Utopia di Corleone, 30 marzo 2016

Luogo: Scuola primaria Direzione Didattica Camillo Finocchiaro Aprile, classe V E
Data: mercoledì 30 marzo 2016
Gruppo: 20 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Voltaire, Micromega; José Saramaco, Il racconto dell’isola sconosciuta, Feltrinelli, Milano 2015; J. Verne, L’isola misteriosa; T. Moro, Utopia; Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013
In aula con me: Insegnante Filippa Marino, Lea Catania, Patrizia Cacciatore, Giovanna Ribaudo.
Bambini: Carmela, Ornella, Serena, Martina, Giovanni, Sara, Elena, Emanuele, Viktor, Samuele, Giuseppe, Elisabetta, Erica, Bernardo, Mattia, Vincenzo, Giorgio, Giovanni, Luca, Matteo

“Maturità dell’uomo: significa ritrovare la serietà che da bambini si metteva nel gioco”

(F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886, 94)

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Corleone.

«Il cibo», dice Giorgio. Samuele: «L’acqua». Giovanni: «Gli animali», anche da allevamento, «per esempio la mucca che può fare il latte e con il latte ci puoi fare il formaggio». Martina: «Frutta e verdura». Erica: «Un riparo». Viktor: «Il calore». Sara: «Un terreno fertile». Elena pensa ai semi.

Giovanni aggiunge poi un sistema di allerta: «Un sistema che ci avverte quando l’acqua arriva [troppo alta], quando ci sono terremoti, quando l’acqua può fare scomparire l’isola».

Sara aggiunge: «una casa». Giovanni: «I vestiti».

Sara: «Poi per vivere bene le persone devono rispettare la natura». Non ci sarà bisogno soltanto di cose, ma anche un certo tipo di comportamenti: rispettare la natura e, aggiunge qualcuno, le regole.

Elisabetta: «Dei guerrieri pronti ad avvisare il popolo nel momento in cui [altri] attaccano l’isola».

CI SONO COSE A CUI SIAMO ABITUATI E A CUI BISOGNEREBBE RINUNCIARE PER VIVERE MEGLIO NELL’ISOLA?

Sara dice che si potrebbe fare a meno della scuola. «Anche le industrie che fanno l’anidride carbonica, l’inquinamento…», dice Giovanni. Emanuele: «Le aziende petrolchimiche». E un bambino aggiunge e tiene a precisare che la natura qui non è rispettata.

Giorgio pensa però che le industrie che inquinano anche un po’ sono necessarie, «perché potrebbero costruire delle cose che ci servono per costruire questo paese». Ad esempio, tra le cose più importanti che ci potrebbero servire c’è il ferro. «Secondo me è meglio fare alcune cose anche se non sono perfette… secondo me è meglio non portare le industrie: così alcune cose anche se cadono si rifanno, ma è meglio non inquinare», sostiene Sara.

Elena: «Nell’antichità le persone per costruire certe cose non avevano bisogno delle industrie. Se la cavavano da soli». Mattia: «Se non inquini e però fai delle case che non sono resistenti», diventano pericolose. Viktor propone case di paglia, che non sono pericolose, ma il vento le porta via.

Sara: «Come ha detto Elena, nell’antichità se la cavavano». Elisabetta: «Però non siamo nell’antichità».

Sarebbe bene ispirarsi allora a come si viveva nei tempi antichi? Elena: «Sì, perché quando inquiniamo… io una volta ho visto un documentario in cui inquinavano tutto e l’acqua diventava sporchissima e non potevano più bere; e quindi le industrie, quando inquinano, poi causano errori che non si possono più riparare». Elena ci parla qui della IRREVERSIBILITA’ di certe cose che noi facciamo, degli effetti di certe scelte. “Reversibile” vuol dire che si può “ritornare” al punto di partenza, indietro, come quando una pallina di gomma viene buttata a terra e rimbalza tornando al punto di partenza; “irreversibile” invece è ciò che accade se lascio cadere a terra un uovo. Non posso più avere l’uovo di partenza.

Nota: il problema è antico e databile già al Neolitico, se è vero che nel sito di Ain Ghazal, vicino ad Amman, la città fu abbandonata due millenni dopo la fondazione per lo squilibrio ecologico provocato dalla sua crescita (lo ricorda Bairoch, nella sua Storia economica e sociale del mondo).

Conterà allora il rispetto. Bambine e bambini individuano una specie di bilancia:

INQUINARE MENO = MENO COSE E PIU’ SEMPLICI, COME NELL’ANTICHITA’

COSE E CASE PIU’ RESISTENTI = INQUINARE UN PO’ DI PIU’

Sara: «E poi non bisogna neanche sfruttare le cose. Ad esempio, abbiamo questi boschi, ma non dobbiamo prendere tanti alberi e poi rimanere magari senza più natura, senza più bello».

Non si dovrebbero poi portare automobili. Ci si muoverebbe in bicicletta o a piedi «che fa pure bene». Erica: «Cercare di usare mezzi di trasporto che non inquinano». Biciclette, macchine elettriche, monopattini, cavalli e così via.

Pensiamo ora a come si potrebbe passare il tempo sull’isola. Oltre alle cose relative ai primi bisogni, cos’altro c’è?

Sara: «Stavo dicendo: un gruppo di persone vanno a raccogliere il grano e poi si passano il tempo a fare il pane e i bambini giocano con un po’ di pasta».

Elena: «I bambini per giocare potrebbero fare le gare di corsa, potrebbero andare a nuotare nel mare». Giocano anche con i vecchi giochi, suggerisce un bambino: «Perché con i giochi di oggi uno se ne sta vicino al telefono e guarda solo le immagini che sono nel telefono», dice il bambino. «Mentre i giochi che c’erano prima erano più semplici, ma più belli», dice Erica. Si giocava di più con le mani, «e se usavi pure un po’ d’immaginazione», aggiunge Erica.

Giovanni ha fatto riferimento ai giochi sul telefonino. Perché sono attraenti per i bambini? «I videogiochi, per esempio come WhatsApp che uno può chattare con l’altro; però secondo me non è che si devono vedere solo con il telefono…». Può capitare anche tra persone che vivono nello stesso paese o nello stesso palazzo o con persone che non conosci.

Bambine e bambini dicono qui che sono abituati a giocare anche con giochi antichi.

Elena: «Secondo me, i videogiochi non ci dovrebbero essere perché tu poi resti solo a casa». Elisabetta però non vorrebbe che in questo modo siano esclusi i telefoni. Forse si potrebbero usare telefoni senza giochi e videogiochi. «Per sentirti con una persona che è lontana potete anche spedirvi lettere», dice una bambina.

Ornella: «Quando non hanno niente da fare, [le persone] passano del tempo a chiacchierare e a giocare con la famiglia».

