Utopia di Modena (San Damaso)

A cura di Luca Mori per Scuola Begarelli San Damaso

Classe: IIA.
Maestra: Tiziana Verde
Data: 21 febbraio 2017
Viaggiatori: Gaia, Linda, Stella, Greta, Kiki, Davide, Denise, Teresa, Mimì, Oussin, Alessandro, Kevin, Diego, Luca, Lorenzo CA, Nicola, Davide G., Malak, Letizia, Leonado, Simone, Michele, Sara, Giacomo, Massimo, Joy, Micole, Gabriele, Lorenzo CO, Angela V.

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Lorenzo CO: «Allora, la felicità. Poi una nave. E se in caso affondasse un’altra nave. Poi divertirsi».

Gabriele: «Una casa».

Massimo: «Cibo».

Sara: «Palazzi».

Nicola: «Pace».

Leonardo: «Acqua».

Lorenzo: «Dei costruttori che costruiscano le case e i palazzi».

Letizia: «Tanta aria così possiamo respirare meglio e non inquinare».

Diego: «L’ombra».

Lorenzo CO: «Sicurezza».

Angela: «Rilassarsi».

Massimo: «Rispettare l’ambiente».

«Non uccidere gli animali che ci sono», Giacomo.

Sara: «Avere rispetto delle piante».

Joy dirà la TV.

 

Ci sono cose a cui siamo abituati, ma che sarebbe meglio non portare sull’isola?

«Le cose da non portare sarebbero le cose rare; le cose da portare quelle non rare», Lorenzo.

Massimo: «I videogiochi o le macchine. Perché le macchine dopo inquinano tutto e i videogiochi perché anche quando sei in un posto di pace ti fai male agli occhi».

Giacomo: «I telefoni, perché se tipo a uno gli si rompe il telefono dopo non sa più chi chiamare; quindi è meglio stare insieme e non usare i telefoni; perché dopo anche se sei all’aria aperta è come stare sempre lì attaccato al telefono, attaccato al telefono e dopo non ti stacchi più e ti fa male».

Ha in mente telefoni anche con gli schermi, portatili, su cui si può giocare.

Giacomo: «Tutti poi stiamo lì davanti, all’aria aperta, si mandano faccine colorate, gli orsetti e i panda da tre centimetri di distanza» ed è come se non fossero insieme, pur essendo vicini.

Lorenzo: «Non portare il fuoco, perché potrebbe prendere fuoco tutto».

Leonardo: «Gas velenoso, sennò si avvelenano le piante».

Linda: «Non portare giochi, non portare tablet… qualcosa di tecnologico, perché se non c’è… se qualcuno la notte te lo prende…».

Gaia: «Non mangiare piante velenose».

Nicola: «Io non porterei gli alberi perché ci sono già tanti boschi [sull’isola]».

Alessandro è d’accordo con quello che ha detto Massimo sulle macchine.

Angela: «Non mangiare funghi velenosi».

«Portare i cellulare perché vi perdete su un’isola e c’è un amico lì che ti aspetta, se ti perdi l’amico ti viene a cercare, poi così è salvo; oppure tipo annega [sta per annegare], lo chiama e viene», Lorenzo CO., che mette in evidenza come i cellulari potrebbero sorvire in alcune situazioni.

«Le armi», dice Diego, «perché non si deve uccidere le cose viventi: se qualcuno ci spara anche noi siamo viventi, anche le piante e anche gli animali».

Kiki: «Io dico di non portare i telefoni: se vogliamo chiamare i telefoni da un’isola a un’altra, a un posto, la linea non viene perché è tanto lontano».

Massimo: «Cercherei di non costruire case di mattoni, perché di solito quando cerchi di costruirle abbatti gli alberi».

Sara: «Portare animali così dopo quell’isola è più in compagnia».

Lorenzo: «Devi studiare bene i funghi, sennò non distingue bene i funghi velenosi e quelli che si possono mangiare». Occorre dunque anche studiare, dotarci di conoscenze utili a vivere lì.

Giacomo: «Io non porterei neanche troppi animali, perché se te dopo ne porti troppi, alcuni potrebbero… cioè, tanti di un tipo e pochi di un altro, quegli altri si sentono tipo un po’ esclusi, perché sono pochi pochi; se ne porti due di una specie e sei di un’altra, quelli si sentono un po’ esclusi».

Lorenzo CO: «Ci sono tre cose. Allora, direi di portare le armi perché se c’è un animale lo ammazzi e puoi mangiarlo; la seconda è uno dovrebbe studiare anche le bacche perché sennò può prendere quelle velenose e muore; e poi sugli animali io porterei solo un cane».

Gabriele: «E poi, se porti tanti animali, dopo possono anche abbattere gli alberi».

Leonardo: «Non portare giochi perché sennò forse li perdi…». «C’è la sabbia, faccio castelli di sabbia…»: propone insomma di crearsi giochi con ciò che si trova sull’isola.

Gaia: «Ma se ci sono zanzare cosa facciamo?».

Cosa potremmo fare? «Ci possiamo mettere lo spray per le zanzare».

Stella: «Io invece di cacciare gli animali e portare le armi, piuttosto prenderei i frutti dagli alberi».

Ecco una prima questione su cui non c’è accordo: la caccia. Deve essere permessa oppure no?

Sull’isola comunque si potrebbe mangiare pesci, frutta e verdura.

Davide G.: «Non portare elefanti sennò prendono un albero…» e possono rovinare un po’ l’ambiente.

Angela: «I cani da guardia».

Massimo: «Non dobbiamo portare troppa acqua sennò gli alberi crescono troppo e non riusciamo più a prendere i frutti e le altre cose». Giacomo dirà che con troppa acqua gli alberi «appassiscono».

Sara propone di attrezzarsi per coltivare.

Davide: «Non dobbiamo portare troppo animali piccoli con i denti sennò mangiano gli alberi».

Diego: «Il pesce poi ti fa aprire la mente». A proposito della dieta.

L’esito di tre votazioni:

VIDEOGIOCHI: 11 sì, per portarli; 17 no

TELEFONINI: 9 sì; 16 no; 3 indecisi

ARMI: 7 sì; 20 no; 1 indeciso

 

Le abitazioni: come abitare sull’isola?

Oussin preferirebbe case piccole.

Nicola: «Io vorrei delle capanne come case».

Alessandro: «Capanne però di legno».

«Capanne di paglia», secondo Nicola.

Sara: «Costruire case dove ti puoi rinfrescare». Prima aveva parlato di palazzi, ma ora precisa che vorrebbe «case medie».

Giacomo: «Vorrei dire due cose. La prima è che sulla cosa che ha detto Nicola non sono molto d’accordo, perché se facciamo case di paglia e un giorno viene la tempesta dopo ce le porta via…».

