Utopia di Verdellino 1

IC Verdellino-Zingonia

Con il sostegno di Cooperativa sociale Il Pugno Aperto: www.coopilpugnoaperto.it

Fondazione Il Chicco di Riso: www.ilchiccodiriso.org

Maestre Giuseppina Pianello, Livia Cortesi
Data: 28 marzo 2017
Classe: 4A Verdellino
Viaggiatori: Marco, Leila, Michele, Iris, Alessandro, Giada, Daima, Sara E., Martina, Riccardo, Anita, Kristian, Vanessa, Asia, Yahya (M), Sara U., Donato, Nikolas, Jacopo, Thomas, Ouleye (F)

 

I primi bisogni.

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Thomas: «Acqua».

Ouleye: «Cibo».

Jacopo: «Un posto dove accamparsi e vivere».

Marco: «Un luogo coltivato».

Michele: «Magari qualcosa per fare qualcosa sull’isola. Dei pezzi per costruire delle cose».

Asia: «Delle reti per pescare i pesci e mangiare».

Riccardo: «Attrezzi per costruire: perché oltre al materiale dobbiamo avere anche gli attrezzi».

Kristian: «Sementi, come ha detto Marco».

Ci sarà bisogno di «sopravvivenza», di capacità di difendersi: «non sai cosa c’è sopra: potrebbero esserci animali selvatici e feroci e devi imparare a difenderti», dice Kristian.

Riccardo: «Per la caccia, delle lance».

Jacopo: «Imparare a fare le armi, per pescare i pesci e le cose».

Asia: «Ci vuole anche una barca bella grande, per tutte le cose che devi portare; e se ti devi accampare devi avere tante cose».

 

Quali sono le cose a cui siamo abituati e di cui sarebbe meglio fare a meno sull’isola? Le cose da non portare con noi.

Anita: «Tutte gli edifici e le cose artificiali». Anita pensa in particolare alle fabbriche e alle strade [asfaltate]. E ancora: «Le cose fatte in cemento».

Iris: «Le macchine…». In particolare «quelle a fumo, a benzina…».

Marco: «In generale le fonti di inquinamento».

Thomas: «Le macchine, le fabbriche, le cose che ci fanno ammalare, tipo Milano che c’è tanto fumo e bisogna mettersi la mascherina».

Jacopo: «Le fabbriche come ha detto lui, poi le sigarette».

Giada: «Invece ho pensato che porterei delle macchine che riscaldavano le cose per mangiare. Non porterei cose tipo le sigarette». Sono «cose che fanno male».

Kristian: «Una cosa che serve a ogni città e ad ogni paese è non fare male alla vegetazione. Prendere tipo le motoseghe e quelle cose lì e tagliare tutta la vegetazione». Queste cose andrebbero escluse.

Riccardo: «Ho una cosa che non si può fare: non si può portare l’alcol, perché ti può fare anche male».

Anita: «Come ha detto Kristian, [bisogna evitare che] tolgano il bosco per fare cose che fanno male».

Asia: «Poi metterei il divieto di non portare armi troppo pericolose, perché… o sennò tipo succederebbe come qui che rubano o fanno male ad altre persone».

Jacopo: «I nerf però si possono portare… sono dei fucili, che sono tipo dei giochi…», che sparano proiettili di gomma. Stiamo parlando di armi giocattolo.

C’è qualcuno che non è d’accordo: Kristian: «Perché ad esempio se tu vuoi giocare con qualcuno e gli dici ‘dai giochiamo insieme’, poi fanno una specie di guerra mettiamo, e per sbaglio lo colpisci in faccia e gli procuri seri danni anche se è un giocattolo…». A qualcuno è capitato di essere stato quasi colpito in un occhio.

Michele: «Tipo eviterei di portare i soldi, o pagare con qualcos’altro, così eviteremo anche di portare… di avere ladri». Qualcuno accenna al baratto. A questo proposito, ad una prima alzata di mano abbiamo 19 bambini che non vorrebbero portare i soldi.

Asia è in dubbio: «Non ci sarebbe una regola: ruberebbero lo stesso, perché non ci sarebbe una regola tipo… tu come fai a prendere le cose ed è come tipo rubare: cosa dai in cambio… vai lì, prendi tipo una cosa e te ne vai [senza dare nulla in cambio]».

Thomas: «[Facciamo il] baratto! Tu scambi, come facevano gli antichi, tipo un vaso per una pelliccia. Non servono proprio i soldi per comprare».

Ma sarebbe meglio con il baratto? Thomas: «Perché con il baratto non si può rubare: è una cosa che hai te e la puoi scambiare. Invece i soldi li rubi: entri in casa degli altri e rubi. Invece il baratto lo scambio… subito; invece i soldi ce li hai in cassaforte, te li rubano e dopo tu diventi povero. Invece con il baratto scambi le cose e tutti sono accontentati».

Kristian: «Volevo dire perché non portare i soldi: vero che te devi cambiare qualcosa, te prendi qualcosa e devi dare qualcosa; ma io non sono tanto d’accordo perché mia mamma mi ha detto che i soldi ci hanno portato un po’ a fare la guerra; tipo come il petrolio adesso per ottenerlo fanno la guerra». Dunque c’è il rischio che i soldi creino situazioni spiacevoli sull’isola.

Michele: «Io pensavo, visto che sull’isola ci sono delle conchiglie, di pagare con le conchiglie». In questo caso le conchiglie diventerebbero una specie di sostituto del denaro.

Giada: «Si può anche portare il telefono se vuoi parlare con i tuoi parenti».

Sara E.: «Allora, praticamente lei ha detto il telefono, però mi pare un po’… che non si può usare un telefono in un’isola, perché non serve a niente».

Riccardo: «i soldi potremmo anche essere che… fare tutto i soldi, anche la sabbia e tutto: così dopo quando andavamo a comprare qualcosa il negoziante li rimettevi a posto. [Possiamo fare che] tutto son soldi: le foglie, le conchiglie, la sabbia. E quando le dai al negoziante, alla fine della giornata lui le rimette a posto… la sabbia sulla spiaggia, le foglie in cima agli alberi…». Interessante esperimento mentale: potrebbe funzionare un’economia così concepita?

Martina: «Volevo solo dire, come aveva detto Sara, che era inutile portare il telefono: perché a parte che non c’è la connessione, se poi si scarica [non puoi ricaricarlo]». Così anche Iris. Si incontra qui il problema dell’energia. Dipenderà dagli abitanti l’invenzione di modi per produrre energia.

