo perdo mi metto a cercarlo, e non sto più attento a cosa succede intorno». Zaira: «Io dico di non portare il cellulare, perché se dobbiamo chiamarci potremmo usare tipo dei richiami, perché sarebbe brutto usare ogni volta il cellulare, aspettare che ti rispondi…».

Alessia: «Io invece direi di non portare il cellulare dove puoi scaricare tutte le applicazioni, ma di portare quelli vecchi, dove puoi solo chiamare. Però chiamare per eventuali emergenze». Con quelli nuovi «resti lì a scaricare e a giocare tutto il giorno».

Nidal: «Io non porterei il ferro, perché se vuoi costruire una casa non si potrebbe utilizzare soltanto il mattone o il ferro, ma si potrebbe anche usare tipo paglia e tutto quello che ci circonda». Costruire case con il materiale naturale dell’isola.

Fiorello: «Io non porterei le batterie, perché se un animale le mangia muore e se tu lo mangi muori anche te».

 

Chi è d’accordo con la proposta di non usare l’elettricità sull’isola? Sono ben 14 i bambini che la pensano così. Come si vivrebbe senza elettricità? Si può fare un elenco di cose che funzionano con l’elettricità attorno a noi? Ricerca da provare.

 

Serena e Joel però vogliono l’elettricità.

Serena: «Perché, come ha detto Alessia, ci sono cose che servono per le emergenze».

Joel: «Perché, invece di usare i telefoni quelli vecchi, è meglio usare quelli nuovi, che li puoi tenere in tasca». Se abbiamo televisioni e cellulari vecchi, funzionano con elettricità.

Melissa: «Invece di portare queste tecnologie, sarebbe meglio un walkie-talkie: né quello a filo né quello in tasca. Il walkie-talkie sarebbe meglio». Ma anche in questo caso ci vogliono batterie.

Tanish: «Io non sono d’accordo con Zaira, perché lei ha detto che farebbe dei richiami, ma se fai dei richiami senza che li tocchi non riuscirebbero a sentirci [gli altri abitanti dell’isola]».

Serena: «Il walkie-talkie a chilometri di distanza non funziona».

Nidal: «Io vorrei ritornare al discorso della plastica: come ha detto Fiorello, gli animali potrebbero mangiarla e noi mangiare loro. Poi la plastica, se ci fossero tanti [abitanti], la butterebbero nel mare, e i pesci la mangerebbero e poi quando andiamo a mangiarla noi avremmo anche pezzi di plastica nel nostro corpo».

Vediamo allora: chi vuole evitare di portare il vetro (17 voti); la plastica (13).

Malek crede che il vetro farebbe lo stesso danno della plastica. Su questo si potrebbe fare una ricerca per approfondire, cercando di capire quali cose che usiamo di solito sono fatte di vetro o di plastica… per valutare cosa andrebbe escluso dall’isola in modo più preciso.

 

Melissa: «Io dico di portarla la plastica, perché qualcuno ha detto… se portiamo il cibo o acqua, serve [la plastica], tipo le bustine di plastica. O per mettere la spazzatura».

Elena: «Potremmo usare il fuoco come segnali di fumo [per segnalare e comunicare a distanza]».

Tanish: «Secondo me il vetro è più danneggiante della plastica. Può fare più male, ma la plastica di meno. Come se gli animali la mangiano, non so che fine farebbero, ma morirebbero anche mangiando la plastica».

Zaira: «Volevo dire un altro richiamo: se con l’arco lì, se infuocasse una freccia e con l’arco la tiro in un posto, magari verso dove sono andati i miei compagni, potrei richiamarli per un pericolo». Ma questo potrebbe essere pericoloso, notano altri.

Joel: «Per me il vetro è meno danneggiante della plastica, perché il vetro è fatto con la sabbia…».

Serena: «Una cosa di fantasia: se gli unicorni esistessero, io li porterei con me».

Nidal: «Non sarebbe bello portare delle fabbriche per inquinare l’aria». Qui attorno ce n’è tante, di quelle che fanno fumo. Però i bambini sanno che esistono fabbriche che non fanno fumo. Senza camino.

Alessia: «Io non sono d’accordo con Zaira sul richiamo con le frecce infuocate, perché se le lanci dove sono andati i tuoi amici, potresti beccarne uno…».

 

Cambiamo domanda. Come facciamo per abitare sull’isola? Meglio trovare un punto e viverci insieme (ad esempio facendo qualcosa di simile a un villaggio), oppure è meglio distribuirsi nell’isola (ognuno nel punto che preferisce)?

 

Malak: «è meglio restare uniti: se c’è un pericolo mica vai nel posto dove sono i nostri amici [se siamo divisi]. Hanno scelto un posto in cui vivere: c’è un pericolo che sta arrivando, mica gli puoi dire ‘guarda che c’è un pericolo’, perché sono lontani dal posto in cui siamo noi».

Abdullah: «Meglio andare sparsi».

Afnan: «Uniti». D’accordo con Malak.

Serena: «Come ho detto, io non porterei i miei amici sull’isola». Per il motivo detto inizialmente.

Keizy: «Io direi sparsi. Perché se stiamo uniti non è bello».

«Perché uno russa!», dice Afnan. In effetti ci si potrebbe disturbare.

Ma pensiamo a persone che vivono vicini, in case vicine, in un villaggio, e che non ci sia nessuno che russi così forte che il rumore passi da una casa all’altra.

Yuri preferirebbe che si andasse sparsi sull’isola.

Melissa: «Ancora non abbiamo visto tutta l’isola. E se qualcuno va in un posto dove noi non sappiamo cosa c’è, e se là c’è un pericolo, tipo un animale feroce, è meglio andare tutti uniti così ci salviamo a vicenda». Afnan dice che uniti c’è «più forza».

Inizialmente dunque è utile esplorare l’isola insieme. E dopo? Meglio vivere insieme vicini, o si può stare sparsi. Melissa: «Secondo me è meglio uniti, perché così non c’è bisogno del richiamo di Zaira e di altre cose».

Elena: «In caso di emergenze, se viene qualcosa, qualcuno è pronto a venire ad aiutarti [se siamo uniti]; invece sparsi no».

Tanish: «Io vorrei rispondere a un’altra domanda: come tu sei andato in quell’isola, ma devi ritornare, e io starei sparso, così siamo sparsi, [ma] facciamo una riunione, ci raccontiamo quello che abbiamo visto e poi potremmo andare in un altro mondo a raccontarlo». Dall’isola si potrebbe partire per raccontare quel che si è visto. Se però – come altri temono – altre persone volessero venire nell’isola, col rischio di inquinarla, Tanish direbbe: «Meglio non farlo, perché con quegli alberi che voi taglierete, poi morirete. Non avrete più ossigeno».

Yuri: «Sparsi, perché così io ho più cibo da mangiare».

Ma siamo sicuri? Si potrebbe avere più cibo lavorando con gli altri.

Shiva: «Vicino perché così se gli altri non hanno più cibo noi possiamo darne».

«Condividerlo». «Mangiando insieme», ribadisce Shiva.

Tanish: «Manreet dice che dovremmo stare uniti, perché se non abbiamo portato una bussola o una cartina e ci separiamo possiamo pure perderci. Così vuole che tutti stiano più insieme».