«A volte sulle isole non viene la tempesta…». «Ma alcuni giorni [può venire]». Continua Giacomo: «Io vorrei farla anche… alcuni giorni fare delle gite e delle ricerche su quest’isola per [scoprire] le cose che non sappiamo».

Letizia: «Fare delle case di mattoni, ma neanche troppo grandi, perché se sono troppo grandi occupano troppo spazio e ce ne sono poche»; «se noi siamo tanti poi degli altri devono stare senza casa».

Lorenzo CA: «Vorrei delle case altissime con dentro tante piscine».

Micole vorrebbe case di mattoni «medie». Mimì vorrebbe case medie di mattoni. Gaia: «Vorrei una casa in riva al mare di mattoni».

Kiki preferirebbe case vicine, «perché così possiamo restare tutti insieme e parlarci tra di noi».

Linda: «vicine così almeno se un’altra casa vicina alla nostra ci sono degli amici, o la casa di fianco che è casa nostra o noi andiamo a casa loro, così almeno possiamo un po’ parlare e giocare».

Gabriele: «e poi è meglio vicini, perché così almeno se siamo in pericolo possiamo chiamare i nostri amici che vengono ad aiutarci».

Anche secondo Joy è meglio abitare vicini.

Massimo: «Vicine, perché se vai troppo lontano, o dopo ti ritrovi fuori dall’isola, oppure quando ti costruisci una casa puoi anche distruggere gli alberi… perché quando uno è distante dopo non si sa quello che fa e può fare anche delle azioni cattive».

Michele preferirebbe che «ognuno va dove vuole, perché se tipo dobbiamo sempre stare in quel posto dopo ci annoiamo un po’».

Greta: «Vicini così stiamo tutti in compagnia».

Davide G.: «Vicini così possiamo fare amicizia con gli altri».

Alessandro: «Stare vicini perché così c’è più spazio per giocare».

Lorenzo: «Io non sono d’accordo con Joy.. perché la televisione non la dovrebbe portare, sennò stai chiuso in casa, stai in casa troppo, poi non vai mai fuori, non ti diverti, non giochi mai con i tuoi amici, non vai mai in barca con i tuoi amici… c’è tante cose…».

Joy ammette che la televisione può attirare così e lascia la televisioni.

Angela V: «Io vorrei una casa media fatta di mattoni». Starebbe in un posto dove si può «giocare all’aria aperta». Non nel villaggio necessariamente.

Teresa preferirebbe vicini per conoscersi. Letizia: «Stare vicini così si sta più insieme; perché se uno vuole giocare e sta lontano, se vuole giocare con uno che è in un altro villaggio, non può perché è troppo lontano e poi gli fa un po’ fatica arrivare fino alla là».

Leonardo: «Per me sarebbe meglio vicini, perché se uno vuole andare a casa sua o il contrario non deve andare tanto».

Micole: «è meglio stare vicini perché se uno vuole andare a cena a casa di un altro glielo può chiedere alla finestra». In quest’isola ci si può invitare a cena dalla finestra.

Gaia: «Allora, stare vicini così quando c’è una bella giornata di sole potremmo andare tutti a fare un bel bagno».

Linda: «Stare tutti vicini così, se uno vuole andare a fare il bagno con degli amici, si può fare; ma se uno non vuole può stare anche a casa o andare a fare una passeggiata con degli amici o giocare con gli amici».

Stella: «Io direi di stare vicini, perché così se qualcuno di una casa vicino ha bisogno di qualcosa e l’altra ce l’ha, si possono prestare le cose».

Davide: «Io direi una casa fatta di legno, un po’ media, non tanto vicino al mare sennò si bagna un po’ tutta».

Nicola preferirebbe «stare lontano, un po’ in mezzo al bosco, perché così sarebbe un po’ più avventuroso».

Sara: «Abitare troppo lontani però non va tanto bene, perché se poi uno sta male ci vuole tanto tempo per arrivarci; però si potrebbe abitare né troppo lontani, né troppo vicini».

Finora la parola “troppo” è stata usata molto e in molte circostanze differenti.

Joy: «è meglio stare vicini se uno non ha il cellulare dietro così lo può andare a chiamare».

Lorenzo Co: «Io sono d’accordo con Joy; perché il cellulare lo dovresti portare, perché se tipo cadi in una fossa grande e hai con te il cellulare lo chiami e lui viene a salvarti. Poi – è una sciocchezza – farei una casa di igloo al mare».

Giacomo: «Io non sono d’accordo con Lorenzo: perché se tu porti il cellulare, lì non c’è campo e quindi è un po’ inutile».

Michele: «Io non lo porterei il cellulare, perché se uno ha bisogno può anche vivere insieme a qualcun altro».

Diego: «[Meglio abitare] lontani perché poi sempre attaccato a qualcuno ti stanchi e non puoi fare quello che vuoi fare te… e gli altri decidono [per te]».

Massimo: «Vorrei dire tre cose. La casa di legno è meglio non farla perché non te la puoi portare dietro e se la fai lì distruggere gli altri. La farei di mattoni, vicino [agli altri], però lunga perché così ci stanno più persone dentro e non si occupa tanto spazio». Potrebbe essere una casa in cui vivere in comune in tanti. Massimo però non farebbe una casa per vivere tutti insieme; sarebbe una «perché quando dopo ti vuoi rilassare non puoi perché ci sono tante persone che ti disturbano». Lorenzo Co: è una «casa sciocca», perché «se uno vuol vedere la televisione è già occupata, se vuol ricaricare il cellulare e è già occupata…». Tutto sarebbe “pieno”, quando si vogliono fare le cose.

 

Sulle regole: dovranno esserci oppure no, nell’isola?

Kiki: «Non buttare il cibo, le cose nel mare, perché dopo è tutto sporco e non è bello. E un’altra cosa: non uccidere gli animali».

Davide: «Secondo me ci vogliono le regole. Ci sono due regole molto importanti. Prima cosa, che non si devono uccidere gli animali. La seconda, non si devono buttare cose nel mare».

Gaia: «Secondo me c’è bisogno di una regola: non stare troppo in mare, perché sennò se c’è uno squalo che dopo ti mangia».

Linda: «Secondo me ci vogliono le regole, perché se uno butta del cibo quando non lo vuole più mangiare, ci sta… ma se lo butta per terra e non sta con gli amici, per me non è tanto in regola non stare con gli amici».

Stella: «Per me la regola più importante è non inquinare».

Greta: «Per me ci vogliono le regole: stare attenti a non buttare le carte nel mare, per terra…».

Denise: «Bisogna ricordare che se tu butti le cose nel mare, il mare si potrebbe inquinare e da vedere non è tanto carino; e la gente lo può scoprire [che sono state buttate cose nel mare]».