Jacopo: «Visto che c’è la sabbia, potremmo portare le jeep che vanno a batteria»… oppure a pannelli solari. Forse «si potrebbero inventare i cellulari a energia solare», o a «energia lunare».

Asia: «Devo dire due cose: io lo porterei il telefono, ma tornerei a tanti anni fa, che si teneva solamente in casa e non portarlo in giro, perché se poi magari lo porti in giro non serve a niente. Cosa te lo porti a fare? Non serve». Sul telefono in casa «me lo ha raccontato mia nonna. L’altra cosa è che ancora sui soldi non sono sicura».

Leila: «Come ha detto dei telefoni antichi, mia nonna mi aveva raccontato che erano fatti con un’antennina». Leila preferirebbe comunque i telefonini come quelli di adesso.

Anita: «Poi i soldi non servono tanto, perché se quello che vuole comprare li spende tutti per niente, non gli rimane niente. Invece per barattere può anche costruire delle cose per barattare». Può capitare, dunque, di spendere i soldi per niente.

Riccardo: «Come ha detto l’idea vecchia, anche io sono d’accordo per quelli in casa, che c’era un cerchio e tu giravi sul numero».

Kristian: «La cosa che serve a tutto il mondo, ma manca nei paesi dell’Africa, è il bene, volere bene ad altre persone; perché per colpa del denaro ora si fa la guerra, si ruba… che ne no? quello lì ti dice ‘io sono più ricco di te’, e tu sei geloso e lo uccidi per prendere tutti i suoi soldi». Il denaro può produrre gelosia e rendere peggiore la vita sull’isola. Col baratto le cose cambiano? Kristian: «Io direi un po’ di sì e un po’ di no: perché forse, dico forse perché non sono tanto convinto, che potrebbe essere una buona idea scambiare delle cose tue; poi magari a te piace tanto questa cosa ma anche quell’altra, tu gli dai questo vaso che hai faticato per fabbricarlo, quello lì ti dà in cambio la pelliccia che ti piaceva tanto, però alla fine tu pensi: ‘però mi manca tanto quel vaso lì perché mi piaceva molto’… tu o lo scambi con qualcos’altro il vaso [per riprenderlo], oppure lo ruba».

Iris: «la cosa dei telefoni solo in casa, magari anche in casa, però anche fuori, perché se ti cacci in qualche guaio che hai detto sì a qualcosa che ti causa problemi, non sai chi chiamare e come fare…». Con il telefono portatile potresti chiamare aiuto. Ad esempio, se uno dice di sì ad un posto di lavoro che alla fine causa problemi e «non esci più, non ti fanno più uscire».

Sara E.: «Secondo me anche il baratto [crea problemi], perché se magari hai scambiato qualcosa di bello, uno si ingelosisce e magari lo ruba».

Anche Marco è d’accordo.

Asia: «Ho cambiato idea, perché per fare i soldi hai bisogno di una fabbrica e allora provocherebbe inquinamento. E neanche i telefoni si possono fare, perché c’è sempre bisogno di una fabbrica. Oppure si potrebbe fare una fabbrica molto lontana dal paese e trasportarli fino al paese e metterli in vendita». Oppure «una fabbrica che non inquina». Kristian: «Io non so se è già stata inventata, però dico che se magari non è stata inventata, si potrebbe anche inventare però».

Jacopo: «Potremmo portare anche pala e piccone per scavare e trovare l’oro, le pietre preziose…». Queste potrebbero servire per fare il baratto.

Yahya: «Costruire le miniere».

Thomas: «Le fabbriche potrebbero essere quelle tipo quelle che fanno le pellicce, i vasi, che creano queste cose, i pacchi di riso e pasta e quelle cose lì… le fabbriche che producono cose utili e che non inquinano». Si tratta di fare allora un elenco di cose utili…

Sara U.: «Riguardo a quella cosa dei telefoni, ci vorrebbe anche una fabbrica che li produce, perché se tu li porti non ce ne sarebbero per tutti».

Riccardo: «Io, oltre alla cosa che ha detto Thomas, cambio idea anch’io: per i soldi dico ancora la stessa cosa di prima, perché forse come hanno detto Kristian, Sara e Marco per il baratto che si ingelosiscono… per quello [sistema precedente] no, perché ci sarebbero… dappertutto e ci sarebbero sempre, non ci sarebbe bisogno di rubarli [es. foglie, sabbia…]».

Ouleye: «Ma allora una cosa che servirebbe è anche un dottore e dei medicamenti. Secondo me non serve il denaro: si potrebbero usare le conchiglie come soldi».

Michele: «Io direi di usare il telefono in caso di emergenza e poi tipo incontrarci per parlare».

Sara E.: «Io dico che sono d’accordo con Sara per il telefono: che servirebbe una fabbrica, perché se magari ti cade in acqua, vai e ne prendi un altro».

Yahya: «Costruire una scuola, con i pannelli solari». Finora non avevamo pensato alla scuola: andrebbe messa tra i primi bisogni. Ci sono però 5 bambini che non la vorrebbero sull’isola… «perché non vogliono studiare», dice qualcuno.

Marco: «Una cosa che non riguarda la scuola. Si potrebbero sfruttare anche le acque del fiume per l’agricoltura, tipo fare dei canali».

Jacopo: «Si potrebbe andare a cercare una sorgente dove prendere l’acqua per bere…».

La scuola: Jacopo: «No, perché primo è noiosa, poi ci danno da fare i compiti a casa quando non abbiamo il tempo». Per fare sport ecc. «Poi un’altra cosa: costruire un campo da calcio e delle palestre per fare ginnastica».

Ouleye: «Secondo me, per i soldi, al posto di portarsi i soldi si potrebbe portare qualcosa, ma metterlo in una stanzetta dove tutti potrebbero condividere, al posto di comprare».

Questa da lei proposta è un’idea diversa dal baratto: qui non si tratta di ‘scambiare’, ma di ‘condividere’.

Sara U.: «Io dico che le scuole si dovrebbero costruire, perché anche devi imparare a fare quel mestiere, ci vuole [la scuola]».

Anita: «Poi, una cosa riguardo al telefono: serve a tante cose, quindi bisogna metterne pochi nel paese, come punti di incontro».

Leila: «Come ha detto Jacopo, anche tipo vicino per esempio al mare, fare tipo delle piscine».

Restano alcuni luoghi da progettare:

– una scuola gradita anche a chi non la vorrebbe…

– il luogo dove si condividono le cose, immaginato da Ouleye…

 

Come abitare sull’isola?

Marco: «Considerando l’aspetto come ha detto Ouleye di condividere, potremmo stare tutti insieme e creare degli spazi dove si può stare».