Zaira: «Io preferisco stare tutti insieme, perché come altri hanno detto se c’è un pericolo possiamo affrontarlo insieme; poi se si è sparsi, non è che si riesca a vivere bene, perché potresti essere solo, non essere felice perché non sei [con i tuoi amici]».

Alessia: «Io volevo dire due cose. Una è della domanda che hai detto, di cosa non portare sull’isola. Non portare le sigarette. La seconda è che secondo me, invece di stare o uniti o separati, di dividerci in gruppi, perché tu hai fatto un accampamento, però non trovi nessun posto, arriva notte e non hai ancora trovato un posto, l’altro gruppo che ha ancora l’accampamento può restare lì e gli amici che tornano possono sapere dov’era l’accampamento».

Linda: «Sparsi perché ho bisogno del suo proprio spazio, senza nessuno che [è troppo vicino]».

Gioi: «Io [la penso] come Alessia». Anche a Malak.

Nidal: «Io penso che sia meglio non allontanarsi troppo: stare nello stesso punto, ma dividerci, perché ognuno ha degli spazi liberi per sé; però poi scendiamo dalla barca e uno va in giro e l’altro dice ‘resto qua’, così almeno l’altro gruppo lo sa dov’è». Quindi, è importante segnalare agli altri dove si è.

Fiorello: «Io direi sparsi, perché se magari un vulcano erutta, tre magari muoiono e gli altri si salvano scavando un buco nel sottosuolo». Potrebbero esserci anche altri pericoli, come lo tsunami, dicono alcuni. Joel: «Per me all’inizio dovremmo stare tutti insieme ed esplorare tutta l’isola; poi ognuno sceglie dove vuole restare, così poi chi vuole restare nello stesso posto si sta in gruppi nello stesso posto».

Serena: «Se si sta sparsi, due muoiono… se si sta in gruppo, magari muoiono; se si sta insieme muoiono, però volevano essere vivi. Se stai da solo muori, però non sei preoccupato [per gli altri]».

Se si fosse in gruppo, però, sarebbe meglio stare sparsi o vicini? «Sparsi», secondo Serena.

Melissa: «Io dico uniti, perché quelli che… il più esperto per aiutare gli altri va in un punto e quindi tu rimani [se vai a vivere in un altro punto] senza una persona che ti aiuti».

 

Ci sono gruppi che, quando pensano al vivere insieme, immaginano una grande casa in cui vivere tutti insieme. Melissa preferisce il villaggio, considerando che ci sono alcuni che vogliono i propri spazi.

Tanish: «Io vorrei che fossero in gruppi, perché se stiamo da soli pure gli animali ci possono attaccare e se stiamo insieme potremmo noi spaventare gli animali; cioè, se stiamo in gruppi non moriremo, perché siamo tutti uniti e potremmo fare un lavoro per proteggerci».

Serena non è convinta.

Zaira: «Io dico gruppi, perché se stiamo da soli è peggio, se stiamo [tutti] insieme possiamo litigare e qualcuno potrebbe prendersela e andarsene».

Alessia: «Io sono contro l’opzione di essere sparsi: perché non so… se tu sei sparso e lasci andare una persona debole da sola, quella persona potrebbe morire, non so da un orso feroce; se invece stai insieme sei protetto da altre persone». La preoccupazione è la stessa di Serena e di altri: aiutare gli altri a sopravvivere e a vivere bene sull’isola. Ma l’opzione è diversa.

Nidal: «è meglio stare in gruppi pari, almeno gli altri non litigano e potrebbero dividersi i compiti: come alcuni raccolgono la frutta e altri costruiscono case».

 

Tra le cose da non portare sull’isola, alcuni bambini dicono che non bisognerebbe portare neanche il denaro. Cosa se ne pensa qua?

 

Malak sarebbe d’accordo con l’idea di non portare il denaro, ma è difficile spiegare perché.

Afnan: «Non c’è nessun mercato».

Serena: «Per me è meglio vivere come se fossimo nell’antichità: facciamo il baratto».

Così anche Malak. «Il denaro no perché là non c’è un presidente», dice Serena, a cui il denaro fa venire in mente il tema del potere: «Perché al presidente devi consegnargli il denaro».

Joel: «Per me il denaro si dovrebbe portare, perché se qualcuno ha qualcosa che ti serva, tu gli dai il denaro e lui ti dà quella cosa. Però da una parte non lo dovremmo portare perché diventi dipendente». Si diventa dipendenti dal denaro, come a volte dai telefonini.

Fiorello: «Che senso ha portare il denaro su un’isola deserta?».

Keizy: «Facciamo finta che ci sia un mercato e dopo a quella persona gli serve una cosa ma non ha abbastanza denaro. Come fa?». Il denaro creerebbe problemi di questo tipo.

Nidal: «Secondo me non bisognerebbe portarlo, perché se tipo ci fossero dei negozi tu vai e si potrebbe creare un litigio [sul prezzo]».

Alessia: «Io sono d’accordo da una parte con Joel, però da una parte [con l’idea] di non portarlo. Perché secondo me diventeresti dipendenti, perché tu faresti di tutto per avere più soldi».

Zaira: «Sono contraria a Joel, perché non è bello portare i soldi, perché come ho già detto si può litigare. Uno dice che ha pagato questo, l’altro dice che ha pagato quello e poi i soldi sono brutti e come ha detto Serena è meglio fare il baratto, invece che sempre e solo soldi; e come ha detto Alessia [se ci sono soldi] tutti [iniziano a] pensare che vogliono più soldi e non vogliono incontrare nessuno…».

Certo, i soldi servono per fare scambi… non sono in parte simili ad un mezzo per il baratto? Qual è il problema nel caso dei soldi? Zaira: «Il problema è che c’è chi ne ha infiniti, tantissimi, e c’è il problema di chi non ne ha e non riesce a sopravvivere». In questo caso nell’isola ci sarebbero delle diseguaglianze e «il ricco continuerebbe a dire: ‘sono il più ricco, voglio ancora più soldi, voglio più soldi, sono ricco…’».

Melissa: «Io dico di non portarli, perché dubito che una persona non versi un po’ di cibo all’altra; perché è brutto vedere una persona morire di fame. E poi i soldi… uno ha più soldi degli altri, quella persona invece ne vuole però non ne ha niente, e quindi va a prenderli un po’ e la persona che è ricca se ne accorge e quindi si crea un litigio».

Tanish: «Manreet dice che non ci sono mercati e nessuno vuole scambiare niente: cioè non c’è bisogno di denaro in quell’isola». Non c’è bisogno di scambiare perché sarebbe tutto condiviso.

Linda non vorrebbe il denaro. In questo gruppo c’è su questo problema l’unanimità: nessuno vorrebbe il denaro sull’isola.

 

Sull’isola dovranno esserci leggi?

 

Serena: «Per vivere da sola, per me non servirebbero le leggi. Io voglio fare una cosa sull’isola e per esprimere i miei sentimenti, da sola». Cose belle «che non ho mai fatto», dice Serena. «Le cose che non hai mai fatto davanti agli altri».

Dunque per una persona sola non ci sarebbe bisogno di leggi. E per due? E per tre? Quando il bisogno diventa molto forte, al punto che le leggi diventano necessarie. Sulla coppia, alcuni ritengono che ce ne sia bisogno e altri no, di leggi.