Teresa: «Rispettare gli alberi perché sono esseri viventi».

Diego: «Ci vogliono le regole… perché praticamente se tu butti il cibo, praticamente se uno è povero non glielo dai e non è una cosa rispettosa».

Letizia: «Stare tutti in pace senza uccidere».

Leonardo: «Non picchiare… che è una cosa che i maschi fanno».

Lorenzo CA: «Non uccidere e non inquinare».

Simone: «Non inquinare aria, perché dopo tu respiri aria che ti fa venire malattie». Notiamo che alcuni indicano le CONSEGUENZE di certe azioni, che TORNANO (in negativo) SU CHI LE FA E SUGLI ALTRI.

Oussin vuole le regole e gli piacciono quelle dette finora.

Nicola: «Io le regole le voglio… queste regole qua che dico sono praticamente [regole un po’ strane]… prima cosa: quando puoi giocare, tipo uscire a giocare, e provare sempre a restare felici».

Sono indicazioni sul come stare e comportarsi, più che regole.

Alessandro: «Rispettare la natura e non buttare plastica nel mare, perché sennò se i pesci la mangiano sono morti». Poi la plastica torna a noi (avendo meno pesci o pesci con la plastica).

Kevin non vorrebbe le regole sull’isola.

Michele: «Per me sarebbe meglio di non avere le regole, perché uno tipo c’è la regola di “non picchiare”, però uno può essere libero…».

Sara: «Io metterei le regole che ci sono e di non dare da mangiare agli animali, perché se dai da mangiare agli animali, dopo possono tornare e ti possono fare male».

Giacomo: «Io sono un po’ indeciso sul sì e sul no; perché sul sì dopo te non hai pericoli; però sul no, perché dopo sulle regole dopo decidono una regola che non ti va e la devi fare tutti i giorni [anche se] a te non piace».

Micole: «Per me è meglio non buttare carta nel mare, perché se i pesci le mangiano, dopo noi peschiamo pesci che hanno mangiato le cartacce, mangiamo pesci che hanno mangiato le cartacce e ci ammaliamo».

Joy vorrebbe un’isola senza regole «perché [così] uno è più libero».

 

Massimo esprime in modo molto articolato le ragioni del suo dubitare tra il sì e il no alle regole: «Io sono un po’ indeciso perché avrei la regola che è… ci sono delle regole perché uno può anche non rispettare l’ambiente e fare cose che non potrebbero essere fatte; ma mi viene anche da pensare di no, perché l’isola non dovrebbe essere tipo una città dove ci sono le leggi… cioè, uno arrivo in un’isola solitaria, non è che si mette d’accordo con gli altri e decidere… cioè, dopo litigano e è meglio perché dopo uno è libero di decidere quello che vuole». «Sì perché se uno arriva in un’isola che non conosce non è che va a chiamare tutta una banda e la fa diventare una città». Si dovrebbe andare dove si vuole nell’isola… «perché dopo possiamo fare quello che vogliamo: e se andiamo più nel bosco ci sono più avventure; invece se rimani sempre lì con le leggi che devi fare questo e devi fare questo, uno si annoia e se ne va e poi se ne vanno un po’ tutti e dopo chi ha deciso di fare le regole rimane solo».

 

Gabriele: «Per me è meglio senza regole, perché se tipo ci sono le regole tu ti rompi le scatole, invece se non ci sono poi sei libero e puoi fare tutto quello che vuoi».

Lorenzo CO: «Vorrei un mondo senza regole, così tipo se c’è uno squalo che mi attacca gli sparo in bocca…»

Angela: «Io le regole le vorrei, perché se qualcuno viene a dare da mangiare qualcosa ai cani che non gli fa bene, loro possono morire».

 

Consideriamo che a volte, anche se le regole ci sono, non vengono rispettate. Ricordando che l’obiettivo è fare di quest’isola un posto dove vivere davvero bene, cosa dovrebbe succedere se qualcuno non rispetta le regole?

«Galera!», Lorenzo.

Letizia: «Farlo ragionare di non farlo più».

«Oppure sparargli a quello», dice un bambino.

Massimo torna sul problema precedente, con una certa coerenza nella sua posizione: «Io non volevo dire proprio questo, ma volevo dire una cosa per vivere anche senza regole: perché dopo quello che ha deciso le regole un po’, gli altri diventano schiavi e lui il capo; e dopo gli altri devono fare dei lavori che non gli piacciono».

Ma se le regole venissero decise insieme? «Però a un certo punto c’è chi non vuole fare questo e chi non vuole fare quest’altro e poi a volte succede come adesso che proprio perché qualcuno non voleva fare le cose dell’altro si sono ammazzati».

Sulla domanda della prigione, Joy: «Ma come si fa, costruire una cella?». L’idea di una prigione sull’isola non gli piacerebbe. Che fare allora? «Farlo ragionare». Come Letizia.

Micole: «Per me, farlo ragionare, così dopo lui capisce che ha fatto una cosa brutta, e dopo lui ragiona, [pensando che] se uno lo fa a lui, lui ci sta male». Bastano le parole per fare ragionare? Come si fa?

Giacomo: «Io volevo dire un’altra cosa, che io, sull’argomento che abbiamo appena fatto, non come ha detto un bimbo li ammazzerei o li imprigionerei o li farei ragionare, io a quelli lì gli farei vedere se tipo noi… quelli calmi che diventano senza regole e loro diventano un attimo con le regole: dopo gli facciamo vedere che anche loro ci stanno male, dopo capiscono come noi stavamo male». Si tratta di un esercizio legato al mettersi nei panni degli altri… fare uno scambio provando ciò che gli altri provano.

Sara: «Per me quelli che non rispettano le regole è meglio farli ragionare, perché così dopo non lo fanno più e dopo se li fai ragionare li fai stare un po’ in punizione, perché possono anche avere inquinato; però è meglio farli ragionare».

Letizia: «Secondo me, farlo ragionare, nel senso che poi è meglio che tu vieni lì e gli dici: ‘Guarda che se poi butti tutte le cose in mare, poi quando vuoi fare il bagno ci sono tutte le cose che tu hai buttato e non puoi farlo’». Si tratta di un esercizio a pensare alle connessioni tra le proprie azioni e le conseguenze ‘indesiderate’ che potrebbero tornare ‘indietro’. Ma un bambino chiede: «Una domanda Leti: e se a me non piace fare il bagno?».

Kiki: «Se tipo qualcuno vuole fare il bagno, solo che quella persona [un’altra persona] butta le cose, dopo se quella persona che fa il bagno butta anche lei le cose e quella persona che le buttava fa il bagno, tutte e due sono tristi».

