Utopia di Gela, 31 marzo 2016

Luogo: Scuola primaria, classe V B del Primo Istituto Comprensivo di Gela
Data: giovedì 31 marzo 2016
Gruppo: 21 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013; José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta; Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe (Le Petit Prince), varie edizioni; Voltaire, Micromega, varie edizioni (tra cui Leone Editore, Milano 2012)
In aula con me: Insegnanti: Dora Scimè, Aurelio Romano, Michela Tirrito, Rosalba Marchisciana [dirigente dell’Istituto]
Bambini: Alessandra, Rosy, Giulia, Martina, Alice, Gaspare, Dario, Rocco, Claudio, Jordan, Alessandro P., Dennys, Vincenzo, Alessandro A., Graziano, Alice, Iris, Giorgia, Julia, Elisa, Clara [nota: nella trascrizione non sono in grado di distinguere gli interventi di Giulia da quelli di Julia: le interessate sapranno riconoscersi].

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Gela.

Graziano: «All’inizio dobbiamo, tipo se è un’isola piena di alberi, se ci fossero tanti frutti, abbiamo bisogno prima di tanta energia» [per abitarla]. L’energia è qui il primo elemento ad essere citato come bisogno.
Alessandro: «Anche degli alberi per costruirci qualcosa per vivere». «Tipo palafitte», dice qualcuno.
Alessandra: «Potremmo avere degli alberi da frutto e costruire pure una tenda», come abitazione.
Dario: «Costruire tipo delle case con dei campi di coltivazione e dopo anche dei campi di pascolo per mucche e pecore» e così via.
Alessandro: «Avere molte risorse di legno e di foglie per cominciare a costruire un villaggio».
Gaspare: «Costruire negozi». Tra i primi? «[Negozi] di vestiti e di mangiare».

Ecco dunque che i tre primi bisogni citati da Platone sono già stati individuati: cibo, abitazioni, vestiti. In più si è parlato di energia.
Rocco: «Un po’ del fuoco, così quando c’è freddo ci riscaldiamo, e delle capanne per ripararci dalla pioggia».
Jordan: «Coltivare campi, allevare gli animali». «E costruire tipo dei centri per i bambini, per farli divertire», aggiunge Dario S.: «per farli divertire, per farli giocare e per lasciare libere le mamme; tipo, ci sono dei babysitter che li possono aiutare, gli fanno la merenda».
Alice: «Cominciare a imparare a costruire degli attrezzi per i campi, perché c’è bisogno anche degli attrezzi: non si può fare tutto con le mani». Quindi abbiamo delle officine e dei luoghi in cui si impara a costruire.
Giorgia: «Dei locali dove i bambini si potrebbero riunire e stare insieme tutto il giorno».

A Gela, dicono i bambini, dei posti così non ci sono. «Tranne i Salesiani», dice Graziano B.; «però sarebbe più bello più parchi, più locali». «Dei posti dove stare riuniti con la famiglia», dice Giulia P.
Graziano B.: «Qualche difese, tipo qualche piccole armi per la caccia e per la difesa dagli animali feroci». Si pensa qui ad «armi naturali, tipo le lance, quelle cose che si possono costruire senza… che causano…». Si tratta di armi non da fuoco.

«Oltre ad avere delle risorse degli alberi, potremmo fare allevamamento di pesci, così potremmo avere rifornimento di cibo», dice Alessandro A.; Alessandro P.: «Iniziare a costruire, anche se piccole, le prime scuole». Qui, cosa rara, sono tutti d’accordo sulle scuole: è interessante come viene messa la questione: «iniziare a costruire, anche se piccole, le prime scuole». Altrimenti, «non si può sapere nulla sul mondo, se non ci sono le scuole» (Graziano). Per imparare a leggere e a scrivere, aggiunge un amico.

Dario S.: «Costruire dei supermarket e anche dei centri di allenamento per i militari, almeno ci proteggono dagli attacchi di altre popolazioni vicine». Dunque, ci sono i militari su quest’isola? Anche su questo c’è un accordo generale.
«Costruire la scuola per restare tutti i compagni insieme e potremmo giocare tutti in cortile», dice una bambina.
Giorgia: «Non ci dovrebbero essere macchine, per non fare inquinare l’aria».
Alice: «Strade sicure, pure dei mezzi di trasporto pubblici e anche delle chiese».
«Poi un ospedale e delle case per persone che non hanno il tetto», dice Gaspare C.
Dario: «Esserci tipo dei posti per i disabili e anche per gli anziani».

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Queste sono cose a cui raramente si pensa nelle utopie dei bambini.

Rocco: «Io vorrei costruire delle mura attorno alla città, così da non fare entrare i nemici». Si aggiunge così all’esercito.
Claudio: «Delle pareste per fare attività fisica».
Jordan: «Costruire la scuola per fare nuove amicizie». Non solo dunque per sapere tutto sul mondo.

Ecco però un primo motivo di disaccordo, da Graziano: «Io non sono d’accordo su quello che ha detto Rocco, perché quando tipo delle persone vengono o in barca o con qualcosa, per difenderci mica se non sappiamo quello che fanno, mica dobbiamo lanciare [qualcosa contro di loro]».

Riprendiamo uno spunto di Giorgia. Ci sono cose a cui siamo abituati e che sarebbe meglio lasciare fuori dall’isola, per starci davvero bene?

Giulia: «Le macchine perché inquinano troppo e i motorini».
Graziano: «I cellulari». Perché? «Perché i cellulari tipo spesso i bambini che fanno tipo la comunione o altri lo vogliono solo per giocare e sprecarsi in giochi che si potrebbero fare anche senza cellulare. E poi con il cellulare non fai niente: stai seduto e giochi. Mentre se tu non hai il cellulare, fai nuove amicizie; hai più amici e tipo se uno [non è più disponibile] ne hai molti altri con cui giocare».
Alessandro A.: «Vorrei tanto che non ci fossero le sigarette e che non buttassero le cose a terra. Per esempio vicino a casa mia, quando vado ai Salesiani, alcune volte sento la sporcizia e la puzza».
Vincenzo: «[Vorrei] che la gente fosse più educata». Quindi togliere la maleducazione per quanto possibile.
Dennys: «Eliminare le fabbriche che intossicano l’aria e costruire oggetti dove potremmo costruirli noi, non con le macchine».