Malak: «Se siamo in gruppo servono le leggi; se siamo uno, no».

Afnan ritiene che non ci sia bisogno di leggi sull’isola.

Serena: «Però, se siamo insieme, per me non abbiamo bisogno di leggi, perché la bontà è infinita». Se la bontà è infinita tra le persone che vivono sull’isola, non c’è bisogno di leggi.

Joel: «Per me se non ci sono gli altri è meglio non avere leggi; però se tipo qualcuno rispetta una legge, siamo in tanti: basta che le rispettile leggi…». Ci potrebbe essere per esempio, secondo Joel, una legge relativa al “non litigare”. Ma è possibile rispettarla sempre questa legge? Secondo Joel sì, ed è facile.

Fiorello: «Secondo me le leggi ci devono essere. La prima: non si devono usare le cose elettriche. La seconda: non ci si uccide a vicenda».

Keizy: «Secondo me servono le leggi, perché se uno sta in una parte dell’isola e dice ‘tanto qui non ci sono leggi e faccio quello che voglio’, e dopo si sente così tanto libero che può persino uccidere gli altri». Senza leggi ci si potrebbe sentire troppo liberi.

Nidal: «Secondo me servono le leggi e la legge più importante è l’unione perché l’unione fa la forza».

Gioi condivide l’idea che ci debbano essere le leggi.

Linda: «No alle leggi, perché sono sola sull’isola [in un punto mio, isolata] e poi perché [ci sarebbe] un po’ di libertà». Però, pensando al gruppo, Linda metterebbe alcune leggi, tra cui «non inquinare».

Alessia: «Io sono contraria… perché se non ci sono leggi, anche se siamo un gruppo, si litigherebbe comunque, perché ci sono le persone cattive e le persone buone. Secondo me ci dovrebbero essere, soprattutto se siamo insieme». «Io metterei la legge della privacy e dell’istruzione». La scuola «alcuni potrebbero anche non frequentarla, ma sarebbe meglio così da grandi potrebbero sapere cose nuove».

Zaira: «Per me sì. Vorrei semmai soltanto una legge: assolutamente, ma neanche in nessun caso, a nessun essere vivente, la prepotenza. È anche bello convivere». Ma allora, chiede Joel, non si possono cacciare gli animali? «Sì, ma intendo di non maltrattare quelli che hanno dei legami con te».

Umair: «Io prima aspetterei che… io prima scegliere a mente la legge che vorrei scrivere; poi aspetterei che loro lo fanno sì o no, se lo fanno lo scrivo, sennò non ci sono leggi». Un’altra soluzione originale: le leggi vengono pensate in anticipo, ma si scrivono soltanto dopo che è stato fatto quel che non andava fatto. È come se ci fosse prima grande fiducia nei confronti degli abitanti (nella possibilità che le cose possano andare bene senza dover fissare quel che va fatto e non va fatto con una legge scritta).

Shiva: «Se siamo in tanti le metterei; se siamo solo noi, no».

Tanish: «Io le leggi le vorrei, perché la legge più importante vorrei quella di stare tutti insieme bene, ma vorrei anche chiedere qualcosa a Alessia, se la scuola fosse obbligatoria». La domanda riguarda un caso: se sull’isola ci fossero soldi, come farebbero i poveri a mandare a scuola i figli? Il problema è a

Anche Manreet vuole la legge: «vuole che tutti vogliano rispetto alle altre persone».

Elena: «Sì, una di queste leggi vorrei l’amicizia». Alcuni notano che c’è già l’amicizia nell’isola.

Melissa: «Non voglio offendere nessuno, ma se andassimo noi, so che qualcuno senza leggi non rispetterebbe qualcosa… e quindi andrebbe… fai che tu ti stai cambiando e arriva una persona… quindi per la privacy la voglio».

Yuri: «Io voglio le leggi perché la prima legge importante è di non tagliare gli alberi».

Serena: «Volevo aggiungere solo una legge: la privacy».

C’è qualcuno che dice che ci sono persone più o meno buone e che la bontà infinita potrebbe non esserci. Serena: «Però io porterei solo chi è sempre felice, chi è gentile». Ci vorrebbe una selezione delle persone.

Malak: «Ma se ci sono leggi e uno non le rispetta, cosa succede?».

Alessia: «Io invece volevo dire che anche se porta persone che non sono sempre felici, potrebbero comunque… uno si arrabbia con l’altro. Non so come spiegarlo». «Ma non si può essere sempre felici», dice una bambina. Serena lo sa, ma vorrebbe dire qualcosa di diverso e di difficile.

Zaira: «Persone positive».

Serena non voleva dire questo. «Ma come se qualcuno ha detto che non ci deve essere prepotenza…», dice un amico. «Ecco, il legame!», dice Serena, che evidentemente ricorda, perché ha ascoltato attentamente come i suoi amici, il nesso che c’era in un paio di frasi precedenti tra la parola ‘prepotenza’ e la parola ‘legame’. «Se qualcuno è tuo amico, che è stato tuo amico per cinque o sei anni, lo porterei…», dice Serena: Serena porterebbe persone con cui ha legami… anche se resta il dubbio detto inizialmente. «Però volevo aggiungere una cosa: gli animali che non sono aggressivi. Se deve essere felice, sull’isola magari ci devono essere animali non aggressivi». Questa è la prospettiva di Serena: immaginare un’isola in cui ci sia una bontà infinita e animali non aggressivi.

 

Se qualcuno non rispettasse le leggi, che si fa?

 

Keizy: «Mandarlo via dall’isola», dopo avere dato un paio di possibilità.

Nidal: «Esilio: semmai do una chance e poi basta».

Cosa comporta la chance? Cioè, che si fa con la persona che non ha rispettato la legge? Lo si avverte secondo Nidal: «Se non la rispetti, ti mando via dall’isola. Esilio e non potrà tornare più».

Fiorello: «Prima, se infrange una regola due volte, l’esilio. Poi in pasto agli squali».

Una bambina: «Gli do due possibilità. Se non le rispetta, lo uccido».

Un’altra bambina: «Gli do una possibilità: se non le rispetta [un’altra volta], in pasto agli squali».

Melissa: «Io non voglio uccidere persone… quindi preferisco come se quella persona non si parla per tanto tempo e non gli si dà niente. Visto che non ci sono soldi lui si dovrebbe arrangiare. E quando noi andiamo a visitare tutta l’isola, lui non viene».

Nell’isola c’era, tra le leggi, quella di non uccidere. Melissa ce lo ricorda e dice che andrebbe escluso per un po’ dal gruppo. Una bambina torna sull’idea precedente (pena di morte) e concorda con Melissa. Yuri: «Io gli darei sue schiaffi».

 

Pensiamo a modi che facciano cambiare in meglio il comportamento, nel senso delle leggi che abbiamo ipotizzato. Yuri ammette che uno, prendendo gli schiaffi, «ci rimane male».

Tanish: «Lui ha infranto le regole. Prima gli do una grandissima punizione e dopo lo mando via senza nessuna chance».

Zaira: «Io assolutamente non lo manderei via, perché se poi lo dice a qualcuno [che c’è l’isola] sarebbe un guaio». «è vero!», dice qualcuno.