Serena: «Allevare gli animali».

Carmela: «Giocare» con gli amci.

Emanuele: «Giocare» con gli amici.

Samuele: «Fare dei percorsi per giocare con le bici».

Giuseppe, che prima ha pensato al marmo, pensa ora al legno e alle sculture. Si potrebbe passare il tempo anche così. Elisabetta: «Le donne vanno a lavare i panni nel torrente e poi li vanno a spendere. E gli uomini si siedono e giocano a carte. Bambine e bambini giocano e le femmine giocano con le bambole e i maschi devono costruire le case per giocare con le bambole con le femmine».

Erica: «Si può andare in campagna con la propria famiglia».

Matteo: «Giocare con gli amici».

Giovanni: «Giocare con le bici».

Luca cita un gioco antico con le pietre e lo spiega così: «Sono dei pezzi di marmo piccoli e ne prendi uno nella mano e ne hai quattro per terra, poi ne devi lanciare uno e ne devi prendere uno per terra e pure quello che hai fatto volare. E vince chi prende più pietre». È noto anche come gioco delle cinque pietre.

Giovanni: «Io sto pensando a un sistema per le donne che stendevano i panni. Io pensavo a un modo per asciugarli velocemente. Per esempio il fuoco acceso e i panni qui». Oppure lo potrebbero fare quattro bambini, che potrebbero divertirsi a tenerli tesi e sbatterli.

Martina suggerisce di giocare a campana e Vincenzo ne propone una variante.

Vincenzo: «Inventare un gioco con gli amici».

Giorgio: «Visto che siamo nuovi arrivati, possiamo esplorare la zona».

Mattia: «Non è detto che se le bambine giocano con le bambole, i maschi devono giocare con le bambole. Possiamo anche fare dei campetti». A Mattia piacerebbe di più fare campetti per giocare a calcio. Bernardo suggerisce di passare il tempo anche «con il motore», intendendo il motorino.

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Giuseppe vorrebbe delle belle palafitte, proponendo di farle dove si vuole, perché sennò «poi pago le tasse». Serena: «Io vorrei costruire le capanne in villaggi». Mattia: «Io vorrei abitare non in un villaggio, ma vicino; vicino perché se c’è il villaggio ci sono dei negozi dove puoi comprare cose da mangiare». Ma un po’ fuori… «Perché magari fuori dove c’è la campagna e c’è aperto puoi stare più libero», suggerisce Elisabetta.

Erica propone di fare il baratto, per evitare un’isola senza soldi, dove non si pagano le tasse.

Elena: «Secondo me vivere in un villaggio è migliore, perché se tu hai bisogno di aiuto hai subito qualcuno accanto a te che ti può aiutare; invece se tu vivi lontano da un villaggio, tutti spersi ovunque, se tu sei in un’emergenza, nessuno è là accanto a te che ti può aiutare». Mattia se la cava dicendo che starebbe vicino al villaggio, non dentro. Elena: «Le case, visto che io non vorrei industrie, le farei di terracotta, che è un materiale che si può anche fare a mano». Così si torna all’idea di un mondo un po’ più antico. «Impastiamo fango», dice un bambino.

Ecco ora una Sara che interviene prendendo posizione sui politici: «Tornando al discorso di libertà, di pagare tasse, una cosa che non porterei sull’isola sono i politici, perché ognuno deve vivere a modo proprio». «Uno deve vivere come vuole, non come dice qualcun altro che ti dice cosa devi fare e come devi vivere», dice Sara. «E poi quello che ha detto Mattia, secondo me Mattia sfrutta il villaggio, perché ci va solo nel momento del bisogno».

Consideriamo però che i primi abitanti dell’isola saranno questi bambine e bambini. In quel caso dovranno occuparsi di cose che di solito riguardano la politica, come la scelta di un governo?

Martina: «Io costruirei delle case di paglia e vorrei stare un po’ fuori dal villaggio». Un po’ fuori, ma anche vicino. Elisabetta: «Io andrei a vivere fuori dal villaggio, però non tornando solo nel momento del bisogno, tipo quando devo comprare delle cose nei negozi. Andrei al villaggio sempre, quando una passeggiata, per portare i bambini a scuola, per andare da mia madre, per comprare un gelato… E poi in quello che aveva detto Elena che se andiamo a vivere fuori dal villaggio non possiamo avere aiuto, io non mi devo andare a scegliere una zona sopra la montagna dove non ci sale nessuno; io mi posso scegliere una zona dove ci son altre case dove posso chiedere aiuto».

Giuseppe: «Io una bella casa me la costruirei almeno in un boschetto, per non essere rintracciato subito». Così emerge l’esigenza di essere appartati.

Mattia: «Io sull’isola non porterei il petrolio e neanche i soldi, perché è da lì che nascono le guerre». Ed Erica aggiunge: «I politici». Alle obiezioni di chi dice che da solo è pericoloso, Giuseppe dice: «Io non ho problemi». Elena precisa: «È vero che sei stato abituato ai vecchi metodi per cavartela da solo, puoi vivere lontano e isolarti e quando hai bisogno di aiuto cavarsela da solo».

Mettendo ai voti si ha:

VILLAGGIO: 9

VICINO AL VILLAGGIO, UN PO’ FUORI: 9

GRUPPETTI SPARSE DI CASE: 2

ISOLATI IN ZONE NASCOSTE: 1

Così abbiamo un’idea di come potrebbe diventare l’isola. Una bambina mette però in guardia chi vuole vivere isolato: se uno vive da solo, isolato, sempre per conto suo, la gente potrebbe iniziare a odiarlo. Quando uno scende al villaggio, viene visto un po’ male «tipo che non lo conoscono: gli altri iniziano non a odiare, ma a non volergli bene, a non dargli più la parola, a non salutarlo».

Il villaggio a cui si pensa qui è fatto di case familiari: ogni famiglia ha la sua casa. Sara è un po’ attirata dall’idea di costruire una grande casa comune per tutti. Elena dice: «Se si vivesse tutti nella stessa casa, allora dovrebbe essere un condominio, in cui ognuno ha il proprio appartamento, però poi c’è un piccolo luogo comune dove si può stare insieme, giocare…». Spazi comuni però potrebbero essere anche nel villaggio: come la piazza, dice Elisabetta. Se si dovesse stare tutti nella stessa casa, occorrerebbe curare anche il comportamento. Martina: «Per me, no, penso che ognuno dovrebbe avere la propria privacy». Mattia: «Se poi hai un segreto o hai paura che ti prendano in giro…». Mattia solleva un problema relativo ai conflitti che potrebbero nascere stando vicini: ci sarebbero motivi per litigare e prendersi in giro, che non ci sarebbero stando ognuno nella propria casa. «Allora avere una casa ognuno la propria, e avere magari un posto dove si può stare in comune».