Anche a Corleone e poi a Favara troverò bambini che la pensano così. A Corleone però alcuni bambini sottolineano che in questo modo bisognerebbe rinunciare a certe comodità. Il consiglio di Dennys: «Eliminare le fabbriche che intossicano l’aria e costruire oggetti che potremmo costruire noi».

Iris: «Io voglio che non ci sia più guerra. Eliminare la guerra». Con tutto ciò che significa.
Jordan: «La gente anche è maleducata, perché a volte appena finisce una bottiglia d’acqua poi la butta in mezzo alla strada». Sono comportamenti più da adulti. Ma chi fa così, perché non ci pensa… di non farle? Non si rende conto di rendere più brutti i posti? «è una cosa che viene così, è fatto così».

Claudio riprende il tema dei cellulari, ricordando che portano radiazioni.

Rocco: «Levare tutte le tecnologie tipo i videogiochi, così penseremmo tutti insieme al mondo che ci circonda». Dare «attenzione al mondo», dice Rocco.

Ricordiamo un bambino di cinque anni che diceva di giocare molto con i videogiochi ma che non li avrebbe voluti sull’isola… Perché? Perché, diceva: «Se sull’isola ho i videogiochi in casa, poi mi perdo tutto il divertimento fuori». Cosa avrà voluto dire? Sentiamo Rocco: «Ci sono tanti amici fuori, al posto di passare il tempo con i videogiochi: al posto di avere amici virtuali, avere amici veri». Jordan: «Praticamente, alcune volte, io vado a prendere Rocco e andiamo a giocare con un nostro amico: alcune volte lui scende; alcuni giorni lui dice no e se va sempre via e gioca sempre con la sua Nintendo, perché lui gioca molte più volte con la sua Nintendo fin dalla mattina».

Dario: «Levare le persone alcoliste e le persone tipo il terrorismo, che si convertono per uccidere altre persone e per conquistare i popoli». Si tratta di levare l’alcol «perché fa male», «perché sennò poi le persone si abituano di nuovo e se lo bevono di nuovo».
Gaspare: «Togliere i videogiochi perché sprechiamo elettricità e poi non ci stacchiamo più dai videogiochi». A volte capita di volere smettere senza riuscirci… «Poi mia mamma mi sgrida e ce la faccio».

Alice: «Eliminare le bombe e le pistole, perché sono le armi più pericolose del mondo». Alice però non vorrebbe però neanche le armi naturali si cui si parlava prima: sono in 6 o 7 a pensarla così.

Martina: «Togliere le industrie che inquinano l’aria». È stato già detto più volte e non è forse un caso, visto che siamo a Gela. Anche i bambini mi dicono che l’aria ultimamente è migliorata, considerando che varie ciminiere non sono più attive negli ultimi tempi.
Giulia: «Io toglierei la maleducazione delle persone e aggiungerei anche dei cassonetti per non buttare delle cose per terra e anche degli scivoli vicino a dei supermercati, così almeno le persone che soffrono [e non riescono a fare gli scalini] possono riuscire ad entrare».

Anche questo aspetto architettonico non è quasi mai presente nelle utopie dei bambini.

Anche Rosy eliminerebbe la maleducazione, mentre Alessandra leverebbe «l’Anice [lo stabilimento petrolchimico] che emette troppa aria inquinata e gli aerei che passano».
Clara, tra tutte le cose dette, dice che le prime da eliminare sono «le industrie».
Elisa: «Eliminare le industrie di gas per aggiungere nuove cose».
Giulia/Julia: «Fare la raccolta differenziata e non buttare la spazzatura dove viene messa».
Giulia/Julia: «Eliminare tutta la spazzatura che i maleducati buttano in giro».

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Le voci qui si mescolano. Prevale l’ipotesi di vivere “tutti insieme”. Nessuno – caso rarissimo – sostiene l’ipotesi di costruire le case sparse per l’isola, ognuno dove vuole. In genere è una posizione di minoranza, ma non c’è mai stata l’unanimità sul fatto di vivere “tutti insieme”. Certo, questo è solo un primo passo: il disaccordo potrà nascere non appena si deve decidere dove e come costruire (vicino al mare? In montagna? Vicino al fiume? Nel bosco?).

Alice: «Io voglio fare tutte le case insieme, tipo a cerchio, perché se tipo qualcuno sta male o gli serve qualcosa o gli serve dell’aiuto, può chiamare i vicini e di sicuro qualcuno può aiutare e qualcuno può aiutare gli altri».
Gaspare: «Perché puoi farti gli amici, i vicini di casa, oppure puoi chiedere aiuto».
Alessandra: «Io voglio fare un centro anziani, almeno stanno pure con noi gli anziani».

Qui dunque si pensa anche agli anziani.

Dario: «Io metterei tutte le famiglie a cerchio in tante case, perché così si possono aiutare l’un l’altro».
Rocco: «Meglio vivere insieme, perché così potresti reincontrare persone che non vedi da tanto tempo e anche parenti».
Claudio: «Meglio stare insieme, perché almeno così se ti viene qualcosa o hai bisogno di aiuto, c’è qualcuno che ti può aiutare. O anche per giocare fuori».
Jordan: «Meglio anche stare tutti insieme, perché così se succede qualcosa cerchi aiuto da qualcuno che ti sta vicino».

Bene, allora passiamo a una domanda più difficile. Alcuni gruppi incontrati nel viaggio delle utopie, che desiderano stare tutti insieme, inventano un modo di vivere molto diverso dal solito: non case diverse per diverse famiglie, ma una sola grande casa in cui vivere tutti insieme… Che dire?

«Casa grande, così si potrebbe fare amicizia», dice Vincenzo.
Alessandro: «Io vorrei le case separate, perché alcune volte c’è bisogno di privacy».
Graziano: «[Il modello della casa grande per tutti] sarebbe un po’ esagerato, però si imparerebbe a vivere tutti insieme e a rispettare gli altri». Si imparerebbe, dice Graziano. In effetti altri bambini in altri luoghi temono che nella casa grande per tutti si farebbe confusione e non ci si starebbe bene. Cosa direbbe Graziano? «Gli direi di pensare, perché non sanno cosa si può nascondere in tutte quelle persone [che vivrebbero con loro]».

Già prima Graziano aveva sollevato un’obiezione sulla costruzione di mura, mettendo in evidenza che non sappiamo cosa portano con sé i nuovi arrivati e che dovremmo dare a noi stessi il tempo e il modo per scoprirlo.