Diego: «Non puoi accusare gli altri di avere fatto quella cosa… se qualcuno non voleva fare quella cosa e uno gli ha detto di farla, poi se qualcuno ha detto ‘è stato lui’, devono capire se è stato lui o quell’altro che l’ha detto». Questo è il problema di giudicare chi è l’autore di un comportamento contro le regole e chi può avere detto ad altri di agire contro le regole.

Stella: «Io vorrei dire di farli ragionare, che poi se lui fa qualcosa di male contro le regole, poi farli ragionare che paga le conseguenze».

Denise: «è meglio farli stare un po’ in galera e dopo li facciamo uscire, ma dopo che hanno ragionato e non lo faranno più».

Leonardo: «Se fai la galera di legno, quello che è stato a fare qualcosa potrebbe perfino scappare».

Micole: «Per fare ragionare quello che non ha rispettato le regole, si può anche mettere in galera, ma gliele spieghiamo in galera; oppure lo lasci fuori e lo lasci libero, poi dopo incominci a fargli tu i dispetti che lui faceva a te, così poi lui incomincia a capire che è meglio un mondo con le regole».

Angela: «Io invece li manderei in prigione a farli ragionare e poi quando escono gli chiederei: ‘avete capito?’».

Joy manderebbe quelli che non hanno rispettato le regole in una parte dell’isola circondata da un muro di mattoni.

 

Nicola: «Io farei così. Andrei da loro e dico: ‘guardate che se buttate la plastica in mezzo al mare, i pesci la mangiano e poi la plastica va dentro i vostri corpi e poi quelli dall’altra parte del muro… guarda che poi a fare il bagno anche loro stanno male».

 

Passiamo a un’altra questione fondamentale: la forma di governo.

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di San Damaso su come andrebbero prese le decisioni che riguardano tutti e che condizionano la vita di tutti. Sono le decisioni che vincolano tutti gli abitanti dell’isola, nel nostro caso. Si tratta ad esempio delle decisioni relative alle leggi dell’isola: decisioni collettivamente vincolanti.

PER CONTINUARE: vedi sotto, alla fine della trascrizione, il testo dalle Storie di Erodoto

 

Vediamo la posizione in quest’isola…

Uno solo che comanda: 1 voto

Poche persone: 2 o 3 voti

Decidere tutti insieme: 18 voti.

 

Questo ad una prima analisi.

Nicola: «Siamo in troppi tutto il popolo!». Ecco ancora una considerazione sul TROPPO.

Tutti insieme: «è troppo, siamo troppi, ci vuole troppo tempo». Nicola non sa cosa fare, ma pensa che sia troppo… «mi piacerebbe o un gruppo o un re».

Ci sono altre soluzioni? «Nessuno», dicono alcuni.

Nessuno? «Così non comanda nessuno e si mettono a litigare… e se tipo a uno gli piace fare la corsa con le macchine e a uno gli piace fare la corsa in bicicletta, poi loro sono un gruppetto o dei re si mettono a litigare… quindi è meglio che non comanda nessuno così sono liberi», dice qualcuno.

Potrebbe esserci un sindaco che decide… «sarebbero un po’ tutti, però quando si sono decise le regole, non è che uno sta lì che controlla tutti se le fanno; ma le fanno e nessuno controlla», dice una bambina. Le leggi dovrebbero prenderla tutti gli abitanti insieme, comunque, secondo la maggioranza.

 

Supponiamo di voler fare un villaggio, come si è detto. Come si fa a decidere dove farlo? Chi decide, se NESSUNO può decidere per tutti e se tutti insieme siamo TROPPI? C’è chi lo vuole forse vicino al mare, chi vicino al fiume, chi vicino al bosco…

 

 

 

 

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di San Damaso?

 

Prima di iniziare a parlarne, vediamo la distribuzione delle preferenze: 20 sì (gli adulti potremo averli e ospitarli sull’isola), 8 no. Iniziamo ad ascolare le ragioni della minoranza.

 

Gaia: «No perché danno troppe regole».

Sara: «No, così siamo più liberi e nessuno ci dice sempre ‘fai quello, fai quell’altro’. Costringendoci.

«Io ho detto: i genitori non ci dicono ‘fai quello, fai quell’altro’», dice un bambino, che vorrebbe gli adulti, «perché le regole che ci danno servono per sopravvivere».

Michele: «Io non li voglio perché un po’ ci dicono di fare tipo… non so… di costruire la casa dove vogliono loro [sull’isola], però noi dobbiamo anche essere un po’ liberi e imparare a vivere da soli».

Quest’isola potrebbe essere un’occasione buona in tal senso.

Un bambino: «Secondo me i genitori servono anche perché sono più grandi di noi e quando un bambino è in pericolo la mamma e il papà si arrabbiano» e difendono il bambino dal pericolo.

Si potrebbe sentire anche sentimento di mancanza.

Nicola: «Io ho detto che i genitori dovrebbero venire perché è la nostra famiglia e come potremo lasciarla? È tutta la nostra vita, che non abbiamo ancora diciotto anni per lasciare i genitori».

Quanto al fatto di decidere per i bambini, è vero «così così».

Kiki: «Io voglio gli adulti perché c’è il momento in cui non riusciamo e loro ci possono aiutare».

Linda: «Gli adulti servono per… nell’isola, quando noi ci possiamo perdere e quindi se noi andiamo, cioè i genitori capiscono che non arriviamo, capiscono che noi bambini ci siamo persi…».

Kiki: «Dopo, anche sono loro che decidono il posto, ma anche un po’ a noi ci fanno decidere dove la vogliamo costruire la casa [sull’isola]». Si possono condividere le scelte.
Giacomo: «Io dico sì anche perché loro si possono arrabbiare, poi però loro lo fanno per il nostro bene, per farci imparare delle cose».

Gabriele: «è vero che i nostri genitori fanno scegliere anche a noi, perché a volte tipo quando vuoi un gioco loro di fanno scegliere».

Lorenzo CA: «E poi i genitori hanno anche più esperienza di noi».

Lorenzo CO: «Per me gli adulti ci dovrebbero essere perché loro sono gentili e però possono aiutarti con i compiti, tipo se non capisci una cosa, non riesci ad andare su Internet… poi ti fanno la spesa al posto tuo eccetera eccetera».

Michele: «Però potrebbe essere l’occasione che puoi un po’ imparare a vivere da solo; non sempre con mamma e papà che ti aiutano, sennò non impari a fare mai niente».

Massimo: «Non è vero che se rimaniamo con la mamma e il papà non sappiamo fare niente; anzi impariamo anche di più… perché se poi uno va nella foresta da solo e non vede che un animale lo assale e dopo lo uccide, direbbe ‘era meglio stare a casa’; certo che a casa non impari niente se stai attaccato ai videogiochi…». «Sennò se ti fai raccontare delle cose, se accetti di andare a scuola, dopo impari più cose», così Massimo.