Giovanni: «Io dico che vivere nei boschi come dice Giuseppe è sbagliato», perché potrebbe diventare pericoloso.

Sul denaro e sul baratto

Ma si starebbe meglio, tornando a un altro punto sfiorato prima, senza denaro? Sarebbe meglio:

ISOLA SENZA DENARO: 15

«Tutte le cose gratis», dice qualcuno. C’è chi pensa al baratto.

«Nei tempi antichi poche persone usavano i soldi. Ad un certo punto si è iniziato a usare il baratto ed è una cosa utile, perché io offro un prodotto che faccio io a te e tu mi dai quello che mi serve», dice Elena: «Perché così ad esempio io ti do una cosa che ti serve a te e tu mi dai una cosa che mi serve a me; così tutti e due siamo alla pari e abbiamo un’utilità».

Giorgio vorrebbe che sull’isola ci fossero i soldi: «perché ad esempio c’è il panettiere che fa il pane; allora arriva un cliente e gli dice “dammi mezzo chilo di pane”, e lui glielo dà e gli dice “dammi i soldi”, perché lui lavora e vuole i soldi. Senza i soldi, il panettiere non lo fa il pane, perché ha paura che poi non riceve niente in cambio con il baratto». E col baratto, non funziona? Bernardo dice che il baratto potrebbe essere scomodo «perché devi andare sempre in giro con degli oggetti da scambiare». Se uno deve scambiare una mucca, ad esempio? Il problema di non avere cose da scambiare, simile a quello di non avere soldi, potrebbe nascere anche con il baratto. Inoltre uno potrebbe finire gli oggetti che ha da scambiare: che si fa a quel punto?

Alcuni bambini altrove hanno segnalato che anche il baratto potrebbe avere complicazioni e creare litigi: ad esempio se uno vuole l’oggetto A da una persona che ce l’ha e in cambio vuole offrire B, ma il proprietario di A non ha bisogno di B, né lo vuole prendere. Che si fa allora? Come nota un bambino anche qui, il denaro si può sempre scambiare, perché si scambia con tutto… è una specie di baratto semplificato?

Una bambina osserva: «Il baratto può funzionare: però se noi il baratto lo facciamo per ricavare le cose che a noi servono, non possiamo andare a dare le cose che abbiamo preso perché ci servono».

«Possiamo decidere che le persone che vogliono fare il baratto fanno il baratto, quelle che vogliono fare i soldi fanno i soldi», propone un bambino. Il baratto può essere una risorsa per chi non ha un lavoro.

Sara: «Ho abbastanza legni, vado dal panettiere e gli dico “ti do i legni e tu mi dai il pane”».

Mattia: «Io vorrei costruire una casa gigante, come dicevamo prima, per stare insieme. Però che non si frequenta sempre: ci si va all’orario di mangiare e mangiamo tutti insieme, senza né barattare né pagare con i soldi. Si prende il cibo e si mangia tutti insieme».

Elisabetta: «Io invece penso che in questo villaggio oltre a fare i negozi, al centro di questi negozi bisogna fare una casa grandissima, grande grande grande grande grande, e in questa casa bisogna mettere i bagni, tutte cose, e bisogna mettere una stanza da letto e la corrente e i bambini entrano. E in un altro appartamento, scendendo giù poi, c’è la mensa…»: una casa dove si trascorre del tempo insieme.

ISOLA COL DENARO: 9

ISOLA COL BARATTO (SENZA DENARO): 2

ISOLA DOVE TUTTO E’ DI TUTTI (SI EVITA ANCHE IL BARATTO): 9/10 (con un’incertezza)

«Alcuni miei compagni hanno detto che chi sta più lontano, in montagna, nel bosco… secondo me in questa casa grande grande ci potrebbe essere magari qualche stanza da letto, qualche cucina, e così qualche volta quando vengono vengono a passarsi qualche giorno con noi e poi se ne vanno… una specie di albergo. Anche per chi viene a visitare l’isola, per qualche nostro amico che abita più lontano e ci vuole venire a trovare qualche giorno…», propone una bambina.

Un’altra bambina: «Secondo me questa cosa che tutto è di tutti è una buona idea, solo che poi ci possono essere liti per questo: ad esempio due persone litigano per la stessa cosa perché gli serve a tutte e due», dice Elena. Ed Erica precisa: «Perché certe volte anche con la sorella si litiga». Mattia dice che «anche se tutto è di tutto, potrebbe esserci qualcuno che ne approfitta». Altri dicono che «è impossibile non litigare, perché siamo essere umani».

Mattia: «L’idea di Sara di mettere anche qualche letto per le persone e di fare un albergo, però di fare un albergo dove si può dormire e poi un’altra casa solo per mangiare tutti insieme, però solo con una stanza».

Elisabetta: «Per me l’idea di avere tutto di tutti è una cosa sbagliata e anche il baratto, perché i soldi sono fondamentali. Non dico che ci deve essere la politica e noi dobbiamo pagare sempre, però le persone devono lavorare per ricavare soldi, perché la gente non si può stare ferma a fare niente…».

Sara propone allora: «Inventiamo una moneta senza valore!». Elisabetta chiede: «E che senso ha? Se tu togli il denaro, la gente non farà niente!».

Parliamo a questo punto della moneta come equivalente universale: si può scambiare con tutto, dove le persone ne riconoscono il valore. I problemi nascono però dal modo in cui la si può accumulare.

Regole, leggi e cosa succede se non vengono rispettate

Matteo: «Non dare pugni».
Giovanni: «Non litigare».
Giorgio: «Non rubare e rispettare il prossimo».
Bernardo: «Rispettare tutti gli abitanti».

Mattia: «Avere tutti un pasto sicuro e nella stessa quantità. Non chi più e chi meno. Tutti ogni giorno vanno in un posto e gli danno a tutti la stessa porzione».

Viktor: «Non buttare spazzatura per terra».
Emanuele: «Rispettare la natura».
Giuseppe: «Non inquinare».
Samuele: «Non inquinare l’acqua».
Elisabetta: «Scuola c’è. Però le maestre devono avere l’obbligo, prima di tutte cose, di non lasciare compiti per casa».
Erica: «Ognuno fa quello che vuole in maniera rispettosa, in maniera che non causa problema agli altri».
Carmela: «Non bisticciare».
Serena: «Non tagliare gli alberi».
Ornella: «Ci potrebbero essere i soldi, solo che tutti dovrebbero avere sempre la stessa quantità».
Martina: «Non inquinare tutta la natura attorno a noi».