Rocco: «A me non piacerebbe vivere tutti insieme, perché come ha detto Alessandro una persona ha bisogno dei suoi spazi». Dario: «Io vorrei vivere insieme agli altri perché così si imparerebbe a stare vicini e non litigare con gli altri e non dire parolacce e rispettarli».
Claudio: «è meglio stare nel villaggio ma non nella stessa casa, perché se uno vuole stare in pace sta da solo».
Alessandro P: «Io rimango con l’idea del villaggio perché è vero che è bello stare insieme, però come hanno detto ogni uomo ha bisogno del suo spazio».
Dennys: «A me piacerebbe vivere nella casa grande, così si potrebbero fare più amicizie e potrebbero fare imparare delle cose che [altrove] non hanno imparato».
Alice: «Io nella casa grande perché così potremmo accogliere anche i bambini che non hanno casa».
Iris: «Io nella casa grande, così si farebbero nuove amicizie e saremmo tutti insieme: anche se proprio non siamo una famiglia, ma diventeremmo una famiglia».
Giorgia: «Io nella casa grande, così si potrebbero aiutare anche i più anziani e anche per fare nuove amicizie, per stare insieme e divertirsi».
Giulia: «Io invece costruirei una casa, perché così se venissero degli stranieri senza casa li farei abitare in quella casa».

 

Le leggi dell’isola.

Ci devono essere oppure no? Quali le più importanti?

Alessandra: «Per me è meglio esserci le leggi almeno sarebbe l’ambiente più pulito. Se non ci fossero le leggi tutti andrebbero a buttare la spazzatura [dove capita]».
Rosy è d’accordo con questa idea.
Giulia: «Io invece metterei delle leggi, però l’importante è che siano buone, ad esempio non uccidere; come hanno detto loro, l’ambiente deve essere pulito; oppure, anche se abitano in case diverse, che sono una famiglia, che diventano una famiglia». Comportarsi come per diventare una famiglia insomma.
Martina: «Tenere l’ambiente pulito».
Alice: «Come dicevano le mie compagne, quello di mantenere l’ambiente pulito, di cercare di diventare una famiglia, ma anche di avere rispetto per tutti e di non fare del male».
Gaspare: «Io vorrei mettere una legge per non fumare e usare le cose elettriche, così si consuma di meno. E è vietato uccidere e mettere in galera».
Daria: «Io dico di sì alle leggi perché così sarebbe un paese più pulito, come hanno detto i miei compagni, e migliore».
Rocco: «Io vorrei che ci fossero le leggi e ne vorrei soltanto tre: la prima, di non buttare la spazzatura tipo a terra; la seconda di non uccidere nessuno; la terza di occuparsi dei bisognosi».
Claudio: «Io metterei le leggi perché almeno ci sarebbe più pulizia nell’ambiente e di mettere una legge di non fare del male alle persone, di aiutarle».
Jordan: «Io direi di sì, perché così le persone non butterebbero le cose che potrebbero inquinare l’ambiente».
Alessandro P: «Io preferisco che ci siano le leggi, perché almeno nella mente di ognuno ci sarà rispetto sia per gli altri che per quest’isola».
Dennys: «Io vorrei che ci fossero le leggi e per me la più importante è quella di non vendere più sigarette e cose alcoliche».
Vincenzo: «Io metterei delle leggi: per esempio di camminare tutti con le bici e di eliminare le auto che inquinano l’aria». A Gela pare abbiano iniziato a pensare alle piste ciclacibili e questa è cosa gradita.
Alessandro: «Avere rispetto delle persone, non vendere le cose alcoliche, non avere sigarette così non inquinano l’aria e tenere l’ambiente più pulito».
Graziano: «Io dico sì alle leggi, perché il paese sarebbe più in ordine. Primo, nel villaggio ci deve essere amore e amicizia. Secondo, rispetto per tutti. Terzo, che tutti siano amici e formare una grande famiglia».

Ci sono idee ricorrenti, chiare e condivise.

Alice: «Non prendere in giro le persone che stanno male».
Iris: «Per me ci dovrebbero essere le leggi. La prima è che l’ambiente dovrebbe essere pulito. Secondo, rispettarsi e non prendere in giro gli altri».
Giorgia: «Per me ci dovrebbero essere le leggi. La prima è di rispettare l’ambiente. La seconda di rispettarsi tra di noi. E la terza è di aiutare il prossimo».

Mi stupisce qui il modo in cui i bambini, oltre a parlare di rispettano, rispettano i propri tempi e i turni. C’è una capacità di ascolto e di concentrazione notevole.

Giulia: «Per me ci dovrebbero essere delle leggi solo per fare ordine».
Elisa è d’accordo con Giulia. Ma che tipo di ordine? L’ordine, cioè [il contrario di] confusione.
Clara: «Mantenere l’isola più pulita».

A volte, anche se ci sono leggi bellissime, non vengono rispettate… In questo caso che si fa sull’isola?

Jordan non trova la parola per dire come «costringerli in un altro modo». Rocco: «Quando sbagliano qualcosa li mettiamo nelle loro case per dei giorni. E se lo stesso giorno sbagliano e fanno qualcosa di male un’altra volta li mettiamo in cella e gli diamo un’altra possibilità». C’è anche la prigione, dunque.
Dario: «Io direi di fargli una multa di pochi soldi, almeno impara che non si deve fare più».
Gaspare: «Io vorrei che gli facessero gli arresti domiciliari, che non potessero uscire di casa e che gli danno un’altra possibilità per provare a rispettare le leggi».
Alice: «Fargli capire che se non rispettano le leggi stanno anche male loro».

Come farlo “capire”? Lo capirebbe chiuso in casa o in cella? Come? Ci sono altre idee?