Michele: «Sì, ma se ti fanno tutto loro, tu non impari a farlo. Tipo… ehm… loro ti accendono il fuoco e tu non lo impari».

«Non è vero Michele, perché guardando si impara», dice un bambino, Lorenzo CA.

Se si impara o no a casa e con gli adulti, dipende dunque da ciò che si fa a casa e con gli adulti. Con adulti che fanno tutto al posto dei bambini, i bambini non imparano nulla. Ciò che si impara dipende insomma dal modo in cui gli adulti gestiscono la relazione.

Nicola: «I genitori ci dovrebbero venire, perché io sono molto curioso e gli chiedo sempre delle cose; e poi perché io ho visto che sono molto curioso, chiedo tante cose e non ho più a chi chiederle [se non ci sono gli adulti sull’isola]».

Gabiele: «Io sono d’accordo con Michele, perché anche con i genitori impari anche di più che da solo». «Ma poi chi ti spiega le cose?», chiede Massimo.

Letizia: «Io voglio che gli adulti vengano, così almeno se noi siamo in pericolo gli adulti ci possono aiutare».

Linda: «Se tipo i genitori sono andati a fare la spesa o a lavorare, noi possiamo stare anche da soli… non quando vanno a lavorare; quando la mamma e il papà vanno a lavorare noi possiamo stare con i nonni; ma se la mamma o il papà deve andare a fare la spesa, possiamo stare anche da soli, perché se in casa c’è il telefono possiamo telefonare alla mamma e chiedere cosa sta facendo… E mia mamma si fida di me e mi fa andare anche al Conad da sola. E quindi possiamo anche fare la spesa, qualcosa del genere, perché se noi non sappiamo cosa prendere, mi dà il foglietto con la spesa, così so cosa devo prendere; se io non so dov’è una cosa, chiedo a una signora del Conad e loro me lo dicono e prendo quello che mi serve per fare la spesa».

Kiki: «Qualcuno ha detto: ‘con i genitori non impariamo niente nell’isola’. Invece sì che impariamo, perché se noi ascoltiamo, anche sbagliando s’impara».

Greta: «Invece ci servono i genitori, perché se una cosa è molto alta, ma i genitori sono più alti di noi e ce la possono prendere».

C’è però chi segnala che a volte, quando un bambino vuole fare una cosa e inizia a farla, a quel punto intervengono loro e le fanno loro. Forse (ma non è detto) gli adulti potrebbero cambiare atteggiamento sull’isola.

Si potrebbe scrivere una lettera di consigli per gli adulti in arrivo sull’isola.

 

Dopo la conversazione la situazione è cambiata: 27 sì (a favore della presenza degli adulti), 1 no.

 

ALCUNI APPUNTI SULL’APPRENDIMENTO

 

Visto il tema, un mio breve quesito per la rivista online Il barrito dei piccoli (Centro Mammut Napoli Scampia).

 

Sapete cos’è un girello per bambini? È uno strumento dotato di rotelle che viene utilizzato per sostenere i bambini quando non sono ancora capaci di camminare da soli: stando nel girello, possono muovere le gambe e spingersi in diverse direzioni, senza correre il rischio di cadere.
Ma… come si impara a camminare da soli, su due gambe? Quello che si fa nel girello non sembra un “vero” camminare. Se un bambino è stato sempre nel girello, la prima volta che viene lasciato senza girello, sarà capace di camminare da solo? Oppure cadrà? Ma allora, come si fa a imparare a camminare su due gambe, da soli?
Provate a pensarci bene, prima di leggere come hanno risposto tanti altri bambini dai 6 anni in su. Cercate di trovare anche degli esempi di situazioni simili a quella del girello. Trovatene il maggior numero possibile da soli, prima di leggerne altri.

 

Un filosofo vissuto più di duecento anni fa (si chiamava Immanuel Kant) ha fatto l’esempio del girello mentre parlava del coraggio che si deve avere per conquistarsi l’autonomia. Diventare autonomi in qualcosa significa diventare capaci di farla senza dipendere dal modo in cui ce la fanno fare altre persone. Il problema del girello si presenta tutte le volte che abbiamo di fronte compiti che sembrano “troppo difficili” o “troppo grandi”: quali difficoltà si incontrano? Chi o cosa può aiutarci?

A proposito del bambino nel girello, ecco alcune idee di bambine e bambini tra 6 e 10 anni:

Il bambino piccolo ce la può fare se «può credere in se stesso: nel senso che credendo in se stesso forse riesce a superare [la difficoltà] e riesce a camminare da solo» (Sara).

«Facendo man mano piccoli passi si riesce a superare quel muro [invisibile] che sembra esserci tra il non saper camminare e il saper camminare» (Diego).

«Deve sforzarsi» (Simone).

Può farcela «semplicemente esercitandosi» (Manaseb).

«Può imparare guardando gli altri». Guardando come fanno gli altri, il bambino capisce che è possibile e in qualche modo li imita. (Simone)

Puoi farcela «facendoti aiutare» (Tommaso), oppure esercitandoti a «stare in equilibrio» (Martina): ad esempio, «appoggiandosi fino a che non impara a restare stabile» (Cecilia).

Notiamo che il bambino si appoggia già, quando è nel girello: ma per imparare a stare in equilibrio (senza appoggiarsi), dovrà continuare ad appoggiarsi in modo diverso: sempre un po’ meno.

«Il genitore dovrebbe stare sempre lì, accanto a lui» (Martina); il genitore «potrebbe tenerlo per mano»: «quando vede che sta per cadere va dietro e lo prende»; oppure si può aiutare con un oggetto che aiuti a camminare: «ad esempio appoggiandosi a un passeggino, come quello con cui giocano le bambine». Si possono anche «mettere dei tappeti in terra» (Sara e Edoardo): non troppo duri, né troppo morbidi, perché diventa difficile camminare; dunque, «come i tappetini che si usano in palestra». «È meglio stare lì sempre… perché se poi cade…».

Una bambina parla del muro del futuro (Alessia): perché a separare le due condizioni del bambino (che non sa e che sa camminare da solo) è il tempo. Superare il muro invisibile, apprendere, significa muoversi in qualche modo attraverso il futuro.

Incontriamo continuamente cose “simili” al girello, ogni volta che impariamo delle cose nuove: chi non sa ancora andare in bici ha bisogno di “rotelle” o di qualche sostegno; chi non sa nuotare ha bisogno di sostenersi in acqua con braccioli e tubi galleggianti; chi sta iniziando a studiare una lingua straniera o altre cose, ha bisogno di libri e di esercizi che pian piano non serviranno più; sono cose che si abbandonano poco a poco, imparando.