Giovanni: «Io penso che tutti i cittadini devono avere tutto uguale: per esempio tutti gli stessi soldi, tutti lo stesso cibo e le case tutte uguali». Qualcuno obietta qui però che se le famiglie sono più numerose hanno bisogno di più spazio. Ricordiamo qui l’idea di Tommaso Moro sulle case di Utopia: uguali tra gli abitanti. C’è la questione della vanità da evitare, come intuisce una bambina. Giovanni trova troppo scomoda l’idea di passare periodicamente in una casa diversa da quella in cui si abita.

Sara: «La prima: è proibita la tristezza. La seconda: il diritto alla vita».
Elena: «Secondo me la regola più importante che ci dovrebbe essere è quella di non uccidere. Perché non uccidendo tu convivi bene con la gente».
Giuseppe aggiunge: «Non sfruttare i bimbi».

Durante l’intervallo i bambini parlano di modi ecologici di costruire le case e individuano una specie di collegamento tra le comodità che si vogliono e l’inquinamento che si provoca.

Passiamo ora a un altro aspetto del problema. Capita che le leggi non vengano rispettate, anche se ci sono. Che fare allora quando qualcuno non rispetta le regole?

«Dargli magari un’altra possibilità, però dopo una punizione», dice Giovanni.

Elisabetta: «Se lui non rispetta una regola tipo “non rubare”, allora ci vuole una punizione grande. Però se non rispetta una regola tipo “non buttare una carta per terra”, allora ci vuole un avvertimento di non farlo più».

Mattia: «Secondo me il fatto di dare una seconda possibilità non è buono, perché poi uno gli danno una seconda possibilità, uno onesto viene a saperlo e dice: “Posso farlo pure io, tanto mi danno una seconda possibilità”». Un’altra bambina sottolinea la necessità di distinguere la gravità dei comportamenti e Viktor parla di abitudine, mettendo in guardia dal dare possibilità, perché dalla seconda uno ne chiede una terza, una quarta e così via e si abitua.

Erica: «Quando come diceva Viktor, uno che se ne diciamo approfitta perché magari c’è quella persona buona che decide di dargli una possibilità, lui se ne va ad approfittarsene anche delle altre».

Sara: «Io, secondo me la possibilità… [non va data], perché secondo me chi non rispetta le regole va cacciato dall’isola; perché come abbiamo detto poco fa l’isola è un’isola senza tristezza; perché l’isola dev’essere senza tristezza». Cacciare via dall’isola è la punizione massima, in questo caso, «per cose gravi, se uno ruba; se butta la carta a terra no».

Bernardo a questo punto prova a precisare una cosa: «Per ogni legge non rispettata [ci vorrebbe] una punizione fissa».

Un bambino solleva il problema di fare capire l’errore che si è fatto. Non è detto che le punizioni funzionino sempre. Giorgio: «Mandare via dall’isola no, perché se poi va via dall’isola comincia a odiare tutti gli abitanti e lo va a dire per esempio a tutti i suoi amici che non conoscevano l’isola e poi possono anche attaccare l’isola». Un altro bambino dice: «Quello che volevo dire io».

Sara: «Allora si crea una casa grande e chi sbaglia sta lì»… Una specie di carcere?

«Però ripensandoci se vogliamo un’isola felice le punizioni non devono esserci», riflette una bambina.

«Le persone che non rispettano le regole non sono ammesse nell’isola», dice invece una bambina.

Erica: «Magari io che sono la prima a dire che una regola va rispettata, dopo sono la prima a non rispettarla». Può capitare. Ma allora, che si fa? Un bambino menziona gli arresti domiciliari.

Viktor ha insistito sull’esigenza di fare capire l’errore commesso.

«Secondo me, se in quest’isola tutte le persone sono buone e care, a parte quelli che sbagliano e infrangono le regole, fuori dall’isola, perché in quest’isola dobbiamo mettere un recinto per fare questo paese, fuori da questo paese magari fare una piccola casa, non piccola, una grande casa dove tutte queste persone vanno là; e delle persone buone, visto che tutti [gli abitanti dell’isola] sono buoni, vanno a portare cibo e magari ci sono anche delle persone che gli fanno a fare la famiglia e visita a queste persone, e magari queste persone possono uscire anche fuori», dice una bambina: «e magari ci sono anche delle altre persone buone, volontarie, che gli vanno a spiegare che quell’atto non si dovrebbe rifare; in base a quello che hanno combinato, ci sono quelle persone che gli spiegano il motivo per cui non si deve fare, e magari queste persone possono anche cambiare idea».

Samuele: «Tipo se uno fa una cosa brutta, al posto di andare tipo nel carcere, può se ci sono le strade sporche pulirle». Oppure attività di riparazione.

Giovanni: «Sennò possiamo fare che gli abitanti prima di metterli nell’isola controlli se sono criminali oppure no, così abbiamo persone brave». «Ma ti puoi presentare come una persona buona e poi arrivi sull’isola e sporchi tutto», dice un bambino.

Erica però aveva detto che la stessa persona che fa le regole a volte non le rispetta. Dunque, non è semplice distinguere chi è bravo da chi non lo è: si può cambiare nel tempo e a seconda delle cose che accadono… Giuseppe aveva detto che vorrebbe rendere non ritracciabile l’isola, nell’intervallo: ma se i problemi non vengono da fuori, ma da dentro?

Sara propone un’idea: «Con un recinto si può dividere l’isola in due. In una parte ci sono tutte le case e l’altra è vuota; quando qualcuno non rispetta le regole, si manda dall’altra parte e sta con tutti gli altri che non rispettano le regole. Si fa una città dove non c’è niente da rubare e sono tutti là, così stanno in compagnia pure».

Un bambino fa una riflessione sul modo in cui dividere l’isola: «Se si divide l’isola così [in due parti] e in quella di sopra ci si mettono quelli che non rispettano le regole e in quella di sotto quelli che le rispettano, quelli che non le rispettano potrebbero costruire una diga per vendicarsi e l’acqua non ci arriva più».

Elena invita a cambiare prospettiva: «Per fare capire a queste persone che sbagliano non si dovrebbero rinchiudere né niente, ma si dovrebbero lasciare per qualche giorno con una persona che gli spiega che non serve a niente quello che fanno, che poi non ricavano niente, solo l’odio di tutte le persone». Proviamo a considerare come si fa a “spiegare” o “fare capire”. Molti bambini in altri luoghi pensano che le parole non bastino. È vero? Che fare? «I sentimenti», dice Elisabetta. Bisognerebbe toccare i sentimenti. Erica: «Le parole possono toccarli i sentimenti», ma dipende: «in base alle persone».

«Dovremmo farli lavorare, così per loro è una tortura (per chi ruba e queste cose), ma invece per gli altri è come se li aiutassimo; quindi è meglio farli lavorare», propone un bambino. E una bambina aggiunge: «Io direi non di chiuderli in recinti o in delle case; magari in base al problema che hanno fatto o a ciò che hanno rubato, riparano quello che hanno fatto o rubato… in base a quello che hanno fatto lo ripagano allo stesso modo».