Giorgia: «Dirgli di provare a rispettare le leggi».
Iris: «Anche io [incoraggiare a provare]».
Giulia/Julia: «Io lo aiuterei a rispettarle, però senza la forza».
Graziano: «Chiamare un suo amico a cui può dire tutti i segreti e questo amico lo incoraggia e gli dà consigli su come rispettare le regole: senza costringerlo, glielo fa capire».
Ecco un’idea originale: cercare l’aiuto dell’amico.
Alessandro A.: «E’ tipo l’idea che volevo dire io: fare provare alla gente di rispettare le leggi».
Dennys: «Per me di levargli una cosa preferita e poi quando prende l’abitudine delle leggi di ridarglielo».
Alessandro: «Fargli capire che la cosa che sta facendo è sbagliata». Anche qui l’uso della parola: bisogna dirlo.
Alessandra: «Per me la cosa che ha detto, uguale a Giorgia, è di far capire, di far provare a rispettare la legge». Ad esempio, «con un amico che lo accompagna che gli dice “butta qua la carta… non si butta per terra”».
Alice: «Io lo incoraggerei e gli direi che se fa una cosa non la dovrebbe fare; ma se poi sbaglia, non che lo punisco; gli dico di non farla, ma se proprio continua a farla… non lo punisco lo stesso, perché non si deve usare la cattiveria anche quando si sbaglia»; «se sbaglia per tante volte si può punire, ma non severamente, che lo metti per tanti anni senza la sua famiglia; perché a volte è anche la famiglia che lo può aiutare a non fare le cose sbagliate».
Gaspare: «Secondo me dovremmo dirgli che se non rispettasse le leggi la nostra città diventerebbe sporca e inquinata; muoiono pesci, c’è tanta sporcizia per le strade…».

Ma perché a volte le regole non vengono rispettare? Ci sono delle cause frequenti?

Dario: «Perché una persona sporca, perché ha l’abitudine di sporcare, e un’altra persona pensa che sporcare non porta conseguenze e allora sporca anche l’altra. Così tutti i cittadini sporchi e la città poi non serve più». Così, c’è un elemento di imitazione di cui tenere conto.
Rocco: «Tipo una persona che vede un suo amico che fa queste cose e quell’amico lo incoraggia a rubare e così, e poi quella persona non può farne più a meno». Qui l’amico compare anche nel trascinare verso abitudini brutte.
Jordan: «Quando una persona butta una cosa per terra da qualche parte, all’altra persona non gli piace perché sporca l’aria e tutto quello che c’è intorno. Ci sono alcune persone che non ci pensano, ma alcune persone ci pensano. E l’altro amico ti dice di fare anche tu così, ma non è una cosa bella incoraggiare l’amico a fare così».
«Inventare una stanza di poliziotti che insegnano a rispettare le leggi», dice un bambino. Potrebbe essere più efficace l’amico: «ma non solo poliziotti; anche persone che avevano rubato in passato che insegnano a non farlo più e a vivere bene». Questa è un’altra idea nuova: anche persone che hanno cambiato comportamento in passato, imparando ad apprezzare e a rispettare le leggi, potrebbero diventare “insegnanti” per chi ora non le rispetta.

Alessandro: «Spesso e volentieri si arriva a non rispettare le leggi vedendo le persone che ci sono intorno che non rispettano le leggi e dicono: “Ma scusa, tutti gli altri lo fanno e…”, e allora anche loro iniziano a non rispettare le leggi».
Alessandro A: «Sempre la stessa cosa di Alessandro. Tipo qualcuno uccide una persona e poi per esempio un altro ha visto la scena, è geloso di un altro e [pensa]: “Perché non lo faccio anch’io?”».
Graziano: «Secondo me lo fanno perché vogliono fare di testa sua e poi quando ci provano prendono l’abitudine e siccome sono ingenui, che loro non ci pensano, e lo fanno…».
Giorgia «Secondo me è per questi signori, i maleducati che lo fanno, da piccoli sono stati abituati così dai loro genitori».
«Io sono un po’ contro l’idea di Dario che se qualcuno sbaglia gli si devono levare i soldi. Questo non è giusto, perché i soldi sono qualcosa che tutti dovrebbero avere, perché al tempo di oggi tutto si deve comprare con i soldi e quindi se qualcuno non avesse più soldi non potrebbe più avere quello che gli serve per sopravvivere e quindi non sarebbe una cosa giusta», dice Alice tutto d’un fiato.

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].
Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Gela.

Rocco: «Per alzata di mano e per voto», dunque con una democrazia. Qui anche le donne e i bambini potrebbero partecipare alle decisioni, dai dieci anni in su.
Dario: «Invece io proporrei di fare le leggi attraverso votazioni e carte scritte. Tipo ci sono dieci persone con un nome diverso e loro devono votare un nome solo, quello migliore, e chi ha più voti vince». In questo modo ci sarebbe un sistema di elezioni. Le votazioni sono preferite al sorteggio, perché col sorteggio «si potrebbe scegliere una persona che non capisce niente» e che fa i suoi interessi. Nel caso delle elezioni, se chi è eletto si rivela una persona sbagliata, «si mandava [via] il sindaco che si faceva furbo e si rubava i soldi e se ne votava un altro».
Giorgia: «Se tutti fossero miti e amici senza litigarsi, potrebbero mettersi in gruppo e decidere». Qui si individuano due condizioni preliminari al buon funzionamento della democrazia: mitezza e amicizia.
Giulia/Julia: «Io direi che non è giusto fare la distinzione tra maschi e femmine [ripensando alla democrazia dei Greci, in cui le donne non avevano diritto di esprimersi e partecipare come gli uomini]. O [la distinzione] tra piccoli e grandi».
Alice torna ad un problema esemplare di decisione collettivamente vincolante: dove costruire il villaggio in cui vivere tutti insieme? Potrebbero esserci preferenze diverse sul luogo: ad esempio, mare, montagna o collina. «Secondo me si potrebbe fare che, se tipo l’isola viene divisa in montagna spiaggia e collina, allora si fa al centro del paese una gita…»: l’idea è che tutto il villaggio si sposti tre mesi l’anno nei diversi posti: «così tutti [almeno per una parte dell’anno] starebbero nella parte in cui volevano il villaggio». «Se poi l’idea non può piacere allora si farebbe un’assemblea, in cui tutti potrebbero partecipare, i bambini pure, dai sei anni in su».
La strategia del villaggio itinerante per l’isola è un modo di mettere insieme le diverse idee. È la prima volta che compare questa idea nel viaggio delle utopie.