Zaira: «Come hanno detto, magari non dargli da mangiare per un po’ [non condividere con lui le cose, tra cui il cibo; isolarlo per un po’]. Però se lui dice ‘ho fame’ dargli qualcosa, dovremmo dire noi… fargli accettare: ‘questo vuol dire che se fai così non stai bene con noi, non sei d’accordo, e quindi adesso ti adatti’; poi quando avrà capito e dirà ‘voglio stare ancora di nuovo con voi’, allora ok».

Linda: «Non voglio punizioni [magari una multa e una chance, oppure va via]».

Alessia: «Gli darei tre chance, però se non le rispetta fino alla terza lo chiuderei in una casa, ma solo per tre giorni»… «Senza mangiare», propone qualcuno. «No, col cibo, non sono così crudele; se dopo tre giorni che è stato in una casa non le rispetta di nuovo, sta lì per altri… aumenta, tre settimane».

Un bambino: «Io gli do due chance: se non le rispetta, o lo impicco o lo rendo schiavo».

«Se lo rendi schiavo, e noi abbiamo detto che l’isola deve essere felice, perché rendere schiavi gli altri? Perché sarebbe brutto: abbiamo detto che dev’essere un’isola felice dove tutti conviviamo e adesso facciamo schiavi gli altri?», così una bambina, Zaira, che richiama al compito dell’isola felice. Il bambino che ha proposto l’idea mostra di dubitare un po’…

Afnan: «Io gli darei, se dice una parolaccia, gli do il gelato, poi lo prendo e lo butto in acqua». Insomma: qui la punizione è una specie di dispetto.

Un altro bambino: «Per me, quando qualcuno fa qualcosa di sbagliato, è meglio [dare] sette possibilità. E poi, quando non le rispetta per sette volti, lo ghigliottiniamo».

Serena: «Gli do una possibilità: se non la rispetta dico ‘prendi la tua barca e te ne vai’, e poi gli strappo la mappa».

Bambini: «Io do dieci possibilità: se non le rispetta lo do in pasto agli squali, poi ai coccodrilli, poi lo butto nella lava».

Una bambina: «Come chiamare l’isola, si chiamera Paradiso, perché sarà un posto felice. E per chi si comporterà male ci sarà una buca, un sotterraneo dove metteremo il cibo, e dovrà stare lì per due giorni. E poi, se non rispetta di nuovo [le leggi], lo esiliamo; gli diamo un’altra chance, e sennò lo buttiamo in mare». Anche con la possibilità che affoghi.

Keizy: «Io dico su quello di Yuri: lui aveva detto che gli dava due schiaffi e lo mandava via; ma lui [quello che non ha rispettato la legge e riceve gli schiaffi] potrebbe diventare più aggressivo e potrebbe reagire; potrebbe ancora venire nell’isola e potrebbe fare un’altra cosa [di male]».

Zaira: «Se abbiamo detto che l’isola è felice, perché continuano a saltare fuori la pena di morte e cose brutte?». Nicolò: «Dopo avere ucciso questi individui loschi, possiamo fare un’isola felice!». Zaira invita a immedesimarsi in chi è punito: se fosse il migliore amico che abbiamo a infrangere una legge? Gioi: «Se ci siamo anche noi, farebbe la stessa cosa?».

Tanish: «Io volevo fare una stessa domanda: ma chi ha detto di fare questa cosa [pena di morte], sei tu che infrangi la regola!». Elena: «Io gli darei tre chance: la prima volta che non rispetta la regola lo chiudo come ha detto qualcuno per tre giorni; se lo rifà ancora tre settimane; se lo fa ancora tre anni». Melissa: «Io sono contraria a tutti quelli che hanno detto pena di morte, perché è un’isola felice, scusa; se uccidi, lo so che poi c’è una persona che ha fatto la pena sbagliata, ma poi diventa un’isola brutta, perché poi magari alla persona che l’ha uccisa gli piace [viene] la voglia uccidere e poi continua!».

 

Vediamo che si forma come una bilancia, tra la bellezza dell’isola e le misure legate alle punizioni per chi non rispetta le regole. Melissa: «Questa persona magari ha l’incarico di uccidere [se c’è la pena di morte sull’isola], a quella persona poi piace e visto che nessuno si comporta male poi continua a uccidere; poi rimane solo lui e uccide tutta l’isola». Joel non vuole che ci sia una persona del genere sull’isola e, quindi, non vuole che ci sia la pena di morte tra le misure da prendere per chi non rispetta le regole. Zaira: «Io volevo dire che all’intervallo alcuni mi hanno detto che se non uccidiamo quello che uccide [un eventuale criminale sull’isola], poi continuerebbe a uccidere; però se lo uccidiamo, non potremo mai fargli capire come si sta insieme sull’isola e quindi non è che si deve uccidere, anche perché abbiamo detto che dev’essere un’isola che dà gioia e che è come un paradiso, e quindi non è che appena diciamo questo uccidiamo; e poi come hanno detto in tanti, mi sembra anche Melissa, se qualcuno uccide [perché c’è la pena di morte], poi anche lui fa un reato di uccidere e continua a fare così fino a che non rimane uno».

Keizy: «Ma lei prima diceva che le persone che uccidevano [ipotetica persona che ha commesso un omicidio] li faceva sempre stare nell’isola; ma se lui va vanti a uccidere e lei lo fa ancora stare nell’isola…». Zaira: «Ma si deve fare capire [che non si fa]»: la vera sfida è questa per Zaira.

Joel: «Per me, tipo, non è che lo uccidiamo senza motivo: se lui ha commesso qualcosa di troppo grave rischia la pena di morte; sennò lui continua a uccidere gli altri».

Serena: «Ma allora perché non facciamo che non c’è nessuno che uccide?». Andrebbero create le condizioni affinché ciò accada. Secondo alcuni non è possibile, secondo altri sì. Serena: «Cioè intendo che nessuno uccide». Bisogna curarsi dell’isola per fare in modo che le persone stiano bene insieme. Serena insiste però: «Intendo: lasciamola stare questa cosa». Serena invita ad immaginarsi un’isola felice in cui non accadano queste cose, secondo il principio della “bontà infinita” richiamato prima.

Si potrebbe anche dire che, se uno vivesse sull’isola da solo, questi problemi non ci sarebbero. Ma, avverte Zaira, ci sarebbe «la malinconia di essere da soli»: «come se tutto il mondo non c’è e tu sei da solo in un’isola deserta».

Un bambino: «Come se ci sei solo te in questo mondo».

Malak: «Io ho una soluzione per fare una punizione a quello che non rispetta le leggi: di mandarlo in una foresta e lo mandiamo lì per un po’ di giorni».

Umair: «Quello che uccide le persone potremmo metterlo nelle gabbie tipo quelle dei poliziotti».

Melissa: «Ho la soluzione: visto che a questa persona piace uccidere, perché non gli togliamo le armi che può tenere?». Qualcuno dice però che gli basterebbero i pugni o altre cose pericolose.

Melissa: «Magari lui è forte e lo teniamo, come ha detto lei, in isolamento».

Afnan: «Se lo mettiamo in una foresta, lui può scappare e ritornare».

Nidal: «Ma se non cambia lui e continua ad uccidere tutti?». Ecco un’idea: «Potremmo ascoltarlo e farci dire perché vuole uccidere».

«Ho una domanda: ma può essere anche un’ossessione», dice qualcuno.