«E se uccidono?», chiede una bambina. «Aiutano la famiglia delle persone che hanno ucciso», propone Elisabetta.

Mattia: «Se dividiamo l’isola in due parti – da una parte stanno quelli che non rispettano le regole e dall’altra parte quelli che le rispettano – può essere che quelli che rispettano le regole vedono che gli altri hanno la montagna e il torrente che vogliono loro, non rispettano neanche loro le regole e fanno delle battaglie per conquistare loro il pezzo dove c’è la montagna, dove c’è il torrente…»: insomma, può darsi che coloroc he rispettano le regole provino invidia per la parte riservata a chi non rispetta le regole e che quindi decidano di appropriarsene in modo poco rispettoso degli altri e delle regole.

«Io farei se qualcuno sul serio uccide io farei un teatro per fare vedere che alla fine questa persona rimane sola. Perché sapendo che ha ucciso tutte le persone si allontanano», dice una bambina; «così il delinquente che avrebbe ucciso capirebbe che rimarrebbe solo e non credo che a nessuno piacerebbe».

«Oppure, questa è un’ipotesi che sto facendo – dice Giovanni – potrebbe essere utile un’ipnosi per le persone che si comportano male e che uccidono; così riusciamo a fargli scordare quello che hanno fatto e inizierebbero a fare [meglio]».

Non tutti sono d’accordo con l’idea dell’ipnosi. Mattia: «Ci può essere qualcuno che se ne frega» di film, immagini, teatro e simili.

«Non se ne possono andare dall’isola», quelli che non rispettano le regole, perché c’è il rischio che tornino vendicandosi; non si può forse dividere l’isola in due, perché nascono problemi; tuttavia non è chiaro come si possa spiegare o “fare capire” che le regole vanno rispettate. Le idee raccolte qui tuttavia sono molte e tutte insieme indicano alcune strategie da tentare.

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Corleone su come andrebbero prese le decisioni che riguardano tutti e che condizionano la vita di tutti. Sono le decisioni che vincolano tutti gli abitanti dell’isola, nel nostro caso. Si tratta ad esempio delle decisioni relative alle leggi dell’isola: decisioni collettivamente vincolanti.

«Democrazia», dice Giuseppe. Ma un bambino ribatte: «Nessuno». «Un governo deve esserci», esclama una bambina.

Giuseppe spiega: «Democrazia perché così tutti possono decidere le leggi: non è che è uno solo che le decide; tutti». «Votando», precisa un bambino. «Oppure l’oligarchia di quelli che hanno fondato la città», propone Samuele. In questo caso sarebbe lo stesso gruppo di bambine e bambini qui impegnati nell’invenzione dell’utopia a governare.

Bernardo invita però a considerare l’opzione di non avere alcun governo: così «siamo tutti liberi».

Erica però ha un dubbio: «Senza governo in un certo senso non c’è rispetto».

«Però non dovrebbero esserci i politici che ci sono per ora», precisa subito dopo Erica.

Sara abbraccia l’idea di un’isola senza governo: è meglio «perché ognuno deve fare come vuole».

«Allora le regole che prima abbiamo fatto non sono servite a niente», obietta Giovanni, che interpreta l’azione di inventare e stabilire le leggi come una prima azione di governo (si potrebbe dire, è un atto del potere legislativo dell’isola, quello che i bambini hanno compiuto).

Sara la mette così: «No, perché le regole che abbiamo detto noi le conosciamo tutti; quindi se io sbaglio Elena, che è un abitante come me, mi può rimproverare». «Certo! – riprende Giovanni – però chi le fa rispettare le regole?». Ecco che compare così l’esigenza di stabilire un potere esecutivo (dare esecuzione alle leggi) e un potere giudiziario (il potere di giudicare).

«Una persona famosa», dice Elisabetta. Sara: «No, gli abitanti se le devono fare rispettare l’uno all’altro. Ad esempio, io e Elena siamo due abitanti: io sbaglio, ad esempio non rispetto la natura, ed Elena mi può rimproverare».

«Magari qualche abitante fa come abbiamo detto poco fa qualche immagine, qualche video»…

Elena: «Secondo me, senza governo non funziona; perché tu puoi decidere di tagliare un albero, mentre un’altra persona quell’albero non vuole che lo tagli; oppure, tu vuoi fare una buca nel posto dove una persona vuole costruire la sua casa e un’altra persona nello stesso posto ci vuole costruire il suo chiosco delle limonate. E succede un gran caos [senza governo]».

«Noi abbiamo messo le regole per farle rispettare; se non vengono rispettate da lui… le devono rispettare tutti!», dice un bambino. Ma interviene subito Erica: «Io direi che intanto quello che ha detto Sara non va bene. Perché lei dice che se io sono un cittadino gli dico all’altro cittadino di non farlo più; ma il cittadino in base a come è il suo comportamento mi può dire: “Tu, che sei così semplice, perché devi venire da me a dirmi cosa devo fare?”. Quindi ci deve essere un governo, [ma] non si dovrebbero pagare le tasse. E poi dovrebbe essere… ognuno dà il proprio voto, come abbiamo fatto prima; poi la maggioranza vince». E ancora, ecco un’altra ipotesi: «Allora, arrivati a questo punto, inventiamo un governo tutto nostro. Facciamo che un abitante, un fondatore della città, prende un abitante e lo fa diventare un capo diciamo, e ogni anno cambia, e poi abbiamo un governo tutto nostro», dice una bambina.

Mattia: «Il governo che ha detto Sara, che un fondatore sceglie un abitante per essere il capo, non va bene, perché se poi un altro abitante dice “io volevo essere capo”…» succede di nuovo, forse, una specie di caos. «Dobbiamo votare tutti» e si decide così, propone Mattia.

Si fa anche l’ipotesi di un governo a sorteggio e di un governo di persone anziane dichiarate e riconosciute come buone (anziani saggi).

Vediamo alcuni voti sulle forme di governo:

MONARCHIA: 0

OLIGARCHIA: 0

ANARCHIA, NESSUN GOVERNO: 0

DEMOCRAZIA DOVE SI DISCUTE, SI ELEGGE E SI VOTA A MAGGIORANZA: 17

GOVERNO DEI CITTADINI A TURNO E A SORTEGGIO: 4

Prevale complessivamente la forma di governo che esiste ora, con le cautele ricavabili da quanto discusso prima.

Immaginazione e realtà

Siamo capaci di immaginare molte cose belle per vivere bene, ma come mai nel mondo si fanno poi tante cose che non sono così belle e che, anzi, sono brutte: azioni che rovinano i posti in cui si abitano, che causano sofferenza e tristezza che sarebbero evitabili…? Perché la realtà può sembrare tanto diversa da ciò che stiamo immaginando come desiderabile?