 

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

 

Lorenzo CO: «Allora, secondo me… loro sono andati sulla spiaggia, poi hanno visto che la nave è quasi arrivata, li hanno accolto e poi li hanno invitati nelle loro case».

Letizia: «Li accolgono bene per vedere come sono… perché qualunque persona… possono essere buone e cattive; quindi le accolgono per vedere un po’ come è il loro carattere».

Linda: «Se queste persone sono buone, le accolgono; ma se capiscono che non sono buone non le accolgono; perché se sono buone possono anche giocarci e stare con loro per accoglierli e essere anche loro amici; quindi se sono cattivi non li accolgono e non sono loro amici. Quindi se sono buoni possono anche andare a fare la passeggiata o giocare con loro, perché se giocano con loro diventano anche amici, se non giocano con loro non diventano amici. E quindi stanno tutti insieme, se sono buoni. E se non sono buoni, stanno per i fatti loro».

«Però non lo sanno se sono buoni o cattivi, quindi non lo sanno», dice una bambina.

«Se poi vengono e trattano male, vuol dire che sono cattivi».

Greta: «Capiamo se sono buoni o cattivi». Come si fa? «Giocandoci con loro. Oppure chiedendo: siete buoni, siete cattivi?», così Linda.

Kiki: «La domanda che tu volevi chiedere, ‘siete buoni?’ o ‘siete cattivi?’, loro non ti rispondono perché dicono ‘sì siamo buoni’ e dicono una bugia».

La bambina di prima: «Diciamo: ‘siete buoni o siete cattivi? Dite la verità, sennò noi non siamo vostri amici e non stiamo con voi!’».

Denise: «Oppure potete guardare dalla finestra e vedere se sono cattivi o buoni». Osservarli quindi da distanza.

Massimo: «Gli facciamo fare delle prove per vedere: se le falliscono o si comportano male sono cattivi; se invece le fanno giuste e si comportano bene, sono buoni».

L’idea dunque è quella di proporre delle prove. Quali prove, però?

Sara: «Io se stanno arrivando quelle persone sconosciute… ehm… o si mettono delle persone che li spiano quando arrivano sull’isola, guardano cosa fanno e da lì un po’ si capisce [come sono]; oppure ci si nasconde o ci si va via tutti dall’isola». La prima idea ricorda in parte quella di Denise: osservare a distanza i nuovi arrivati.

 

Un’altra idea è quella di Nicola: «Io direi… prima cosa, secondo me, per me sono cattivi loro… poi l’altra cosa è: li possiamo cogliere di sorpresa da dietro le spalle; se vogliono combattere saranno cattivi; se sono impauriti sono buoni». Se loro vogliono combattere, dobbiamo combattere anche noi però… non con le armi, ma con i pugni. Le armi non c’erano sull’isola.

 

Micole: «Gli diciamo: ‘combattete contro il più forte di noi’ e se si impauriscono sono buoni». Potrebbe essere questa una tra le prove di comportamento da proporre.

Giacomo: «Io farei due cose: la prima è che noi li accogliamo, poi per vedere se sono cattivi… ehm… perché una persona se combatte che può essere cattiva come ha detto Nicola; lo fa anche solo per difendersi, tipo… ehm… seconda cosa…». Nicola: «…Ma se uno combatte vuol dire che un po’ è cattivo…». «Non è vero».

Nicola: «E poi non possiamo sottovalutarli [valutarli in negativo, peggio di quel che sono], perché se noi diciamo che sono cattivi e poi loro ci trattano bene, è come se noi li avessimo trattati male. e la seconda è: però se sono cattivi non direi di combatterli… però potremmo anche fare che ci nascondiamo e quando loro ci seguono noi ci arrampichiamo lì sopra e gli diciamo: ‘chi è il più forte di voi lo sfideremo’… e dopo, se ci sfidano…» capiamo se la nostra ‘tribù’ è più forte o la loro.

Davide: «Se vogliono combattere, noi scappiamo verso una trappola e non andiamo noi verso la trappola [dentro], ma ci vanno loro; invece se non sono cattivi, togliamo la trappola così nessuno ci casca dentro».

Joy: «Andiamo sulla loro nave a vedere se ci sono armi».

Si tratta di una proposta nuova: perquisire la nave. Non tutti sono d’accordo.

 

Diego: «A Nicola… possono anche imbrogliare, perché se lui li coglie di sorpresa e loro sono cattivi ma non reagiscono, non lo sai se sono cattivi o buoni». Resterebbe così l’incertezza.

Kiki: «Però se tipo noi prima di farli prendere, prima prendiamo la nostra nave e prendiamo le navi e andiamo là… se loro pensano che noi siamo cattivi. Facciamo finta che loro sono buoni e noi buoni: però se loro dicono: ‘ecco loro sono cattivi!’, allora combattiamo».

Kiki propone dunque di andare a conoscere i nuovi arrivati sulla nave. E propone di mettersi nei loro panni con questo esperimento mentale: se ci sono due gruppi di buoni, ma uno dei due gruppi pensa che l’altro sia ‘cattivo’, si potrebbe finire con il combattere tra due gruppi di buoni.

 

Denise: «Ma se tipo noi facciamo una trappola che la teniamo su, e c’è una leva: loro entrano e dopo la facciamo andare sul soffitto. Se sono cattivi, li facciamo restare lì; oppure se sono buoni li facciamo scendere». Ma come accorgersi se sono buoni o cattivi, una volta che si trovano sospesi dentro una specie di trappola appesa in alto? «Li facciamo confessare».

 

Un bambino propone un mix tra perquisizione e utilizzo delle trappole: «Io prima metterei delle trappole e poi mi nasconderei dietro quegli alberi: loro passano di lì e cadono nelle trappole, poi noi andiamo a controllare nelle loro barche se ci sono armi oppure altre cose; poi ritorniamo lì e se sono buoni li liberiamo e se sono cattivi li lasciamo lì a morire».

 

Gaia: «A me era venuta in mente una cosa tipo per intrappolarli. Allora, tipo uno di noi corre verso un albero dove c’è la trappola, tipo una gabbietta con il buco sotto… in cui lasci andare una fune, va giù e li intrappoli. Così vediamo se attaccano ancora».

Greta: «Io invece… possiamo fare un buco dove ci mettiamo le foglie così corre uno di noi, però poi quello lì che voleva toccare noi cade e ci facciamo dire la verità». Per convincerlo, «gli facciamo dire che gli facciamo male se non ci dice la verità». Non lo faremmo davvero, ma «diciamo una bugia per fargli dire la verità».