Anche a un’altra bambina, Daima, piace questa idea: «Come ha detto Ouleye, possiamo condividere tutti, perché così la notte quando alcuni di noi hanno paura, per esempio, hanno degli amici che gli fanno passare la paura perché sanno che hanno degli amici lì con loro».

Ecco dunque un altro vantaggio dello stare vicini e insieme.

Yahya: «Costruire uno zoo per tenere tutti gli animali selvaggi. L’altra idea è costruire un pozzo vicino al paese».

Michele: «Io direi tipo durante il giorno di stare lontani e poi durante la notte di stare vicini, così se qualcuno ha paura… per fargli passare la paura».

Iris: «Io sul fatto degli zoo di Yahya, secondo me no… no! Non mi piace come idea. È come tenerli in gabbia».

Thomas: «Sullo stare insieme: stando insieme c’è più protezione. Che se arrivano tipo gli animali selvatici, c’è più protezione tra noi».

Daima: «Per l’idea dello zoo, a me non piace». Ma dove andiamo ad abitare?

Vanessa: «Io sono più d’accordo per il villaggio, perché siamo tutti insieme e qualcuno non si perde neanche».

Kristian: «Io volevo dire due cose: una cosa è quella di stare vicini e lontani. Volevo dire: facciamo tipo… quel ruscello lì, facciamo tipo che da una metà ci abitiamo e dall’altra metà si va dove ci sono le fabbriche e la scuola, si va là per imparare e fare il proprio lavoro. Da una parte c’è il paese, tutto un paese, dove tu puoi vivere nel posto dove vuoi tu. L’altra cosa che volevo dire è sulla scuola: a quei bambini che hanno detto di no alla scuola direi: ‘ok, va bene che avete detto che non volete la scuola, però la cosa che ti serve la scuola… aprirei la scuola per ogni categoria, una scuola grandissima, dove c’è una parte dove si impara scienze seconda terza e quarta tutti insieme; poi una parte di storia, una parte di matematica, una parte di italiano… cioè di ogni materia…».

Sarebbe una scuola organizzata per materie. «Ognuno avrà la sua materia preferita».

C’è chi preferirebbe avere una parte per la ginnastica e stare lì.

Ouleye: «Due cose. La prima è che se dobbiamo andare soltanto noi… i telefoni non servirebbero, perché serve la fantasia dei bambini e non sarebbe bello un mondo senza fantasia».

Yahya: «Senza zoo poi gli animali selvaggi si ritrovano nel paese».

Asia: «Devo dire tante cose: la prima è che arrivando sull’isola costruirei tipo una cosa come abbiamo noi, tipo la centrale di polizia e vigili del fuoco; poi le idee di andare ognuno per la sua strada non sarebbe bello, perché poi magari si farebbe la guerra perché [gli abitanti] si insultano che un paese è più bello dell’altro; e poi un’altra cosa dello zoo che ha detto Yahya, no perché è come tipo lasciare tutti in gabbia e non avrebbero il loro spazio. Quindi li lascerei in una parte del bosco tutta loro e tagliarla dal villaggio».

Daima: «Io volevo dire che sul villaggio, potremmo fare degli spazi nostri, ma anche che potevamo scegliere qualche compagno per stare con noi nello spazio che abbiamo scelto. Possiamo scegliere il compagno nostro amico per stare insieme. [Meglio] degli spazi dove si può stare con degli amici».

Sara E.: «Io sono d’accordo con Asia, perché non mi piace l’idea dello zoo, perché se magari scappa un animale ti può fare dei danni… ti può attaccare, cose così». Ma lo zoo era stato ideato per proteggersi… «non li portiamo», dice Ouleye. Ma Yahya pensa a quelli selvaggi.

Leila: «Ma se abbiamo tipo animali che abbiamo portato noi, tipo cani e gatti, come facciamo?». Leila li porterebbe volentieri. Ci vorrebbe un veterinario.

Giada: «Io invece sono d’accordo con Daima di fare la casa che si sta tutti insieme con gli amici che frequenti di più e puoi scegliere con chi stare». Non nascerebbero così dei gruppetti separati? È un problema da considerare.

Marco: «A me piaceva molto l’idea del villaggio, perché immaginiamoci che arrivi un altro popolo e che dopo potrebbe invadere le nostre terre: siamo in un villaggio, siamo tutti uniti e tutti tengono per tutti».

Michele: «Io ho due idee. La prima è che direi che, visto che c’è un fiume che divide l’isola, direi che un pezzo di isola la teniamo per gli animali e l’altro lo teniamo noi. La seconda idea è di creare un posto per stare un po’ da soli quando ti sei arrabbiato»

Iris: «Io la stessa cosa di Michele, che il fiume divide l’isola, una parte per gli animali e una parte per noi. E per gli animali acquatici fai metà fiume, che è dalla parte degli animali, e metà fiume che è dalla nostra parte».

Anita: «Vorrei unire un po’ quello della scuola e quello del condividere. Che questa stanza che ci dormono tutti insieme… per gli amici, perché sennò diventano più nemici e si formano anche le guerre. E proprio lì attaccato c’è una scuola e quello che vuoi fare…segui le lezioni che ti piacciono di più». La scuola è vicina allo spazio comune.

Riccardo: «Io farei che ognuno sceglie un posto e fa un villaggio lì: ci sono tanti villaggi, li fanno tutti uguali con le stesse cose. Così se uno vuole abitare in una parte più alta va in quel villaggio. Però tutti i villaggi sono uniti con un sentiero fatto di legno o come si vuole, con delle luci e qualche segnale che ti indica le strade; e poi per un’altra cosa della scuola, oltre alla scuola di ogni materia, possiamo fare anche scuola per ginnastica, calcio…».

Kristian: «Volevo dire che sull’idea di Leila di portare gli animali domestici ci stava… magari ci sono animali carnivori che vogliono venire nel villaggio per cibarsi un attimo, magari ci sono i cani che difendono e delle guardie». «Volevo dire anche che l’idea di Riccardo, quella della scuola, va bene, mi va bene, mi piace: ci sono diverse scuole per gli sport, quelli che vuoi te, e un’altra scuola delle materie».

Ouleye: «Allora: tu hai detto all’inizio che si dovrebbe vivere là… ma alla scuola, se cresciamo non dobbiamo stare sempre alla scuola elementare. Dovremmo fare più scuole».

Yahya: «Costruire un pozzo, perché il villaggio, se sarà lontano dal fiume, invece di andare fino al fiume abbiamo un pozzo nel villaggio».