«Perché con l’immaginazione tutto è più facile. Un mondo bello, senza guerre… solo che dopo solo alcune persone ci riescono a mettere in atto veramente. Mentre gli altri riescono a dirlo ma non a metterlo in pratica», dice una bambina.

Mattia: «Per il fatto dell’inquinamento: o ci sono persone che non ci interessa che inquinano e inventano cose brutte per l’ambiente o non ci pensano, come se non lo sanno che inquinano».

Mattia nell’intervallo insisteva anche sul gusto della comodità che può portare a inquinare (anche senza pensarci).

«Perché alcune volte non pensiamo sempre a ciò che sarebbe bello per il nostro mondo, ma pensiamo anche a noi, a noi come umani; quindi al mondo alcune volte lo trascuriamo».

Sara: «A volte ce lo dimentichiamo; però pensiamo solo a noi, cioè al nostro benessere, solo a noi pensiamo; non pensiamo alla natura, alle altre persone, all’ambiente». «Ognuno pensa a se stesso senza sapere che cosa causa questo pensare solo a se stesso».

A volte sembra però che ci dimentichiamo di noi stessi. Durante l’intervallo un bambino parlava degli adulti che vogliono bene ai bambini eppure è come se se ne scordassero, perché non li ascoltano o si prendono poco tempo da passare con loro. Si potrebbero fare esercizi per non scordarsi di sé e dei propri desideri?

Giovanni: «Come hai detto tu, scriverlo in un libro».

«Fare un disegno di quest’isola e ogni tanto tornare a guardare questo disegno e ti ricordi tutto», dice una bambina.

 

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Corleone?

Premessa. Durante l’intervallo i bambini sottolineano l’importanza di essere ascoltati dagli adulti. «Gli adulti pensano che sono grandi e sono intelligenti e che i bambini pensano sempre a giocare e non hanno mai idee buone». «Gli adulti non ci rispettano: sono sempre al lavoro, lavorano, dormono e lavorano». Pensano alla vita e al lavoro e si dimenticano di altre cose importanti. «Mio zio fa dalla mattina alle 8 fino alle una e mezza, torna a casa, mangia, va a letto, poi si alza, va al lavoro, torna e sempre lo stesso». «Mai qualcosa di diverso: sempre le stesse cose». Ci sono papà che vanno a lavoro alle 6 e si vedono la sera. Gli adulti ascoltano poco i bambini, ma gli vogliono anche bene.

Prima di discuterne, ci sono le seguenti posizioni: non portare gli adulti sull’isola (17 voti); portare gli adulti sull’isola (2 voti, Viktor e Martina).

Viktor e Martina si trovano in una posizione di forte minoranza, che va ascoltata attentamente. Questo è fondamentale nella forma di governo che abbiamo scelto.

Viktor: «[Gli adulti sì] perché non possiamo mangiare senza di loro e poi non possiamo ricevere coccole».

Martina: «Perché noi siamo bambini e, come ha detto Viktor, non possiamo procurarci del cibo e certe volte… [sentiremmo la mancanza dei genitori]».

Vediamo ora le ragioni del “no”. Giovanni: «Bisogna crescere pure alcune volte e imparare le cose senza i genitori, anche se loro ci hanno fatto esistere nella faccia della Terra».

Elena: «Secondo me gli adulti non ci dovrebbero essere perché così tu puoi imparare a cavartela da solo subito da piccolo e anche perché adesso gli adulti non hanno la fantasia che ha un bambino e quindi tu, essendo piccolo e crescendo là, la fantasia te la tieni per sempre». «Perché tu poi quando cresci la tua immaginazione diminuisce. Quando sei piccolo tu hai più immaginazione, perché quando tu sei piccolo puoi addirittura credere che esistono le fate o cose che non esistono e questo gli adulti non lo riescono a fare».

L’amica precisa: «Non tutti però».

Elena: «Sì, però ci sono certi adulti, per esempio chi legge, che gli resta la fantasia, ma non è come quella di un bambino».

Ci vorrebbe un’isola in cui a governare fosse la fantasia dei bambini.

Un’altra idea: «Io invece nella mia isola vorrei che ce ne fosse solo uno che dorme sempre [di adulto] e quando io ho bisogno di lui lo sveglio e lui viene a aiutare». Potrebbe essere anche un robot.

Giuseppe: «Io non porterei i grandi perché loro pensano solamente al progresso; non è che pensano alla natura come ci pensano i bambini; quindi vogliono sempre costruire cose come industrie…».

Un bambino: «Ma anche loro quando gli adulti erano piccoli secondo me anche loro avevano l’immaginazione; però se la sono scordati col passare del tempo quando sono cresciuti».

«Però ci sono pure adulti che non la perdono la fantasia», precisa Erica.

Mattia: «Tutti abbiamo bisogno di stare con la mamma e con il papà, che sono sempre persone adulte; però non le farei venire sull’isola, perché se vanno sull’isola gli adulti poi cominciano a costruire fabbriche, a inventare cose nuove… Ci andrei io: se dovrei incontrare gli adulti andrei io dagli adulti, ma non li farei venire [sull’isola]». «E noi quando siamo diventati grandi la nostra fantasia non ce la dobbiamo scordare!», esclama un bambino.

«Non c’è più una sola isola naturale», dice Giuseppe.

Giorgio, che pure suggeriva di costruire industrie nell’isola, non vorrebbe gli adulti: «perché gli adulti cercano di avere le cose migliori», «cercano di avere sempre, per esempio un uomo ha la Ferrari e un altro uomo vuole una macchina più valorosa della Ferrari, perché lo vuole superare». Gli uomini adulti vogliono sempre più degli altri, insomma: entrano in competizione per avere cose sempre migliori degli altri. «Anche i bambini [fanno così], però in quest’isola forse no».

Questo fenomeno è legato anche alla gelosia, dice qualcuno.

Mattia aggiunge: «Poi gli adulti vengono sull’isola e qualcuno come diceva Giorgio ha una macchina; gli altri lo vogliono superare e mettono una macchina che inquina di più e distruggono l’isola». I bambini qui pensano invece a macchine solari ed elettriche.

Una bambina segnala un altro problema: «Gli adulti poi secondo me a volte non ti lasciano scegliere le cose che vuoi fare tu e ti obbligano a fare le cose che dicono loro. Ad esempio tu vuoi uscire con un’amica e la tua amica vuole uscire pure con te. Solo che tua madre non vuole che esci con questa bambina perché non gli piace il suo carattere e invece a te sta simpatica, ma non te la lascia frequentare. Oppure non ti lasciano giocare perché ti sei fatta un taglietto e hanno paura…».