Alessandra: «Per me, come ha detto Giorgia, perché mi è piaciuto come ha detto Giorgia. Però voglio aggiungere una cosa: per me possono entrare bambini di tutte le età, di un anno e di altre età, perché tanto siamo tutti amici e non c’è bisogno di [fare distinzioni per] età».
Iris: «A me è piaciuta la cosa che ha detto Alice. Ha detto che un po’ accontentiamo tutti, almeno siamo tutti contenti».
Graziano: «Io sono d’accordo con quello che ha detto Alice, però sarebbe anche bello se tipo l’isola fosse divisa in tre parti, pianura spiaggia e montagna, si potrebbe creare un paese o una piccola città grandissima, che occuperebbe una parte della montagna, una parte della pianura e una parte della spiaggia». Ecco così che l’estensione della città aumenta per l’esigenza di vivere in luoghi diversi a seconda delle preferenze.
Alessandro A: «Io sono d’accordo con Graziano».
«Io sono d’accordo anche con Alice, perché tre mesi in montagna, tre mesi al mare e tre mesi da un’altra parte è bello perché mette d’accordo tutti ed è anche divertente», dice un bambino.
Gaspare: «Secondo me, si dovrebbe proporre una legge che come ha detto Alice, a turno, ogni mese… però quando ogni mese c’è una nuova stagione, si va a cambiare [luogo]. E per quando c’è la neve, in inverno, si può raggiungere la montagna».
Alice: «Io sono d’accordo con l’idea della mia amica Alessandra che si possono fare venire i bambini [alle assemblee per decidere] anche al disotto dei sei anni: ma io non dicevo proprio di non farli venire, ma di farli venire ma non fargli dire molto. Potevano anche parlare, ma non sempre. Certo, per farli venire, è giusto, perché così anche quando saranno grandi potranno imparare e avere sentito cos’è successo negli anni precedenti».
Giulia/Julia: «Io sto con l’idea di Alice, perché secondo me nella mia isola, nella mia città, dev’essere come una famiglia, quindi quando siamo una famiglia dobbiamo accontentare tutti: se c’è chi vuole andare in montagna dobbiamo andare in montagna, e se c’è qualcuno che vuole andare da altre parti, andiamo da altre parti».

Rocco, a questo punto, cambia però prospettiva: «Io non sono d’accordo con Alice, perché si potrebbe creare il problema che uno, andando in montagna, e uno… “no, io voglio andare al mare!”. Perché sennò succede il caos».
Alice risponde così: «Anch’io avevo questa paura [che succedesse il caos], però l’ho detto lo stesso. Si è vero, potrebbe anche accadere che poi con tutto questo ci siano dei litigi, ma se poi tre mesi non bastano, è quello il metodo di più per dividere i mesi e accontentare tutti. Però io prima ho detto [che] se l’idea non piaceva, si poteva anche fare un’assemblea dove tutti potevano votare e dire ciò che si desiderava, e si sarebbe accontentato».
Alessandro A.: «Per quello che ha detto Rocco, se per esempio succede il caos, ci sarebbe il sorteggio, così invece di scegliere, che tutti devono scegliere, si prende la tazza e il luogo che si sceglie si sceglie».
Alessandro P.: «Anche io sono d’accordo con Rocco e non con Alice perché poi veramente va a finire che chi vuole andare al mare e chi in montagna, va a finire che si va in montagna, e chi vuole andare in montagna arriva là e piagnucola e va a finire in disparte. Tanto vale che si fa che non si va né in mare né in montagna e si va da un’altra parte. Perché poi chi non voleva andare per esempio in montagna, ma voleva andare al mare, poi dice: “Chi voleva andare in montagna è lì a giocare e a divertirsi”; ma chi non voleva andare in montagna dice: “Io me ne sto fermo qua sempre in disparte”».
Rocco: «Io non sono d’accordo neanche con l’idea di Alessandro A., perché se facciamo il sorteggio e esce tipo “montagna”, le persone non sono contente…».
Ma allora la soluzione migliore è che ognuno vada dove vuole senza fare il villaggio? «Quello non sarebbe bello», commenta Rocco.
Jordan: «Anch’io sono d’accordo con Rocco, perché è ovvio… perché ha ragione Rocco che poi potrebbe succedere il caos, perché uno dice che se ne vorrebbe andare in montagna e l’altro dice di andare al mare». Si può fare così: «una volta, questa giornata vanno in montagna e nella prossima giornata vanno al mare». Per ridurre il tempo di scontentezza di chi voleva stare al mare anziché i montagna, ci si muove continuamente.
Dario: «Io non sono più d’accordo con Alice, perché non ho pensato che succedeva il caos, quindi sono d’accordo con Rocco». Si è però pensato addirittura che, per non fare in modo di non andare in un posto che a qualcuno piace e ad altri no, si dovrebbe andare in un posto che non piace particolarmente a nessuno: ad esempio, se metà degli abitanti preferiscono il mare e metà la montagna, si fa nella collina tra le due. Secondo Dario «no, [non si dovrebbe fare così]: come ha detto Jordan, un giorno si va al mare, un giorno si va in montagna». Un’isola in continuo movimento, quindi, senza sede stabile?
Giorgia: «Io non sono d’accordo con l’idea di Alessandro A., perché se esce montagna sarebbe la stessa cosa, sarebbe sempre una lite»; Giorgia propone «come ha detto Jordan, però non ogni giorno». Ogni quanto allora? Difficile dirlo. Iris: «Facciamo ogni settimana [si cambia posizione del villaggio]».
Graziano: «Io non sono d’accordo con l’idea di Alessandro A., perché precedentemente abbiamo detto che si sta uniti come in una grande famiglia: però se uno prende e uno se ne va là, uno là e uno in un altro posto ancora, che famiglia è?». Che si fa? «Ci muoviamo tutti insieme, perché se abbiamo detto che si sta tutti insieme in una casa grande e poi ci spostiamo un gruppo lì, un gruppo lì e un gruppo lì, non è una famiglia unita. Allora si fa tipo se uno non gli piace, quando si stanca, almeno passa un mese: uno si gode il posto dov’è e poi deve fare contento pure l’altro e l’altro deve fare contento l’altro ancora».
Gaspare: «Secondo me chi vuole andare in montagna oppure nel bosco ci può andare, ma comunque non sarebbe bello perché tutto il villaggio sarebbe sparso e non si potrebbero fare amicizie».
Alice: «Io direi che, se proprio l’idea di andare tre mesi là e tre mesi di là, sta diventando però adesso un problema; è anche però una cosa giusta fare tutto questo, perché in montagna si può trovare le mele e i frutti della montagna; invece al mare possiamo fare scorta di pesce e nei boschi di altri frutti e poi in collina si potrebbe fare una specie di vacanza d’estate». Così Alice fa presente anche altre ragioni per spostarsi: non è solo una questione di gusto, ma anche di utilità: le diverse parti dell’isola offrono cose diverse da mangiare e possibilità diverse per passare il tempo. Spostarsi permetterebbe di avere una dieta varia, di abituarsi a diversi spazi e forse di rendere meno monotono il tempo passato lì.
Rocco interviene per evidenziare una difficoltà nella proposta di Jordan e a questo punto, come si vede, il problema non riguarda più tanto o soltanto la distribuzione degli abitanti nello spazio, ma la gestione del tempo: quanto tempo si starà in un determinato luogo dell’isola. Il problema emerge in modo così chiaro perché qui c’è una forte e condivisa volontà di abitare insieme. Come dice Rocco: «Jordan ha detto bene, però spostarsi ogni giorno in un altro posto è faticoso e nessuno si può godere niente». L’idea di spostarsi piace a Rocco: «però un pochettino di tempo in più». Anche più di una settimana: due. Giulia: «Per me ho un’idea uguale ad Alice, perché ha detto una cosa giusta e ha detto bene». Giulia/Julia: «Visto che ci sono le stagioni, d’inverno andiamo in montagna, d’estate in collina…».