Asia: «Volevo dire tre cose: tipo che intanto come ha detto Yahya si potrebbe fare il pezzo ma anche una casetta per bollire l’acqua se non è potabile, per poi poterla bere. Poi prima diceva Yahya che prima voleva lo zoo così almeno gli animali non andavano nel villaggio e non facevano disastri. Però facciamo una parte dell’isola loro e una parte dell’isola noi. L’altra cosa è che non mi piace l’idea di Riccardo con tutti i villaggi sparsi».

Vanessa: «Io sono d’accordo con l’idea che si devono portare gli animali domestici».

 

Le leggi.

Sara U: ci vogliono delle regole e leggi perché potrebbe accadere una guerra. Tipo non rubare, perché se un popolo arriva sull’isola e ruba al popolo che è già lì, potrebbe scoppiare una guerra.

Thomas: bisogna rispettarci tra di noi.

Yahya: [Sì leggi] perché così le persone non fanno caos. La regola più importante è che non devono inquinare.

Leila: Sì leggi, perché se no ci sarebbe un disastro come buttare la sporcizia per terra.

Iris: Ci vorrebbero le regole di non rubare e di non oltrepassare senza il permesso di tipo la guardia forestare il fiume che divide la parte degli animali con quella del villaggio.

Kristian: Sì perché ci serve tipo una tabella di cose che possiamo fare e che NON possiamo fare.

Nikolas: Sì, dovrebbero essere leggi per rispettare la terra e tenerla pulita anche per non comandare agli altri.

Marco: Sì ci vorrebbero le leggi perché tutti siano felici e abbiano i propri diritti. La legge più importante è la libertà.

Michele: Ci vorrebbero le regole sull’isola? Sì perché così sarebbe sicura l’isola: non si corre, così non ci si fa male.

Jacopo: Sì, dovrebbero esserci leggi perché sennò tutti fanno quello che vogliono, anche cose pericolose.

Donato: Sì, quella di non picchiare gli altri sennò vai in punizione.

Asia: Vorrei la legge perché ci vuole EDUCAZIONE. Io scelgo la legge di non fumare.

Martina: Sì ad esempio non fumare e non incendiare gli alberi e la natura e specialmente non litigare o uccidersi per soldi.

Giada: La regola di non fumare e no lo zoo neanche la miniera.

Sara E.: Sì ad esempio non fumare e non sentirsi troppo liberi.

Vanessa: sì, perché senza regole si può rubare e non rispettarci.

Damia: Nell’isola ci vogliono le regole come non fumare e niente fabbrica e non imprigionare gli animali pefché sono come noi, sono animali, ma sono come noi, hanno sentimenti, anche se sono selvatico.

Ouleye: No, perché secondo me ognuno di noi si sa gestire in un certo modo e come ha detto Marco “Tutti per uno, uno per tutti”, facciamo un lavoro di squadra e ci vogliamo bene. Non c’è bisogno di nessuna legge.

Riccardo: «Secondo me le leggi servirebbero: vietato fumare, vietato entrare nella parte degli animali (solo se manca cibo e bisogna cacciare ma se accade ci sono le persone autorizzate); vietato portare alcolici; vietato non seguire le leggi (la più importante), vietanto anche per chi fa la scuola degli sport deve fare per forza almeno due ore al giorno di quella normale; vietato pichiarsi e farsi male; vietato prendere in giro e insultare; vietato non fare realizzare i sogni degli altri; vietato sporcare per terra (se si fa bisogna raccogliere subito la cosa buttata e buttarla negli appositi contenitori); Vietato non seguire la raccolta differenziata».

 

Cosa accade se le leggi non vengono rispettate? Consideriamo che a volte, anche se le regole ci sono, non vengono rispettate. Ricordando che l’obiettivo è fare di quest’isola un posto dove vivere davvero bene, cosa dovrebbe succedere se qualcuno non rispetta le regole?

Marco: «Ci potrebbe essere una punizione. Qualcosa per fare capire che bisogna rispettare le regole e non si può non rispettarle». La punizione fa capire? La punizione e ciò che fa capire «sono due cose diverse».

Jacopo: «Per me se non ci fossero regole, tutti farebbero quello che hanno voglia. Tipo ci sono le armi da caccia, entrano dentro le casette degli addetti della caccia, prendono le armi e vanno a cacciare… per [evitare] questo ci devono essere le regole». Quando qualcuno non rispetta le regole «gli si fanno fare tante flessioni e 100 addominali».

Daima: «Per me se non ci fossero regole in quell’isola, la spiaggia sarebbe piena di spazzatura. E verrebbero persone a rubare, a cacciare… Li mettono in una punizione, ma gli dicono anche come lui ha lanciato quello lì per terra e gli dice: ‘ma se la tua casa fosse così…?’ e li mette in castigo». Si tratta di fare immaginare come sarebbero le proprie cose, se uno subisse il comportamento irrispettoso che ha avuto.

Michele: «Io pensavo tipo una punizione, dove c’è tipo una sfida: che se vince, allora può avere… se corre, se vince, allora può correre e deve stare attento, perché ci si può fare male… invece se perde, lo castigano anche…». La punizione consiste nel fare una sfida. Uno viene castigato se perde. Se vince, «ha corso, poi può correre, però deve stare attento».

Kristian: «Quello che ho scritto io delle leggi, ho fatto una tabella di cose che possiamo fare e cose no. Ad esempio sulla caccia scriviamo: la caccia apre questo giorno e chiude quest’altro giorno. E se questo non vuole proprio obbedire e terminare la caccia, allora io farei come ha detto Michele una sfida: una sfida, che ho visto alla televisione, una sfida che non è proprio una sfida, per diventare il più forte, si doveva correre con in mano una cosa… e si doveva suonare una campanella. Il primo che suonava la campanella aveva vinto. Se uno perde va in carcere tipo un anno…». Ma se vince la sfida? «Sta dentro di meno, la metà».

Riccardo: «Una punizione per quelli che fanno la scuola degli sport, così, potrebbe essere che un giorno per forza devono fare tutte le ore della scuola normale, però lavorando anche il doppio di quelli che la fanno normalmente».

Ouleye: «Dato che in questo caso ci sono le leggi, ogni violazione di legge ha una conseguenza». Punizione o altro, però? «Fare capire le cose». Come si fa?

Asia: «Volevo dire due cose. Una che tipo se uno non rispetta le regole, finisce come a una centrale di polizia, se si fa; se la polizia crede che non gli abbia detto la verità, lo lascia da solo in una cella a pensare quello che ha fatto; dopo un giorno glielo richiede e se crede che ha detto la verità lo lascia andare». Un’altra cosa: «non mi piace la caccia degli animali».