«Quindi come facciamo?». «Si mette in isolamento…». «L’importanza che lui deve capire?». «Ma dimmi un modo per fagli capire?». Zaira: «Tipo lui è isolato: viene qualcuno e gli parla, gli dice di convivere e se non lo capisce si continua a fare così; però se sta lì solo a mangiare e a bere ovvio che non lo capisce».

Serena: «Non ha senso un personaggio che uccide se questa è l’isola felice. In un’isola felice non esistono le persone che uccidono».

«Ma metti che qualcuno uccide…». «Non è l’isola felice».

Malak: «Come ha detto Nidal, di parlargli: però se non cambia, lui comunque vuole uccidere, com’è che facciamo a farlo cambiare».

 

Melissa: «Qualcuno vuole continuare a uccidere? No. Qualcuno ha detto di mandarlo in pasto agli squali, oppure lo porto a mangiare un gelato e poi glielo porto via… non so se la persona vuole continuare, a fare così, o a fare così. Secondo me quella persona cambia se noi gli parliamo e non gli facciamo punizione fisiche».

Serena: «Lo mandiamo nell’isola, ci parliamo e cambia: perché è un’isola felice».

Tanish: «C’è un intruso che vuole ammazzare qualcuno: noi possiamo rendere l’isola molto più divertente, così anche lui si può divertire». Questa è un’altra riflessione: quando ci sono problemi di questo tipo dobbiamo pensare a quanto l’isola fa stare bene le persone che ci vivono, tutte.

Umair: «Noi possiamo chiamare un esperto delle pozioni che può cambiare la vita dell’aggressivo».

Nidal: «Se nell’isola facessero una riunione e parlassero del comportamento suo e decidessero cosa fare con lui, capire cosa: perché lui potrebbe anche sentirsi nel vuoto, in un angolo, da solo in tutto il mondo; quindi potremmo tipo avvicinarlo, metterlo nel gruppo, divertirci con lui, almeno potrebbe anche essere meno aggressivo». Questa è un’idea opposta ad un’altra precedente, che ipotizzava di escludere e fare sentire solo il cattivo. La ricetta migliore per Nidal è l’«amicizia: perché se lui si sente a suo agio potrebbe cambiare con l’amicizia».

Melissa: «Ma se lui ha la voglia di uccidere, poi uccide tutti noi!».

Nidal: «Ma se si sente a suo agio, potrebbe anche cambiare».

«Sì, a suo agio di uccidere», dice qualcuno.

Zaira: «Sì, ma se vogliamo farlo cambiare ma siamo ancora all’inizio, lui potrebbe prendersela e già uccidere gente». Che fare allora? Isolarlo o tenerlo insieme al gruppo? Zaira: «Per me sarebbe meglio non allontanarlo, però metterlo dentro una casa, dentro qualcosa…». Nidal: «Ma si sentirà più solo!». Zaira: «… e venire lì a parlargli intanto magari e a scherzare, però per il primo passo essergli non vicinissimi».

Si presenta ora l’alternativa tra ISOLAMENTO e VICINANZA (fino all’essere vicinissimi).

Zaira: «Stavamo dicendo che se non cambiava, se non cambiava… però se è un’isola felice, fare già pensieri negativi allora vuol dire che…».

Propone Nidal: «Partire da zero e vedere cosa non è andato bene, cosa abbiamo mancato». Un’altra proposta: vedere «se lo abbiamo lasciato da solo, se si è arrabbiato».

Ecco però una bambina: «Per me è meglio ucciderlo, così non ci pensiamo più». «Ma così siamo anche noi…». «Se non riesci dopo tanti tentativi, è obbligatorio!».

Tanish: «Io quando ero andato al mio tempio hanno detto che le persone che sono cattive dentro sono sole».

Joel: «Per me è meglio non isolarlo, non fargli niente; però dobbiamo soltanto parlargli di cosa gli era successo all’inizio». «Perché magari qualcuno lo ha fatto arrabbiare», dice Yuri. «Ma se lui vuole uccidere tutti ci sarà un motivo», dice un bambino.

Zaira a Nidal: «Ma se abbiamo detto che dobbiamo trovare anche cosa abbiamo fatto noi: ma quindi i primi che non hanno rispettato la legge siamo noi [se abbiamo fatto qualcosa]». Nidal: «Perché potrebbe essere anche colpa nostra». Le voci si sovrappongono.

Zaira: «Se facciamo pensieri negativi non possiamo mai arrivare a un punto; però se facciamo pensieri positivi, sì dai può cambiare e così… allora arriviamo al punto. Però se continuiamo a dire ‘non cambia, dobbiamo uccidere’, non è più una bella cosa».

Il dibattito resta acceso ancora alcuni minuti, con sovrapposizione di voci, vivissimo. C’è un grande trasporto e un grande ascolto. Si prova a votare, su proposta dei bambini. Le alternative. Supponiamo che ci sia qualcuno che sull’isola commette un crimine troppo grave:

 

Pena di morte: 5

Esilio: 0

Provare a capire tenendolo in isolamento* parlando con lui: 12

Provare a capire tenendolo nel gruppo, con amicizia: 3

 

* Zaira: «Per isolamento intendevo che lo tenevamo dentro qualcosa, però lo tenevamo vicino e gli parlavamo. Se siamo nella prima fase di farlo cambiare meglio tenerlo dentro».

 

La questione del governo. Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizo e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)]. Come ci si governa sull’isola?

 

Joel: «è meglio che decidono tutti insieme» sull’isola. Però alcuni personaggi di Erodoto dicono che se si prova a decidere tutti insieme (tutto il popolo) si fa confusione: «Prima tutti insieme si devono mettere d’accordo, poi quando abbiamo preso una decisione si fa».

Tanish: «Allora, prima le persone si ascoltano a vicenda, dopo votano per qual è l’idea migliore».

Ma le persone sanno ascoltarsi davvero, quando sono tante?

Zaira: «Io dico la stessa cosa che ha detto Tanish e per me al personaggio di Erodoto gli direi che invece si può fare, perché comunque si può fare, perché se siamo un popolo fedele allora riusciamo ad andare d’accordo».

Nidal: «Secondo me non va bene il re, perché al popolo potrebbe non andare una cosa, ma lui [dice] no io comando e quindi sono io che decido; quindi sarebbe meglio che il popolo si mettesse d’accordo su un giorno, andassero lì e votassero su cosa è meglio per loro». Come potrebbe essere il posto in cui ritrovarsi per votare? «Ci penso».

«Sarebbe facile [per noi ascoltarsi]: se noi decidessimo, faremmo che la maggioranza vince».

Keizy: «Secondo me non ce la facciamo».

 

In questo caso il dubbio riguarda ciò di cui il gruppo è capace: questo gruppo ce la farebbe oppure no a conversare, ad ascoltarsi e a prendere una decisione a maggioranza? Alcuni pensano che questo gruppo ce la farebbe a conversare e a decidere bene; alcuni no.

«Anche se un po’ non siamo decisi, alla fine votiamo qualcuno e lo abbiamo votato».

Serena: «Prendiamo tutti quelli che hanno la stessa idea». Ma se nel gruppo ci fossero idee diverse? «Giochiamo a testa o croce». Si potrebbe cioè tirare a sorte una delle opzioni, quando non c’è l’unanimità, quando non tutti la pensano nello stesso modo.