Graziano: «Io direi che secondo le stagioni, d’estate si va in spiaggia e la maggioranza tipo… siccome l’estate è molto bella e la maggioranza vuole il mare, la maggioranza se ne va in estate un mese in più o per una stagione in più se ne va in quel posto; e poi con una stagione in meno se ne va d’inverno in montagna…». Alessandro A.: «Sono d’accordo con Graziano per quello che ha detto: per esempio tu sei d’inverno e te ne vai al mare non va bene».
Giorgia: «Io sono d’accordo con l’idea della mia compagna Giulia/Julia: seguiamo le stagioni. Anche se a una persona non piace la collina, dobbiamo seguire le stagioni». Che dire a chi vorrebbe stare soltanto una o due settimane in un posto, anziché una stagione? Meglio la stagione, «perché almeno tutti siamo contenti». Ma tutto sommato per Giorgia anche una settimana potrebbe andare bene, «può bastare».
Giulia/Julia: «Io dico meglio con le stagioni perché almeno, se uno è scontento… è inverno, vai al mare d’inverno, senti freddo». Meglio seguire le stagioni: d’estate si va al mare. Se si fa questo giro ogni settimana, capita anche la settimana al mare d’inverno.
Alice: «Io sono d’accordo con l’idea di Giulia/Julia: è giusto seguire le stagioni: d’inverno si va in montagna, perché è il periodo che ci si può stare di più, e al mare si va d’estate. Io volevo fare che tipo si deve anche considerare che quest’isola è molto ampia. Quindi in montagna si fanno delle case, in collina altre, nei boschi altre, al mare altre: così si fanno quattro [villaggi] e si seguono le stagioni. Mi è venuto questo dubbio: perché se poi dobbiamo fare le tende, non è giusto. Ci portiamo il cibo e le coperte e abbiamo le case là».
Ci sarebbero dunque, secondo questa idea, diversi villaggi disabitati per la maggior parte dell’anno in quattro diversi punti dell’isola.

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Gela?

Prima di iniziare a discuterne, le posizioni sono queste:

Sì, ci devono essere gli adulti: 20
No, non ci devono essere: 0
Indecisi: 2

Siccome ci sono 2 indecisi, possiamo ascoltare i motivi dell’indecisione. Avrà effetto sugli altri la loro indecisione.

Graziano è molto chiaro e ha argomenti pesanti: «Per un motivo, perché all’inizio sono stati gli adulti a combinare guai nell’aria, nell’acqua. Perché hanno inquinato molte cose e ormai hanno preso l’abitudine: e poi cresceranno altri figli, nipoti, fino a quando la generazione finisce che fa il suo stesso lavoro, però inquina di più». Ancora: «Però da una parte vorrei che ci siano, perché i bambini non possono vivere senza gli adulti, perché sono gli adulti che gli insegnano delle cose. Però, se devono venire, è importante che non portino le loro abitudini: fanno delle abitudini nuove, rispettano la natura, l’isola. E infatti ho detto proprio questo: i bambini senza adulti non possono vivere».
Elisa: «Gli adulti, però, non so… rovinano tipo il mondo. E poi i bambini senza i loro genitori come fanno?».