Nicola: «Una trappola per fare a questi sconosciuti: prenderei del ghiaccio se c’è da qualche parte, o dell’acqua, la metto dove sono andato io e io la schivo; loro mi stanno inseguendo e scivolano e andiamo a vedere la nave com’è».

Sara: «Volevo dire due cose. Uno che possiamo andare un po’ lontano dall’isola, poi aspettiamo un po’ e poi andiamo a controllare se sono andati. Torniamo quando sono andati che magari si sono stufati di stare lì, che non c’è niente». Si tratta di un modo per evitare l’incontro. «Oppure possiamo fare tipo una trappola, che li invitiamo e poi li seguiamo e vediamo come reagiscono».

Una bambina: «Allora… farei una buca e sotto la buca c’è una gabbia attaccata a un filo. Tiro il filo e quando loro sono nella gabbia gli dico: ‘siete cattivi oppure buoni?’. Se loro non mi rispondono li torturo».

Lorenzo: «Secondo me loro quando vanno dentro la nave spostano tutto e guardano se non c’è un nascondiglio segreto dove nascondono le armi e dentro c’erano le armi e loro sono cattivi…»: così scoprono se sono cattivi.

 

Joy: «Se tipo loro fanno preparano una trappola per noi che crediamo che sono bravi e invece sono cattivi, ci andiamo dentro noi». Non avevamo pensato a questa possibilità: se loro sono davvero ‘cattivi’, potrebbero preparare delle trappole per noi (del resto ‘noi’, che ci vediamo come ‘buoni’, stiamo preparando delle trappole per loro! Perché loro non dovrebbero prepararle per noi? Il problema così sembra complicarsi).

 

Teresa: «Se loro che stanno nella nave vedono con il binocolo che noi stiamo facendo una trappola, sanno già che stiamo facendo una trappola».

Michele: «Volevo dire una cosa su quello che ha detto Sara. Sì, ma se andiamo a nasconderci, loro possono anche non stufarsi e stare lì [sull’isola] fino a quando non muoiono». Dunque non potremo più tornare nell’isola? Del resto, se noi abbandoniamo l’isola e dopo un po’ torniamo, è come se fossimo noi al loro posto: ci sarebbero degli abitanti dell’isola e noi saremmo gli sconosciuti che arrivano da fuori. «Se la prenderebbero e non sarebbero più nostra!». Oppure: si preparerebbero per accoglierci come noi ci stiamo preparando per accogliere loro? «Noi ce la riprenderemo e se loro non ce la danno li prenderemo a pugni».

 

Massimo: «Volevo dire una cosa su come capire se erano buoni o cattivi. Potevamo mandare una nave di nascosto a spiarli, mentre facevamo una specie di blocco del mare e avevamo delle spie che andavano avanti e indietro a darci delle informazioni e se scoprivamo che erano cattivi preparavamo le trappole mentre loro erano impegnati a fare altre cose… [così] quando arrivavano non sapevano che c’erano delle trappole e ci cadevano dentro. Se invece erano buoni li facevamo venire. Però non sono d’accordo su quello che prima aveva detto Nicola, che li assaltavamo di sorpresa: perché magari erano buoni e dopo li assaltiamo di sorpresa e diventano cattivi». Sembra qui esserci una strana possibilità: se noi IPOTIZZIAMO CHE SIANO CATTIVI E li assaltiamo di sorpresa COME SE FOSSERO CATTIVI, forse PROPRIO PER QUESTO LORO POTREBBERO COMPORTARSI DA CATTIVI (anche se magari non lo sarebbero stati in altre condizioni). Così, noi contribuiamo a fare accadere qualcosa che temiamo e che non vorremmo accadesse (cioè: non vorremmo incontrare persone cattive; ma temiamo che lo siano e ci comportiamo con loro assaltandoli di sorpresa come se fossero cattivi; a questo punto loro DIVENTANO cattivi in seguito al nostro atteggiamento nei loro confronti).

 

Davide G: «Alcuni di loro vanno su una nave non troppo alta, sennò credono che c’è un’altra nave di fianco… vanno sulla nave uno o due, guardano – visto che hanno lasciato una finestra aperta – guardano dentro se hanno dei tesori sì o no. e alcuni restano sull’isola così non gliela rubano».

Micole: «Se erano prima stati nell’isola e ora tornano noi li ospitavamo; altrimenti li mandiamo via».

Giacomo: «Un’ultima cosa: che se però noi… se noi andiamo via e loro arrivano, se loro ci vedono andare via, dopo loro rimangono lì sull’isola [e quando noi torniamo ci riconoscono] e ci potrebbero dire [riconoscendoci]: ‘Perché ve ne siete andati?’»… «Sì però se loro dopo mentre stravamo arrivando ci vedono con il cannocchiale… se sono buoni ce la ridanno perché ci hanno visto che era nostra; sennò noi li convinciamo dicendo che era nostra».

 

Michele: «Se sono buoni, possiamo anche dividere l’isola: una parte la prendono loro, una parte noi; così dopo non ci sono più problemi».

Sara: «Sì, però come ha detto Giacomo, possiamo scappare quando sono molto lontani e anche un po’ di nascosto…».

Joy: «Quello che ha detto Micole: ma se loro ti dicono una bugia [dicendo] che sono stati su quest’isola? Lei li ospita, ma infine la intrappolano, come fa?».

 

Il problema rimane così aperto. Le strategie da valutare sono molte e sottili. L’incertezza in parte rimane. Ma il viaggio verso l’isola immaginata è stata bella…

 


POESIE SUL VIAGGIO E SULL’ISOLA DI UTOPIA

 

Isola di sabbia soffi il tuo cuore
immerso nel nulla.
Montagna di lava
voli nel vento
bruci le stelle
accese dal cielo
Diego

 

Arrivi e la guardi
incantato dal suo splendore
nel bosco amici
il bosco di smeraldo.
Giacomo

 

I sogni scompaiono
mentre l’aria si trasforma
in nuvole d’acqua
Gabriele

 

L’isola si rispecchia sul lago
mentre la verità è sulla strada
i bambini ne rimpiangono la seta
Sara

 

L’isola incantata da boschi
rientra nel mare aperto
più profondo che mai
con un colore
blu più del cielo
Nicola

 

Porti i fiori
ai cattivi morti.
nella notte di luna piena
entravo nell’isola
di zaffiro
di fumo.
Massimo

 

L’isola là
proprio davanti a te
sul mare azzurro
popolato di angeli
Lorenzo

 

L’isola si addormenta
nel mare d’argento
bambini dorati
risplendono oltre
la luce del cielo
Michele

Arriva la tempesta
l’isola scompare
in un buio scuro di morte
Giacomo

 