Melissa: «Secondo me noi ce la facciamo: come classe abbiamo provato a votare e non abbiamo detto a riguardo di chi ha vinto; quindi ce la facciamo come popolo a riunirci e a fare le leggi».

«Anche con qualche dubbio», commenta una bambina.

Tanish: «Io con un tono di alta voce direi a tutti, alle persone: ‘Voi avete un doppio popolo: voi, la vostra moglie e i vostri bambini. Quello è il vostro popolo! Voi ascoltate quelle persone, allora perché non ascoltate noi?’». Questo sarebbe un invito all’ascolto e alla responsabilità comune per il popolo.
Zaira: «Nidal ha detto che secondo lei ce la facciamo. Secondo me se è la prima volta che parliamo qualche litigio c’è. Però se ci ascoltiamo e lo facciamo un po’ di volte, allora ci riusciamo».

L’idea è importante, perché così troviamo, grazie a tutti, che il gruppo non rimane sempre uguale a se stesso: la prima volta potrebbe avere qualche difficoltà, ma allenandosi il gruppo potrebbe migliorare, imparare a conversare sempre meglio. Yuri: «Sbagliare e riprovare». Questo è il principio.

Joel: «Per me votare mi sa che non va tanto bene, perché quando qualcuno ha scelto qualcosa gli altri possono rimanerci male, perché hanno votato gli altri». Che fare allora? «Ci penso».

Joel solleva una difficoltà: in alcuni casi si potrebbe rimanere male per le decisioni prese, quando ci sono maggioranze e minoranze. Per la maggioranza sarà importante ricordarsi della minoranza…

Serena risolve con l’estrazione a sorte: «Facciamo a testa o croce!».

«Perché così loro non pensano più che loro hanno vinto perché erano di più», così Joel.

Non è che facendo a sorte, se la maggioranza poi perde ci rimane male (pensando che avevano diritto di farlo perché erano la maggioranza)?

Serena: «Eh… lunghi secondi… No!». Secondo Serena questa regola si potrebbe usare anche se, ad esempio, in un gruppo di venti 19 la pensano in un modo e 1 in modo diverso.

 

Tanish: «Ma io avrei una domanda in cui mi serve una risposta. Allora, dobbiamo votare. Ma se i voti sono dieci per una cosa e dieci per l’altra come facciamo?». «Testa o croce». Sarebbe l’occasione. Ma Yuri dice: «Si deve riprovare», si parla ancora e forse qualcuno cambia idea.

«Possiamo fare a turni».

Zaira: «Ma se abbiamo votato e scegliamo la maggioranza… ma se facciamo prima l’idea di un gruppo e se non riesce proviamo quella dell’altro». Così anche Yuri. «Praticamente possiamo provare l’idea di un gruppo, però se l’idea di quel gruppo non funziona proviamo l’altra».

Nidal: «Per noi è anche facile, ma dobbiamo pensare anche per loro come è stata a votare… se noi votiamo e l’altro prova a dire ‘no no avete barato’ e litighiamo, quello sarà anche brutto. È quello che succede nelle votazioni».

Melissa: «Allora non facciamo né votare né la sorte; secondo me meglio votare, ma lo so che è un po’ brutto… si vede già, qualcuno dice ‘no, ha imbrogliato’ [anche estraendo a sorte]».

Zaira: «Se facciamo la sorte, come ha detto Melissa e qualcuno dice che bara e continua così, vuol dire che non accetta la sconfitta e che non è leale».

Joel: «Io ho cambiato idea: non penso più che vada bene la sorte: con la sorte c’è qualcuno che dice che ha barato».

Keizy: «Ma se noi facciamo… votiamo… dopo sono sicuro che litighiamo».

Non tutti la pensano così. Ci si potrebbe esercitare. Ci si potrebbe davvero esercitare in classe, con delle prove su cose diverse.

Yuri: «Per me è meglio votare, non fare la sorte».

Malak: «Anche per me è meglio votare».

Tanish: «Io ho cambiato idea, non voglio più votare, ma scegliamo un re, che viene tenuto d’occhio: se non fa cose belle, se si comporta male, cambiamo, guardiamo un altro se si comporta bene fino a non trovare quello che si comporta bene».

Bambina: «Ma se non troviamo niente, come facciamo?».

Il re andrebbe tenuto sotto controllo.

Nidal: «Finiamo tutto con una complicazione!».

Zaira: «Non è bello che uno prende la decisione per tutti. Perché uno dice… ‘sta venendo il grano, coltiviamo tanto grano’, il re dice ‘no coltiviamo il basilico’ e quindi devono coltivare per forza il basilico».

 

Abbiamo in effetti trovato dubbi e complicazioni, ma anche un metodo per espandere, per allargare ciò che riusciamo pensare da soli: grazie agli altri, ci vengono in mente più possibilità. E questa è una bella conquista.

 

Adulti e genitori. Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

 

Vediamo cosa ne pensano qui i bambini. Prima di parlarne, abbiamo:

Assolutamente sì, vanno ospitati gli adulti: 5

Assolutamente no: 11

Indecisi: 4

 

Sentiamo i motivi del sì. Umair: «Per me sì, perché ti possono dare compagnia».

Tanish: «Perché se c’è un figlio, che non ha genitori: quell’adulto [che è sull’isola] lo può aiutare».

Elena: «Perché ci danno l’affetto».

Yuri: «Io ho detto no. Perché tanto non devono venire gli adulti, perché se uno si fa male c’è un bambino che lo aiuta».

Melissa: «Metti caso che noi abbiamo scelto queste cose, ma loro vogliono portarne altre che noi non abbiamo scelto; come le pistole, che loro magari dicono ‘no le lance [non vanno bene], meglio le pistole’». E poi, gli adulti sarebbero risposte a rinunciare al denaro e alle automobili? ‘No’, dicono in tanti.

Zaira: «Io dico no perché ho un libro che è Il piccolo principe, e infatti c’è scritto che noi bambini dobbiamo spiegare tutto agli adulti: e per me gli adulti alcune volte non sanno pensare come dovrebbero…». «è vero», «è vero», si sente. Sono incoscienti a volte, dicono. «Sull’isola meglio di no: perché i bambini hanno più immaginazione, mentre gli adulti invece potrebbero portare le pistole, guarderebbero tanta TV, giocherebbero sempre a calcio»…

Linda: «No, perché secondo me loro non hanno molta fantasia; poi pensano più alla realtà senza fare qualcosa che hanno sempre sognato; stanno sempre lì attaccati alla televisione; pensano solo alla realtà e non hanno fantasia».

Gioi: «Per me possono anche andare a dire a tutti che c’è questa isola, così, e noi invece è un segreto, e tutti verrebbero e farebbero quello che vogliono e poi non diventa più un’isola bella e felice».

Nidal: «Io voglio dire due cose. Primo, perché quello potrebbe anche essere il paradiso dei bambini, quello che hanno desiderato per tutta la vita. E poi gli adulti verrebbero e direbbero ‘ma non puoi fare questo’ e potrebbero anche non rispettare le nostre regole e potrebbero la fantasia trasformarla nella vita noiosa».

Fiorello: «Gli adulti non ci ascoltano e quindi fanno quello che vogliono e pensano che quello che diciamo noi è tutto sbagliato, e invece no». Ma se si chiedesse agli adulti di cambiare un po’ arrivando sull’isola, potrebbero provare a cambiare?