Giorgia: «Io gli adulti li vorrei sull’isola, perché come ha detto la mia compagna Elisa, i bambini senza i genitori non potrebbero stare. Però da una parte non li vorrei, perché se non sono educati potrebbero rovinare l’isola e farebbero… non rispetterebbero le leggi e rovinerebbero l’isola».
Giulia/Julia: «Io invece li farei abitare nell’isola, però senza che sporcassero e facessero cose…»; «però per i suoi figli li farebbero», potrebbero cambiare abitudini.
Alessandra: «Per me i genitori potrebbero venire nell’isola, perché come ha detto la mia compagna Elisa, i bambini cosa farebbero senza genitori? E glielo dobbiamo fare capire che la spazzatura non si butta per terra, perché come l’abbiamo capito noi lo devono capire anche loro». Lo possono capire, ci si può fare.
Giulia/Julia: «Io sto con la mia compagna Giorgia. Sono indecisa, perché gli adulti ci potrebbero essere sia per i bambini, sia perché se abbiamo bisogno di qualcosa loro ci sono sempre. Però certe volte anche, come ha detto Graziano, hanno inquinato il mare…». Qui una bambina indecisa in più.
Alice: «Io forse ora sto per dire una cosa un po’ divertente. Per me gli adulti ci possono stare nell’isola, ma, se tipo sporcano, allora diamo una punizione: li mandiamo di nuovo a scuola. Perché noi apprendiamo un poco l’educazione anche dai nostri insegnanti e così li mandiamo di nuovo a scuola così imparano». Ecco un’idea di scuole di educazione per gli adulti.
Gaspare: «Io vorrei gli adulti perché loro fanno il lavoro e guadagnano i soldi e quindi possono comprarci i vestiti e da mangiare. E senza gli adulti, che non hanno il lavoro, noi non possiamo vivere senza di loro». Tutto sommato per Gaspare potrebbe anche esistere un’isola senza denaro, senza soldi, ma non sarebbe per questo migliore del mondo di oggi.
Dario: «Io non sono d’accordo con Graziano e Elisa che non vogliono i genitori, perché i genitori ci cucinano, stirano i vestiti, ce li lavano… e ci danno anche amore. Senza di loro noi non possiamo stare».
«Magari qualcosa potremmo impararlo anche noi», dice una bambina sulle prime azioni indicate da Dario.
Rocco: «Che mondo sarebbe senza genitori? E se loro portano le loro abitudini sull’isola, noi li faremo cambiare». Con altri modi rispetto alla scuola.
Claudio: «Io preferisco con i genitori, perché se poi un bambino si fa male ci serve l’aiuto dei genitori. E poi anche, quando Alice ha detto della scuola per i genitori, il maestro chi lo fa?». Anche gli insegnanti possono sporcare il mondo essendo adulti. Gli insegnanti potrebbero essere i bambini.
Scuole di bambini con insegnanti adulti e scuole di adulti con insegnanti bambini, dunque.
Jordan: «è meglio stare con gli adulti, perché così se succede qualcosa, i genitori poi ti vengono ad aiutare e se poi tu non sei stato educato per bene, i genitori poi ti aiutano a rimediare perciò gli errori che hai fatto».
Alessandro P.: «Io preferisco che ci sono i genitori, perché come hanno detto gli altri i bambini non potrebbero vivere senza di essi e sono loro che ci amano e ci mantengono. E loro mammano che, invecchiando, diventano la memoria dell’isola e possono insegnare alle persone più giovani, possono introdurre a loro com’era prima l’isola».
Dennys: «Per me ci vorrebbero i genitori, perché con le persone adulte possono nascere nuove vite dove noi possiamo fare nuove amicizie. Poi mi piacerebbe una scuola per adulti dove noi bambini insegnassimo alle persone adulte, ai nostri genitori l’educazione che ci hanno imparato le nostre maestre».
Vincenzo: «Io sono d’accordo con il mio compagno Alessandro ma non sono d’accordo con Dario, perché i genitori, per esempio quando non ci sono più, noi per cucinare e stirare i vestiti non ci riusciamo, perché siamo stati male abituati da piccoli».
Alessandro A.: «Io sono d’accordo con il mio compagno Alessandro e non sono d’accordo con Dario, perché i genitori lo so che fanno i lavori domestici, però abituandoci lo possiamo fare anche noi». E invita a cercare un nome per la nostra isola.
Graziano ha più dubbi o meno dubbi ora? Dice: «no, ci sto pensando. Forse sto cambiando idea, perché i genitori è vero, sono la mente di tutta Gela finora e ci dicono com’era prima, e inoltre ci danno tanto affetto, ci cucinano e quando arriviamo da scuola ci fanno trovare tutto pronto. Però se cambierebbero il comportamento sarebbe meglio. Perché se abbiamo messo le leggi che non si dovrebbe sporcare l’isola, perché le abbiamo messe allora? Scusa, se i genitori sporcano o altre persone sporcano e noi abbiamo messe le leggi, a che servono le leggi?». L’idea della scuola per adulti in cui i bambini insegnano gli piace. Ma gli adulti sarebbero disposti ad ascoltare i bambini? «Secondo me, sì».
Alice: «Io i genitori sull’isola li vorrei, perché ci curano, ci fanno il mangiare, ci fanno trovare il mangiare pronto… e poi senza loro noi chi siamo?».
Giorgia: «Io sono d’accordo con l’idea di Alice per la scuola per gli adulti, perché anche loro imparerebbero tutta l’educazione necessaria, per tenere pulito l’ambiente e per rispettare le leggi». Una scuola che inizi alle sette e mezza!
Giulia/Julia: «Sì, però se poi vanno a scuola come fanno a stirare e a cucinare».
Giulia T. ha un dubbio improvviso: «A me è venuto un dubbio: se gli adulti fanno imparare i bambini, come fanno i bambini a fare imparare agli adulti?». Sembra un circolo… una cosa «assurda», dice qualcuno.
Alice: «A me piace l’idea di Giorgia, però la scuola la farei iniziare un po’ dopo, perché noi ogni volta ci lamentiamo che la scuola inizia troppo presto, allora perché la facciamo iniziare troppo presto ai nostri genitori?». «Vendetta», dice qualcuno. Sulla questione dei soldi, secondo Alice, c’è da pensare: «senza i soldi sarebbe stata migliore: invece dei soldi, che per tutti ormai sono diventati una cosa che li ipnotizza, che gli fa diventare di matto il cervello, allora si dovrebbe, si fanno degli scambi con le cose naturali, con il cibo oppure con i vestiti, perché sono cose di cui abbiamo bisogno. Dei soldi non ne abbiamo un grandissimo bisogno; invece di quelle cose sì, perché è una cosa che noi usiamo tutti i giorni».
Vincenzo ha un nome per l’isola: «IMMAGINAZIONE DI NOI BAMBINI».

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

Alessandro A.: «All’inizio, quando vengono nella nostra isola, vediamo come si comportano. Perché se sono persone buone, le accogliamo; ma se sono persone maleducate, li mandiamo via dall’isola».
Graziano: «Non sono d’accordo con Alessandro. Se sappiamo che sono persone cattive, mica le dobbiamo cacciare dall’isola, perché sono appena arrivate. Siccome sappiamo che sono cattive, gli dobbiamo insegnare le nostre abitudini, le dobbiamo correggere».
Dario: «Io dico che scendiamo ad accoglierli, tutti, tutte le famiglie e come ha detto Graziano, anche se hanno brutte abitudini, siccome provengono da paesi lontani dove non ci sono regole, e in alcuni paesi ci sono ma non le rispettano, gliele insegniamo e così possono diventare, possono introdurre nelle nostre famiglie».
Alessandra: «Io invece li accoglierei, poi quando li vedo che fanno cose brutte nella nostra isola, gli dico l’educazione che le maestre hanno imparato a noi, e così loro possono stare con noi, insieme».
Jordan: «Io li accoglierei con molta gentilezza e li porterei anche a casa mia e dopo un po’, il giorno dopo, gli faccio vedere com’è il mio negozio e poi gli dico a mio padre se loro possono avere questo lavoro: se lui dice di sì, per me può anche andare bene».

Noto qui che un insieme di strategie di accoglienza così vario è rarissimo da trovare nelle utopie immaginate dai bambini. In questo viaggio, un’isola simile a quella immaginata a Gela in questo aspetto fu immaginata un anno fa a Mazara del Vallo.