Petali di gigli si infuocano
e si trasformano
in un’isola
Micol

Arrivi nell’isola di fuoco
nel giorno degli iris
nella notte di pace
quando la luna sorge
dal manto nero.
Massimo

 

Scende la luna.
I mari cadono
nell’oscurità dell’isola.
Sul lago ghiacciato
lo smeraldo del sole
vede la nave
e rompe la pace.
Micol

 

L’isola è un cielo stellato
ricoperto da sogni
Gira intorno al sole
e diventa luce

I cieli cadono
e sentono il cuore
che mi ruba l’anima

Micol
Letizia

Splendore incantato
boschi reali di seta
che attraversano i fossi.
Sara

Arrivi nell’isola infuocata
mentre trasformi l’aria
in fiori colorati come papaveri
Gabriele

L’isola con i boschi
immersa nell’acqua.
Affonda il mio cuore
ma c’è uno spazio.
L’isola.
Nicola

 

DALLE ‘STORIE’ DI ERODOTO (III, 80-82, trad. A. Fraschetti)

[80.1] Dopo che il tumulto si fu calmato e furono passati

cinque giorni, quelli che si erano ribellati ai Magi tenevano

un consiglio sulla situazione, e furono pronunciati discorsi

che, se per alcuni Greci sono incredibili, pure furono

pronunciati.

 

[80.2] Otane invitava a porre il potere nelle mani di tutti i

Persiani dicendo questo: “A me sembra opportuno che

nessuno divenga più nostro monarca, perché non è cosa né

piacevole né conveniente. Sapete infatti fin dove giunse

l’arroganza di Cambise e avete provata anche l’arroganza

del Mago. [80.3] Come dunque potrebbe essere una cosa

perfetta la monarchia, se in essa si può fare ciò che si vuole

senza doverne rendere conto? Perché anche il migliore

degli uomini, una volta salito a tale autorità, il potere

monarchico lo allontanerebbe dal suo solito modo di

pensare. Dai beni presenti gli viene infatti l’arroganza,

mentre sin dalle origini è innata in lui l’invidia. [80.4] E

quando ha questi due vizi ha ogni malvagità, perché molte

scelleratezze le compie perché pieno di arroganza, altre

perché pieno di invidia. Eppure un sovrano dovrebbe

essere privo di invidia, dal momento che possiede tutti i

beni. Invece egli si comporta verso i cittadini in modo ben

differente: è invidioso che i migliori siano in vita, e si

compiace dei cittadini peggiori ed è prontissimo ad

accogliere le calunnie. [80.5] Ma la cosa più sconveniente

di tutte è questa: se qualcuno lo onora moderatamente, si

sdegna di non essere onorato abbastanza; se invece uno lo

onora molto, si sdegna ritenendolo un adulatore. E la cosa

più grave vengo ora a dirla: egli sovverte le patrie usanze e

violenta donne e manda a morte senza giudizio. [80.6] La

moltitudine che governa, invece, anzi tutto ha il nome più

bello di tutti, isonomia, in secondo luogo non fa niente di

quanto fa il monarca: le cariche sono esercitate a sorte, ha

un potere soggetto a controllo, tutte le decisioni sono prese

in comune. Io dunque propongo di abbandonare la

monarchia e di elevare il popolo al potere, perché nella

massa sta ogni potere”.

 

[81.1] Questo parere esponeva Otane.

Megabizo invece esortava a volgersi all’oligarchia dicendo così: “Quel che

ha detto Otane per por fine alla tirannide si intenda detto

anche da me; ma quanto al fatto che vi invitava a conferire

il potere al popolo, egli non ha colto il parere migliore:

niente infatti c’è di più privo di intelligenza, né di più

arrogante del volgo buono a nulla. [81.2] E certo è cosa

assolutamente intollerabile che per fuggire l’arroganza di

un monarca gli uomini cadano nell’arroganza di una

plebaglia sfrenata. Quello infatti, se fa qualcosa, la fa a

ragion veduta, questa invece non ha neppure capacità di

discernimento: e come potrebbe aver discernimento chi né

ha imparato da altri né conosce da sé niente di buono, e si

getta alla cieca senza senno nelle cose, simile a torrente

impetuoso? [81.3] Della democrazia facciano dunque uso

quelli che vogliono male ai Persiani; noi invece, scelto un

gruppo degli uomini migliori, a questi affidiamo il potere;

fra questi ci saremo anche noi, ed è giusto che dagli uomini

migliori derivino le migliori deliberazioni”.

 

82.1] Megabizo esponeva dunque questo parere. E per

terzo Dario rivelava il suo parere dicendo: “A me quel che

ha detto Megabizo riguardo al governo democratico mi

pare l’abbia detto giustamente; non giustamente invece

quel che riguarda l’oligarchia. Essendoci tre forme di

governo ed essendo tutte a parole ottime, ottima la democrazia e l’oligarchia e la monarchia, io affermo che quest’ultima è di molto migliore.

[82.2] Di un uomo solo che sia ottimo niente potrebbe apparire migliore, e,

valendosi di tale sua saggezza, egli potrebbe guidare in

modo perfetto il popolo, e così soprattutto potrebbero esser

tenuti segreti i provvedimenti contro i nemici. [82.3]

Nell’oligarchia invece ai molti che impiegano le loro

qualità nell’amministrazione dello stato sogliono capitare

gravi inimicizie private, perché, volendo ciascuno essere il

primo e prevalere con i suoi pareri, vengono a grandi

inimicizie fra loro, e da queste nascono discordie, e dalle

discordie stragi, e dalle stragi si passa alla monarchia, e con

ciò si dimostra di quanto questo regime è il migliore. [82.4]

D’altra parte, se il popolo è al potere, è impossibile che non

sopravvenga la malvagità. E, sopravvenuta nello stato la

malvagità, sorgono fra i malvagi non inimicizie, ma salde

amicizie, poiché quelli che danneggiano gli interessi

comuni lo fanno cospirando fra loro. E questo succede fino

a che uno del popolo, postosi a capo degli altri, li fa

cessare; in conseguenza di ciò costui s’impone

all’ammirazione del popolo, e così ammirato viene

proclamato monarca. E così anche questo dimostra che la

monarchia è la cosa migliore. [82.5] E per dir tutto in una

sola parola, da dove ci è venuta la libertà e chi ce l’ha data?

Ci è venuta dal popolo o dall’oligarchia o non piuttosto da

un monarca? Il mio parere è dunque che noi, avendo

ottenuta la libertà per opera di un solo uomo, dobbiamo

mantenere in vigore la stessa forma di governo, e inoltre

non dobbiamo abolire le istituzioni dei nostri padri, che

sono buone, perché non sarebbe certo la cosa migliore”.

 

 

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