«Dipende dalla loro volontà». C’è chi si aspetta che cambino e chi si aspetta che non cambino.

Joel: «Io devo dire tre cose: una è che i bambini devono avere, hanno tanta fantasia e quindi devono avere tanta libertà; e poi gli adulti dicono sempre che tu sei piccolo e devi fare così…».

Afnan: «Non puoi sederti davanti [in macchina]!». «Ma quella è sicurezza!», esclamano altri.

Joel: «E poi quando tu vuoi fare qualcosa ti impediscono sempre perché quella cosa non sai come si fa». «E noi vogliamo imparare a farla!». Elena: «Ma loro lo fanno per il nostro bene!».

Serena: «Io dico di no, perché hanno poca fantasia e pensano sempre al lavoro e ai soldi». «Poi però possono cambiare, possono ritornare bambini».

«Non nel senso letterale di crescita!», dice Zaira ad alcuni bambini che dicono che è impossibile. E spiega: «Nel senso di anima». «Mentale».

Keizy: «Sono indeciso: perché ci sono adulti bravi e alcuni no, che te lo impediscono di fare questa cosa. E alcuni che sono bravi». Ecco: Keizy ci invita a pensare non agli adulti in generale, ma ai diversi tipi di adulti. Anche Serena e Afnan sono d’accordo.

Gioi: «Ma se vengono nell’isola, loro possono anche cambiare le nostre leggi che abbiamo messo».

È più facile fare in modo che gli adulti tornino bambini, o più facile che trasformino l’isola a modo loro? C’è chi pensa che sia più difficile per loro tornare bambini.

Malak: «Anche io non so quale scegliere, se portare nell’isola gli adulti o no».

Yuri: «Allora dividiamo… facciamo entrare nell’isola gli adulti bravi e quelli cattivi li mandiamo via».

Malak: «Oppure dividiamo l’isola a metà». Attenzione: non in senso letterale! Ma stabilendo una divisione. Afnan: «Una riga col bastone». Ecco: potrebbe bastare anche un confine simbolico tracciato col bastone. Oppure un muro, dice qualcuno.

Malak: «Cioè, allora, visto che alcuni vogliono gli adulti nell’isola e i piccoli andranno in una parte e gli adulti… nell’altra parte».

Nicolò: «Noi abbiamo l’isola più grande [la parte più grande], gli adulti quella più piccola».

Yuri: «Non è bello dividere l’isola». Yuri preferisce avere un’isola dove sono ospitati solo adulti bravi, e questi potranno stare coi bambini. Ma come si fa a distinguere tra quelli bravi e quelli no?

Malak: «è facile! Portarli in un’isola diversa da quella e fargli qualche scherzetto e dirgli che questa qui è l’isola: proveremo quali sono più bravi e quali cattivi. Poi i bravi li porteremo sull’isola vera e i non bravi li lasceremo su quell’isola». Si tratta allora di un’isola in cui metterli alla prova, un’isola finta.

Melissa: «Ma se la dividiamo, non ho ancora capito cosa vogliono dire con dividerla. [Non ho capito se i miei compagni intendono] che loro [gli adulti] hanno le loro proprie leggi. Perché se loro portano le macchine e le cose [inquinanti], potrebbero fare [male/morire] l’isola». Potrebbero inquinare anche la parte dell’isola dei bambini! Sarebbero disposti gli adulti a stare in una metà dell’isola con le leggi dei bambini? Non è chiaro.

 

Vedremo presto se e come gli adulti immaginano una loro isola… Secondo una bambina, ci sono adulti che hanno gli stessi gusti dei bambini.

 

Tanish: «Io vorrei dire due cose: mi sono deciso sugli adulti e volevo dire qualcosa a Afnan. Io vorrei tenere gli adulti perché ci possono sempre aiutare. E vorrei dire a Afnan: Afnan, gli adulti vanno al mercato per nutrirci, non perché vogliono andare!». Afnan aveva accennato al fatto che gli adulti pensano al mercato e a cose come queste.

Zaira: «Non è per vantarmi, però mia mamma è molto legata alla natura; quindi per me se immaginerebbe l’isola la immaginerebbe come noi».

Nidal: «Sarebbe bello che se ci fosse una macchina del passato, che potremmo portare i genitori a vedere i desideri da piccoli e farli diventare realtà in quell’isola!». Farli ritornare come bambini, farli riavvicinare ai loro desideri di bambini. «Se tutti desiderassero di volare, in quell’isola potremmo fare in modo che i loro desideri si realizzassero e sarebbe una vita più bella».

Forse gli adulti hanno sogni o avevano sogni da bambini a cui ora non pensano più o che «non dicono mai ai loro figli». E rispetto alle cose che i bambini immaginano dicono «Sciocchezze!». Bambina: «Se in quell’isola ci fossimo noi e i nostri genitori, basta che loro devono avere la nostra stessa fantasia. Perché se loro si tengono i loro segreti da bambino non è bello. E se da bambino non potevano [realizzarli], almeno ora possono farlo il loro desiderio».

Questa potrebbe essere un’isola senza macchine, senza inquinamento, dove realizzare il più possibile dei propri desideri.

Keizy: «Volevo dire che vorrei mandare via gli adulti e tenere unita l’isola».

Serena: «Allora: ma se cadiamo e ci facciamo male, ci sono sempre gli unicorni!».

«Poi gli adulti, i nostri genitori, dicono ‘Ti sei fatto male!’…». Imitazione e risate sui genitori preoccupati… ‘è per il tuo bene!’, ‘vieni a casa!’, ‘non ti porto più in quest’isola’, ‘ti sei fatto male? adesso non ti porto più per una settimana, fila in camera tua!’, ‘oh povera…’.

«Semmai potremmo fare così: teniamo nascosta l’isola, facciamo quello che vogliamo con i nostri genitori e poi riandiamo nell’isola»… così una bambina.

 

Dopo tutta la discussione, si arriva a questa votazione.

 

– Isola di soli bambini: 17

– Isola divisa tra bambini e adulti: 0

– Adulti e bambini insieme: 3

 

I bambini ci ripenseranno durante l’incontro con le famiglie, in un pomeriggio, a scuola.

 

 

Estranei, stranieri. Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

 

Nidal: «Secondo me se ne andranno dagli altri e diranno: ‘vi abbiamo detto di andare via perché questa è proprietà privata di noi bambini’». «Ma ci sono anche dei bambini nella nave!», dice Yuri.

Malak: «Se viene una nave con adulti i bambini, prendiamo i bambini e mandiamo via gli adulti».

Melissa: «Prima bisogna capire che intenzioni hanno, poi bisogna capire cosa vogliono farci e perché sono venuti e da dove vengono; e quindi poi dobbiamo vedere se sono [persone] adatte, se sono in grado di rispettarci e di rispettare le nostre regole. Però visto che abbiamo detto che gli adulti non ci dovrebbero essere, agli adulti diremmo di andare via e gli adulti ce li teniamo».

Zaira: «Per me prima si… come ha detto Melissa, dobbiamo capire cosa vogliono fare; poi sarebbe meglio tenere i bambini e gli adulti vedere se sono bravi; però comunque visto che era un’isola solo di bambini sarebbe più bello farli andare via».

Ma se quei bambini fossero tristi all’idea di lasciare gli adulti che li hanno accompagnati che si fa?