Daima: «Volevo dire anche che quest’uomo è andato in quell’isola e ha sporcato tutta l’isola e viene una persona e gli dice: ‘tu farai la sfida, ma se non la vinci dovrai pulire tutta l’isola; e se la vinci ti potremo aiutare, aiutando a pulire la spiaggia [e l’isola]».

Iris: «Io, secondo me, glielo farei capire… perché è anche sua, ci vive anche lui lì, anche lui dopo si ritrova dove vive tutto sporco». Occorre fare capire questo. Le parole bastano? «Non sempre [bastano]». Cosa aggiungere alle parole? «Anche in certi casi potrebbe non capire o non cambiare idea… sporcare comunque», dice Iris.

 

Anita: «Se qualcuno come ha detto Iris le capiscono con le parole, li si può lasciare andare se non lo fanno più; invece se lo fanno un’altra volta, hanno rovesciato o sporcato una proprietà di qualcun altro, lo deve ripulire lui».

Ouleye: «Risposta alla domanda di prima: per le persone che… ci sono persone a cui basta capire parlando, con altre persone bisogna proprio reagire. Quindi per prima bisogna provare con tutti parlando; poi con chi non bastano le parole si passa alla punizione. La seconda cosa è che ci siamo dimenticati che per sopravvivere serve anche il fuoco».

Dunque: le persone non sono tutte uguali. Con alcune bastano le parole, con altre no.

Marco: «Secondo me le punizione certe volte non servono, perché per esempio le maestre ce le danno e noi non capiamo lo stesso». Cosa serve allora? «Delle parole che devono fare capire le cose alla persona che si comporti bene; la seconda volta ci vuole la punizione».

Kristian: «Io volevo dire che… se lui non capisce, lo metto dentro per un mesetto, con un programma che gli fa tipo capire un po’ la legge, come deve essere rispettata, e quasi con uno psichiatra, una cosa del genere, un dottore tipo, e fargli fare un attimo [un programma] per fare capire la legge». Un programma di attività. Quali attività?

Riccardo: «Oltre alle parole, potrebbe servire anche una cosa che forse potrebbe essere un’attività. Magari qualcuno sporca la casa di un altro e dopo se ne va ridendo e dopo devono farlo… devono cambiare casa e lui deve andare lì e sente cosa provano gli altri con una casa così».

Fare rivivere delle esperienze per mettersi nei panni degli altri.

Daima: «Come prima, che hanno detto… Iris, che gli doveva parlare o una punizione: tu gli parli e cerchi di fargli capire, lui dice di sì, che ha capito, ma invece dopo lo rifà ancora, e quindi bisogna fargli capire che quel posto è anche la sua casa, perché lui è lì, quindi è anche la sua casa quel posto».

Asia: «Volevo dire due cose. La prima che si è detto che le armi e le pistole e quelle cose lì non si possono portare, però hanno un’utilizzazione solamente alla polizia. E un’altra cosa che non abbiamo ancora detto sono i centri commerciali e le altre cose: [non mi piacciono] perché se parti subito da una cosa molto evoluta poi è brutto, perché tutti partono sempre da un punto piccolo; se parti da un punto grande, poi non sanno bene come si fanno le cose bene». Bisognerebbe partire dunque da un punto piccolo su quest’isola, andando passo dopo passo.

Anita: «Adesso ho cambiato anche io idea su quello che avevo detto prima, perché se quando uno ha sporcato non era lui, era qualcun altro, deve subire anche quello che ha fatto qualcun altro». Occorre un sistema per capire chi è responsabile dei comportamenti contrari alle regole.

 

Passiamo a un’altra questione fondamentale: la forma di governo.

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Verdellino su come andrebbero prese le decisioni che riguardano tutti e che condizionano la vita di tutti. Sono le decisioni che vincolano tutti gli abitanti dell’isola, nel nostro caso. Si tratta ad esempio delle decisioni relative alle leggi dell’isola: decisioni collettivamente vincolanti.

 Michele: «Io direi se uno non va bene e tanti non vanno bene, di farne cinque o sei». Un governo di pochi: «Sei decidono e lo propongono al popolo». Occorre dunque considerare una forma mista: i pochi non decidono da soli, ma decidono e poi propongono al popolo, che prenderà la decisione finale.

Ouleye: «Si doveva fare una specie… bisognerebbe raggruppare tutte le persone che vivevano nell’isola e decidere insieme».

Kristian: «Io volevo dire che ad esempio tra democrazia e… una parte tra democrazia e oligarchia… in senso che si deve tipo… il popolo è di cento persone, tu prendi la metà, fai come ha detto Michele… prendere sei gruppi fatti di questo tot di persone e la metà del popolo governa, perché così non sono né troppo pochi di oligarchia né troppo tanti che fanno la democrazia». È un altro modo per cercare una via intermedia tra democrazia e oligarchia. A un certo punto la metà al governo cambia. «Ad esempio: questa metà di popolo governa cinque anni e l’altra metà altri cinque anni e così via».

Thomas: «Io farei anche una grande casa dove ogni settimana, una volta a settimana, tutto il popolo va in quella casa lì e decide le leggi che devono prendere».

Anche a Kristian piace.

Anita: «Come facciamo noi in Italia. Il popolo decide chi… un gruppetto di persone, le più importanti, e poi come ha detto Michele si decide insieme». Dunque, in questo caso, si eleggono delle persone che sono poche rispetto al popolo, e questi eletti prendono delle decisioni che devono essere discusse dal popolo e approvate dal popolo. Se il popolo non le approva, si devono cambiare un po’ le decisioni.

Marco: «Invece secondo me, andando sempre sul discorso di Anita, quando non sono d’accordo si fanno le votazioni per vedere chi dice di sì o di no e chi ha più votazioni vince».

Riccardo: «Io farei… metti prima userei la monarchia e questo re dice una legge, però quelli di tutto il popolo dicono a votazione se sì o no; se vince il no, si passa a questo re e costruisce questa oligarchia e anche lei decide una legge, e se il popolo non la approva ancora, si deve mettere… deve dire lui cosa bisogna fare». In questo modo si passerebbe attraverso tutte le forme di governo.

Jacopo: «Allora: come fanno qui in Italia, ci sono tanti re che si candidano e poi loro dicono la loro frase e il popolo decide di eleggere…». Funziona bene così? Abbastanza bene.

Asia: «Volevo dire che io farei che ci sono, c’è oligarchia, sei persone come ha detto Michele, che però anche loro non è che decidono le cose da soli, ma si confrontano e poi lo dicono al popolo: se il popolo approva, allora si fa; se non approva, cambiano idea e trovano un altro sistema». Devono essere capaci di cambiare idea, questi pochi.