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Dennys: «Io li accoglierei e poi se vedo che non hanno una buona educazione gliela insegnerei».
Claudio: «Io li accoglierei e… li porterei nel villaggio e gli farei vedere le nostre abitudini, cosa facciamo ogni giorno. E se loro non ci ascoltano, cerchiamo un po’ di aiutarli, ma se non cambiano, non gli possiamo fare niente».
Alice: «All’inizio presentarci. Dopo avere capito il carattere che hanno, costruire una grande casa dove abitare tutti insieme».
Giorgia: «Io li accoglierei nella nostra isola, li conoscerei e dopo se sono persone cattive gli imparerei le buone maniere e a rispettare le leggi. Mentre se sono persone straniere e hanno bisogno di una casa e da mangiare, li accoglierei in casa mia».
Alice: l’esercito, le armi e le mura di cui si era parlato a un certo punto «si levano, perché si deve essere amici anche di chi non è dell’isola. E tornando a quel discorso, se per esempio come diceva Giorgia sono persone povere che sono anche un po’ maleducate e non hanno le nostre stesse abitudini, prima di tutto gli troverei una casa e gli darei dei nuovi vestiti e delle scarpe e poi gli insegnerei l’educazione e farei amicizia con loro».
Gaspare: «Io prima li accoglierei e dopo se hanno brutte intenzioni, tipo che sporcano, gli insegnerei a rispettare le regole dell’isola».
Rocco: «Io li accoglierei: prima gli insegnerei le nostre regole e se tipo le rispettano gli darei un lavoro e una casa».
Vincenzo: «Io li accoglierei: alle famiglie povere, a ogni famiglia gli darò una casa e a quelli che hanno bisogno di lavoro glielo cercherei».
Alessandro A.: «Per esempio, arrivano questi stranieri e la città è già tutta occupata: che cosa si potrebbe fare?». «Si costruiscono altre case», dice qualcuno. Ma Alessandro A. solleva un problema relativo al sovraffollamento. Come facciamo a costruire quando non si può costruire più? Non c’è il rischio di riempire troppo l’isola?
Dennys: «Si potrebbe costruire un’altra città in un’altra isola».
Graziano: «Io da una parte le leverei le armi e terrei solo perché ci fosse la difesa per i bambini, che sono i molto indifesi. Solo per quello. Poi per il discorso delle persone che arrivano, possiamo conoscere anche le loro abitudini, ma se sono tipo di una lingua diversa e non abbiamo niente, cosa dobbiamo fare per capire la loro lingua?». Che fare in questo caso? «Tipo, se loro potrebbero indicare qualcosa, potrebbero farci capire cos’è quello che dicono».
Giorgia: «Io sono d’accordo con l’idea di Alice di levare le armi, le mura. Perché quest’isola l’abbiamo creata per accogliere tutti, perché è di tutti. Già siamo molte famiglie e anche se poi aumentiamo, come ha detto Dennys, possiamo costruire altre città in un’altra isola». È di TUTTI, nel senso ampio: di tutti quelli che arrivano qui.
Alice: «Io però ho un dubbio. Perché noi alle leggi abbiamo detto che non si uccide. Ma se qualcuno di questi sull’isola si porta armi? Magari prima di farli venire dovremmo sapere che intenzioni hanno e se hanno delle armi. E poi anche per esempio dei nostri cittadini che già ce le hanno da prima, dobbiamo sapere se già ce le hanno, perché è facile nascondere le armi».
Come capire allora che intenzioni hanno? «Questo non ci ho ancora pensato, però stavo dicendo che potrebbero avercele anche i cittadini che già c’erano e questo si potrebbe risolvere cercando nella loro casa». «Però un’idea mi è venuta: se parlano una lingua straniera, bisognerebbe capire anche a gesti, perché noi bambini possiamo anche capirli, perché con i gesti si può fare tutti. Per capire proprio non glielo dobbiamo chiedere, perché è ovvio che mentirebbero [se hanno qualcosa da nascondere]. Per capirlo si dovrebbe cercare tra le loro cose, però questo mi sembra un pochino troppo invadente».
Alessandro: «Io per esempio quando questi stranieri portano le armi, noi li dovremmo perquisire per sapere se hanno armi o no».
Dario aveva proposto a un certo punto l’esercito e ritiene che debba esserci: «però tipo quando un altro popolo vuole fare una guerra, non c’è bisogno che i militari fanno cose violente. Tipo se sono deboli quelli degli altri popoli che ci minacciano, li portano in galera tipo per due o tre giorni, così capiscono che non lo devono fare più». E se sono forti quelli che ci minacciano? … Diventa più difficile rispondere.
Giulia/Julia: «Io non sono d’accordo con l’idea di levare le armi, perché non si sa mai. Perché magari se vedono che noi siamo bravi e ci fanno un attacco?».
Alice: «Io non sono d’accordo con Giulia/Julia e Dario: dell’esercito non sono d’accordo, ma di fare una piccola squadra che aiuta queste persone a mettersi su, tipo se sono malate o se non hanno molta forza, di aiutarli… tipo delle persone che li aiutano a trovare una casa al più presto, perché nessuno dovrebbe rimanere senza casa».
Gaspare è d’accordo con Dario.
Elisa: «Io non sono d’accordo con Alice, perché se tipo viene un esercito ad attaccare la nostra isola, che si fa?».
Alice: «L’esercito allora si potrebbe fare, perché questo rischio c’è; però non che debba fare tantissimo male, perché non è giusto. Anche se sono persone cattive, cerchiamo prima di farle ragionare. Se poi proprio hanno intenzione di distruggerci tutto, di ammazzarci, allora in quel caso si ricorre all’esercito».
Alessandro A.: «Allora, per l’esercito, non lo vorrei, però vorrei delle armi di difesa, soltanto questo. Vorrei solo delle armi di difesa, perché poi l’esercito va a uccidere questo, va a uccidere l’altro…». Ma non armi da fuoco.
Giorgia: «Come ha detto Elisa, se viene l’esercito e ci attacca noi non possiamo difenderci. Però se noi mettiamo delle leggi in cui non bisogna uccidere gli altri, [l’esercito e le armi] non si possono utilizzare». «Gli altri [però] non lo sanno [di queste leggi]», dice qualcuno. «Sì, e noi lo sappiamo», ribatte Giorgia.
Dario: «Io non sono d’accordo con Alice, perché se tipo può venire un altro esercito più potente di noi ci può attaccare e dopo può prendere anche la nostra città».

Ecco dunque concludersi questa conversazione, con dubbi e domande ancora aperte. Il gioco dell’immaginazione politica è infinito e abbiamo iniziato a giocarlo, con grande trasporto e intensità. Abbiamo scoperto alcuni desideri che ci uniscono molto e altri che hanno nascere qualche disaccordo. Ma abbiamo visto anche come, scambiando idee, i problemi cambino aspetto.

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