Zaira: «Sarebbe meglio dire ‘Voi dovete scegliere, i bambini devono scegliere se vogliono stare o andare’. Se vogliono stare con i genitori allora vanno via; se invece stanno con noi…».

Gioi: «Prima Malak ha detto di tenere i bambini e mandare via gli adulti, ma se gli adulti vogliono tenersi i bambini».

Nidal: «Secondo me visto che abbiamo votato che gli adulti non vengono sarebbe meglio mettere una legge in grande: no agli adulti, sì ai bambini e se i bambini volessero venire qui ma gli adulti non li lasciassero gli diremmo: ‘è una loro decisione, dovete lasciarli permettere in questa occasione’ e se dopo un mese vogliono tornare i genitori torneranno, li prenderanno e andranno via».

Afnan: «Se gli adulti vengono noi diciamo: andate via, questo è il nostro spazio». I bambini potrebbero essere accolti.

Ma se questi bambini vengono da paesi lontani e parlassero una lingua che non capiamo, ce la potremmo cavare lo stesso: «è ovvio!», «sì», dicono i bambini. «Con dei gesti», «gli daremmo da bere»… Afnan: «Gli daremmo da mangiare e da bere e [se sono piccoli] gli cambieremmo il pannolino». Joel: «io voglio dire due cose: una che quando arriva la nave con i genitori e bambini avrei già detto che già avete infranto le regole perché state portanto qualcosa di sbagliato; e poi volevo dire che se i bambini arrivano in quest’isola e non sanno che isola è, cosa devono fare?». Tanish: «Imparare!».

Serena: «Quando arriverà la nave, prepareremo l’attacco degli unicorni e manderemo via anche i bambini…». «Perché?», chiede qualcuno. «Perché… non li conosciamo, non sono del nostro gruppo, quindi li mandiamo via; perché non sappiamo la loro lingua, quindi li mandiamo via».

Malak: «Come hai detto te, se vengono da un altro paese e non conosciamo la loro lingua, cioè, li mandiamo a scuola e gli facciamo imparare la nostra lingua».

La maggioranza non è d’accordo con l’idea di Serena.

Yuri prova a convincerla: «Ma basta che sono bambini: anche se sono di un’altra lingua, fa niente. Basta che sono bambini».

Zaira: «Io sono con Serena. Mi piace l’idea di Serena. Perché comunque è una cosa che abbiamo fatto noi e sarebbe bello vivere per sempre noi in quest’isola».

 

Ricordiamo che tra le legge c’era quella di evitare la prepotenza. Non sarebbe una prepotenza mandare via quelli che stanno arrivando? Certo, secondo molti. Yuri dice: «Io la chiamerei prepotenza». Una bambina: «è per il nostro bene». Così è «razzismo», secondo altri. Zaira: «Potrebbero dire: ‘noi prendiamo il sopravvento’». Melissa: «Voglio fare un esempio: come la nostra classe. In pratica, abbiamo accolto nuovi bambini di altri paesi. Tipo io non conoscevo il pakistano o l’indiano: quindi è come cacciare via i nostri compagni della nostra classe dalla nostra classe». Se mandassimo via i nuovi arrivati dall’isola, faremmo il contrario di quello che ha reso possibile la formazione del nostro gruppo! L’osservazione di Melissa tocca un punto importante.

Tanish: «Ma, Serena, vuoi mandarli via perché sono stranieri?». Non è questa l’idea di Serena: Serena vorrebbe mandarli via perché non sono del gruppo (italiani o no, non ha importanza).

Molti dicono e insistono sul fatto che comunque vorrebbero accogliere i nuovi arrivati.

Gioi: «Ho una domanda da fare: ma se arriva la nave e noi diciamo che questa isola è solo per noi, e glielo diciamo anche agli adulti, e se loro non se ne vogliono andare perché reagiscono?». Sarebbe un bel problema. Yuri sottolinea che il gruppo della classe si è già trasformato molte volte.

Nidal: «Ma una domanda: noi siamo sempre aperti a tutti e ce la caviamo anche bene a farci capire. Come Manreet che non parla l’italiano, ma con i gesti ci facciamo capire. La seconda domanda voglio fare a Serena: se fossero dei tuoi familiari li cacceresti via?». Sì, se non facessero parte del gruppo dei fondatori.

Keizy: «Se noi eravamo al posto di loro e loro avrebbero fatto questa isola, forse ci accoglierebbero». Fiorello annuisce. Keizy vuole fare riflettere sul fatto che è bello sentirsi accolti. Afnan: «Ci rimarrebbero male [se li mandiamo via]». Yuri: «Dopo qualche giorno faremmo amicizia con loro». Malak: «Serena, se loro erano poveri, li cacceresti via?». Serena ci pensa.

«Se tu facevi parte di loro…». I bambini riflettono e provano a mettersi nei panni degli altri. Il dubbio aperto da Serena e ripreso da Zaira serve a pensare meglio la situazione. La maggioranza dei bambini insiste sulla necessità di fidarsi del gruppo.

Joel: «Io preferirei che quando arriva questa nave i bambini che ci sono li accoglierei e gli adulti li farei rimanere per un giorno e poi li farei andare».

Gioi: «Ho tre cose da dire. Ma quando noi diciamo che gli adulti non possono restare, non è che si ribellano?». Potrebbe capitare. Qualcuno chiamerebbe i carabinieri. Zaira: «Però se come ho detto prima se i bambini vogliono che noi facciamo le leggi, e se quei bambini si ribellano e vogliono fare loro le leggi, che facciamo?».

Con questo alcuni cambiano idea… Il problema si complica. Se i bambini che arrivano avessero idee diverse dai fondatori, l’accoglienza non sarebbe così facile. Forse sono bambini che vorrebbero portare cose che prima erano state escluse. Molti andrebbero ora d’accordo con Serena. Era questo il punto che Serena temeva. Fiorello propone di riunirsi con tutti quei bambini nuovi arrivati e rivotare le cose, riprendere le decisioni insieme: in questa classe 16 su 20 sono disposti a rivotare le cose fondamentali con i nuovi arrivati. Fiorello voterebbe con i nuovi arrivati, tutti insieme, anche se i nuovi arrivati fossero di più dei bambini che sono arrivati per primi sull’isola. Le decisioni si prenderebbe però a sorte, tra le idee proposte. Non tutti sono d’accordo, ma la maggioranza la pensa così. Il pensiero che i nuovi arrivati possano cambiare aspetti fondamentali dell’isola fa cambiare idea a molti. Gioi: «Forse si ribellano i bambini. Ma se gli adulti se ne vanno e tornano e portano cose che noi abbiamo vietato sull’isola…?».

Non è facile prevedere tutte le possibilità e prendere una decisione.

Nidal: «Finiamo col dubbio?». Lasciamo delle domande in sospeso, e ci salutiamo con dei dubbi, ma una cosa certa ce l’abbiamo: ci siamo esercitati in un metodo che ci permette di vedere più cose e di allargare il nostro pensiero; abbiamo conversato e abbiamo provato il gusto di vedere le cose attraverso il pensiero degli altri, pensando ognuno con la propria testa e insieme agli altri, grazie agli altri. È il modo migliore per affrontare i dubbi e non fermarsi alle prime soluzioni che ci vengono in mente.

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