Leila: «Io volevo dire per esempio che, come ha detto Kristian… però non proprio metà. Un pochino meno di metà popolo». L’idea è di dividere la popolazione in tre gruppi. Si governa un terzo alla volta, a turno (per turni di due o tre anni).

Kristian: «Io volevo dire su quello di Asia: se loro dicevano una cosa, magari il popolo la respingeva e loro dovevano pensare un’altra cosa… però mettiamo i sei candidati: loro decidono ognuno e ognuno può votare quante volte vuole, tranne la persona che ha detto quella cosa…».

Alla fine ci sarà una graduatoria di sei idee proposte dai sei scelti: si propongono al popolo le cose in seguito, in base alla graduatoria.

Anche Alessandro propende per una mediazione tra i pochi e il governo tutti insieme.

Marco: «Io volevo dire che mio papà è stato in Iran e lì il paese non era libero, perché le donne non avevano gli stessi diritti che avevano i maschi: per esempio non potevano parlare se il marito non dava il permesso, non potevano andare allo stadio a vedere i maschi che giocavano, sennò andavano in prigione».

 

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Verdellino?

Si sentono delle voci: sì, no, boh!

Proviamo, prima di parlarne, a fare una votazione: 10 sì alla presenza degli adulti; 3 no; 7 incerti.

Iniziamo dalla minoranza, col cercare le motivazioni.

Michele: «Io dico no, perché tipo se non portiamo gli adulti possiamo essere un po’ più liberi».

Jacopo: «Perché gli adulti ci tolgono un po’ la libertà, perché se c’è la scuola ci tengono a casa a studiare e non ci fanno andare fuori a giocare; per questo è meglio non portarli.

Thomas: «Non vogliono fare le scelte che noi vorremmo fare su alcune cose». Anche Asia e Yahya. Asia: «Ci ho ripensato». Ora pensa no, «perché me lo ha ricordato ora Jacopo, che se portiamo gli adulti, poi non abbiamo molte scelte da fare: devono fare tipo tutto loro, vogliono decidere tutto quello che dobbiamo fare nella vita e noi non siamo molto liberi».

Yahya: «Quando vogliamo mangiare, chi è che ci cucina le cose?».

Iris: «Io volevo dire una domanda a quelli che hanno detto no. perché alla fine prima Asia aveva detto [che ci devono essere] la polizia e i pompieri. E le guardie non mi ricordo chi. Ma le fanno i bambini?».

Come cavarsela in questo caso?

Sara E.: «Io dico di sì perché sono loro che ci danno un’educazione molto più, diciamo, bella… e poi se magari non ci lasciano uscire perché dobbiamo fare i compiti e studiare, lo fanno per il nostro bene».

Anita: «Sono un po’ in dubbio, perché i genitori ci aiutano sempre a fare tutte le cose e poi se non vogliamo gli adulti anche noi diventiamo grandi: dobbiamo cacciarci da soli».

Nikolas vota per la presenza degli adulti sull’isola.

Sara U.: «Come ha detto Anita, anche noi un giorno saremo grandi e visto che vogliamo viverci per sempre lì, dobbiamo andarci…» con gli adulti. Ma si potrebbe fare la regola che lì possono vivere anche da adulti i bambini cresciuti lì.

Ouleye: «Io sono un po’ in dubbio, perché è un po’ come quando una mamma ti chiede se preferisci la mamma oppure il papà: da una parte è impossibile decidere e da una parte c’è qualcuno che preferisci [per qualcosa]». Insomma: «da una parte c’è qualcuno che proprio mi piace perché posso avere molte cose, dall’altra parte non voglio perché non posso avere niente». La scelta sulla presenza degli adulti crea questo dubbio.

Vanessa: «Io sono un po’ dubbio, perché da una parte hanno un po’ ragione i no, da una parte i sì».

Kristian: «Io adesso sono in dubbio, perché un po’ è vero… un po’ dico sì e un po’ no. Prima ero del sì, perché gli adulti… chi è che ci darà l’educazione, la sicurezza?». Thomas: «La sicurezza ci arriva dal villaggio». Jacopo: «Dobbiamo imparare a cavarcela da soli».

Kristian: «Nel senso: sicurezza in senso che loro dicono ‘tu non la puoi mangiare’, e tu la vuoi mangiare perché ti piace tantissimo questa cosa, ma poi ti fa male perché sei allergico ammettiamo… Qua entrate voi due in gioco: dobbiamo un po’ capirla noi, se volevamo farla o no. E poi l’altra cosa del no: nel senso che noi vogliamo ad esempio, come quello di prima, vogliamo tanto comprarci questa cosa, ma se ci fossero i genitori che ci dicono ‘no, costa troppo’, tu non te la potresti permettere e ti annoieresti a giocare sempre con gli stessi giochi». Capita infatti di annoiarsi, ma «quando non ho niente proprio da fare, anche se mi annoio, [capita] che mi invento un gioco con le cose che ho».

Thomas: «Sulle scelte, noi non siamo liberi perché tipo se tu chiedi… vuoi questa cosa, i genitori dicono ‘no, non puoi prenderla’, perché poi sanno che dopo (tipo la Play) ci stai attaccato tutto il giorno». Ma a volte anche se uno ci gioca qualche minuto non la comprano lo stesso, anche se sanno che uno non sta tutto il giorno attaccato. Cioè a volte gli adulti si fanno un’idea sbagliata di quello che farebbero i bambini.

Jacopo: «A volte mia mamma e mia papà dicono che ho giocato un’ora quando ho giocato mezz’ora, neanche… Poi quando sono stato giù un’ora, dicono che sono stato giù mezz’ora. Dicono tutto il contrario».

Daima: «I genitori li porterei perché loro, se ci fosse la scuola, ci dicono ‘non uscite finché non fate i compiti’; [ma lo fanno] perché loro vogliono che noi prendiamo dei buoni voti a scuola e che andiamo bene e quando loro ci dicono ‘no, questo costa troppo’, è perché loro vogliono lasciare qualcosa, i soldi, per poter comprare da mangiare e da bere».

Nikolas è sempre a favore della presenza degli adulti. Anche Donato la pensa così: «per la sicurezza». Anche Martina porterebbe gli adulti per la sicurezza.

Jacopo: «Gli adulti ci farebbero studiare tutto il giorno!».