Elisabetta: «Oppure i genitori se abbiamo lasciato qualcosa in giro per casa ti cominciano a gridare…». «Oppure non possiamo mangiare troppe schifezze», dice qualcuno.

Parliamo a questo proposito di un’immagine ispirata da un filosofo, IMMANUEL KANT, che rifletteva sull’autonomia. I bambini commenteranno dicendo che a volte i genitori si fidano e che è un problema anche di fiducia.

Sapete cos’è un girello per bambini? È uno strumento dotato di rotelle che viene utilizzato per sostenere i bambini quando sono non sono ancora capaci di camminare da soli: stando nel girello, possono muovere le gambe e spingersi in diverse direzioni, senza correre il rischio di cadere. Ma quello che si fa nel girello non è un vero e proprio camminare. Bisogna abbandonare il girello per imparare a camminare e qui interviene la figura dell’adulto, che accompagna in questo passaggio: l’adulto sta vicino e deve piano piano ritrarsi, anche se ha paura che, lasciando la mano e togliendo il sostegno, il bambino può cadere… L’adulto vive dunque questa difficoltà: deve elaborare un buon equilibrio tra la sua paura che il bambino cada e si faccia male e il suo desiderio di accompagnare il bambino a fare da solo, all’autonomia. L’equilibrio è difficile e cambia continuamente nel tempo. Un filosofo vissuto più di duecento anni fa (si chiamava Immanuel Kant) ha fatto l’esempio del girello mentre parlava del coraggio che si deve avere per conquistarsi l’autonomia. Diventare autonomi in qualcosa significa diventare capaci di farla senza dipendere dal modo in cui ce la fanno fare altre persone. Il problema del girello si presenta tutte le volte che abbiamo di fronte compiti che sembrano “troppo difficili” o “troppo grandi”: quali difficoltà si incontrano? Chi o cosa può aiutarci?

Che dire, dopo Kant?

«Secondo me – dice Giovanni – ho cambiato idea. Perché secondo me chiederci pure… anche noi dobbiamo imparare delle cose soli, però alcune cose da piccoli piccoli proprio neonati chi ci deve imparare? Quindi secondo me anche gli adulti devono essere ammessi, però anche loro devono rispettare le leggi».

Raccontiamo ora di Platone, che non voleva adulti nella nuova città per il timore che portassero lì le abitudini vecchie. Ma gli adulti saprebbero cambiare un po’ le loro abitudini?

«Se seguono le regole sì, però non devono inquinare l’isola», dice un bambino.

«Se sono capaci sono ammessi», dice un altro.

«I genitori possono venire in quest’isola, però non ci devono obbligare a ciò che noi non vogliamo fare», dice una bambina.

Soltanto in quattro comunque pensano che gli adulti sarebbero capaci di cambiare abitudini sull’isola.
Elena: «Secondo me un adulto non riesce a cambiare abitudini, perché gli adulti vogliono sempre avere il massimo; non riescono a vivere con più povertà, anche però divertendosi»; «non potrebbero rinunciare secondo me alle comodità, costruirebbero così le industrie, inquinerebbero il territorio, taglierebbero gli alberi per fare i fogli e così distruggerebbero tutta la natura e il verde che c’è».

Ma ecco che qui, un po’ a sorpresa, il filosofo stesso presente in aula diventa un esempio. Dice un bambino, Giovanni: «Però invece, Elena, se tu guardi lui non è solo un adulto; anche se visualmente è un adulto, di dentro ancora se la ricorda la sua immaginazione, perché come vedi sta facendo tutto questo per noi».

«Abbiamo detto che non tutti gli adulti perdono la loro immaginazione». Dunque ci sono adulti che sarebbero disposti a cambiare. Chi darebbe una possibilità agli adulti? Tutti, con un’esitazione di Elena che alza e abbassa la mano: la possibilità va data solo agli adulti che non perdono la fantasia di bambini.

Breve passaggio sulla scuola

Non tutti vogliono la scuola sull’isola. Ma nel parlare a voci sovrapposte sull’argomento si sente un commento: ci vuole una scuola dove «si studiano tutti i santi tipi di caramelle e cioccolate». La «chimica dei dolci», dice qualcuno.

Elena: «Secondo me in quest’isola una scuola ci deve essere. Però non una scuola come tutte. Una scuola in cui tu impari ad essere autonomo: quindi impari a cucinare, impari a pulire la casa,…»; «ad essere responsabile di te stesso», dice Elisabetta. Martina: «Possiamo fare la scuola dei dolci, dove impariamo a cucinare, facciamo la chimica dei dolci, cuciniamo». Si potrebbero fare cose in più e diversamente alcune cose che si fanno già.

Mattia: «Quando tu non sai che la benzina fa, è infiammabile, appena vede che la benzina alimenti il fuoco pensi che è una magia e ti immagini tante cose. Invece se tu vai a scuola e studi come è fatta la benzina e sai che è infiammabile, tu non ti immagini più niente». Questo potrebbe voler dire che la scuola toglie l’immaginazione, ma dà anche informazioni utili. «Una scuola di tecnica», vorrebbe Giuseppe, che ha dato molta importanza alle sculture di legno e di marmo. «La scuola dà una spiegazione a tutto e toglie l’immaginazione», suggerisce qualcuno… Il tema rimane aperto.

 

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

Giovanni: «Si costruisce in questo caso una cupola per proteggere l’isola».

Le voci si sovrappongono in modo concitato.

Elisabetta nota che non ci sarebbe tempo di fare la cupola in pochi giorni. Bisognerebbe prepararla in anticipo? «Però che si alzi per noi, sennò come respiriamo».

Erica: «[Propongo] di non fare la cupola, addestrare i guerrieri in questi giorni e vedere se quelle persone che sono con la nave sono venuti per fare guerra o in segno di pace». I guerrieri sono armati: non sapevamo che ci fossero armi sull’isola. Sono «guerrieri che avvisano il popolo».

«All’inizio quando arrivano alla riva del mare… magari mandiamo una persona per vedere già dal modo di parlare si capisce se qualche persona è malintenzionata», conclude Erica.

Giuseppe: «Io ci metterei almeno due eliche per farla muovere [l’isola]».

«E dove deve andare?», dice qualcuno. L’idea è di rendere non ritracciabile l’isola, oppure se la seguono «ci mettono sempre più tempo e non arrivano mai».

Samuele: «Io manderei una persona a spiarli e a vedere che intenzioni hanno». Degli «infiltrati», commenta qualcuno. Altri dicono delle mini-telecamere volanti; si pensa a droni volanti che potrebbero spiare la nave con le telecamere. Questa è la prima volta che si parla di droni nel viaggio delle utopie e se ne parla in questo caso. Accadrà qualcosa di simile in una scuola dell’infanzia toscana, tra bambini di cinque anni, un mese dopo.