Marco: «Io volevo dire che sono in dubbio, perché per certe cose ci danno sicurezza, ci aiutano nel fare certe cose, ci cucinano, ci fanno molte cose e anche per la compagnia; per invece per certe cose, perché magari quando c’è la scuola libera, vogliono farti fare una cosa rispetto a un’altra». Ad esempio può capitare che i genitori dicano cosa fare e non fare, anche di non leggere perché poi fanno male gli occhi.

 

Iris: «Come ha detto Anita, per me su quest’isola costruiamo tutto, quando diventiamo grandi ce ne dobbiamo andare». Non è detto: dipende cosa si decide a proposito dei bambini cresciuti sull’isola. Ora si tratta di decidere se portare oppure no le persone che sono già adulte.

Yahya: «Ho cambiato idea: no, perché sgridano» a volte.

Asia: «Volevo dire che io dico no agli adulti, perché tipo sono un po’ sul dubbio… perché è vero una cosa, che qualche volta loro ci aiutano e altre volte però vogliono farci del bene ma noi crediamo che fanno del male… poi ho cambiato idea su quello di prima: no alla scuola».

Nikolas: «Io ho detto sì perché ci serve la loro compagnia e ci servono per la sicurezza».

Notiamo che Nikolas riprende la parola ‘compagnia’ come motivo per la presenza degli adulti.

Leila: «Poi servirebbero un po’ [gli adulti], perché per esempio se noi dobbiamo cuocere qualcosa, non sappiamo come accenderlo… o sono in dubbio perché tante volte sgridano e non lasciano neanche un secondo nella giornata: si deve fare tutto il giorno qualcosa».

Sara E.: «Due domande per quelli lì che hanno detto di no agli adulti: ma la scuola avevate detto che sull’isola c’è?». Pare di sì, anche se non tutti erano d’accordo. La domanda: «Allora, se non c’è la scuola, come fanno i bambini a dopo fare un lavoro, perché senza scuola non possono studiare.. tipo il dottore deve studiare il corpo umano, perché sennò non può curare niente».

Dice qualcuno: «Non potremmo laurearci e poi andare su quell’isola?». Ma non sarebbe più un’isola di bambini.

Riccardo: «Io ero indeciso, sulla bilancia ero identico, però ora mi sto convincendo un po’ del no, perché alcune volte gli adulti sgridano anche se non è vera la cosa che abbiamo fatto; per esempio dicono che non abbiamo studiato e che abbiamo preso 10 di fortuna, ma in verità abbiamo studiato».

Vediamo una nuova votazione: 9 sì alla presenza degli adulti; 9 no; 2 incerti. Si tratta… di un pareggio! Questa decisione cambia però profondamente l’aspetto dell’isola: decidere per il sì o per il no determina una grande differenza. Ricordiamo che volevamo realizzare un’isola dove si viva davvero bene. Se vincesse il sì (o il no), ci sarebbe una parte insoddisfatta.

Qualcuno propone allora di dividere l’isola in due parti, parte dei bambini e parte degli adulti. Ma la parte degli animali? Domanda qualcuno. Forse si può dividere l’isola in quattro parti? (dividendo l’isola in due lati e la parte alta da quella bassa).

Se ne dovrà riparlare. Comunque compare un’isola divisa in una parte dei bambini e in una parte degli adulti.

 

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

 Ouleye: «Io faccio una serie di cose. Per prima cosa corro e vado sulla nave. Poi vedo chi sono le persone. Faccio una specie di intervista per sapere chi sono. Gli faccio capire che c’eravamo prima noi e li faccio tornare da dove sono venuti».

Asia: «Sono nel dubbio sugli adulti. Io andrei lì [in relazionealla nave], sceglierei dei bambini che si sanno un bel po’ difendere per sicurezza (non per forza), chiedo come si chiamano e da dove vengono, li faccio scendere, li faccio accampare per un po’ visto che sono soli e non sanno dove andare, e il giorno dopo vediamo cosa si fa, visto che è sera [quando arrivano]».

Yahya: «Io vado da loro e gli parlo», facendoli però tornare da dove sono venuti.

Daima: «Come ha detto Ouleye, vado, gli faccio l’intervista, li faccio accampare e l’altro giorno vediamo che sono persone gentili e brave e li facciamo restare». Daima dunque invita a porsi il problema di farle restare, queste nuove persone arrivate sull’isola.

Giada: «Per me i genitori potrebbero venire con noi, perché loro ci aiutano e se noi ci facciamo male loro ci aiutano». A proposito della nave, «ci aiutano».

Donato: «Io li caccerei via, perché è la nostra isola e accettiamo solo quelli che conosciamo». Non bisognerebbe neanche provare a conoscerli, secondo questa ipotesi.

Marco: «Io li accoglierei, perché al mondo siamo tutti della stessa specie e non si differenzia per la razza».

Michele: «Io prenderei subito le armi, i nerf, e li spaventerei cacciandoli». Con le armi giocattolo.

Iris: «Io cercherei… li farei restare lì accampati; il mattino dopo li farei tipo… vedrei se sono buoni, se hanno intenzioni buone o cattive. Se hanno intenzioni buone proverei anche a farli rimanere».

Kristian: «Io sto dalla parte di Marco finora, però dico che è vero che non siamo come razze noi: può essere di colore, cinese, giapponese, di qualsiasi tipo, ma è sempre un umano come noi: quindi è meglio accoglierlo. Poi anche se poi magari non ci stiamo qui, dobbiamo anche capire il comportamento, se è buono… se sono d’accordo con le nostre regole e vogliono inventare altre regole, e anche se poi non ci stiamo in quest’isola [per il numero], magari formiamo un’altra metà usando ciò che ci dà la natura, costruiamo un altro pezzo di isola».

Così Kristian suggerisce di prepararsi a usare l’inventiva per allargare lo spazio dell’isola, se non ci si sta, se il numero di chi arriva è troppo grande per trovare spazio sufficiente nell’isola.

Riccardo: «Io mi porterei… li farei scendere dalla nave e tenendoli sotto controllo, dopo li guarderei: gli do dei vestiti belli, delle scorte di cibo e dopo qualche giorno che si rimettono in sesto e stanno bene e tutto, gli sistemiamo la nave se era rotta, e li mandiamo con qualcuno che li guidi verso un’altra isola che non è abitata». Perché mandarli in un’altra isola? «Perché forse dopo l’isola non è grandissima: è un’isola, non è mica grande come per esempio Verdello e Verdellino messi insieme, quindi non ci starebbe tanta gente».

Se fosse grande come Verdello e Verdellino, si potrebbero ospitare: potrebbero servire anche per la coltivazione e altri lavori.

Anita: «Sono un po’ indecisa, perché… da una parte si dovrebbe dividere l’isola…» con adulti, animali… «poi arrivano loro»… dove li mettiamo? Che fare? «Dipende da quanto è grande l’isola» e da quanti sono loro.

Un bambino «Se loro arrivano con una nave pirata, prenderei subito le armi, griderei ‘Ai posti di combattimento!’ e gli lanciamo addosso le lance e gli buchiamo le navi così affondano. E se nuotano gli lanciamo addosso le lance».

Le armi, in questo caso, andrebbero costruite.

Nikolas: «Io li faccio venire dalla nave, gli dico da dove vengono, poi alla fine li faccio ospitare in tutta l’isola. E se fanno una cosa brutta e rubano, [gli abitanti dell’isola] mettono una trappola». Inizialmente dunque prevale la fiducia e l’ospitalità.

Giada: «Se loro arrivano da noi con la loro barca, se sono buoni posso fidarmi di loro e li possiamo ospitare». Ma come si fa a capire se ci si può fidare? «Dal modo con cui parlano».

Martina: «Vedere come si comportano». Meglio guardare come si comportano sulla nave.

Leila: «Secondo me è meglio prima guardare quando sono un po’ lontani con il cannocchiale; poi quando si avvicinano gli chiediamo da dove vengono e di che razza sono».

Marco però diceva che non ci sono razze: «Sì perché in realtà tutto il mondo è paese».

Michele: «Io pensavo tipo di farli scendere dalla nave, ospitarli per un giorno, vedere come si comportano e dopo, se sono bravi, li teniamo sulla nostra isola; se sono cattivi invece li cacciamo».

Leila: «E poi se vediamo che il comportamento è buono diciamo, possiamo farli scendere e vedere se possono aiutarci a fare le cose insieme, tipo lavorare… non tipo prigionieri, tipo come se fossero un pochino pochino parte del paese, ma poco».

Marco diceva però che tutto il mondo è paese…

Iris: «Li ospiterei per un giorno, vedere come si comportano come ha detto Michele, se possono rimanere; e tipo non so, noi siamo abituati tipo abituati al caldo, [se] loro sono tipo eschimesi, se si comportano bene li mandiamo a stare sopra, nello spazio in cima alle montagne». Notiamo la novità: dobbiamo considerare di dare loro uno spazio dove stanno meglio in base alle condizioni (climatiche in questo caso) a cui sono abituati.

Martina: «Non mi interessa la razza, perché siamo tutti uguali: l’importante è che sono bravi tra di loro e con noi».

Sara E.: «Io vedrei, quando vedo questa nave, voglio con il cannocchiale… cerco di vedere le persone che sono dentro la nave, almeno cerco di capire come si comportano».

Thomas: «Io quando arriverebbero li farei stare nel villaggio per un po’: se si comportano bene, non inquinano l’ambiente, dividerei l’isola in tre parti: loro da una parte; la parte degli animali la lascerei com’è; la nostra parte la dividerei in una parte alta e in una parte bassa; nella parte alta vanno a viverci loro e nella parte bassa noi; e viviamo tutti assieme». Thomas ha quindi cambiato idea: ora vorrebbe accoglierli.

Ouleye: «Io ho cambiato idea. Adesso avrei un po’, in verità proprio non avrei voluto… pensavo che non eravamo così tanto; se dobbiamo portare anche loro dobbiamo dividerci il cibo, procurarci più cibo, il fuoco, bisognerebbe fare… quindi non so se ospitarli o non ospitarli perché dovremmo fare tanti cambiamenti». Il dubbio nasce qui dal pensiero dei cambiamenti che sarebbero necessari per ospitarli.

Donato: «Secondo me non è che saranno così tanto buoni…».

Yahya: «Io ho cambiato idea, non li caccerei. Perché li farei arrivare lì e dividerei l’isola in tre parti».

Asia: «Io volevo dire due cose: una che sono andata sul sì. L’altra cosa è che invece di ospitarli, li farei accampare il giorno dopo; prima li metto nella stazione di polizia, nella cella, e prima vediamo un po’ di cosa si tratta, perché non si può fidare tanto di qualcuno che viene sull’isola così. E poi bisognerebbe vedere quelli che fanno l’oligarchia decidono loro e lo dicono al popolo e poi vediamo».

Anita: «Se ci sarebbero stati anche i genitori, per me sarebbe di aiuto per risolvere questo problema… e poi noi potevamo ammaestrare gli animali e vivere tutti nell’isola e quindi potrebbero starci».

Jacopo: «Allora, se loro vengono nella nostra isola e non sono pirati, tagliamo la metà e li mettiamo lì; se vengono dalla nostra parte e ci tagliano gli alberi, è come se ci tolgono la vita a noi… quindi…». Perché dividere l’isola a metà? C’è una porta aperta, un cancellone, in questo caso… Un muretto di legno dividerebbe le due parti. Si tratta di verificare che non trattino male la nostra parte dell’isola: potrebbero venire mattina e pomeriggio nella parte dei fondatori, ma «quando arriva la sera, tutti quelli che sono arrivati devono andare dalla loro parte e chiudiamo la porta».

Si tratta di una precauzione legata al dubbio sul comportamento dei nuovi arrivati.

Ouleye: «Se vengono ospitati e decidiamo di procurarci più cibo e di mangiare meno, secondo me dovremmo fare un falò di sera nel fine settimana, insieme». Ecco un’idea diversa di come passare la serata.

Kristian: «Alla fine potrebbe quello che ho prima lo tengo comunque… comunque quello che voglio dire adesso lo aggiungo: vediamo come si comportavano con le persone e se c’era qualcosa di sospetto [chi lo vede] lo doveva dire. Tipo come il film Angry Birds: che vengono nella loro città, fanno tipo i buoni, dopo alla fine li fanno andare in una festa con la musica, tipo in una discoteca più o meno, dopo gli fanno scoppiare le case e scappano con le loro uova nella loro isola». Qui notiamo che l’immaginario legato ad un film e a un giochino incide sul modo in cui si pensa ai nuovi arrivati: il film è Angry Birds è del 2016.

Anche lì c’era chi sospettava che qualcosa non andasse, ma non veniva creduto.

Marco: «No [al muro] perché tutti devono stare uniti, secondo me. Come con l’idea del villaggio».

Vediamo un’ultima votazione:

– sarebbe meglio mandarli via, senza conoscerli, i nuovi arrivati: 9

– sarebbe meglio conoscerli e se sono buoni ospitarli tranquillamente sull’isola: 8.

Come con gli adulti, siamo divisi nuovamente a metà…

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