Mattia: «Farei un trucco magico che la fa diventare invisibile [l’isola]». Quella di Mattia è un desiderio più che una soluzione: un trucco magico del genere non è forse realizzabile…

«Dispositivi di occultamento», dice Giuseppe.

Un bambino commenta: «Con la cupola la vedono lo stesso e possono chiamare l’esercito per distruggere la cupola e conquistare l’isola».

Viktor preferirebbe cacciare via: «prima vediamo come sono e se non ci sono armi [li ospitiamo]».

Elisabetta: «Io farei così. All’isola mettiamo una cupola sopra e ogni volta che vediamo una nave avvicinarsi tiriamo una manovella e la cupola se ne va sotto il mare così non si vede più niente».

Sara: «Noi davanti a questa isola abbiamo dei robot vigili che prima di fare entrare le persone li controllano dalla testa ai piedi [per vedere] se sono buoni o no».

Giovanni: «Secondo me è meglio usare dei motorini che fanno delle nubi, così l’isola non si vede». Sembrano macchine del fumo teatrali. «Così non ci vedono». Qualcuno però nota che così c’è il rischio che le navi arrivino a sbattere contro l’isola.

Elena propone allora quanto segue: «Dato che l’isola non può abbassarsi perché è attaccata al terreno, secondo me l’unica cosa che può fare è mimetizzarla; oppure si potrebbe ingannare l’occhio mettendo queste macchine che sparano il fumo attorno all’isola e accanto costruire un’isola finta che serve per fare andare le navi all’isola finta e noi proteggerci. Come un’isola finta, come un inganno che magari si muove, così le persone non ci arrivano mai e mammano si spostano via dall’isola, finalmente» portandoci a ridurre e a togliere il fumo.

C’è qualcuno che però vorrebbe conoscerli e farli scendere nell’isola. Viktor un po’. «L’isola è nostra», dice Sara. Anche Viktor teme che i nuovi arrivati possano essere cattivi. Ornella, Serena e Martina preferirebbero fare scendere i nuovi arrivati senza mimetizzarsi e senza nascondersi: Martina, «perché se li facciamo scendere, se sono buoni possono restare; se sono cattivi invece li combattiamo». Sarà però importante farli scendere. Ornella: «Prima cerchiamo di conoscerli e cerchiamo di capire le loro intenzioni, se magari devono andare in un posto, così magari li aiutiamo e loro non ci fanno niente a noi. E quindi praticamente è un modo per conoscerci, perché loro poi dicono che noi siamo buoni e quindi non hanno niente [di male] da farci». Anche accoglierli può dunque essere un modo per proteggerci. Serena è d’accordo con Ornella.

Giovanni commenta: «è diventata accessoriata quest’isola!».

Vincenzo fa una considerazione: «Possono essere bravi, però possono essere che fingono di essere bravi; possono essere cattivi nascondendo le armi». Che si fa allora? Giorgio ripensa alla situazione e dice: «Possono essere immigrati che scappano dalle guerre e allora li accogliamo».

A seconda di ciò che ci immaginiamo, la soluzione al problema cambia: se li immaginiamo come immigrati in fuga dalle guerre, siamo disponibili ad accoglierli; se li immaginiamo come cattivi capaci di fingersi buoni, abbiamo paura e tendiamo a preferire la soluzione di cacciarli o mimetizzarci. Il problema cambia aspetto a seconda di ciò che ci immaginiamo. Quasi come succede con le immagini “ambigue”, che possono essere viste in due modi. Ad esempio, la famosa figura che può essere vista come una lepre o come un coniglio:

Duck-Rabbit_illusion

Mattia: «E se sono delle persone che scappano dalla guerra, e se sono dei soldati che sono cattivi che fanno finta pure loro che scappano e piazzano delle bombe…?».

Elena: «Queste persone io magari per conoscerle, io do due giorni: se in questi due giorni accadono cose che non accadevano prima, tipo furti, io capisco che sono di sicuro loro, perché noi bambini non penso che facciamo queste cose, e le faccio via». C’è un cambiamento rispetto all’idea iniziale del mimetizzare l’isola. L’idea è cambiata pensando: «forse perché se sono migranti tu li devi aiutare».

Se fossero invece bambini invece di essere adulti?

«Se sono bambini li facciamo entrare», dice qualcuno. «Se sono bambini bravi, però», dice un altro. Erica farebbe la stessa cosa di prima. Mattia li farebbe entrare, «però li terrei sempre sotto controllo». «Se sono adulti li lascerei entrare lo stesso, perché se sono migranti, se tu li lasci nel mare, è una specie di segno di maleducazione questo per me», dice una bambina. Vincenzo: «Se fossero bambini cattivi che distruggono l’isola tagliando gli alberi e distruggendo le case, li manderei di nuovo da dove sono venuti». «Io cercherei di aiutarli a diventare bravi», dice il compagno di banco.

Giovanni: «Io secondo me quando arriva questa nave farei mettere la nave come abbiamo pensato per nascondere l’isola vera. E nell’isola finta li farei accogliere là. Se sono bravi poi li farei passare nell’isola vera». Così abbiamo un’isola finta di prova. Una bambina condivide l’ipotesi: «Visto che abbiamo un’isola finta, magari li facciamo approdare nell’isola finta: se sono buoni li facciamo entrare, sennò li lasciamo là». Elena e Martina dunque condividono questa ipotesi. «Un’isola ausiliaria», dice un bambino.

Viktor: «Io li metterei alla prova. Metterei cinque euro per terra, vedrei se li riprendono e li danno o se li prendono e se li portano e [in questo secondo caso] li manderei a casa».

Martina: «In quest’isola finta possiamo mettere questi migranti e questi bambini cattivi o buoni che entrano e possiamo mettere nella spiaggia un cartellone con le regole. E dopo una settimana andiamo a controllare di nascosto e vediamo se rispettano le regole o fanno delle cose brutte».

«E gli abitanti saranno dei robot che sembrano umani, altrimenti [i nuovi arrivati] dicono: “Siamo soli in quest’isola?”», suggerisce un bambino.

Ma quest’isola ausiliaria potrebbe essere utile anche per coloro che non rispettano le regole?

«Magari si potrebbero mettere in quell’isola un po’ di tempo fino a quando non capiscono che hanno sbagliato e possono ritornare indietro quando saranno cambiati certamente», dice una bambina.

«Io su quest’isola metterei le industrie che non possiamo mettere nell’isola principale per non inquinare», aggiunge Mattia.

A questo proposito però Sara diceva già nell’intervallo che in questo modo si inquinano altre parti del mondo: «Se mettiamo quest’isola accanto alla nostra, nello stesso mare, sempre si inquina il mare della nostra isola». Questo è un problema cruciale: c’è una connessione tra tutto.

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